
INTERVENTI DEL COMPAGNO
MARCO FERRANDO
Maggio 1998
LE SCELTE DEL GOVERNO E QUELLE DEI COMUNISTI
"Prodi piazzista dell'Azienda Italia". Non è il solito epiteto sprezzante di "inguaribili settari" iperideologizzati.
È la testuale caratterizzazione elogiativa del Presidente del Consiglio comparsa sul "Corriere della Sera" ripresa successivamente da tutta la stampa borghese.
E'singolarmente una perfetta caratterizzazione "marxista", seppur "capovolta" di segno: sia là dove assimila l'interesse "nazionale" (l'italia) all'interesse del Profitto (l'Azienda) sia là dove esalta il governo come comitato d'affari aziendale.
In verità si misura sempre più l'esplicita identificazione nel governo Prodi dei circoli dominanti del capitale finanziario.
I quali non solo incassano l'investimento strategico nel governo dell'Ulivo in ordine al risanamento capitalistico e alla pace sociale; ma avvertono ogni giorno di più come all'ombra dell'Ulivo (persino al di là delle loro previsioni), stia maturando un salto storico dell'imperialismo italiano:
delle sue basi materiali interne (come si evince dal gigantesco processo di fusioni bancarie e dall'allargamento del capitale di Borsa), della sua proiezione sui mercati mondiali come emerge dal frenetico moltiplicarsi dei viaggi d'affari di Prodi e di Dini:
dalla Cina all'Africa, dall'Argentina al Cile, laddove il profumo dei profitti, nella migliore tradizione, rimuove ogni formale scrupolo "democratico".
Che importanza può avere per il cattolico Prodi la celebrazione di Pinochet di fronte alla possibilità di aprire in Cile 35 nuovi sportelli bancari italiani?
UN GOVERNO CELEBRATO DAL CAPITALE FINANZIARIO
Simmetricamente, anche il giudizio del capitale finanziario internazionale sul governo Prodi non si attarda sui dettagli ideologici, ma guarda ai risultati materiali.
Così, gli interrogativi diffusi due anni fa in Europa circa la presenza del Prc in maggioranza si sono dissolti come neve al sole di fronte alle meraviglie del più profondo risanamento capitalistico di tutto l'occidente:
l'avanzo primario più consistente d'Europa, il più drastico abbattimento del deficit sul PIL, il ridimensionamento verticale del tasso d'inflazione, la grande espansione delle esportazioni italiane.
Al punto che l'affidabilità politica dimostrata sul campo ha fatto premio sul perdurante ritardo nella riduzione del debito.
Ed anzi: la soluzione Ulivo è celebrata nella Germania di Kohl e di Titmayer non meno di quanto lo sia nell'Inghilterra di Blair o presso i circoli liberali giapponesi.
Cosa vi è infatti di più interessante per il capitale che un miracolo capitalistico costruito sull'assenza di ogni opposizione politica e sociale?
Così ragiona peraltro la stessa borghesia italiana.
E' vero: dopo aver incassato enormi profitti (+ 17% nel 1997), aver consolidato i rapporti di forza nella società, aver migliorato le proprie posizioni nel mondo - grazie al governo e alla sua maggioranza - la borghesia italiana preferirebbe proseguire con le sue sole gambe, senza dover più contrattare la propria politica con Fausto Bertinotti.
Ma ancora non esistono le condizioni politiche (non solo aritmetiche) di questo possibile sbocco.
Ed allora con consumata esperienza essa trasforma una necessità in virtù.
Si "deve" negoziare sulle 35 ore perché così richiede la continuità del proprio governo e l'ingresso in Europa?
Sia pure: ma entro un quadro restaurato di concertazione globale, lungo una linea di scambio tra riduzione dell'orario, aumento delle flessibilità e compressione salariale.
Così sotto l'egemonia delle grandi famiglie, Fiat e Pirelli in testa, la Confindustria di Fossa dismette le sceneggiate contrattualistiche, torna al tavolo negoziale e detta a forza le proprie condizioni:
fare della riduzione d'orario un nuovc "affare", una nuova occasione di avanzamento delle proprie posizioni di classe, nei luoghi di lavoro e nella società.
Non ha forse agito con lo stesso metodo fruttuoso nella vicenda pensioni o nel contratto dei metalmeccanici?
La verità è che la borghesia italiana si avvale più che mai di una rendita di posizione tutta politica:
la disponibilità sperimentata di tutte le forze del movimento operaio sindacali e politiche a muoversi nel perimetro della governabilità borghese.
Entro quelle compatibilità di fondo che assorbono e dissolvono movimenti e conflitti, la borghesia è e resta padrona del gioco: e da un'incontrastata posizione di forza modula liberamente le proprie scelte tattiche.
È possibile non vederlo?
UN DPEF DETTATO DA INDUSTRIALI E BANCHIERI
Così, sotto più stretta dettatura dei capitani d'industria e dei banchieri, il governo Prodi continua la marcia trionfale della propria politica di classe.
"Fase 2" riformistica, "nuovo sviluppo", priorità del lavoro?
Solo una sfrontata retorica propagandistica può sostenere o avallare simili falsità.
Ed anzi proprio la confezione chiassosa della propaganda serve a nascondere una merce esattamente opposta.
Il Dpef varato dal governo e dalla sua maggioranza ne è la riprova clamorosa.
Esso prevede:
1) un'ulteriore riduziune della spesa sociale in servizi pubblici già disastrati (ferrovie, poste) e una nuova stretta sulle regioni e sulle Usl già all'osso. con inevitabili conseguenze sulla qualità della vita e sulla stessa occupazione del settore pubblico;
2) un nuovo massiccio rilanciò delle privatizzazioni (Eni. Bnl. Autostrade...) come leva di riduzione del debito:
in una logica classicamente liberista e con prevedibile ulteriore rduzione dei posti di lavoro nelle imprese implicate e nei rispettivi indotti;
3) una nuova massiccia elargizione alle imprese delle risorse liberate dai tagli, privatizzazioni, riduzione degli interessi.
Ulteriore espansione dei patti territoriali e contratti d'area, dei contratti di apprendistato, della formazione lavoro, del lavoro interinale.
Il tutto in una logica di liberalizzazione estrema del mercato del lavoro, a tutto danno dell'occupazione reale, e della stessa efficacia delle 35 ore:
4) un programma mirato di opere infrastrutturali selezionate dagli interessi grande impresa e aperte all'investimento e alla gesti privati:
secondo quel "financial proiecting", copiato dall'Inghilterra di Major che in
nome della riduzione della spesa pubblica appalta ai privati e alle banche la costruzione e gestione delle opere pubbliche (vedi autostrade) con aggravio di costi e tariffe per consumatori e minimizzazione dei vantaggi occupazionali.
E' un caso che la Confindustria abbia apprezzato questo Dpef in compagnia dei banchieri tedeschi?
In realtà questo Dpef, lungi dall'affermare la priorità del lavoro, riafferma e rilancia da ogni versante la priorità del profitto.
Lungi dall'affermare la centralità del Mezzogiorno, riafferma e rilancia un autentico neocolonialismo che trasforma il Sud in terra di pascolo, a spese dello Stato, delle aziende rapaci del Nord e dei grandi monopoli capitalistici, nazionali e internazionali.
Più in generale esso chiarisce una volta di più il profilo annunciato dell'Europa di Maastricht e del patto di stabilità: nuova austerità, nuovi sacrifici, in nome della competitività della moneta unica sui mercati mondiali e degli interessi superiori dell'imperialismo italiano.
LA LEALTA' TRA PRODI E BERTINOTTI
"Questo Dpef è positivo.
Per La prima tolta si afferma la priorità dell'occupazione come noi volevamo.
Questo governo può ora durare per tutta la legislatura.
Prodi è stato leale con noi.
Noi lo siamo e lo saremo con lui."
Queste parole di Fausto Bentinotti hanno sorpreso la stessa stampa borghese. Non noi.
Esse disvelano infatti nel modo più chiaro la vera natura della politica del segretario.
Nel momento dell'ostentata convergenza tra Prodi e Confindustria.
Nel momento in cui le politiche di questi anni iniziano a incontrare le prime parziali reazioni sociali (vedi le sciopero generale in Campania, le lotte dei disoccupati a Napoli, Palermo, Bari...)
Fausto Bertinotti annuncia leale sostegno e lunga vita al governo Prodi.
Non è forse la conferma più nitida del fatto che l'attuale corso politico del partito è svincolato non solo da presupposti comunisti ma dai più elementari criteri di classe? Tutto è ridotto a segnaletica d'immagine: tutte è piegato alla logica politicista e separata di una relazione istituzionale.
Così non conta che il contenuto concreto della priorità dell'occupazione sia la flessibilità più selvaggia.
Conta il segnale formale di accoglimento di una attenzione particolare per il lavoro.
Non conta che Prodi e Ciampi propongano un accordo programmatico capestro a garanzia di Maastricht e della finanza internazionale; conta che propongano un accordo programmatico senza impuntarsi su un Patto politico formalizzato desiderato da D'Alema (e quindi lasciando al Prc un maggior spazio di periodica contrattazione).
Cos'è se non questo la lodata lealtà di Prodi verso il Prc?
Si disvela così il vero asse su cui queste governo si regge:
l'asse Prodi-Bertinotti, un asse di mutuo interessato sostegno: dove Prodi usa Bertinotti per ottenere copertura alla propria politica di classe e per contenere l'invadenza di Massimo D'Alema e Bertinotti usa la relazione diretta con Prodi per incassare la rendita negoziale e d'immagine che quel ruolo gli assegna.
E questo asse è stato ed è nella volontà dei protagonisti un patto di legislatura: semplicemente un patto di legislatura contrattato di volta in volta, anno per anno, come clausola di reciproca garanzia.
Ciò non significa - è bene intendersi - che non possano riprodursi incrinature di quell'asse o addirittura fratture.
E' indubbio ad esempio che in prossimità del "semestre bianco" il margine di manovra politica dei due soggetti contraenti si farà obiettivamente più ampio; e non è possibile escludere a priori, in quel quadro, una soluzione di continuità del loro rapporto.
Ma l'elemento decisivo del "bertinottismo" resta in ultima analisi la ricerca dell'intesa contrattuale col governo borghese, sul terreno programmatico della borghesia.
SI AGGRAVA LA CRISI DEL GRUPPO DIRIGENTE DEL PARTITO
Questo corso politico del Prc conferma peraltro la propria crisi profonda.
La spinta propulsiva del contrattualismo bertinottiano è oggi in riflusso anche suI piano dell'immagine.
Il consolidamento del governo e l'operazione Cossiga
concorrono a restringere lo spazio contrattuale.
Il recupero della concertazione Confindustria-sindacati opera nella stes-
sa direzione.
Le rigide compatibilità del patto di stabilità entro il quadrante della moneta unica europea svuotano in parte, negli anni a venire, lo stesso oggetto della contrattazione politica.
Così il contrattualismo tende a ridursi ormai alla propria ombra, ad una rappresentazione recitata, ad un involucro vuoto.
La stessa vicenda del Dpef è eloquente: non più i bracci di ferro del passato, fosse pure sul terreno avversario; non più la richiesta perentoria di una concessione parziale (ma reale) seppur per giustificare il sostegno alla politica globale del capitale finanziario.
Bertinotti ha apposto la propria firma senza reali condizioni, a un testo dettato dagli industriali e supervisionato dai banchieri tedeschi.
Lo sforzo di presentarlo come una svolta e un proprio successo non muta di
una virgola questa verità: la rende solamente più penosa.
La stessa crisi della maggioranza congressuale viene alimentata e acuita dalla crisi profonda della propria politica.
E concorre pesantemente ad aggravarla.
Non solo perchè distrugge il mito dell'unità del vertice, cemento di consenso interno e fattore di impatto politico esterno: ma perché pone a confronto due opzioni politiche, entrambe interne a un corso strategico fallito:
patto contrattuale di legislatura al servizio di Prodi (Bertinotti) o patto politico di legislatura con gradimento di D'Alema (Cossutta).
La maggioranza dirigente del partito non sa che riproporre due diverse varianti di compromesso "riformatore" con le classi dominanti del Paese.
Un gruppo dirigente responsabile della deriva non sa che riproporre, come un disco rotto, qiuell'indirizzo di fondo che alla deriva ha portato.
Può esservi riprova più efficace dell'impermeabilità burocratica alle lezioni dell'esperienza?
NASCE UNA PIU' AMPIA SINISTRA RIVOLUZIONARIA DEL PRC
La sinistra del partito è dunque di fronte ad una responsabilità nuova e a nuove possibilità.
Essa ha attraversato nei suo corpo protòndo una fase dl difficoltà particolarmente concentrata dopo la crisi di ottobre: il nuovo salto di subalterneità del partito, l'uscita dei compagni toscani (Bacciardi), l'impasse di Progetto comunista hanno rappresentato, sullo sfondo di una diffusa demoralizzazione, i fattori concomitanti di una crisi.
Ma ora la situazione è di nuovo in movimento.
Da un lato l'esperienza concreta dei latti rivela il fallimento obiettivo del tentativo intrapreso dai compagni toscani: laddove la Confederazione dei comunisti; priva di reale spinta propulsiva, appare gravata sin dal suo nascere da una dinamica paralizzante di contraddizioni, frutto dell'assenza di una base politica seria e comune.
Dall'altro lato il precipitare della crisi del gruppo dirigente del Prc, assieme al fallimento manifesto della sua politica, riapre oggettivamente spazi nuovi di battaglia politica nel partito a fini di consolidamento della opposizione interna e di aggregazione di forze nuove.
Essenziale tuttavia, tanto più oggi, è la chiarezza di impostazione della battaglia politica.
I compagni di "Bandiera rossa" hanno ritenuto e ritengono che nell'attuale situazione la sinistra interna al partito debba compiere, in qualche modo, un passo indietro in direzione di un ripiegamento minimalistico e nell'attesa degli esiti della dialettica interna al gruppo dirigente.
Prendiamo atto di questa opinione, ma la riteniamo profondamente sbagliata nel metodo e pericolosa negli effetti.
Proprio la crisi del gruppo dirigente del Prc e il fallimento della sua politica esalta la necessità di un passo avanti della sinistra del Prc sul terreno di una proposta strategica complessivamente alternativa, di un più visibile posizionamento (anche pubblico), di una più solida strutturazione.
E soprattutto è necessario uscire dal tatticismo, dal puro inseguimento della "prossima"scadenza, per definire e rilanciare un progetto generale della Rifondazione comunista che ricostiuisca il senso, le ragioni, le motivazioni della stessa battaglia politica quotidiana all'interno del Prc.
Senza le quali non c'è nè futuro politico nè impegno reale nel presente.
Era questa peraltro l'ispirazione di fondo di Progetto comunista quale era emersa unitariamente (almeno formalmente) al seminario nazionale di Napoli del luglio '97 (vedi il testo di riferimento pubblicato in "Proposta" n. 18).
E questa è la proposta che ci siamo assunti la responsabilità di rilanciare, dopo infiniti tentativi unitari, all'incontto nazionale di Napoli del 28 e 29 marzo.
Questo incontro ha posto le basi di una vera e più ampia sinistra rivoluzionaria del Prc; che da un lato preservi un raccordo unitario nell'azione politica con tutta l'attuale sinistra del partito, ma dall'altro sviluppi liberamente, nella chiarezza, il proprio autonomo progetto coerentemente marxista rivoluzionario.