PER LA CANDIDATURA A PREMIER DI FAUSTO BERTINOTTI
NEL NOME DI UN POLO AUTONOMO DI CLASSE
Una proposta alternativa alla "non belligeranza"
Marco Ferrando
Penso che la scelta del PRC in vista delle elezioni politiche vada definita non
in base ad elementi contingenti o negoziali ma in base a un bilancio di classe
della legislatura e all'autonomia di una prospettiva anticapitalistica.
La legislatura che si chiude ha visto i governi di
Centrosinistra (Prodi, D'Alema, Amato) sferrare complessivamente il più pesante
attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne che si sia
realizzato in Italia negli ultimi trent'anni. Agli occhi del Capitale il
Centrosinistra non solo non ha "fallito" ma ha riportato una
splendida vittoria di classe, misurata dal calo dei salari e dalla
moltiplicazione dei profitti: fallita è invece l'illusione che un
Centrosinistra sostenuto dalla grande borghesia potesse realizzare, grazie alla
"pressione" dei comunisti, una politica favorevole ai lavoratori.
Peraltro la stessa tesi per cui le classi dominanti avrebbero oggi abbandonato
il Centrosinistra mi pare molto semplificatrice. In realtà persino nel suo
momento di massima crisi l'Ulivo continua ad avvalersi dell'attenzione
privilegiata degli Agnelli, dei Tronchetti Provera, dei Moratti, dei
Colaninno... E' vero invece che da un lato si è indebolita l'egemonia della
grande impresa verso la piccola e media industria, e che dall'altro, proprio la
permanente impronta della grande impresa sul governo ha logorato profondamente
le relazioni tra Centrosinistra e lavoro dipendente, determinando la crisi del
blocco sociale dell'Ulivo e la forte ripresa berlusconiana.
La legislatura registra inoltre un processo di trasformazione
profonda dei DS che il concetto di "sinistra moderata" è del tutto
incapace di descrivere. La scalata di governo dell'apparato DS, la conseguente
moltiplicazione delle sue relazioni materiali con le classi dominanti, hanno
provocato non solo lo scollamento profondo di settori tradizionali
dell'insediamento sociale DS, ma anche una mutazione progressiva di ruolo della
sua burocrazia dirigente, accelerandone contraddizioni e divisioni. Così mentre
Salvi e la sinistra DS puntano a rifondare una socialdemocrazia classica,
basata sul movimento operaio e la collaborazione di classe, la maggioranza
larga dell'apparato DS mira alla costruzione del partito democratico come
rappresentanza politica centrale della borghesia italiana. La fondazione
Italiani Europei di Massimo D'Alema, frequentata e finanziata da Tronchetti
Provera e Colaninno, è la punta emergente di un processo profondo. Certo, la
realtà dei DS è più complessa di quella della loro burocrazia; lo stesso
destino dei DS non è predeterminato. Ma oggi la maggioranza dell'apparato
DS ha realmente rotto con la funzione della socialdemocrazia: passa da
strumento di controllo del movimento operaio per conto della borghesia a
espressione diretta di cordate capitalistiche.
In questo quadro generale la "rottura col centro"
si conferma come indicazione essenziale del nostro partito: ma non certo in
direzione di una "sinistra plurale". Uno schieramento di sinistra
plurale, dai liberali DS al PRC, sarebbe oggi infatti un soggetto politico
ancor più moderato della "gauche plurielle": sarebbe l'alleanza con
un'articolazione diretta della classe dominante, con una parte del centro
borghese oggi rappresentata dall'apparato liberale DS. In termini sociali un
blocco con Colaninno. In termini politici una variante di centro sinistra.
Credo invece necessaria una nostra coerente battaglia di
fondo per la configurazione di un polo autonomo di classe. Solo la
mobilitazione indipendente del movimento operaio contro le politiche dominanti
può infatti ribaltare i rapporti di forza tra le classi e arrestare la stessa
ascesa della destra. A sua volta solo la rottura piena col centro borghese in
tutte le sue espressioni può consentire il dispiegamento della mobilitazione
indipendente dei lavoratori. Il PRC può e deve dunque rivolgersi a tutte le
forze che si basano sul movimento operaio e che esprimono una critica
all'involuzione liberale della sinistra perché rompano col centro borghese, sia
quello tradizionale sia quello configurato dalla maggioranza dell'apparato DS,
e realizzino col PRC un fronte unitario d'azione tra le masse, nei movimenti di
lotta, sul terreno anticapitalistico. Non si tratta dunque di una proposta di
chiusura ma invece di grande proiezione di massa. E' una politica che può
consentire ai comunisti la più ampia interlocuzione col mondo del lavoro
incalzando, agli occhi dei lavoratori, le contraddizioni clamorose dei vertici
della sinistra "critica" (in primo luogo della sinistra DS), e
favorendo così l'egemonia alternativa del PRC e la costruzione del partito
comunista con influenza di massa: una prospettiva che va coerentemente
perseguita fuori da ogni confusa suggestione minoritaria e subalterna di
"sinistra alternativa".
Penso che la scelta del PRC sul piano elettorale debba
essere coerente con questo impianto politico. Naturalmente riconosco che la
"non belligeranza" si presenta diversa dalla soluzione scelta nel
'96. Né mi scandalizza in astratto la duttilità tattica in materia elettorale.
E' invece la logica politica di fondo della proposta che mi pare profondamente
sbagliata. L'opposizione comunista non può ricercare la non belligeranza verso
lo schieramento di governo, liberista e di guerra, del capitale finanziario. Né
possiamo rivendicare la rottura col centro e poi rinunciare a candidati comunisti
nei collegi a favore dei candidati del centro borghese, spesso persino
socialmente avversari diretti dei lavoratori (industriali, grandi dirigenti
aziendali, banchieri..). E poi: la non belligeranza verso il Centrosinistra non
rischierebbe forse di risucchiare il PRC nella maggioranza di governo, dopo
un'eventuale vittoria elettorale dell'Ulivo, riattivando una relazione
compromissoria già tragicamente sperimentata col governo Prodi?
La proposta del polo autonomo di classe e della coerente
rottura col centro implica, a me pare, un'altra scelta elettorale: la discesa
in campo aperto del nostro partito come forza compiutamente autonoma e
alternativa a Centrosinistra e Centrodestra, quale unica rappresentanza delle
ragioni sociali del mondo del lavoro. Ciò significa presentare le nostre
candidature indipendenti sia alla camera sia al senato, sia nell'ambito
proporzionale sia nei collegi maggioritari; senza alcuna rinuncia, né a fronte
dei candidati del centro borghese tradizionale, né a fronte dei candidati
dell'apparato liberale DS.
La desistenza unilaterale può essere praticata eccezionalmente solo verso
candidati (in ogni caso privi di incarichi di governo) che siano espressione di
quelle forze critiche del movimento operaio cui rivolgiamo l'appello sfida a
rompere col centro(nei soli collegi in cui la presenza o meno dei comunisti è
determinante per il risultato): come messaggio unitario a quella loro base
sociale la cui conquista è centrale nella battaglia dell'egemonia. Ma proprio
per questo, anche in tal caso, l'asse della battaglia elettorale dei comunisti
deve essere quello del polo autonomo di classe.
Questa scelta ha un'importante implicazione: la
designazione del compagno Fausto Bertinotti, in quanto segretario del PRC, a
candidato premier, in contrapposizione sia a Berlusconi sia ad Amato o Rutelli.
Una scelta naturale che può sottolineare anche sul piano simbolico il carattere
compiutamente autonomo del nostro partito, elevandolo da semplice interlocutore
contrattuale del Centrosinistra ad alternativa complessiva.
A sua volta, la presentazione compiutamente autonoma dei
comunisti dovrebbe impegnare il PRC a un salto e una svolta di elaborazione
programmatica. Un polo di classe autonomo e alternativo non può attestarsi su
richieste negoziali al Centrosinistra ma deve presentare una propria proposta
generale che indichi una via d'uscita complessiva dalla crisi sociale dal punto
di vista degli interessi autonomi del movimento operaio. Un programma che per
ciò stesso deve saper configurare in termini "popolari", non
"ideologici", un'alternativa anticapitalistica a questa società. In
questo senso credo che il partito debba impegnarsi da subito nella elaborazione
e articolazione di una nuova proposta programmatica che colleghi le esigenze
sociali più pressanti e le rivendicazioni immediate (forti aumenti salariali,
riduzione progressiva dell'orario, vero salario sociale per i disoccupati,
abolizione del pacchetto Treu e delle leggi di precarizzazione del lavoro..) a
un piano più generale di misure anticapitalistiche, quale terreno fondante di
una vera alternativa di società e potere.