Il Centrosinistra attraversa una crisi profonda che segna lo
sfondo delle imminenti elezioni politiche. Una crisi che affonda le proprie
radici nella crisi del blocco sociale che ha costituito il supporto dell’Ulivo.
Il cuore del grande capitale e dei
poteri forti della società continua a gravitare attorno al Centrosinistra, in
continuità con l’intero corso della legislatura. Ma è maturata una reale crisi
di egemonia della grande impresa su ampi settori di piccola e media borghesia,
in particolare nell’industria e nel commercio; e soprattutto il marchio del
capitale finanziario sulle politiche sociali dei propri governi dal ’96 ad oggi
ha provocato un processo di progressivo distacco di settori rilevanti di lavoro
dipendente ripiegati nell’astensione elettorale e nella demotivazione politica.
Questa crisi del blocco sociale del Centrosinistra è il vero punto di forza del
Centrodestra: che ha rinsaldato la propria egemonia reazionaria sulla piccola e
media borghesia industriale (lungo l’asse Nord-Est – Sud), sulle corporazioni
delle libere professioni, sulla Confagricoltura, ricomponendo attorno a sé un
blocco vincente nella società, seppur segnato da numerose contraddizioni.
Le forze decisive dell’Ulivo
reagiscono alla crisi su due piani complementari e di fondo, ben al di là delle
operazioni micro-redistributive della Finanziaria, della politica d’immagine,
della stessa scadenza elettorale.
Sul piano economico-sociale
lavorano a consolidare il rapporto privilegiato col grande capitale, sia con
l’azione di rappresentanza dei propri tradizionali committenti (v. Banche
usuraie), sia col tentativo di acquisire rappresentanza e controllo dei nuovi
poteri emergenti (settori privatizzati, municipalizzate, informatica) per ricomporre
un quadro unitario del blocco dominante e prevenirne possibili smottamenti dopo
l’annunciata vittoria del Centrodestra.
Sul piano politico, le principali
forze dell’Ulivo lavorano alla parallela ricomposizione della rappresentanza
centrale della borghesia italiana, in direzione del cosiddetto partito
democratico. Il grosso dell’apparato DS, in particolare, rompendo con il ruolo
tradizionale di socialdemocrazia, si candida a rappresentanza diretta della
grande borghesia, dei suoi interessi materiali, delle sue esigenze politiche.
La Fondazione Italiani-Europei guidata da Massimo D’Alema e sostenuta da Tronchetti Provera e
Colaninno è espressione evidente di questo processo. Un processo che alimenta
una forte dinamica conflittuale, potenzialmente distruttiva, all’interno
dell’apparato DS, e che accentua, per effetti diretti e indiretti, i processi
di disorientamento e passivizzazione politica di rilevanti settori di base del
partito.
Su ogni piano, nulla è più lontano
dalle preoccupazioni del Centrosinistra borghese che le preoccupazioni e le
esigenze delle classi subalterne. Persino nel momento della crisi della
coalizione e della sua probabile sconfitta.
Il bilancio conclusivo della
legislatura interroga le scelte che il nostro partito ha compiuto. Non solo
rivela l’obiettivo fallimento di ogni linea di condizionamento riformatore
dell’Ulivo, perseguita anche dall’opposizione (coi quattordici accordi
regionali di governo col CS), ma soprattutto misura le gravi responsabilità che
ci siamo assunti sostenendo direttamente, per metà legislatura, il governo di
CS, per di più nel passaggio strategico del varo della moneta unica e della
massima offensiva anti-popolare (record delle privatizzazioni in Europa nel
’97; varo del “pacchetto Treu”; tagli massicci della spesa pubblica per
centomila mld; campi di detenzione per gli immigrati…). Il bilancio di quella
stagione, sinora rimosso, si conferma tanto più oggi, a fine legislatura, come
necessità della rifondazione comunista: al fine di determinare, dall’opposizione,
una svolta strategica di fondo del PRC.
Il CPN assume la rivendicazione
dell’indipendenza del movimento operaio dalla borghesia, della sua rottura di
classe con le forze borghesi, sulla base di un programma anticapitalistico di
mobilitazione, quale proposta centrale del partito: una proposta rivolta alle
masse lavoratrici e a tutte le loro espressioni politiche e sindacali; una
proposta incorporata, parallelamente, alla costruzione del partito comunista
tra le masse entro una battaglia aperta per l’egemonia.
Sul piano sociale, i sintomi
preziosi di “disgelo” che si vanno producendo contro le politiche dominanti
(dalle lotte degli insegnanti alla vicenda Zanussi fino agli scioperi FIAT)
ripropongono l’esigenza di un intervento di ricomposizione unitaria del blocco
sociale alternativo attorno a una proposta di vertenza generale del mondo del
lavoro e dei disoccupati incentrata sulla rivendicazione di forti aumenti
salariali; della riduzione dell’orario di lavoro senza contropartite di
flessibilità e di finanziamento alle imprese, congiunta alla lotta allo
straordinario; di un vero salario garantito ai disoccupati in cerca di lavoro,
realmente alternativo ad ogni forma di precarizzazione; di un salario minimo
garantito intercategoriale; dell’abolizione del “pacchetto Treu” con
l’assunzione di tutti i precari come lavoratori a tempo indeterminato. E’ al
contempo necessario costruire l’unità di lotta tra lavoratori italiani e
immigrati attorno a comuni obiettivi sociali. Peraltro solo un’autentica esplosione
di radicalità sociale, nel segno della rottura con la collaborazione di classe,
può ribaltare i rapporti di forza, incrinare il blocco sociale delle destre,
scompaginare lo scenario politico.
Parallelamente, sul piano
politico, va sviluppata con coerenza la rivendicazione della rottura col centro
borghese, in tutte le sue espressioni. Non in direzione di una sinistra plurale
a vocazione governista, basata su un blocco politico col grosso dell’apparato
DS (ciò che riproporrebbe verso i DS quella illusione di “condizionamento” e
“contaminazione” che già è fallita verso il CS). Ma in direzione di un polo
autonomo di classe, alternativo a tutte le forze del centro, siano esse
tradizionali, siano esse espressione della maggioranza liberale dell’apparato
DS. Peraltro solo la rottura del movimento operaio con le forze politiche del
centro può creare le condizioni politiche di un ampio dispiegamento della
ripresa di mobilitazione di massa.
In coerenza con questa
impostazione politica, il CPN orienta le scelte elettorali del partito in
direzione di una collocazione pienamente autonoma e alternativa ai due poli
borghesi di alternanza. In ordine alle imminenti elezioni amministrative, che
coinvolgono anche grandi città, il CPN orienta il partito alla presentazione indipendente
delle liste comuniste e di classe e dei relativi candidati sindaci in
alternativa al Centrodestra e al Centrosinistra: in particolare respinge
ipotesi di apparentamento di governo col CS sia al primo che al secondo turno
elettorale preservando o affermando la collocazione del partito
all’opposizione.
Sul terreno centrale delle
elezioni politiche nazionali il CPN respinge ogni forma di accordo, diretto o
indiretto, col CS ed ogni forma di rinuncia alla contrapposizione ad esso (v.
la non belligeranza alla Camera). La non belligeranza col CS sarebbe
apertamente contraddittoria con la rivendicazione della rottura col centro
borghese e dell’autonomia di classe del movimento operaio. Tanto più a fronte
del legame profondo del CS con i poteri forti del capitale finanziario e delle
politiche liberiste di guerra condotte dai governi di CS in questa legislatura.
Una non belligeranza verso il Centrosinistra del capitale sarebbe in
contraddizione profonda non solo con una prospettiva anti-capitalistica ma con
la stessa azione di opposizione di classe sul piano sociale. Peraltro le più
recenti vicende politiche relative al sostegno alle banche usuraie e allo
scandalo dell’uranio impoverito indeboliscono ancor più la stessa credibilità
della non belligeranza verso il Centrosinistra.
Il CPN pertanto, in coerenza con
la prospettiva del polo autonomo di classe,
decide:
a) la
presentazione dei candidati comunisti, sia sul livello proporzionale, sia sul
livello maggioritario e alla Camera e al Senato, in aperta contrapposizione ai
candidati di CD e CS. Ciò significa una presenza alternativa di candidati
comunisti nei collegi di fronte ad ogni candidato di centro, sia esso di centro
borghese tradizionale, sia esso espressione della maggioranza dell’apparato DS.
Eccezioni possono essere realizzate in collegi a massimo rischio solo di fronte
a candidati riconoscibili della sinistra critica e del movimento operaio,
ovviamente privi di incarichi di governo. Ma sempre all’interno di un quadro
complessivo di contrapposizione chiara e netta ai due poli borghesi di
alternanza e proprio nel segno della rottura col centro.
b) la
presentazione del compagno Fausto Bertinotti come candidato premier in
contrapposizione a Berlusconi e Rutelli (come eventualmente a Di Pietro e D’Antoni)
quale unica espressione politica del mondo del lavoro e dei disoccupati e dei
loro interessi indipendenti. Una scelta che consente oltretutto al partito una
notevole estensione degli spazi di comunicazione di massa e di argomentazione
delle proprie posizioni generali.
Il CPN sancisce un criterio
politico democratico e pluralistico nella composizione della futura
rappresentanza istituzionale del partito, rettificando la scelta operata dalla
Direzione nazionale di esclusione della minoranza congressuale.
Il CPN avanza parallelamente come
base di riferimento della battaglia generale per un polo autonomo di classe una
nuova proposta programmatica del PRC. Non più una proposta rivolta
all’interlocuzione negoziale col CS, ma rivolta invece apertamente alle masse
lavoratrici. Non più una proposta riformistica, tanto minimale quanto utopica e
irrealistica, ma una proposta che colleghi i temi rivendicativi della vertenza
generale e le rivendicazioni immediate con la prospettiva anticapitalistica
complessiva, quale unica risposta di fondo alla crisi della società borghese e
alle esigenze più profonde delle masse. Ogni tema e scandalo della società
borghese; ogni caso manifesto di
oppressione e irrazionalità capitalistica sul terreno sociale, ambientale, di
civiltà, va incorporato sistematicamente alla rivendicazione del controllo dei
lavoratori e delle lavoratrici, della rottura dei rapporti capitalistici di
proprietà, di una nuova organizzazione razionale della società umana: in
definitiva del socialismo quale unica vera alternativa possibile. I casi
abnormi dell’inquinamento alimentare (mucca pazza), del fallimento del vertice
dell’Aja sul controllo dei gas inquinanti, della pratica usuraia delle banche
protetta dal governo borghese, della guerra dell’uranio impoverito coperta
dall’ipocrisia di governi e caste militari, della diffusione della criminalità
borghese e del suo intreccio inestricabile con il capitale finanziario,
indicano, su piani diversi e complementari, l’attualità dell’alternativa
socialista; non come soluzione ideologica ma come necessità pratica di risposta
a nodi e problemi quotidiani, ben presenti nell’osservatorio delle masse e
altrimenti insolubili. Parallelamente l’articolazione transitoria del programma
anticapitalistico va assunta come base d’azione e di proposta del nostro
partito nell’importantissimo movimento cosiddetto “antiglobalizzazione”
accompagnando l’inserimento profondo nel movimento e nella sua inziativa con
un’aperta battaglia di egemonia anticapitalistica contro posizioni neoriformistiche
in esso presenti.
La svolta politica e programmatica
proposta si connette strettamente allo sviluppo, a dieci anni dalla nascita del
partito, di una coerente rifondazione comunista e rivoluzionaria. Ciò che
significa una ricollocazione del progetto del partito entro un bilancio
complessivo del Novecento. L’esigenza di una rottura con lo stalinismo e la sua
pagina buia, giustamente sollevata nella manifestazione di Livorno, non può
limitarsi ad un annuncio di immagine, né può ridursi alla denuncia più
esplicita dei crimini staliniani, che pur è centrale. E’ necessario indagare il
cuore della svolta politica e strategica introdotta dallo stalinismo nel
movimento comunista internazionale a partire dalla metà degli anni Trenta con
l’abbandono del principio dell’autonomia di classe in nome della teoria e della
pratica delle coalizioni con la cosiddetta borghesia democratica. Una denuncia
dello stalinismo che rimuovesse questo punto decisivo o che addirittura
riconducesse, all’opposto, il fondamento genetico dello stalinismo alla stessa
tematica del potere proletario e della sua conquista rappresenterebbe, al di là
delle intenzioni, una negazione profonda della ricerca stessa della
rifondazione rivoluzionaria.
Viceversa il recupero e l’aggiornamento
delle connessione centrale tra autonomia di classe e prospettiva
rivoluzionaria, proprio dell’esperienza e del pensiero di Marx, Lenin,
Luxemburg, Trotskij e Gramsci può e deve essere assunto come nuovo quadro di
confronto e di riferimento della rifondazione comunista, della sua
ricollocazione politica e strategica nel campo nazionale e internazionale.
Roma, 4 febbraio 2001
MARCO FERRANDO, IVANA AGLIETTI, VITO BISCEGLIE,
ANNA CEPRANO, FRANCO GRISOLIA, LUIGI IZZO, MATTEO MALERBA, FRANCESCO RICCI, MICHELE TERRA