POPULISMO ED ÉLITE
Al termine populismo si è soliti dare una connotazione estremamente negativa, non conoscendo bene le caratteristiche del fenomeno politico o volendolo demonizzare preventivamente per evitare che possa legittimarsi agli occhi dell'opinione pubblica.
In realtà del populismo, negli ultimi anni, si è occupato più di uno studioso: dal sociologo Cristopher Lasch al teorico della "Nuova  Destra" Alain de Benoist, fino ad arrivare alla corrente euro-americana dei Comunitari, da Taylor a Macjntyre. Tutti questi studiosi sono concordi nel definire il populismo come una reazione che si vuole emancipatrice, contro una Nuova Classe dirigente, considerata separata dalla realtà quotidiana, che spossessa il popolo delle sue iniziative e del suo potere. La prima condizione perché emerga è una crisi di legittimità politica che colpisca l'insieme del sistema rappresentativo. Analizzando la situazione politica italiana dal 1992, cioè dall'inizio di Tangentopoli, fino ad oggi ci sembra evidente che la condizione sopra descritta si sia ampiamente verificata, in quanto la critica ai partiti e la lotta alla partitocrazia non sono stati altro che la volontà dei cittadini di riappropiarsi della sovranità popolare loro sottratta. Per fronteggiare questa crisi della rappresentanza, il populismo auspica un rigetto delle mediazioni inutili, richiamandosi alla democrazia diretta o democrazia di base (che non si riduce all'uso del referendum). Una soluzione, dunque, che non si pone al di fuori della democrazia ma al contrario ricerca una "maggior" democrazia. Non a caso il già citato Cristopher Lasch scrive che "il populismo è l'autentica via della democrazia". Di conseguenza il populismo denuncia l’ineguaglianza, considerandole antagoniste del bene comune e reagisce sia contro il mercato che contro lo Stato-Provvidenza. Tale posizione lo induce a considerare positivamente l'emergere del pluralismo culturale, del localismo e del federalismo. Infatti, per dar vita ad una democrazia realmente partecipativa, non vi è altra via che quella di attribuire la giusta importanza alle comunità locali.
In contrapposizione ai principi liberali di individualismo formale e neutralità dei valori, il populismo afferma i concetti di virtù civica e di relazioni non economiche, di fiducia, di solidarietà, di obbligo morale e di sentimenti condivisi.
Secondo Alain de Benoist il populismo si caratterizza per una marcata carica antielitaria e per un conseguente rifiuto dell'"uomo forte": se ciò può essere vero nelle più recenti teorie populiste, non si può negare che in passato alcuni "regimi politici populisti" abbiano utilizzato soluzioni autoritarie come prassi di governo. Siffatto difetto deve essere scongiurato non facendo mai sconfinare le giuste proteste contro le mediazioni inconcludenti in semplicistici rimedi di sapore "bonapartista". Nello stesso tempo, però, non si deve demonizzare il concetto di élite bensì tentare di ridefinirlo. Per far ciò non si può prescindere dalla "teoria della circolazione delle élites" di Vilfredo Pareto: questa teoria afferma che ogni ordinamento politico è governato da una  ristretta cerchia di uomini, l'élite appunto, che, dopo un certo periodo di tempo, è destinata a decadere a vantaggio di una nuova élite emergente e più dinamica. Si tratta ora i determinare il concetto di minoranza attiva, di élite, in modo che essa sia spinta a svolgere la propria azione di governo nell'interesse di tutti i cittadini e che non sfrutti la propria posizione per fare i propri interessi o quelli di una parte. Tanti pensatori hanno cercato di ottenere il fine sopra descritto: si parte da Platone che ne "La Repubblica" teorizzava un'élite, aristocratica, come lui la chiamava, che invece che vantaggi dovesse avere degli svantaggi conseguenti dalla posizione che occupava, per non essere distolta dal proprio compito. Passando attraverso tanti pensatori che, dopo Platone, si sono occupati dell'argomento, si arriva alla teoria liberale che intende scegliere i rappresentanti della comunità migliori per virtù civica e competenza tramite elezioni popolari. Purtroppo tale fine è ostacolato dal fatto che spesso le scelte elettorali esulano da considerazioni di utilità comune e di meritocrazia, essendo influenzate dalle lobbies economiche, dalle logiche del voto di scambio, dalle ingerenze corporative.
Non ci sentiamo in grado di dare una "ricetta definitiva" al problema della selezione della classe dirigente ma abbiamo voluto ribadire il fine che dovrebbe spingere l'élite nel suo operato e cioè il bene comune, tante volte dimenticato.
Pensiamo che conciliando il populismo e l'élitarismo si potrebbe giungere ad una rinnovata etica politica, realmente rivoluzionaria, considerando gli assetti politici oggi esistenti.
Crediamo indispensabile abbinare una democrazia partecipativa ad una giusta assunzione di responsabilità da parte dell'élite di governo.
Questa sintesi d'idee non è scevra di contraddizioni (benché superabili), ma è sicuramente affascinante, così come è affascinante un personaggio storico che potremmo prendere come "esempio" del "nostro populismo élitario": Gabriele D'Annunzio. In nessuno come nel Vate, infatti, si fusero istanze democratiche e raffinatezza intellettuale, comprensione dei problemi della povera gente e conoscenze culturali sconfinate, promulgazione della rivoluzionaria Carta del Carnaro e composizione di opere letterarie di livello assoluto.
Massimiliano Mingoia
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