UN’ALTERNATIVA AL NEOLIBERISMO
O UN’ALTERNATIVA AL CAPITALISMO?
Una disamina critica della proposta politica contenuta nel documento per il quarto congresso del partito proposto dalla segreteria uscente e approvato dalla magioranza del Comitato politico nazionale.
di Marco Ferrando
Il quarto congresso del Partito della rifondazione comunista è chiamato ad elaborare la proposta della costruzione di un’alternativa di società. Questa conclusione del documento di maggioranza del Cpn (che segna peraltro la stessa titolazione formale del documento) sembrerebbe alludere a una proposta congressuale di alto profilo strategico capace di segnare finalmente a otto anni dalla nascita del partito un chiaro indirizzo di fondo della Rifondazione comunista.
Così, purtroppo, non è. Non che manchi s’intende la chiarezza di un indirizzo. Manca la rifondazione comunista: ossia l’avvio di un progetto di trasformazione capace di indicare l’unica possibile alternativa di società. Ed anzi la stessa mozione si preoccupa di precisare che la definizione del programma generale viene rinviata, come sempre, agli anni futuri, mentre il congresso sarà essenzialmente di linea politica e di fase.
L’intero profilo del documento è racchiuso in questa stessa premessa: una linea politica espressamente separata dalla rifondazione comunista riproduce, in forma nuova e da una nuova collocazione, tutti i vecchi equivoci politici. E poiché non esiste linea politica che possa essere strategicamente neutra (non c’è marcia senza direzione), l’implicazione strategica della linea proposta, al riparo della rifondazione, è la riproposizione di una vecchia illusione riformista: quella di un’alternativa al liberismo separata e distinta da un’alternativa al capitalismo, che assume come modello Jospin e rivendica come obiettivo da perseguire per il prossimo futuro un centrosinistra dall’equilibrio più avanzato.
Così il formale rinvio della rifondazione lascia spazio ad un’ipotesi strategica che la nega. E che continua ad esporre il partito al ciclico riprodursi di delusioni e di crisi.
L’assenza di un bilancio
Il documento presentato dal segretario è totalmente privo, innanzitutto, di un bilancio politico. E’ un vuoto clamoroso e, francamente persino sconcertante. Si potrebbe subito osservare, un pò scolasticamente, che il dovere elementare di qualsiasi congresso di partito, è quello di analizzare l’evoluzione politica intercorsa dal congresso precedente e di interrogare le scelte politiche compiute. Ma questa considerazione lascia il posto a un’evidenza ben più pregnante: i due anni trascorsi hanno rappresentato un passaggio eccezionale della vita politica italiana ed un passaggio eccezionale, in essa, del nostro stesso partito; è possibile cancellarli, rimuoverli, in un imbarazzato silenzio come se nulla fosse accaduto?
Intanto rimuovere due anni di vita italiana significa decontestualizzare la stessa analisi del presente, sottrarlo ad una razionalizzazione politica e collocazione storica.
il documento denuncia ad esempio la strategia di integrazione frantumazione del movimento operaio e delle classi subalterne come asse di fondo della politica dominante. Chiedo: quella politica è il manifesto nuovo e improvvisato del governo d'Alema o l’esatta descrizione della strategia vincente della grande borghesia italiana e del personale politico del centrosinistra lungo tutti gli anni novanta e che proprio col governo Prodi ha conosciuto uno straordinario salto in avanti?
Così il documento denuncia l’involuzione in corso sotto lo stesso profilo democratico (la democrazia malata) con argomenti e osservazioni largamente calzanti. Chiedo: si tratta di una precipitazione reazionaria sbocciata nei due ultimi mesi o è l’esatta descrizione della transizione storica alla II Repubblica e alla sua nuova costituzione materiale, di cui proprio il centrosinistra e il governo Prodi sono stati potenti acceleratori?
Sia chiaro: nessuno nasconde l’ulteriore appesantimento dell’offensiva antioperaia sotto il governo D'Alema, l’estensione e il rafforzamento del patto sociale, le nuove e pesanti limitazioni democratiche in corso (si pensi al diritto di sciopero). Ma non è forse evidente che proprio il governo Prodi e la sua maggioranza hanno spianato la strada alla deriva in corso, lungo la continuità del cammino di Maastricht e dell’integrazione italiana nel polo imperialistico europeo? Non è forse evidente che proprio il grande avanzamento delle classi dominanti e del loro programma, garantito dal precedente governo, ha creato i rapporti di forza e le condizioni materiali del salto attuale dell’offensiva avversaria?
Ma proprio per questo impressiona il mancato bilancio, quale che sia, della nostra politica, del nostro sostegno per due anni al governo Prodi. E non parlo solo di un bilancio del nostro voto determinante alle politiche di integrazione-frantumazione (vedi pacchetto Treu) e di democrazia autoritaria (vedi legge Bassanini) che pur hanno rappresentato un’enormità dal punto di vista elementare di classe (non solo comunista). Parlo di un bilancio dell’impianto strategico di fondo che resse l’ingresso nella maggioranza di governo e le politiche corrispondenti.
Davvero è svanita la memoria del terzo congresso? Lo si definì congresso di svolta, atto solenne di una nuova cultura politica (dalla resistenza al progetto) e di una nuova stagione del partito (la lotta al settarismo). Si presentò l’ingresso nella maggioranza di governo in funzione dello sviluppo del movimento come una innovazione strategica rispetto alla stessa tradizione del movimento operaio: un’innovazione determinata, così si disse dall’inedita debolezza strutturale dei movimenti stessi che avrebbero richiesto, a differenza che in passato, la sponda di governo come leva d’innesco. Si aggiunse la teorizzazione del centrosinistra come equilibrio politico fisiologicamente permeabile alle ragioni sociali del movimento , attribuendo al Prc un ruolo di cerniera tra movimento e istituzioni. Infine si accusò per due anni chi non condivideva questa impostazione di cecità, scolasticismo, estremismo, inadeguatezza conservatrice a fronte dell’innovazione strategica del nuovo corso (nel migliore dei casi).
Benissimo. Ma non è un dovere del quarto congresso fare un bilancio di tutto questo? Non si tratta, sia chiaro, della pur legittima valutazione retrospettiva delle ragioni e dei torti. No solo del dovere elementare di un gruppo dirigente di presentare al partito un bilancio del proprio operato.
Si tratta di un’esigenza vitale della rifondazione: quello di avere memoria di sé, il coraggio dell’interrogazione critica, la capacità di razionalizzare le proprie esperienze, ancorché definite strategiche. O dobbiamo riprodurre, in nome della rifondazione, quella vecchia infausta tradizione che difendeva la sacralità dei gruppi dirigenti rimuovendo il fallimento delle loro politiche o tuttalpiù attribuendolo alle circostanze avverse o alla inadeguatezza del partito?
La continuità dichiarata del progetto: l’opposizione per ripuntare al governo.
Ma l’atto mancato del bilancio strategico ha qui un significato politico sostanziale. Non è una semplice omissione, legata a un’esigenza di autodifesa o a un comprensibile imbarazzo. E l’espressione di una mancata rottura con la strategia che si è perseguita, ed anzi della volontà di rilanciarla, pur da una nuova collocazione politica.
Intanto colpisce nel documento Bertinotti la razionalizzazione debole della rottura col governo con una singolare contraddizione: da un lato la si considera, con enfasi, un nuovo rilevante atto dello stesso processo della rifondazione comunista. Dall’altro si afferma che c’erano possibili altre soluzioni: o la ridiscussione del programma di governo tra il centrosinistra e Rifondazione, o un governo tecnico di decantazione che, dopo la elezione del Presidente della Repubblica, consentisse una ricucitura della maggioranza. Chiedo: è possibile considerare atto rilevante della rifondazione l’altrui indisponibilità a un compromesso proposto e ricercato? Oppure, purtroppo, proprio la continuità della ricerca compromissoria priva l’importante ricollocazione politica di un reale significato rifondativo?
E’ eloquente, al riguardo, l’impostazione del documento in relazione ai caratteri della nostra opposizione. E’ vero: l’aggettivo "costruttiva" che pur aveva segnato il discorso di Bertinotti alle Camere e i successivi pronunciamenti del partito non compare nel testo. Ma non è la scomparsa di un aggettivo a misurare la realtà di una politica: è piuttosto la realtà di una politica a spiegare la prudente rimozione di un aggettivo eccessivamente rivelatore e imbarazzante. E infatti: qual’è in sostanza l’opposizione che viene proposta? E’ una opposizione finalizzata a spostare a sinistra il quadro politico. È ossia, in prosa, a creare le condizioni, sia pure in prospettiva, di un equilibrio politico più avanzato.
E’ un’opposizione finalizzata a riaprire un varco, entro le contraddizioni tra Ds e Udr, per una rinegoziazione futura della maggioranza del 21 aprile.
Persino l’analisi dell’attuale governo è sintonizzata con questo disegno politico. Il governo D’Alema, chiaramente osteggiato, non viene denunciato per quello che è, ossia come concretizzazione massima del centrosinistra e del suo profilo confindustriale. No: viene denunciato come embrione di una Grosse Koalition, di una alleanza di governo tra forze del centrosinistra e del centrodestra (Cossiga). Per cui è evidente che una futura ricomposizione della maggioranza del 21 aprile diverrebbe, per ciò stesso, un elemento di svolta. E proprio la maggioranza del 21 aprile viene peraltro esplicitamente assunta come quadro di riferimento delle alleanze locali.
Soprattutto è indicativa l’asserita continuità di percorso tra opposizione e governo: la collocazione di opposizione e di governo, per una moderna forza comunista, non sono mai separati da una linea politica temporale invalicabile e definitiva, ma si presentano come momenti di un unico percorso e di un unico progetto. Opinione legittima, ma davvero rivelatrice. Non solo sminuisce, com’è ovvio, la soluzione di continuità tra governo di ieri e opposizione di oggi. Ma definisce un legame tra l’opposizione di oggi e una rinegoziazione di governo domani.
E soprattutto razionalizza strategicamente l’intero percorso a sinusoide della politica e della collocazione del Prc dal 1994 ad oggi, sotto la segreteria Bertinotti. Il nostro partito al secondo congresso (1994) sancì l’ingresso nel polo progressista come polo di governo. La vittoria di Berlusconi, paradossalmente, ci risparmiò la corresponsabilità a un governo Occhetto-Giugni-De Benedetti, tenendoci all’opposizione. L’opposizione nostra si acuì a fronte del governo Dini quando D’Alema ruppe col Prc per varare il centrosinistra e minacciò la stessa sopravvivenza istituzionale del partito. Ma l’opposizione al Rospo servì a ricostruire le condizioni contrattuali nel 1996 di un patto politico-elettorale col centrosinistra (rospo incluso) ossia di un patto di governo lealmente rispettato per due anni. Ed oggi, quando l’altrui indisponibilità al compromesso ci ha ricollocato all’opposizione, l’opposizione ripunta ad una prospettiva di governo.
Fa bene dunque il gruppo dirigente a rivendicare la continuità del percorso e del progetto. E’ un’espressione di onestà intellettuale. Ma non è questa l’esplicita confessione che l’attuale ricollocazione politica si combina con l’assoluta continuità di una linea di fondo? Non è questa la riprova che l’opposizione, oggi come ieri, è solo un momento tattico finalizzato a riguadagnare un inserimento di governo, e non l’espressione coerente di una scelta di classe contro il governo della borghesia?
Ciò che impressiona, infatti, nel documento Bertinotti, è proprio l’assenza di un’analisi di classe della natura sociale del centrosinistra. Si denuncia ovviamente il suo liberismo temperato, i suoi effetti sociali, la sua corrispondenza oggi con gli interessi dominanti.
Ma si rimuove l’organicitˆ del rapporto tra il centrosinistra e quegli interessi. Si rimuove il fatto centrale degli anni novanta: la scelta di fase del centrosinistra da parte della borghesia italiana come leva della transizione storica all'Unione monetara e alla II Repubblica.
E così si rimuove, specularmente, la necessità dell’opposizione di classe, certa e chiara, per l’oggi e per il domani, a quello schieramento di governo.
Anzi, tra opposizione e governo non esistono separazioni politico-temporali invalicabili e definitive. Come dire, appunto, che dissolte le mura di classe ogni confine è transitorio e valicabile nell’infinita creatività della geometria politico-istituzionale.
Le conseguenze per l’oggi di una prospettiva subalterna.
Si potrebbe obiettare che queste considerazioni, sia pure fondate, riguardano il futuro, che le condizioni politiche prevedibili rendono di difficile attuazione quel disegno, e che ciò che conta oggi è l’opposizione a D’Alema e la sua dinamica. Ma l’obiezione è mal posta.
In primo luogo l’intera esperienza del Prc dimostra che l’elemento determinante della sua storia e delle sue scelte non è data dalla dinamica obiettiva degli eventi, comunque difficilmente prevedibile, ma dalla linea di fondo, politica e strategica, dei gruppi dirigenti del partito: quanti compagni, nei giorni dell’opposizione ostruzionistica al governo Dini, o nei giorni della convergenza con Berlusconi e Fini in Parlamento per buttare giù quel governo, avrebbero previsto che a pochi mesi di distanza si sarebbe realizzato un accordo di governo col centrosinistra e con Dini per battere le destre?
Ma soprattutto l’impostazione di prospettiva oggi proposta incide già ora, pesantemente, sui caratteri della nostra opposizione e sulla sua efficacia.
Assessori comunisti ovunque possibile nelle giunte di centrosinistra?
L’esempio della nostra partecipazione ai governi locali di centrosinistra è illuminante. Impressiona nel documento del segretario il carattere notarile dell’indicazione di costruire, ovunque possibile, alleanze elettorali con le forze del centrosinistra, basate su intese programmatiche. Impressiona, anche qui, non solo l’assenza totale di qualsiasi bilancio dell’esperienza in corso della nostra partecipazione a tanti governi locali di centrosinistra, ma impressiona la contraddizione abnorme tra la stessa analisi che il documento Bertinotti propone attorno al cosidetto governo globale e l’indicazione governista che viene avanzata.
Se, come si afferma, parliamo di governo come governo allargato, come dimensione diffusa, dal centro agli enti locali, dai ministeri e dagli assessorati ai grandi centri finanziari e amministrativi; se il governo D’Alema costringe gli enti locali, attraverso politiche di federalismo fiscale, ad essere tra i principali attori di questa politica, o almeno ad essere così percepiti dai cittadini, come si può indicare al partito la linea di preservare ed estendere ovunque possibile la nostra corresponsabilizzazione ai governi locali?
Se il governo è globale, come giustamente si afferma, non è forse evidente che la nostra inclusione nei governi delle regioni e delle grandi città ci rende interni alla concertazione nazionale e non solo a quella locale, amputando senso e portata della nostra collocazione nazionale all’opposizione?
Di più: il documento Bertinotti denuncia la democrazia malata e i pesanti attacchi che ne conseguono alle libertà democratiche e al nostro stesso partito. Ma i grandi sindaci del centrosinistra (Rutelli, Cacciari, ecc.) non sono forse un ariete di sfondamento dell’attuale attacco antidemocratico? Quando il sindaco di Roma, in compagnia di Di Pietro (e di Prodi?), organizza la lobby nazionale referendaria antiproporzionale e rivendica la soppressione del diritto di sciopero a difesa della sacralità del Giubileo (e del lavoro nero dilagante) non è questa la riprova ulteriore della stretta connessione tra quadro nazionale e quadro locale, persino sotto il profilo democratico? Possiamo continuare a sostenere Rutelli con nostri leali assessori senza entrare in contraddizione persino con la nostra battaglia democratica?
Peraltro la nostra collocazione nei governi locali, a partire dalle regioni e dalle grandi città, non è solo corresponsabilità oggettiva alla politica dominante, ma anche, sempre più spesso, tensione e scontro con articolazioni decisive del potenziale blocco sociale alternativo. Lo scontro tra la giunta di Roma e i lavoratori locali dei trasporti, la costituzione in parte civile della giunta di Napoli contro le lotte dei disoccupati, lo scontro tra la giunta di Genova e i lavoratori della scuola, sono episodi che ci vedono decisamente, al di là di intenzioni e parole, dall’altra parte della barricata, in una posizione insostenibile e indifendibile. Non è forse evidente che la nostra integrazione nei governi locali non solo è in clamorosa contraddizione con l’esigenza strategica di ricomposizione di un blocco sociale alternativo, ma ci rende corresponsabili della sua ulteriore frantumazione e indebolimento?
Ma non si tratta, purtroppo, di contraddizioni occasionali. Né del lascito governista residuale di una passata stagione politica. Al contrario: la presenza nei governi locali, totalmente immotivata da un punto di vista di classe e comunista, è perfettamente motivabile dal punto di vista dell’attuale disegno strategico del partito. Preservare ed estendere la propria presenza di governo sul territorio significa infatti conservare ed accrescere un potere contrattuale prezioso per una rinegoziazione futura col centrosinistra nazionale. E in nome di questo fine, ogni disinvoltura è ammessa: persino quella di un accordo esteso allUdr nella città di Pescara, al secondo turno elettorale (novembre ‘98).
L’assenza di una reale proposta per il movimento e nei movimenti
Ma le implicazioni della prospettiva politica delineata si estendono allo stesso rapporto con i movimenti e all’intervento di massa del partito. Il documento Bertinotti si diffonde ampiamente sull’analisi della nuova frammentazione sociale e sulla necessità di costruire movimento e ricomposizione sociale. Riconosce giustamente la dimensione internazionale della battaglia sociale. Valorizza la centralità di classe del lavoro salariato come polo di ricomposizione.
Manca tuttavia l’essenziale: una chiara proposta di linea d’intervento del nostro partito sul terreno del rilancio e della ricomposizione del movimento.
E la contraddizione è davvero clamorosa: da un lato si afferma che un movimento senza progetto è oggi condannato a un esito testimoniale e fallimentare, Ma dall’altro non si indica alcun progetto con cui intervenire nel movimento e per il suo rilancio. Non che manchino, com’è naturale, riferimenti programmatici per l’opposizione: ma si riducono alla citazione del programma dei 14 punti, ciò al programma proposto al governo Prodi per la negoziazione di maggioranza. Un programma non solo minimalista, ma del tutto inadeguato per costruire l’opposizione al governo D’Alema e al blocco dominante. Del tutto inadeguato per orientare l’azione di massa del partito a fronte delle esigenze concrete e drammatiche oggi poste dalla situazione sociale.
Qual’ è la nostra proposta rivendicativa e di fase per una prospettiva di ricomposizione e rilancio del movimento oggi? Qual’è la nostra proposta nel movimento dei disoccupati, per la sua organizzazione nazionale e una sua piattaforma rivendicativa unificante? Qual’è la proposta che il Prc avanza nel movimento in atto degli studenti, ai fini della sua autorganizzazione democratica e di uno sbocco vertenziale vincente?
Sono interrogativi elementari che il documento del segretario lascia senza risposta e anzi rimuove.
Eppure sono interrogativi fondanti per un partito che non voglia limitarsi a difendere le ragioni dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, ma voglia agire come fattore di direzione, di orientamento di quei movimenti e di quelle lotte. Per un partito che non voglia semplicemente declamare le ragioni della propria collocazione di opposizione, ma voglia lavorare a costruire nell’azione un’opposizione di massa alle politiche dominanti e un diverso rapporto di forza tra le classi. Per un partito impegnato nella difficile costruzione della propria egemonia, nell’interesse stesso dei movimenti e della loro possibilitè di affermazione.
Ma il punto è che la prospettiva della negoziazione col centrosinistra nega per definizione proprio la prospettiva dell’egemonia alternativa su basi di classe: e riduce il rapporto col movimento o alla sua evocazione rituale e simbolica (come avviene da anni), o a un ruolo di utile mediazione tra movimento e istituzioni (come accade in tante realtà locali), o alla valorizzazione della propria forza contrattuale di partito da spendere sul terreno politico-istituzionale.
Rifondazione sindacale o sostegno alla Fiom?
Peraltro l’assenza di una logica di egemonia è rivelata nel modo più chiaro dall’impostazione proposta nei confronti delle direzioni maggioritarie, politiche e sindacali, del movimento operaio. Non sotto il profilo della critica alla loro politica, che è ovviamente forte e centrale. Ma sotto il profilo della nostra politica nei loro confronti.
Sul terreno sindacale, il documento mostra formalmente qualche passo in avanti rispetto al passato, sia dal punto di vista della denuncia dell’integrazione istituzionale del sindacato sia da quello della proposta. Ma continua ad essere evaso il punto di fondo: la natura organica dell’apparato sindacale come burocrazia, come struttura irriformabile, agenzia degli interessi dominanti all’interno del movimento operaio. Sicché permane, in definitiva, una logica di pressione, sia pur radicale e dal basso, su questo sindacato, invece che un lavoro di costruzione di una direzione sindacale alternativa che liberi il movimento operaio dalla cappa di piombo della burocrazia che lo sovrasta.
E in questo quadro è assente, non a caso, qualsiasi bilancio delle esperienze sindacali cui il partito ha partecipato o che il partito ha promosso (Alternativa sindacale e Area dei comunisti). E si avanza una proposta di "ampia" sinistra sindacale in Cgil, dove l’aggettivo (ampia), apparentemente banale, è in questo caso sostanza: è la proposta rivolta alla sinistra della burocrazia sindacale (Fiom) per un suo coinvolgimento su una posizione alternativa.
Attesa vana, come dimostra la subordinazione critica di Sabatini e Cremaschi al recente patto sociale tra governo e burocrazie sindacali. Ma un attesa che continua da un lato a paralizzare lo stesso processo di ricomposizione di una sinistra classista coerente in Cgil e dall’altro a mostrare un grave adattamento, seppur critico, alla burocrazia Fiom, alle sue piattaforme e alla sua gestione contrattuale.
Ed anche qui non sono i principi di classe a determinare la posizione del partito, ma una logica politica: tenere un rapporto con l’apparato Fiom, ma soprattutto consolidarlo e svilupparlo, significa cercare di aprire un varco verso la sinistra Ds, rompere l’isolamento, acquisire una leva negoziale sul terreno degli equilibri politici. Non è la riprova di come la prospettiva politica prescelta pregiudichi una reale rifondazione sindacale?
Lotta per l’egemonia tra le masse o riconquista del dialogo con la burocrazia Ds?
La stessa prospettiva politica domina l’impianto del documento circa il rapporto con i Ds.
Il recupero di un rapporto con i Ds è per molti aspetti il cuore politico del documento, della sua premessa, della sua ispirazione. La proposta centrale è quella del confronto tra le due sinistre, certo ritenute strategicamente diverse, ma che devono interrogarsi, così si dice nella premessa "sul destino di tutte le sinistre nella società contemporanea e sull’efficacia dell’azione per la difesa delle classi subalterne. E ancora: la coppia autonomia-unità non ha perso la sua validità e dobbiamo sapere riproporre il terreno dell’unità. Il terreno dell’unità nelle nuove condizioni va riconquistato, ad esempio cercando ovunque possibile alleanze elettorali con le forze di centrosinistra o riaffermando disponibilità a intese con quello stesso schieramento per l’elezione di un Presidente della Repubblica democratico.
Nella lealtà delle reciproche posizioni dobbiamo saper cogliere ogni occasione per rompere una incomunicabilità tra le diverse opzioni strategiche delle sinistre.
Più chiaro di così! Tutta l’impostazione del terzo congresso è qui riproposta in condizioni nuove.
Qualsiasi caratterizzazione dell’apparato Ds come organica agenzia delle classi dominanti all’interno delle classi subalterne è totalmente assente. Le due sinistre sono rappresentate semplicemente nella loro diversità, non nella loro opposta funzionalità di classe. E il compito indicato ai comunisti non è quello di lottare per dissolvere l’egemonia dei Ds tra le masse nella prospettiva di una propria egemonia alternativa (e quindi di una nuova direzione politica del movimento operaio) bensì quello di riconquistare un confronto con l’apparato Ds per rompere l’incomunicabilità; rimpinguando nel frattempo di assessori comunisti le giunte locali ovunque possibile e offrendo i nostri voti per un Presidente della Repubblica di centrosinistra.
Lo stesso tema dell’Uunità subisce dunque un capovolgimento di segno: non si tratta della possibile tattica della sfida unitaria ai Ds a partire dalle lotte e su contenuti di classe, che a certe condizioni può essere utile per allargare la nostra influenza presso la sua base di massa a scapito della sua burocrazia dirigente; si tratta, al contrario, di una tentata riconquista del rapporto di dialogo con quella burocrazia dirigente sul suo stesso terreno (vedi giunte) utilizzando contrattualmente i propri voti parlamentari o i propri legami di massa.
Del resto: se la prospettiva è il reinserimento in maggioranza al posto dell’Udr non è questo un passaggio obbligato?
Alternativa al neoliberismo o alternativa al capitalismo?
L’intera prospettiva politica proposta si salda peraltro a un chiaro ancoraggio strategico. Che non solo non è rinviato, come formalmente si afferma, ma è anzi esplicitato in forma più chiara che in precedenza. Si tratta dell’obiettivo di un’alternativa di società, come viene titolata la stessa mozione congressuale.
L’espressione, che attinge dal vocabolario della sinistra del partito, è sicuramente nobile e impegnativa. E proprio per questo suscita un’aspettativa corrispondente: qual’è, nel concreto, l’alternativa di società proposta dalla maggioranza dirigente del Prc?
Se si ricerca il profilo di un’alternativa anticapitalistica, la delusione è obbligata: il testo rinvia come sempre agli anni futuri persino l’avvio della definizione del programma fondamentale del partito, ignora e rimuove l’intera problematica della proprietà, del potere, della transizione, e quindi l’intera tematica complessa della Rifondazione comunista oggi. Rinvia di riflesso anche solo una prima articolazione di un programma anticapitalistico nelle attuali condizioni storiche dell’Italia.
L’alternativa di società, che viene evocata, assume invece un altro profilo: quello di un’alternativa al liberismo e alla modernizzazione capitalistica, intesa come forma possibile dellalternativa oggi, come obiettivo realistico di fase.
Il suo programma è così indicato: combinare una politica di spesa pubblica di tipo neokeynesiano con l’introduzione di elementi di modificazione concreta del modello di sviluppo grazie a un intervento di indirizzo e di controllo dello Stato e di intervento pubblico orientato verso settori innovativi, legati alla produzione dei beni di pubblica utilità, anziché di merci tradizionali.
La riprova della sua realistica praticabilità è indicata altrettanto chiaramente: l’esperienza del governo delle sinistre francesi che pur agendo entro i rapporti di produzione capitalistici, vuole immettere nell’attuale società un robusto innesto di riforme per evitare le conseguenze sociali delle politiche liberiste, delle logiche di mercato e di liquidazione dello stato sociale. L’opposizione nostra per un’alternativa di società si collega alle esperienze anche di governi che nel quadro europeo, conducono una critica e una lotta al liberismo.
La chiarezza è davvero inequivoca. Ma proprio per questo obiettivamente impietosa. Una volta che la evocazione dell’alternativa al liberismo in ambito capitalistico passa dalla poesia alla prosa uccide ogni sua capacità suggestiva. Ed anzi rivela contro il suo presunto realismo, il proprio carattere utopico e ideologico.
E’ legittimo cercare di piegare i fatti alla teoria, ma è difficile sottrarsi alla loro vendetta ostinata. I fatti ci dicono che il keynesismo di Jospin è la veste ideologica di un liberismo temperato; che il supposto intervento di indirizzo e controllo dello Stato si è risolto nel record delle privatizzazioni, rispetto agli stessi governi precedenti di centrodestra; che la polemica antiliberista si è risolta nell’espansione concertata della flessibilizzazione del lavoro, con un incremento straordinario dello stesso lavoro interinale; che la difesa dello stato sociale si è risolta nel rilancio del progetto di riforma a capitalizzazione delle pensioni su cui era inciampato il centrodestra Juppé.
Del resto: vorrà pur dire qualcosa il dilagare del disincanto in Francia, le prime importanti reazioni di lotta contro Jospin dei lavoratori dei trasporti, dei disoccupati, degli studenti, dello stesso sindacato dei pensionati? Vorrà pur dire qualcosa l’arretramento elettorale pesante della socialdemocrazia francese alle elezioni regionali a fronte della significativa ascesa di una sinistra rivoluzionaria di opposizione a Jospin, oggi accreditata di un 6% delle intenzioni di voto? Vorrà pur dire qualcosa la crisi profonda che investe il Pcf al governo con il rafforzamento progressivo della sua opposizione interna di sinistra, dall’inizio ostile all’ingresso nell’esecutivo?
Siamo davvero al paradosso: In Francia persino la stampa amica (le Monde) parla di crisi del profilo riformatore del governo al punto che la vignettistica giunge ad accostare Jospin a Juppé; in Italia la maggioranza dirigente del Prc assume il governo Jospin come modello di riferimento in Europa e metafora di una possibile alternativa di società.
Il senso stesso di una politica comunista viene così capovolto. Invece che trarre spunto dall’esperienza europea per aiutare le masse e la loro stessa avanguardia a superare ogni illusione keynesiana a favore di un programma anticapitalistico, si avalla il mito del neokeynesismo, creando un nuovo ostacolo sul terreno della maturazione anticapitalistica della coscienza di massa. Invece che assumere e preservare l’esperienza in corso delle socialdemocrazie di governo come ennesima riprova della crisi storica del riformismo, la si assume come dimostrazione della sua praticabilità. Invece che incoraggiare le prime lotte di massa contro i governi socialdemocratici in Europa, si indicano quei governi come esempio per il centrosinistra italiano; invece che dialetizzarsi ed aprirsi alla sinistra rivoluzionaria francese ed europea e alle forze di opposizione di classe nella difficile costruzione di un’altra direzione politica del movimento operaio in Europa, si assume a riferimento la socialdemocrazia, ignorando la realtà della sua politica e ritagliandosi un semplice ruolo di pressione su di essa.
E tutto questo in nome di cosa?
Dal punto di vista teorico, in nome dell’ennesima riproposizione e ricerca di una soluzione di governo intermedia e riformistica, da sempre fallimentare e tanto più utopica oggi nell’epoca di crisi: un miraggio ideologico che conduce i comunisti nella pratica alla ciclica subordinazione a governi borghesi controriformatori.
Dal punto di vista politico, in nome della promozione e ricerca di un equilibrio più avanzato del centrosinistra italiano che consenta al Prc una rinegoziazione di governo, a partire dalla riapertura di un confronto coi Ds.
E, ancora una volta, non è la teoria a ispirare la politica ma la politica a forgiare la teoria: non è il miraggio di un’alternativa riformista di società a guidare la ricerca di un recupero di rapporto col centrosinistra e la moltiplicazione degli assessori; è la pulsione politica istituzionale e governista a costruirsi, in una classica operazione ideologica, la propria giustificazione riformistica in sede teorica e intellettuale.
Ma proprio questo incastro tra politica e teoria dimostra a chi vuole vedere che la rifondazione non è rinviata ma rimossa, e che può essere rilanciata solo in alternativa alla proposta avanzata dalla maggioranza dirigente.