Conferenza dei
lavoratori e delle lavoratrici del Prc
PER LA COSTRUZIONE DEL
PRC TRA I LAVORATORI E LE LAVORATRICI
COME PARTITO COMUNISTA E
DI CLASSE
contributo di Marco
Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci
(della Direzione
nazionale PRC)
La conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici del PRC deve
segnare una svolta nella politica del nostro partito all'interno del movimento
operaio. Una svolta dettata da una prospettiva nuova: la costruzione del PRC
come partito autonomo di classe, impegnato a lottare per una nuova direzione,
politica e sindacale, del movimento dei lavoratori, sulla base di un programma
coerentemente anticapitalistico per un'alternativa di sistema.
PER UNA NUOVA DIREZIONE POLITICA DEL MOVIMENTO
OPERAIO
La necessità di una lotta strategica per una nuova direzione
politica autonoma e di classe del movimento operaio è comprovata dall'intera
esperienza del movimento operaio italiano. Negli ultimi decenni tutte le scelte
di fondo delle direzioni politiche maggioritarie del movimento operaio hanno
subordinato a sé gli orientamenti del movimento sindacale e hanno fortemente
condizionato gli esiti delle stesse dinamiche della lotta di classe. Negli anni
'70 fu la politica del compromesso storico sotto la direzione Berlinguer, nel segno
della maggioranza di governo con la rappresentanza centrale della borghesia
italiana, a determinare la svolta sindacale dell'EUR in totale collisione con
le domande sociali e la dinamica di classe sprigionatasi dall'autunno caldo: e
proprio il traumatico arresto dell'ascesa del movimento operaio innescò quella
parabola del riflusso entro cui si inserirà la vendetta di classe del padronato
a partire dall'ottobre '80 alla FIAT, con un profondo ribaltamento dei rapporti
di forza sociali. Così negli anni '90 fu la rapida scalata della burocrazia PDS
al governo del capitale a dettare la svolta sindacale degli accordi distruttivi
del 92 e 93 (accordi di luglio), a spezzare le riprese di lotta del '92 e
soprattutto del '94 contro Berlusconi, a garantire al padronato sotto tutti i
governi dell'Ulivo la più straordinaria pace sociale degli ultimi trent'anni a
fronte della più pesante offensiva antioperaia degli ultimi trent'anni.
E' dunque del tutto illusoria ogni ipotesi di aggiramento del nodo
della rappresentanza e direzione politica della classe lavoratrice in nome di
logiche tradeunionistiche e di movimento. Non c'è autonomia di classe del
movimento operaio sul terreno sindacale e di lotta senza autonomia di classe
sul piano politico. Per questo la lotta per la dissoluzione dell'influenza D.S.
nel movimento operaio, per una egemonia politica alternativa tra le masse va
assunto come elemento centrale della politica comunista incorporato alla nostra
stessa azione sindacale (tanto più nel momento in cui la burocrazia liberale
maggioritaria dei DS rompe anche con la tradizione socialdemocratica tendendo a
trasformarsi, come apparato, in una rappresentanza diretta della grande
borghesia).
Senza una nuova direzione, infatti, anche i più grandi movimenti
di massa finiscono con l’essere contenuti, deviati, dissolti e magari “usati”
per ragioni estranee alle loro motivazioni di classe: è l’esperienza amara
dell’autunno del ‘94. Senza una nuova direzione, un nuovo punto di riferimento,
una nuova proposta, oggi si cronicizzano e si aggravano tutte le difficoltà
esistenti sullo stesso terreno di una possibile ripresa del movimento di massa.
NO AL "POLITICISMO": PER UNA
CONNESSIONE STRINGENTE TRA SCELTE POLITICO/ISTITUZIONALI E RAGIONI DI CLASSE
Ma la costruzione del PRC come partito autonomo di classe che si
candida all'egemonia alternativa tra le masse, implica una coerenza stringente
tra le scelte di classe sul piano sociale e le scelte politico-istituzionali
dei comunisti. Contro ogni deteriore politicismo va combattuta l'idea della
separatezza delle scelte istituzionali: ogni scelta politica e istituzionale
del partito è, obiettivamente, una scelta di classe, nel senso che definisce
una collocazione obiettiva nello scontro sociale fra le classi. Per questo la
collocazione all'opposizione delle classi dominanti sul piano sociale comporta,
ad ogni livello, la collocazione politica alternativa del PRC rispetto alle
rappresentanze politiche e di governo di quelle classi. E questo non
semplicemente negli interessi dei comunisti ma nell'interesse generale del
movimento operaio.
La necessità di questa svolta strategica è suggerita dalla stessa
esperienza drammatica di questi anni. L'esperienza del nostro sostegno al
governo Prodi nei due anni decisivi della transizione italiana nell'Europa di
Maastricht è stata obiettivamente devastante. Al punto che la stessa nostra
opposizione di oggi è chiamata a contrastare, entro rapporti di forza sociali e
politici profondamente deteriorati, gli effetti duraturi di politiche, leggi e
misure che il PRC ha votato in quegli anni decisivi. Basti pensare al
"pacchetto Treu" e alla piaga del lavoro interinale ormai dilagante
nei servizi, nell'industria, nello stesso pubblico impiego. Questa esperienza
non può essere allora rimossa, tanto più a bilancio conclusivo della
legislatura e della stessa precedente Conferenza dei lavoratori. Essa dimostra
una volta di più che la collocazione all'opposizione degli schieramenti
politici dominanti, sia di Centrodestra sia di Centrosinistra, non può essere
concepita e vissuta come "stato di necessità" temporaneo, ma va
razionalizzata come scelta strategica di fondo. Il nostro partito può
costruirsi come rappresentanza degli interessi di classe solo opponendosi
strategicamente ai governi delle classi dominanti, incarnati oggi dal
Centrosinistra liberale. Da qui la necessità di recuperare una coerente
collocazione di opposizione anche sul terreno locale, a partire dalle Regione e
dalle grandi città, dove ci troviamo a gestire e calmierare quelle stesse
politiche liberiste che oggi contrastiamo sul piano nazionale. Da qui anche la
necessità di una scelta chiara, inequivoca, coerente, in occasione delle
imminenti elezioni politiche generali ove il nostro partito può e deve tradurre
l'autonomia di classe nella presentazione pienamente autonoma e alternativa a
Centrodestra e Centrosinistra con la candidatura a premier di Fausto Bertinotti
in contrapposizione a Rutelli e Berlusconi. Perché sarebbe singolare, tanto più
a bilancio di una legislatura violentemente antioperaia e di guerra, combinare
la belligeranza dell'opposizione sociale con la non belligeranza verso lo
schieramento di governo del grande capitale.
Al tempo stesso il PRC non può limitarsi a rappresentare le
ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici sul terreno istituzionale in una
logica prevalentemente elettoralistica.
Deve porsi e costruirsi come strumento di loro orientamento
politico sul terreno delle lotte e del movimento. La stessa collocazione
all'opposizione del PRC va apertamente investita nella ricostruzione
dell'opposizione di massa alle politiche dominanti. A partire da una
razionalizzazione di fondo: solo un'autentica esplosione di radicalità di
classe può ribaltare i rapporti di forza sul piano sociale, incidere sulle
contraddizioni del blocco sociale delle destre (come già nell'autunno del '94),
smuovere lo scenario politico. E viceversa senza questa svolta tutte le attuali
difficoltà del movimento operaio tenderanno a cronicizzarsi ed aggravarsi, sia
sul piano sociale sia sul piano politico generale.
PREPARARE LE CONDIZIONI DEL MOVIMENTO, NON
INVOCARLO
Sviluppare e ricomporre un movimento di massa contro le politiche
dominanti è compito complesso: tanto più dopo l’ulteriore degrado della
situazione sociale degli ultimi anni.
Ma proprio la difficoltà della situazione sociale e in essa la
nostra difficoltà, richiedono una svolta chiara, di impostazione analitica e
politica.
Innanzitutto vanno respinte esplicitamente, senza equivoci, le
teorie ciclicamente riemergenti in fasi di riflusso, circa il tramonto della
centralità di classe. Le potenzialità di lotta della classe lavoratrice e delle
masse, nonostante le sconfitte e gli arretramenti subiti, sono immense. La
crisi capitalistica certo rimodella i blocchi sociali ma ripropone al contempo,
su basi ancora più ampie, tutte le condizioni materiali della lotta di classe e
del conflitto, nel mondo e nella stessa Europa.
I grandi processi di proletarizzazione che investono gli stessi
paesi imperialisti accumulano nuove fascine sul terreno sociale. Non a caso la
vicenda europea degli anni Novanta, entro una dinamica di brusche svolte, ha
visto ricorrenti esplosioni sociali come nel ‘94 in Italia, nel dicembre ‘95 in
Francia, nei mesi scorsi in Danimarca e in Grecia, spesso con basi di massa
ancor più estese che in cicli precedenti della lotta di classe.
Le condizioni materiali di un’esplosione sociale in Italia sono
dunque ben presenti nella situazione del paese. E ne sono infatti coscienti le
classi dominanti che proprio per questo puntano ad un equilibrio politico
(centrosinistra) e ad una strategia avvolgente (patto sociale) funzionali a
prevenire e disinnescare quelle potenzialità.. Il primo compito dell’opposizione
comunista è allora quello di lavorare a ricostruire nel movimento operaio e tra
le masse la consapevolezza e fiducia nelle proprie possibilità di resistenza e
controffensiva verso le politiche dominanti, contrastando le vaste tendenze,
oggi dominanti, alla demoralizzazione e al ripiegamento passivo.
Al tempo stesso l’esperienza ci mostra che un movimento di massa
non decolla per decisione di partito, ma si innesca nella concretezza
imprevedibile dello scontro sociale e politico di classe.
La funzione del Prc non è allora quella di invocare il movimento o
di illudersi di surrogarlo con proprie iniziative di partito. Ma è quella di
lavorare pazientemente e capillarmente tra le masse per favorire le condizioni
di innesco di un’ampia radicalizzazione sociale nel segno della ricomposizione
di un blocco anticapitalistico.
E’ essenziale a questo fine sviluppare l’inserimento attivo del
nostro partito in ogni ambito di massa, in ogni realtà di movimento, in ogni
piega di conflitto per quanto limitato e parziale possa essere, assumendoci la
responsabilità di nostre indicazioni e proposte in rapporto diretto con le
esigenze concrete di ogni settore del proletariato e delle masse oppresse. Ma
parallelamente abbiamo la necessità di lavorare in una logica unificante tesa a
ricomporre l’unità di lotta dei diversi soggetti del blocco sociale alternativo
contro i processi di arretramento e disgregazione.
PER UNA VERTENZA GENERALE DEL MONDO DEL LAVORO E
DEI DISOCCUPATI
Sotto questo profilo è necessario che il nostro Partito avanzi una
sua proposta rivendicativa di fase per la ricomposizione del blocco sociale.
Questa proposta non può essere la somma astratta degli obiettivi programmatici
del partito, né può ridursi alla pur giusta rivendicazione delle 35 ore. Deve
invece rispondere alla complessa articolazione del blocco alternativo e
all’esigenza di una sua riunificazione oggi: la riunificazione del lavoratore
che pratica lo straordinario, del lavoratore precario e flessibile, del
disoccupato e del giovane senza lavoro.
Questa esigenza di unificazione non passa per l’affidamento a una
pura logica sindacale e categoriale. E non è realizzabile nel rispetto delle
compatibilità del capitalismo in crisi e del “patto di stabilità”.. Passa
invece per lo sviluppo di una vertenza generale del mondo del lavoro, dei
giovani e dei disoccupati attorno a una piattaforma comune basata interamente
sulle esigenze delle classi subalterne. Nell’attuale situazione, solo una
vertenza generale su una piattaforma comune, può unire le forze esistenti,
sottrarle alla dinamica di frantumazione e sconfitta in ordine sparso,
innescare una ripresa reale di mobilitazione e ricomposizione del fronte
alternativo. Il Prc può e deve dunque avanzare apertamente questa proposta accompagnandola
con gli obiettivi seguenti:
- un reale recupero salariale attraverso un significativo aumento
uguale per tutti, che assuma l'indicazione delle 500 mila lire di incremento
oggi avanzata da un settore d'avanguardia dei lavoratori della scuola;
- la riduzione immediata e generalizzata dell’orario di lavoro a
parità di salario a 35 ore settimanali, senza flessibilità ed annualizzazione,
senza finanziamento ai padroni e a spese dei profitti, con una drastica
limitazione del lavoro straordinario;
- la trasformazione di tutti i contratti atipici e particolari in
contratti a tempo pieno e indeterminato: la battaglia per l'abolizione del
"pacchetto Treu" va assunta, in questo senso, come battaglia centrale
del partito;
- un dignitoso salario sociale garantito ai disoccupati, pari al
70% del salario garantito, corrispondente a un milione e quattrocentomila lire
mensili;
- il riconoscimento e l’estensione dei diritti sindacali a tutti i
lavoratori subordinati, indipendentemente dal tipo di contratto e dalla
dimensione dell’impresa (con la rivendicazione di un salario minimo garantito
di due milioni netti al mese).
Questa piattaforma naturalmente, può e deve essere articolata in
forme diverse nei diversi luoghi sociali di intervento. Ma può costituire il
punto di riferimento unificante per il lavoro di massa del partito nei
movimenti di lotta, nelle organizzazioni di massa, sul territorio superando in
avanti le frequenti tendenze settorialiste o localiste. Indipendentemente dai
risultati immediati questo lavoro di massa per la vertenza generale, può
rappresentare un lavoro preparatorio prezioso per lo sviluppo e l’orientamento
del movimento futuro.
PER UN’UNIONE NAZIONALE DEI DISOCCUPATI, PER IL
SALARIO SOCIALE
E' importante un intervento finalizzato del partito nell’attuale
movimento dei disoccupati, oggi frammentato e diviso. Va superata anche qui una
logica di puro sostegno e solidarietà, o di mediazione tra movimento e
istituzioni. Il Prc deve avanzare proposte precise di costruzione e indirizzo di
un movimento unitario dei disoccupati come soggetto vertenziale e di lotta
contro il governo.
Intanto è essenziale una proposta di unificazione organizzativa
dei disoccupati con la prospettiva di un’“Unione nazionale” democraticamente
costituita e rappresentativa. Un’assemblea nazionale a Napoli delle strutture e
dei comitati dei disoccupati, opportunamente preparata e costruita, può essere
un primo passo in questa direzione.
In secondo luogo è essenziale la proposta rivendicativa. Una
particolare rilevanza assume in questo ambito la rivendicazione del salario
sociale per i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno unificante di
mobilitazione e di lotta a partire dal Mezzogiorno.
E’ importante che il PRC abbia oggi assunto formalmente la
tematica del salario sociale, superando finalmente il rifiuto frapposto per
lungo tempo, sia al III che al IV Congresso a questa rivendicazione elementare.
Ma essa, una volta assunta, va coerentemente sviluppata nella logica sua
propria liberandola da ogni condizionamento compromissorio della vecchia
impostazione. Non si può conciliare la rivendicazione del salario sociale con
la richiesta del lavoro minimo garantito (come nella proposta di legge oggi
avanzata dal PRC). Il lavoro "minimo" - flessibile, precario, a termine
- è oggi "garantito" dal capiitalismo e dalle politiche del lavoro
della classe dominante, a tutto vantaggio dei profitti e a tutto danno della
classe lavoratrice. Salario sociale ai disoccupati significa, all'opposto, dare
ai disoccupati un'arma di lotta contro il lavoro "minimo"; un'arma di
resistenza al ricatto della scelta tra disoccupazione e supersfruttamento;
un'arma finalizzata alla battaglia per il lavoro vero, stabile e qualificato,
in convergenza con l'interesse generale della classe e nella logica della sua
ricomposizione. Peraltro il mantenimento di un'impostazione compromissoria tra
salario sociale e lavoro minimo se da un lato può forse incontrare
l'interessata apertura del Centrosinistra, dall'altro ci pone in contraddizione
con la stessa formulazione di salario sociale oggi avanzata dall'Assemblea dei
disoccupati europei e dal sindacalismo di classe continentale.
PER UNA COERENTE RIFONDAZIONE SINDACALE
La ricollocazione del partito all’opposizione deve combinarsi con
una svolta profonda della nostra politica sindacale.
Essenziale è innanzitutto un giudizio di fondo, chiaro e
inequivoco, sulla natura delle burocrazie sindacali, quali vere e proprie
agenzie della classe dominante all’interno del movimento operaio. La politica
di concertazione dei gruppi dirigenti confederali e segnatamente della Cgil non
rappresenta semplicemente una “politica sbagliata” o un “errore burocratico”,
per quanto gravi. Riflette la natura profonda degli apparati burocratici del
sindacato: un “ceto politico”, e una corrispondente struttura tramite i quali
il grande capitale esercita e perpetua il suo dominio di classe.
Il primo dovere del nostro partito è quindi quello di superare
l’ottica sino ad ora perseguita di “spostare a sinistra l’asse della Cgil”.
All’opposto il Prc è chiamato ad assumere come nuovo asse della propria
politica sindacale una lotta aperta per cacciare la burocrazia dal movimento
sindacale, a partire da un giudizio di “irriformabilità” delle strutture.
Ciò non esclude il lavoro dei comunisti nelle organizzazioni
tradizionali e segnatamente nella Cgil. Ma certo implica il completo abbandono
di ogni logica di pressione, fosse pure radicale, sulle burocrazie dirigenti, e
lo sviluppo di un’aperta opposizione di classe capace di sfidare le “regole”
dell’apparato sindacale e di configurarsi come riferimento autonomo per
l’insieme dei lavoratori/lavoratrici.
Sotto questo profilo, si impone un bilancio onesto dell’obiettivo
fallimento, in seno alla Cgil, sia dell’esperienza dell’Area programmatica dei
comunisti, sia di Alternativa sindacale: un bilancio tanto più necessario nel
momento dell'unificazione di queste due esperienze. .
La prima ha costituito un tentativo verticistico di approntare una
pura cinghia di trasmissione del Prc in Cgil, subordinata in particolare alle
mutevoli scelte del gruppo dirigente del partito e alle sue esigenze tattiche
nella negoziazione di governo: il sostegno attivo dell’Area Programmatica alle
finanziarie del governo Prodi ne è stato un riflesso.
Ma anche il gruppo dirigente di Alternativa sindacale non ha
avanzato realmente un’alternativa di classe alla politica della burocrazia: si
è invece chiusa in una logica di pressione, come “minoranza congressuale” sulla
base di un approccio sostanzialmente riformista allo scontro sociale in atto:
un approccio che trova oggi un riflesso -nell’adesione congiuntamente all'Area
dei comunisti- al programma del cosiddetto “Forum antiliberista”, basato su
un’impostazione neokeynesiana, oggi accettata purtroppo da un’area vasta del
sindacalismo di classe.
Gli errori e i gravissimi limiti di linea ed azione di entrambe le
aree di minoranza non sono quindi in nulla superati nel momento della loro
unificazione in "Lavoro e Società". Senza una correzione di
impostazione generale rischiano di perpetuarsi ed accentuarsi con il permanere
di un adattamento al quadro burocratico della confederazione.
Per questo se il quadro di
ricomposizione larga della sinistra sindacale in CGIL è in sé positivo, non
possiamo limitarci ad un atteggiamento di puro sostegno alla nuova
aggregazione, né tanto meno dobbiamo concepirla come tassello politico e
contrattuale della cosiddetta “sinistra plurale”: ciò che oltretutto ci
condurrebbe a una politica di pressione su Cofferati, di fatto subalterna sullo
stesso terreno sindacale. Dobbiamo invece assumere il quadro largo della nuova
aggregazione come terreno di battaglia per una svolta netta della sinistra
sindacale: per una sinistra sindacale che esca da una logica di puro
posizionamento d’apparato e si assuma apertamente responsabilità di lotta nel
rapporto con i lavoratori; per una sinistra sindacale che si candidi
all'egemonia sulla base di un programma d'azione antiburocratico e
anticapitalistico in aperta opposizione ai gruppi dirigenti; per una tendenza
che si organizzi realmente e democraticamente nei luoghi di lavoro e nelle
categorie e non solo nei gruppi dirigenti. Senza questa svolta radicale di
orientamento, la nuova sinistra CGIL finirebbe col percorrere vecchi sentieri,
già battuti e già falliti.
Parallelamente il PRC deve lavorare ad un collegamento costante,
nell'azione, tra la sinistra rifondata della CGIL e i compagni e le compagne
che sviluppano la propria azione nel sindacalismo extraconfederale di base.
Quest'ultimo si configura, ovviamente, come un quadro di
intervento molto più avanzato sul terreno degli obiettivi politico-sindacali.
Tuttavia su basi diverse è anch'esso segnato da limiti reali (che vanno oltre i
limiti della sua attuale influenza). Uno di questi è la tendenza alla
frammentazione unita alla presenza di forze (come il gruppo dirigente dell'RdB)
che, rappresentando gruppi politico-ideologici chiusi e senza grande base
reale, utilizzano in maniera non democratica il proprio controllo organizzativo
su strutture sindacali in funzione di operazioni politiche proprie.
Così costitituisce un limite la tendenza a vedere lo sviluppo
della rifondazione del sindacalismo di classe come processo lineare di sviluppo
progressivo delle "organizzazioni sindacali di base", aggirando il
problema delle grandi organizzazioni confederali (segnatemente della CGIL) e
della battaglia antiburocratica nel loro seno. Mentre la storia anche recente
dimostra che se da un lato esistono, nell'attuale situazione di disaffezione di
massa per la politica delle burocrazie, tentativi di costruzione di nuove
formazioni sindacali, dall'altro la tradizionale posizione comunista (leninista
in particolare) sulla erroneità di abbandonare i grandi "sindacati reazionari"
(Lenin) alle burocrazie filo-borghesi senza sviluppare una battaglia interna
per distruggerne l'egemonia sulla classe, conserva la sua sostanziale validità
e va mantenuta ed applicata in riferimento alla concreta situazione.
In questo quadro va salutato con grande favore il processo di
raggruppamento che si sta realizzando nel sindacalismo extraconfederale di base
tra S.In.Cobas, la Confederazione dei Cobas e S.d.B, accelerata dall'esperienza
centrale della lotta degli insegnanti. Questo processo permette anche di
superare a positivo le ambiguità dell'esperienza S.In.Cobas nata in parallelo a
quella dell'Area dei comunisti in funzione di battaglie essenzialmente
politiche contro settori critici rispetto all'alleanza del PRC con il
centrosinistra (maggioranza SLAI Cobas).
E' importante che questa esperienza di unificazione venga indicata
ad esempio per l'insieme del sindacalismo extraconfederale, al contempo
evitandone nuove utilizzazioni in funzione puramente politica (come passaggio
di aggregazione intorno alla Convenzione della "sinistra di
alternativa") che ne limiterebbero in questo quadro le potenzialità
rispetto all'azione nella lotta di classe (come è in parte avvenuto dopo il
grande sciopero degli insegnanti del 17 febbraio). E' importante che la nuova
struttura eviti poi ogni ipotesi di autosufficienza, considerandosi invece come
tassello di un progetto più ampio di rifondazione sindacale.
Il Prc non può illudersi di superare “per decreto” l’attuale
dislocazione dei militanti comunisti in diverse organizzazioni sindacali: è
questa una realtà sancita e “legittimata” sia dall’obiettiva complessità della
questione sindacale, sia dalla concreta vicenda del sindacalismo italiano, e
che solo lo sviluppo della lotta di classe e l’esperienza della lotta antiburocratica
potrà consentire di superare in avanti.
Il Prc può e deve invece, da subito, indicare l’asse generale di
proposta e le basi programmatiche che debbono unire i militanti sindacali
comunisti, siano essi collocati nel sindacato confederale o nella sinistra
extraconfederale.
L’asse generale che la Conferenza dei lavoratori e delle
lavoratrici avanza è la proposta della “costituente di un sindacato classista,
unitario, confederale, democratico e di massa”.
Con questa indicazione i comunisti si rivolgono all’insieme dei
lavoratori e delle lavoratrici perché si uniscano, sulle basi più larghe, in una
confederazione sindacale unitaria, fondata sulla democrazia dei lavoratori e
sulla difesa dei loro autonomi interessi, in rottura con le attuali burocrazie
dirigenti. Significa avanzare la prospettiva di una unità dal basso, a partire
da assemblee unitarie di iscritti (e non) nei luoghi di lavoro. Significa
contrapporre la prospettiva dell’unità dal basso a ipotesi di ricomposizione
burocratica dall’alto del movimento sindacale su basi ancor più subalterne.
Le forme di articolazione di questa proposta generale potranno
variare in rapporto allo sviluppo concreto della situazione. Ma essa assume
come riferimento centrale la lotta dei comunisti per l’egemonia sulle masse
politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una logica di
autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia da una logica di
subalternità agli attuali apparati sindacali.
In questa prospettiva di lavoro comune è necessario un
coordinamento dei militanti sindacali comunisti al di là delle diverse
appartenenze di sigla. Un coordinamento che deve porsi da ora come ambito
unificante del nostro dibattito sindacale, ai vari livelli territoriali e nei
diversi settori.
Parallelamente, sulla base della proposta della “costituente”,
dobbiamo lavorare al raggruppamento unitario di un settore più largo, che vada
al di là dei soli militanti comunisti, costruendo, nei luoghi di lavoro, ove
possibile, “comitati per la rifondazione sindacale”, che coinvolgano attivisti
sindacali di diversa appartenenza, e cerchino di configurarsi come punto di
riferimento per l’azione antipadronale e antiburocratica.
E' altresì necessario che il PRC favorisca il rilancio di un vero
coordinamento nazionale dei delegati RSU. Dopo le importanti (pur con molti
limiti) esperienze del passato, si è registrato, anche a causa
dell'atteggiamento del partito, un fortissimo ridimensionamento di questa
esperienza (a volte utilizzata da qualche settore interno al partito
prevalentemente per proprie specifiche battaglie politico-sindacali).
Il PRC deve impegnarsi fortemente per la rinascita di un vero
coordinamento permanente della sinistra larga degli eletti e delle elette delle
RSU su un programma immediato di natura classista. A queste condizioni esso può
diventare uno strumento importante di lotta antiburocratica e di rilancio del
movimento di massa.
Infine, pur considerando centrale la lotta nelle organizzazioni
sindacali, i comunisti debbono evitare qualsiasi tipo di formalismo. In
particolare, nei momenti di ascesa della lotta, sia generali che particolari, è
decisivo lavorare allo sviluppo di forme di autorganizzazione di massa, sia
nella forma di comitati di lotta, sia nella forma ben più elevata di strutture
elette e controllate democraticamente (comitati di sciopero, consigli). E’ in
definitiva in queste strutture, più che nelle organizzazioni sindacali, che si
giocherà la battaglia dei comunisti per la conquista della maggioranza.
OLTRE IL MINIMALISMO, PER UN PROGRAMMA
ANTICAPITALISTICO DEI COMUNISTI TRA LE MASSE
Il PRC come partito comunista non può limitare l'intervento
operaio, nei luoghi di lavoro e nelle organizzazioni di massa, a temi
rivendicativi immediati, sul terreno dei diritti e della "redistribuzione
della ricchezza". Deve invece collegare ogni rivendicazione immediata e
"redistributiva" alla prospettiva complessiva dell'alternativa
anticapitalistica. La questione della proprietà e del potere non può essere
solo enunciata: dev'essere posta al centro dell'elaborazione programmatica del
partito come filo conduttore dell'intervento dei comunisti nella classe
operaia.
In questi anni il nostro partito ha assunto come proprio orizzonte
programmatico d'intervento tra i lavoratori un orizzonte di riforma della
società capitalistica in direzione di un modello di sviluppo non liberista.
Ogni rivendicazione immediata dalla tassazione dei BOT alle 35 ore, ai diritti
dei lavoratori, è stata ricondotta a un programma di riforma assunto come
realistico ed anzi indicato come terreno fondante di un'alternativa di società
oggi "possibile", e di una "sinistra plurale" di governo
che la persegua. La rivendicazione della "Tobin Tax" per
un'"Europa sociale" è l'esemplificazione attuale di questa
impostazione programmatica.
Questa impostazione ad onta del suo presunto realismo, si è
rivelata nei fatti profondamente utopica e astratta. Immaginare una soluzione
riformistica complessiva, che sia ad un tempo compatibile col capitalismo e di
carattere "progressivo", significa nelle condizioni storiche
dell'oggi perseguire un'utopia. Lo riprovano le esperienze concretamente
vissute o osservate, in Italia e in Europa, negli anni '90. Dal versante del
governo, sotto Prodi come sotto Jospin, quel programma di riforme possibili si
è capovolto in una politica controriformatrice e in una pesante
corresponsabilizzazione dei comunisti alle politiche liberiste del capitale, in
qualche caso temperate (Jospin), in altri casi no (Prodi). Dal versante
dell'opposizione quello stesso programma, sistematicamente proposto come
terreno di confronto alle forze politiche dominanti, e all'apparato liberale
dei D.S. non solo non ha strappato alcun risultato ma non ha ottenuto neppure
un ascolto. Continuare a perseguire questa impostazione significa alimentare
tra i lavoratori, e nella loro stessa avanguardia, quelle illusioni
neoriformistiche che i comunisti in quanto tali sono chiamati a combattere.
L'impostazione programmatica dell'intervento di classe va allora
esattamente rovesciata. I comunisti non possono assumere come proprio orizzonte
i cosiddetti obiettivi "tangibili e possibili". Debbono invece costruire
la propria politica sulla spiegazione costante che nessun serio obiettivo di
progresso sociale può essere raggiunto e consolidato senza mettere in
discussione in ultima istanza i rapporti di proprietà e di potere. Non si
tratta affatto, com'è ovvio, di rinunciare alle rivendicazioni immediate ed
elementari, che anzi vanno articolate e ricomposte in una precisa proposta
d'azione (vertenza generale). Si tratta di spiegare, sulla base dell'esperienza
pratica dei lavoratori, che ogni riforma, ogni eventuale conquista parziale,
ogni eventuale difesa di vecchie conquiste può realizzarsi solo come
sottoprodotto di uno scontro generale con la società capitalistica, le sue
leggi di proprietà, i suoi governi (comunque colorati). E che solo la rottura
dei rapporti capitalistici, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici,
basato sulla loro forza organizzata, può dischiudere una reale alternativa di
società.
Ma proprio per questo va superata ogni impostazione programmatica
"compatibilista", apparentemente concreta, concretamente astratta. E'
necessario individuare su ogni terreno un sistema di rivendicazioni e proposte
che faccia da ponte tra gli obiettivi immediati e la rottura anticapitalistica:
un sistema di rivendicazioni che da un lato si raccordi alla specifica
concretezza dello scontro di classe e dall'altro prefiguri la necessità di uno
sbocco anticapitalistico complessivo, fuori da ogni illusione riformistica.
La difesa delle conquiste sociali del movimento operaio dalle
politiche dominanti; lo sviluppo e l'estensione dei diritti sociali come
diritti universali, rappresentano rivendicazioni programmatiche essenziali del
PRC. Ma il loro perseguimento implica non solo la richiesta di abolizione delle
controriforme liberiste realizzate dai governi di Centrosinistra in questi anni
nel campo delle pensioni, della scuola, della sanità, dei servizi sociali,
della casa, a favore della riproposizione del servizio pubblico, bensì una
ridislocazione sul versante della spesa sociale di nuove immense risorse. Non
può essere assunto a parametro di riferimento la media della spesa pubblica nei
Paesi capitalistici europei, tanto più nel momento in cui essa è
progressivamente compressa dai governi borghesi. Né è realistico pensare che la
proposta "Tobin" o la rinegoziazione del patto di stabilità entro le
maglie dell'Europa imperialistica possano configurare una risposta al problema.
E' necessario invece prospettare una liberazione di almeno trecentomila mld
attraverso l'eliminazione di insopportabili privilegi di classe della
borghesia:
- l'abolizione del segreto bancario, commerciale, finanziario,
quale unica condizione concreta di una seria lotta all'elusione ed evasione
fiscale;
- una patrimoniale straordinaria e ordinaria sulle grandi
ricchezze;
- un drastico aumento della tassazione dei grandi profitti e delle
rendite, accresciuti in questi anni dalle politiche dominanti;
- l'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, vero e
proprio assistenzialismo statale al capitale che costa ogni all'erario pubblico
decine di migliaia di miliardi;
- l'abolizione unilaterale del debito pubblico con piene garanzie
per i piccoli risparmiatori;
queste rivendicazioni rappresentano nel loro insieme gli strumenti
reali e possibili per finanziare una nuova politica sociale al servizio delle
grandi masse lavoratrici, dei disoccupati, dei giovani, della rinascita del
Mezzogiorno.
Al tempo stesso, tanto più in quest'epoca di crisi, ogni serio
programma redistributivo della ricchezza cozza contro i limiti della proprietà
borghese e le compatibilità del sistema capitalistico.
I giganteschi processi di concentrazione proprietaria nei settori
strategici dell'economia produttiva e finanziaria sia su scala nazionale che su
scala europea e mondiale, connessi alla agguerrita concorrenza internazionale,
rafforzano ulteriormente il controllo del capitale finanziario sulla vita
economica e sociale. Pertanto ogni disegno di nuovo modello di sviluppo
conforme ai bisogni delle masse lavoratrici, dei disoccupati, delle popolazioni
povere del Sud richiede la messa in discussione della proprietà borghese nei
settori strategici dell'economia, nel quadro di un'alternativa di fondo di
società e di potere e dentro una prospettiva internazionale.
La Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici deve impegnare il
PRC a sviluppare una coerente campagna anticapitalistica non in termini
astratti e ideologici ma a partire dall'esperienza concreta delle grandi masse.
Ad esempio: l'inquinamento dei cibi da parte della grande industria alimentare
con l'avallo e la copertura della Commissione Europea pone l'esigenza di un
controllo congiunto dei lavoratori e dei consumatori sulla produzione del
settore e l'abolizione del segreto commerciale quale garanzia di autodifesa
sociale. Le speculazioni dell'industria petrolifera sui prezzi della benzina
richiedono l'apertura dei libri contabili delle compagnie sotto il controllo
dei consumatori e della società.. Gli scandali cronici e ripetuti della grande
industria farmaceutica a danno della salute e della vita richiedono una sua
nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo sociale. Ogni episodio di
criminalità del profitto contro la larga maggioranza della società va
raccordato all'esigenza di una risposta anticapitalistica quale unica soluzione
reale e di fondo.
Parallelamente la questione della proprietà va posta all'interno
delle dinamiche di lotta dei movimenti fuori da ogni adattamento alla loro pura
e semplice spontaneità. Nel movimento per la pace, entro una più generale
impostazione antimperialista, va posta la rivendicazione dell'esproprio
dell'industria bellica senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.
Nel movimento ambientalista va messa in discussione la proprietà privata della
grande industria inquinante quale condizione di una sua reale riconversione.
Più in generale la questione della proprietà è obiettivamente posta dai
movimenti di resistenza a difesa del lavoro entro i processi di crisi e
ristrutturazione dell'industria e dei servizi: la rivendicazione della
nazionalizzazione delle industrie in crisi senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori può costituire un elemento di ricomposizione unitaria
di un fronte strategicamente centrale se pur oggi disarticolato e disperso.
In conclusione: i comunisti sono chiamati ad elaborare in ogni
movimento reale, fuori da ogni logica puramente minimalistica e sindacalistica,
un sistema di rivendicazioni transitorie, oggi prevalentemente
propagandistiche, sicuramente controcorrente, ma la cui funzione è decisiva per
ricostruire tra le masse e nella loro stessa avanguardia larga una coscienza
politica anticapitalistica e creare così le condizioni per un loro sviluppo sul
piano dell'agitazione, e, in prospettiva, dell'azione.
OLTRE UN PURO APPROCCIO ECONOMICO-SINDACALE: PER
UN INTERVENTO POLITICO COMPLESSIVO DEL PRC TRA I LAVORATORI
Il PRC non può limitare il proprio intervento tra i lavoratori a
tematiche di carattere sindacale. Deve invece intervenire nella classe su tutto
lo spettro dei temi politici, nazionali e internazionali, al fine di
ricostruire, controcorrente, tra i lavoratori un punto di vista indipendente su
ogni questione.
Il PRC deve intervenire tra i lavoratori non solo sulle questioni
del salario, dell'orario, dei diritti con le relative proiezioni programmatiche
sul terreno direttamente sociale. Ma ha il compito di intervenire sull'insieme
dei temi che interessano i lavoratori e che investono, in ogni caso, la
complessità dello scontro di classe. Intervenire sul tema dell'immigrazione per
spiegare concretamente l'interesse all'unità di classe con i migranti, oltre ad
un puro approccio solidaristico e democratico; intervenire sul tema della
criminalità, non solo in chiave "garantista", ma per denunciare ad
esempio la connessione concreta tra criminalità, capitale finanziario, potere
bancario (e quindi articolare anche su questo terreno un approccio
anticapitalistico che rovesci l'uso reazionario corrente di questo tema);
intervenire sulla natura e sulle politiche dell'imperialismo oggi, innanzitutto
dell'imperialismo italiano ed europeo, per illustrare ad esempio gli effetti
sociali penalizzanti per la stessa classe operaia italiana della colonizzazione
capitalistica di larga parte dell'Est Europeo ricostruendo anche per questa via
il fondamento materiale dell'indipendenza di classe verso il proprio
imperialismo e la necessità dell'unità internazionale del movimento operaio
contro e oltre ogni frontiera borghese; intervenire sulle lotte di liberazione
nazionale dei popoli oppressi, a partire oggi dal popolo palestinese, per
coniugare il sostegno totale e incondizionato ad ogni movimento progressivo
antimperialista con la costruzione di una analisi di classe della loro dinamica
e della loro leadership; intervenire sulle minacce globali alla condizione
ambientale e di vita del mondo imposte dal dominio del capitale e delle sue
leggi, riarticolando una risposta comunista all'emergenza ambientale, fuori e
contro un ambientalismo verde tradizionale tanto effimero ed elettoralistico
quanto subalterno e fallimentare.
Tutto ciò rappresenta una necessità vitale per l'intervento
operaio del nostro partito. Occorre infatti evitare sia un puro arroccamento
sindacalistico e minimalistico dell'intervento di classe; sia la sommatoria
"policentrica" delle tante "emergenze parallele" che
affianca a un intervento operaio relegato all'ambito sindacale la convegnistica
separata su ambiente, pace, democrazia, oppressione della donna (generalmente
attestata sull'accettazione acritica delle posizioni emergenti negli ambiti
intellettual/progressisti). Si tratta invece di assumere la centralità
dell'intervento nella classe lavoratrice, entro la centralità della
contraddizione tra capitale e lavoro, come leva di sviluppo della coscienza
anticapitalistica complessiva della classe; come leva della maturazione
politica della sua stessa avanguardia in direzione della comprensione della
rivoluzione socialista come unica vera risposta di fondo a tante contraddizioni
del mondo; come leva di rifondazione di un movimento operaio capace di egemonia
anticapitalistica sull'insieme dei soggetti oppressi dal capitale.
10 gennaio 2001