Relazione all'Universita di Castel Sant'Angelo
Roma, 13 Maggio 1998
 
 

BALCANI OGGI: UN'INTERPRETAZIONE DELLA CRISI JUGOSLAVA

                                Vatroslav Vekaric
Vi ringrazio di avermi offerto la possibilità di esprimermi dinanzi alla vostra Universita. 
Considero questo fatto come un onore particolare e come l'espressione dell'interesse di studenti ed intellettuali qui in Italia per processi in Balcani, non solo come zona tanto vicina e storicamente collegata con Italia ma anche come un'area al bivio storico dove oggi si crea in una gran parte anche il futuro del nostro continente europeo. 
Propongo di dividere la mia relazione in due parti. 
La prima riguarda le radici del complesso dei problemi conosciuti sotto ili nome "la crisi jugoslava", o per meglio dire, di offrire qui un certo numero delle ipotesi sulle origini della disintegrazione della Jugoslavia per capire più facilmente i processi ed eventi  più recenti. 
La seconda parte della mia relazione sara dedicata a due aspetti attuali dell'evoluzione nell'ex Jugoslavia che, ho pensato, attirano un'attenzione particolare qui in Italia: questo è il problema del Kosovo con tutte le minacce di un nuovo conflitto pericoloso sui Balcani ed, d'altra parte, evoluzione in Montenegro come un segno positivo sulla questa, generalmente triste, immagine dei Balcani occidentali. 
Penso di non dovere rilevare che tutto quello che dirò sara solo un'interpretazione personale, la mia, senza pretensioni di pronunciare la parola finale. 
Vostri commenti ed obiezioni dopo la mia relazione - se le trovate pertinenti - possono servirci come una base per un dialogo e scambio delle idee su questo tema intrigante.
 
 

DISINTEGRAZIONE DELLA JUGOSLAVIA

1. I Balcani, diceva Churchill "producono più storia di quanta ne consumino". Il vecchio saggio intendeva che in quella regione possono prodursi molte crisi capaci di conseguenze per l'intero continente europeo, è sufficiente pensare alla prima guerra mondiale. Lui aveva senz'altro ragione. 
La crisi Jugoslava n'e la prova. 
Ancora oggi storici ed esperti non sono d'accordo sulle radici elementari della crisi jugoslava. Ci sono tante interpretazioni, punti di vista che non convergono. Comminerò dai fatti illustrativi: dagli effetti della guerra:
 Fin dal 1992 varie missioni d'esperti hanno cercato di valutare gli effetti della guerra. Secondo le stime della Banca mondiale, la popolazione de tutte le  repubbliche ex-jugoslave è diminuita di circa due milioni. Un milione e 700.000 di persone ha lasciato il suo posto di residenza sopratutto in Bosnia, ma anche in Croazia e Serbia.  La guerra ha causato circa 250.000 morti. La ricostituzione del mosaico etnico prebellico sembra veramente improbabile a breve termine.
E' difficile valutare l'ammontare complessivo dei danni di guerra. Secondo le stime della Banca Mondiale in Bosnia ammontano a $75 miliardi, mentre varie autorità bosniache e croate citano cifre intorno ai $150-200 miliardi. Autorità serbe parlano dei danni dell'embargo contro Serbia e Montenegro stimandole a più di 100 miliardi di dollari. 
2. Proviamo adesso ad entrare un poco più sistematicamente nelle cause del problema: 
Grosso modo, si può affermare che l'ex Jugoslavia, per un concorso di varie circostanze, era più preparata per il processo di trasformazione democratica dopo la caduta del muro di Berlino, di quanto non lo fossero i paesi in via di transizione che si trovavano nel Patto di Varsavia e nella cosiddetta comunità socialista.
 Sul piano internazionale, l'ex Jugoslavia, come paese non allineato, ha avuto l'opportunità di mantenere e sviluppare rapporti politici ed economici con l'Est, con l'Ovest e con il Terzo Mondo. Tra i suoi più grandi partner nel commercio estero figuravano i paesi occidentali europei, la Germania e l'Italia; la Jugoslavia ha stipulato i primi contratti con l'UE già nel 1970, allargandoli in seguito sempre di più. Questi fatti mostravano e confermavano la sua capacità di adattarsi alla situazione e alle linee di sviluppo nel mondo, ed hanno pure esercitato un forte influenza di ritorno nel paese stesso.
 Sul piano interno, il rigido modello sovietico ha subito alterazioni indicative sotto l'influsso dello sviluppo del cosiddetto sistema d'autogestione, nonché d'alcune altre circostanze. Erano più numerosi gli elementi di democrazia nel funzionamento dello stato e della società, come pure più numerosi erano gli elementi pertinenti all'economia di mercato e al funzionamento del sistema economico, basato sulla proprietà statale e "sociale", di quanto non lo fossero nei paesi con socialismo di tipo sovietico. Il significativo orientamento all'esportazione verso i partner occidentali, il gran numero di cittadini jugoslavi al lavoro temporaneo nei paesi dell'occidente, il sempre crescente afflusso di turisti provenienti dai paesi sviluppati dell'ovest, ha influito sull'acquisizione di certi standard della società occidentale.
 Sul piano della preparazione per il processo di trasformazione democratica, cui si sono aperte le strade dopo la rottura del bipolarismo e la caduta del muro di Berlino, questi vantaggi dell'ex Jugoslavia, paragonati con la situazione negli altri paesi in via di transizione, erano talmente evidenti che nel 1989 e 1990 sia i politici sia gli esperti erano univoci nell'opinione che la ex- Jugoslavia sarebbe stato il primo paese socialista ad entrare nelle principali istituzioni ed organizzazioni europee, specialmente sul piano economico. 
Il processo di trasformazione democratica dell'ex Jugoslavia è stato fermato, e ha anche regredito molto per via di quel complesso d'eventi che si accomunano con il termine della cosiddetta "crisi jugoslava". Anche se alcuni altri paesi si sono trovati in crisi, specialmente quelli disintegratisi, quali l'Unione Sovietica e la Cecoslovacchia, non si sono prodotti gli aspetti e le dimensioni avvenuti sul territorio dell'ex Jugoslavia.
La disintegrazione dello stato comune, nel 1991, ha avuto come conseguenza che in tutte le repubbliche ex jugoslave s'imponesse, come principale priorità da una parte, la questione della presa del potere, e dall'altra parte, la proclamazione della sovranità e dell'indipendenza nazionale. Tutte le altre questioni, incluso il processo di trasformazione democratica, sono state relegate in secondo piano, o erano poste in funzione della realizzazione dei suddetti obiettivi. Pertanto, la disintegrazione dello stato comune, dal punto di vista degli effetti diretti, ha avuto un effetto distruttivo sul processo di transizione e sul programma di trasformazione democratica della RSF di Jugoslavia (concepito nel periodo 1989-91 dal governo d'Ante Markovic), mentre dal punto di vista di una proiezione a più lungo termine in certe repubbliche ex jugoslave ha portato alla valorizzazione di determinati potenziali positivi, specialmente nel caso della Slovenia.
La guerra in Slovenia, Croazia e specialmente in Bosnia ed Erzegovina, ha dato il marchio alla crisi jugoslava, ed ha avuto anche ripercussioni indicative sullo stato nei Balcani, in Europa e nel mondo. Durante la guerra sono state distrutte molte conquiste e sono stati messi in forse molti di quei valori che avvicinavano l'ex territorio jugoslavo alla sfera europea. Queste sono le conseguenze globali della guerra. Tuttavia, non si deve trascurare il fatto che, a causa della guerra e delle altre caratteristiche della disintegrazione dell'ex Jugoslavia, l'interesse dell'Europa e del mondo per quest'area, è diventato più grande che mai prima nel passato recente. Inoltre, nello stesso ambiente storico alcune ex repubbliche jugoslave hanno instaurato e sviluppato legami e rapporti con le potenze promotrici dell'ordinamento moderno europeo e mondiale, mentre altre si sono trovate sotto la frusta dell'embargo e dell'isolamento. 
3. E' alquanto diffusa l'opinione che per via della disintegrazione della Jugoslavia la guerra sia stata inevitabile, e che in genere le guerre sui Balcani siano storicamente inevitabili e si devono ripetere in intervalli più o meno fissi. Un'analisi più attenta, però, rivelerebbe che questa affermazione ha uno scopo assai preciso, che è quello di sgravare della responsabilità tutti quei circoli politici, culturali, intellettuali, informativi dell'ex Jugoslavia che hanno portato alla guerra. Per loro ancora oggi torna utile la tesi sulla natura "maledetta" dei Balcani e dei loro abitanti, e tutto quanto accade oggi viene rappresentato come un inevitabile ripetersi della storia e viene interpretato con l'ausilio di numerose analogie storiche. Si sostiene, inoltre, che questi conflitti si ripeteranno finché non sarà definitivamente risolta una determinata "questione nazionale", naturalmente in quel senso in cui essa viene intesa dai autori degli obiettivi nazionali. Mentre sul territorio dell'ex Jugoslavia esiste un forte bisogno politico per queste tesi, in determinati circoli politici e intellettuali in Europa esse vengono accettate come spiegazione e scusante per l'insuccesso dell'azione della comunità internazionale e per la mancata azione di prevenzione nei confronti del conflitto nell'ex Jugoslavia, che ha fatto inorridire l'intero mondo civile non solo per la sua ferocia e brutalità, ma anche per i pretesti intellettuali addotti. Il ritardo della reazione, infatti, è più facile da spiegare tirando in ballo l'ineluttabilità del conflitto tra i popoli e gli stati balcanici, il che logicamente porta a indecisione e ad assenza di volontà di influire su questo conflitto, o di impedirlo.
 Tuttavia, l'elemento chiave dell'analisi della disintegrazione della Jugoslavia consiste nella distinzione tra la disintegrazione stessa e la guerra subentratale. Benché appaia chiaro che i due processi sono strettamente collegati, la distinzione metodologica e analitica è indispensabile al fine di provare la tesa chiave che il fatto che la Jugoslavia si sia disintegrata non implica necessariamente la guerra come conseguenza ineluttabile e necessaria. La disintegrazione, dunque, è stata una causa necessaria, ma non sufficiente per la guerra. Del resto, anche le altre federazioni ex comuniste si sono disintegrate, ma senza conflitti di questa portata. La Jugoslavia poteva trasformarsi in una confederazione, o disintegrarsi per vie pacifiche, attenendosi ai confini delle già esistenti repubbliche. Alcuni analisti ritengono addirittura che la disintegrazione, o una confederazione, si potrebbero considerare, in linea di principio, come uno sviluppo positivo che nel tempo, una volta risolti i problemi ereditati dal periodo del totalitarismo, potrebbero portare a processi integrativi su basi nuove, più moderne. Lo stesso nesso causale si riferisce al ruolo dei fattori internazionali nella disintegrazione della Jugoslavia. Infatti, è una tesi sostenuta frequentemente quella secondo cui la disintegrazione e la guerra erano inevitabili dopo gli avvenimenti nell'Europa dell'Est, specialmente dopo la fine del Patto di Varsavia e l'unificazione della Germania. Anche queste circostanze, è chiaro, hanno avuto un notevole significato, ma pure esse rappresentano solo una condizione necessaria, ma non sufficiente per una guerra di portata pari a quella avuta sui Balcani. Inoltre, questi avvenimenti hanno rappresentato una conseguenza inevitabile della rovina dei sistemi politici nell'URSS e nell'Europa dell'Est, storicamente condizionata e inarrestabile; la guerra in Jugoslavia, invece, non è stata una conseguenza meccanica degli avvenimenti nell'Est europeo.
Le dirigenze delle oligarchie nazionali, specialmente quelle in Serbia, hanno valutato che la caduta dei regimi totalitari all'Est costituisse il momento propizio per la spartizione territoriale. Il ravvivamento della "questione nazionale", delle pretese territoriali e degli attriti interetnici non è stato, tuttavia, il risultato d'irriducibili e inevitabili contrasti immanenti e storici, bensì è stato, in primo luogo, la conseguenza della tendenza ad una nuova ripartizione territoriale nel momento quando erano aboliti gli antagonismi fra Est e Ovest e la divisione dell'Europa. Questa è stata, tra l'altro, la via più facile per evitare profondi mutamenti sociali: alla popolazione, mediante una massiccia propaganda, è stata imposta la tesi sulla necessità di risolvere prima la "questione nazionale" (serba, croata, slovena ecc.), mentre la democrazia e le riforme dovevano attendere l'adempimento di questo compito "nazionale". La soluzione della "questione nazionale" in questa situazione ha assunto la forma di guerra per i confini dei nuovi stati in via di formazione: "nella misura in cui le repubbliche/nazioni venivano restringendo l'identità del modo di essere in via di formazione (trasportate dal forte processo d'omogeneizzazione nazionale, come nel caso dela Serbia e della Croazia), esse perdevano la capacità integrativa e cadevano in conflitto sia con le etnicità presenti nel loro seno che con le altre repubbliche. L'identità nazionale più basilare è data dall'omogeneità etnica, e gli stati in formazione hanno visto la via della propria integrazione proprio in quest'identità. La guerra, dunque, è scoppiata a causa dello spostamento dei confini e del cambiamento della struttura etnodemografica, e ha avuto una funzione importante nel consolidamento del potere delle oligarchie venute a capo delle proprie repubbliche nelle elezioni tenute dopo il crollo del comunismo.
Guardando attraverso l'ottica dello storico, gli elementi chiave e la forza portante della formazione, della sopravvivenza e della rovina dello stato jugoslavo sono stati i rapporti serbo-croati: e lo hanno confermato gli avvenimenti sul finire degli anni 80 e della prima metà degli anni 90.
 Il contrasto fondamentale in questi rapporti è consistito nel fatto che la nazione serba ha sempre sentito, in gran misura, lo stato jugoslavo come proprio, perché in lui vivevano in pratica tutti i serbi, ed era più propensa ad una concezione centralista e unitaria di questo stato, mentre in Croazia era evidente la tendenza a limitare il potere centrale e aumentare l'autonomia e l'indipendenza. 
La prima Jugoslavia (1918 - 1941) ha potenziato questo contrasto, mentre la seconda (1945 - 1991) l'ha parzialmente mitigato, senza però risolverlo definitivamente. Più l'ordinamento istituzionale della Jugoslavia dava autonomia e sovranità alle repubbliche e alle regioni autonome a danno del potere centrale (tendenza culminata con la Costituzione del 1974), più il corpo nazionale serbo (per via dell'"eccesso" di serbi nelle altre repubbliche) concepiva questi cambiamenti come dannosi per esso e vantaggiosi per le altre nazioni. 
E inversamente, si riteneva che l'idea di una Jugoslavia che avesse una sua identità politica originale favorisse la dominazione serba, a danno della tendenza croata ad avere uno stato proprio. Per la Serbia la perdita della suddetta identità ha significato l'apertura della questione serba, e la scomparsa dello stato in cui tutti i serbi vivevano insieme. Dall'altra parte, però, in Jugoslavia dopo il 1945 si è mantenuto un equilibrio relativamente stabile tra le varie pretese nazionali (in parte dietro l'azione del potere autoritario, ma in parte anche grazie alla creazione di discreti rapporti interetnici e di fiducia reciproca, con l'ausilio di istituzioni, comunicazione interetnica, interessi economici, matrimoni misti, migrazioni economiche della popolazione ecc.). A questo vanno aggiunti anche i fattori internazionali: la specifica posizione della Jugoslavia, stretta tra i due blocchi, che rendeva altamente rischiosa la destabilizzazione della Jugoslavia sia per l'Occidente che per l'Oriente. Per quanto concerne le rimanenti nazioni in Jugoslavia, esse, da una parte, hanno conservato un atteggiamento prudente nei confronti delle tendenze unitariste e centraliste ma, nella maggior parte, hanno vissuto la Jugoslavia come proprio interesse vitale, perché è in questo stato che hanno realizzato praticamente per la prima volta la propria identità nazionale (macedoni, musulmani), o sono stati protetti, all'interno dei confini jugoslavi, dai grandi corpi nazionali vicini con i quali hanno avuto esperienze storiche complesse (macedoni, sloveni). Particolarmente specifica è stata la posizione della Bosnia ed Erzegovina, specialmente della popolazione musulmana, la quale è stata probabilmente la più orientata di tutto verso l'idea jugoslava, perché qualsiasi variante d'organizzazione statale all'infuori della Jugoslavia federativa avrebbe significato, per loro, un enorme rischio di divisione del corpo nazionale e di realizzazione delle pretese delle repubbliche limitrofe.
 Alla fine degli anni 80 e all'inizio dei 90, nelle circostanze che sono già note, hanno ceduto o si sono indeboliti e esauriti gli elementi di coesione, il che ha fatto sì che i contrasti fra le concezioni serbe e croate uscissero da ambiti relativamente accettabili e controllabili e andassero verso posizioni estremiste. Anche se, guardando cronologicamente, è stata la Slovenia a avanzare determinate perplessità riguardanti il futuro funzionamento della federazione, ed ha prima della Croazia intrapreso concrete misure volte alla secessione, il fattore decisivo della disintegrazione della Jugoslavia è stato il conflitto serbo - croato. Quando si è definitivamente cristallizzata la tendenza di ambedue le parti di formare uno stato nazionale, è scoppiato il conflitto per opera della minoranza serba in Croazia; alla radice del conflitto stava il problema di definire o ridefinire i confini tra i due stati. La popolazione serba era, da una parte, terrorizzata dal crescente nazionalismo croato, e dall'altra veniva spinta dalla Serbia ad organizzare un'insurrezione armata con l'obiettivo di separarsi dalla Croazia ed entrare nel futuro stato serbo. Per quanto riguarda la Bosnia ed Erzegovina, essa, nelle visioni dei leader nazionali e dei circoli intellettuali di ambedue le parti, sarebbe stata oggetto di spartizione.
 4. Ci è parso indispensabile porgere questa concisa interpretazione delle cause della disintegrazione della Jugoslavia il cui fine è facilitare la comprensione dei problemi, delineare le prospettive di sanamento dei territori dell'ex Jugoslavia e indirizzare gli stati di nuova formazione verso le soluzioni e i valori positivi della democrazia europea. Comunque sia, i nuovi stati proseguono ciascuno per conto proprio lungo l'aspro cammino della transizione, sul quale le loro possibilità di successo sono assai varie. Grande influenza avranno, tra gli altri fattori, anche le profonde conseguenze interne e internazionali della guerra nell'ex Jugoslavia.
Il processo di disintegrazione della Jugoslavia e' stato caratterizzato dai nazionalismi, dagli sciovinismi feroci e accaniti di tutte le parti in campo. 
Non difendo l' 'ancien regime' socialista. E' morto e sepolto. 
Il punto è un altro: siamo preda d'ideologie retrograde, aberranti, sul piano storico procediamo a marcia indietro. Che mi sia permesso ripetere la domanda già fatta dal Rada Ivekovic scrittore croata: 
"E' necessario andare a ritroso per potere avanzare? Infine, e nonostante tutto, ha ancora un senso parlare di Storia? Idee e politiche reazionarie discriminatorie, nonché totalitarie e dogmatiche, hanno ripreso piede tra noi con tanto più vigore, quanto meno si era sviluppata un'autentica democrazia, un minimo d'individualismo e d'opinione pubblica." 
Se non troviamo le risposte sodisfacienti a questa domanda la storia degli popli jugoslavi rimanera per lungo tempo - come sostiene Stephen Clissold , in Breve storia della Jugoslavia,  la storia delle grandi potenze che si sono continuamente contese il dominio dei territori ell'attuale repubblica ma sopratutto la storia dei tentativi degli uni di unificare, assorbire o unificare gli altri.
 
 

KOSOVO

5. Sul questo punto vorrei cercare un collegamento con questo già detto con la crisi attuale in Kosovo dove siamo testimoni di un'evoluzione veramente pericolosa annunciandoci - negli scenari ili più pessimisti - nuove guerre etniche e rinnovate sofferenze della popolazione.
Chi considera l'opzione della restituzione agli albanesi del Kosovo dell'autonomia che era stata data loro con la Costituzione  jugoslava del 1974 come una soluzione a meta strada tra gli obiettivi dei serbi e degli albanesi, e quindi anche come una base possibile di compromesso, deve allo stesso tempo aggiungere che nemmeno questa autonomia, per quanto  eccezionalmente ampia, ha in passato soddisfatto gli albanesi.
             Ricordiamo che il Kosovo ha ottenuto l'autonomia nel 1945, quando la Presidenza dell'Assemblea Popolare serba ha approvato  la Legge sulla creazione della regione autonoma del Kosovo-Metohija, che costituiva parte integrante della Serbia.
             Nell'anno 1974 le province [oltre al Kosovo, la provincia della Vojvodina nella Serbia settentrionale] hanno ottenuto  praticamente tutti gli attributi statuali - con l'eccezione del diritto alla separazione. Avevano la loro Costituzione, che non doveva necessariamente essere in accordo con la Costituzione della Serbia, essendo sufficiente che non fosse in contrasto con essa;  potevano prendere parte a decisioni di importanza vitale per la Repubblica, mentre non valeva il contrario; avevano il diritto di votare su ogni modifica della costituzione federale e repubblicana; potevano approvare leggi che erano in conflitto con le leggi della Repubblica; avevano ciascuna un rappresentante nella Presidenza della Jugoslavia, al pari delle altre repubbliche; avevano una propria presidenza, così come le repubbliche. Al Kosovo sono affluite ingenti somme dal Fondo federale per le regioni non sviluppate e la dirigenza della provincia non era tenuta a dare conto di come quel denaro veniva utilizzato. In breve, le provincie nel corso degli ultimi 15 anni di esistenza della Jugoslavia socialista hanno avuto diritti di gran lunga maggiori di quelli garantiti alle minoranze secondo gli standard internazionalmente applicati. E tuttavia, nel 1981 (come già era avvenuto nel  1968), sono scoppiate in Kosovo dimostrazioni di massa nelle quali si chiedeva la creazione di una Repubblica del Kosovo.
                     Slobodan Milosevic, arrivato al potere con la parola d'ordine che la situazione del Kosovo doveva essere risolta "subito" - cosa che gli è stata consentita dall'appoggio plebiscitario datogli dai Serbi, ovunque vivessero - ha tolto tutti i diritti dati dalla  Costituzione del 1974. Secondo la Costituzione serba alla quale fa ora riferimento il potere in Serbia - il Kosovo non ha più alcun  diritto nella federazione, ma è in massima parte vincolato ai poteri centrali della repubblica. Gli albanesi hanno reagito abbandonando di fatto l'ordinamento statuale della Serbia; non partecipano alle elezioni, non mandano i propri figli nelle scuole statali, non si curano presso le istituzioni sanitarie dello stato. Gli albanesi in fatti hanno uno stato parallelo all'interno ella Serbia, dentro i confini della quale vengono mantenuti solo con la forza poliziesca. Di questo stato delle cose fino a oggi lo stato serbo è stato del tutto soddisfatto.
Rapporti etnici nel Kosovo sono arrivati al punto di una completa rottura nelle relazioni serbo-albanesi.  Una nostra ricerca ha dimostrato che, degli undici modelli di soluzioni istituzionali proposti, gli albanesi accettano solo l'indipendenza del Kosovo (98 per cento dei Albanesi di Kosovo), un protettorato internazionale finché non verrà trovata una soluzione duratura (68%), l'unione all'Albania (60%) e uno status speciale con garanzie internazionali (51 per cento). Dall'altra parte, i serbi del Kosovo appoggiano solo una "soluzione" che preveda l'abolizione di ogni autonomia per il Kosovo e si oppongono a ogni altra formula.
Sulla base di questi dati non è difficile essere pessimisti riguardo all'esito di trattative, se la proposta "mettiamoci a discutere di ogni variante" viene completata con un "di ogni variante, ma non di...". La posizione della comunità internazionale - che evidentemente oscilla tra l'autonomia del Kosovo all'interno della Serbia e lo status di terza repubblica nella federazione jugoslava - non rende più facile il compito nemmeno a quegli albanesi che accettano la necessità di aprire negoziati.
Tutto questo però non deve fare dimenticare che i conflitti non vengono partoriti dal nulla nelle alte sfere delle élite politiche, ma trovano sempre la loro origine a livello sociale, anche se, per precisi interessi in gioco, vengono mascherati sotto vesti  "etniche", "religiose" o "geopolitiche". E' solo a livello sociale e demografico, invece, che tali conflitti possono trovare una soluzione positiva e durevole. 
Se ci si fosse occupati di affrontare la  vera situazione socio-demografica del Kosovo, se l'analisi fosse stata effettuata applicando regole militari e di polizia professionali, basate sulla costosa esperienza appresa in passato in tali situazioni, le cose ora sarebbero diverse. E' stato  invece fatale lasciare passare il tempo, mentre le variabili socio-demografiche fondamentali stavano scappando di mano oltre il punto di non ritorno. Ecco qui i nudi fatti: 
* almeno il 60% della popolazione albanese del Kosovo  ha meno di 30 anni di età, un fattore che costituisce in assoluto l'elemento chiave della crisi del Kosovo. Perché? Perché questo significa che è venuta a crearsi una concentrazione critica di giovani che in questo momento non vede un futuro per sé, mentre si trova a un età in cui desidera legittimamente un'educazione, un lavoro e una famiglia.
           * la società degli albanesi del Kosovo (così come quella degli albanesi della Macedonia occidentale) sta attraversando un periodo di transizione da una società agrario-tribale ad una più moderna. L'esplosione demografica è il risultato della  transizione, del miglioramento degli standard di vita e dell'aumentare drammatico della probabilità di vita. Invece di accordare al numero sempre maggiore di albanesi del Kosovo un'integrazione più rapida nella società jugoslava e nella sua  economia, questi ultimi sono stati spinti in un ghetto etnico (e linguistico). Ciò dà per garantita un'esplosione. Un processo naturale, come un'esplosione demografica, non può essere arrestato attraverso le misure amministrative. Le scuse meschine, scioviniste, del tipo "si stanno moltiplicando solo per sorpassare i Serbi", sono prive di sostanza sia moralmente, che politicamente e legalmente. Quando le cose raggiungono il punto di ebollizione, dal punto di vista di un'opinione pubblica serba comunque dominante, c'è solo una soluzione: quella della repressione. Ci si è già provato una volta, con risultati negativi. La scena politica serba non ha saputo offrire nulla di meglio - un fatto sconsolante.                                                                         * l'opinione politica degli albanesi non è per nulla uniforme, come invece lascia intendere la tesi dei nazionalisti serbi. L'opinione politica rappresentata da Ibrahim Rugova fino a oggi, che include la maggioranza della Lega Democratica del Kosovo, si trova in una situazione di crisi; la pressione degli albanesi giovani, in possesso di un'educazione e impazienti, che sono stanchi dell'attendismo politico di Rugova, diventa sempre più forte. Rugova, vanitoso e sterile, si considerà già un personaggio storico; non capisce che non c'è più tempo e che i giovani non hanno intenzione di attendere fino a quando la Repubblica del Kosovo pioverà dal cielo in gremo a Ibrahim. I loro anni stanno passando e hanno tutto da perdere.
              Questi tre elemnti costituiscono quello che la moderna teoria della guerra di controinsurrezione e dei conflitti di bassa  intensità - che si basa una costosa esperienza - considera come le condizioni sufficienti e necessarie per dei conflitti di ampio raggio e sanguinosi che possono essere definiti guerre civili. Abbiamo una situazione socio-demografica che sta diventando insopportabile; abbiamo un governo che sta completamente ignorando gli sviluppi politici e i  problemi reali della maggioranza di una popolazione e che si affida solo e unicamente alla repressione brutale; abbiamo una  risorsa umana ideale (giovani senza un futuro) per il reclutamento di combattenti per un movimento di resistenza; abbiamo  una motivazione psicologico-politica per quella che viene percepita come una "guerra di liberazione nazionale", abbiamo una società repressa, per definizione solidale, che condivide una stessa lingua esotica e che difficilmente può essere infiltrata;   abbiamo una tradizione di guerra e di contrabbando di ogni cosa, perfino di armi e, come se non fosse abbastanza - abbiamo un evidente desiderio da parte di facoltosi emigranti albanesi di fornire finanziariamente supporto alla guerra nell Kosovo. Infine, come è ormai chiaro - abbiamo un'organizzazione combattente illegale, i cui membri vengono arrestati e processati e le cui azioni stanno continuando e fortemente progredendo in intensità.
 Finirò con una conclusione pessimista: sembra purtroppo che sono venute quindi a crearsi tutte le condizioni per una guerra civile aperta - una lunga, sanguinosa guerra civile il cui risultato andrà quasi certamente a sfavore della stabilizzazione nei Balcani. 

MONTENGRO

Adesso arrivo al problema di Montenegro. 
La repubblica del Montenegro, che con la Serbia forma la federazione jugoslava, è attraversata ormai da più di un anno da una forte crisi politica, che potrebbe drasticamente radicalizzarsi in giorni futuri. Il sostanziale equilibrio delle forze (almeno per il momento) tra le fazioni rivali guidate dal presidente attuale Djukanovic ed ex-presidente Bulatovic, la disastrosa situazione economica, la posizione geografica del paese, che confina con i maggiori punti d'instabilità dei Balcani e, infine, i sempre vivi interessi internazionali nell'area, lasciano pensare che la crisi montenegrina difficilmente troverà una soluzione stabile entro tempi brevi.
  Dal 1945 il Montenegro è una delle sei repubbliche della Repubblica Federativa Socialista Jugoslava (SFRJ) e dal 27 aprile  1992 è entrato a fare parte, come partner della Serbia, della Repubblica Federativa Jugoslava. Sebbene il suo territori sia poco più del Trentino Alto-Adige e la propria popolazione di soli 650.000 abitanti, grazie all'inserimento del Montenegro nella terza Jugoslavia, la Serbia ha l'unico sbocco sul Mare Adriatico, costituito dal porto di Bar. 
  Riguardo ai rapporti storici con la Serbia bisogna affermare che durante questo secolo il Montenegro è stato teatro di due fondamentali idee e tendenze: quella gran serba, che si esprime in una politica di denazionalizzazione e di destatualizzazione del Montenegro, in pratica nel tentativo di piegarlo alla politica statale gran serba, e una di difesa dell'identità montenegrina, cioè di salvaguardia di uno stato montenegrino, all'interno di una federazione o in completa autonomia. Fino ad oggi questo conflitto è stato risolto principalmente con mezzi non democratici, e questo in due occasioni. Nel 1918, in esiti della Prima guerra mondiale, il Montenegro è stato forzatamente costretto ad unirsi alla Serbia, mentre nel 1945 è tornato ad acquisire una sua statualità all'interno della SFRJ, dopo la sconfitta in guerra della corrente unitarista per merito dei partigiani comunisti.
L'inizio della crisi montenegrina risale nei primi mesi del 1997, in un momento in cui Belgrado è attraversata da un'imponente e lunga ondata di manifestazioni studentesche e nella vicina Albania è in corso la ribellione armata contro Berisha. Ma già in precedenza si erano evidenziati segnali di screzio con Belgrado: durante il periodo delle sanzioni erano state erette barriere al confine tra Serbia e Montenegro per evitare l'"esportazione" illegale di prodotti alimentari da una repubblica all'altra. In seguito Podgorica aveva unilateralmente facilitato la concessione di visti ai turisti e dato vita ad una propria compagnia aerea di bandiera e lo scontro si era poi fatto ancora più aperto con la formulazione di diverse concezioni rispetto all'adozione di una legge sulle privatizzazioni (con l'intenzione del governo montenegrino di adottare una serie di normative atte a fare della repubblica un "paradiso fiscale" adriatico). Lo stesso Djukanovic ha poi inviato un telegramma di sostegno agli studenti serbi che manifestavano contro Milosevic, definendo qualche giorno dopo quest'ultimo"un leader politico che ha fatto il suo tempo". 
 Dopo la vincita di Djukanovic nelle elezioni presidenziali, la crisi si è così trascinata per alcuni mesi in un conflitto aperto. E diventato chiaro che il presidente appena eletto e deciso di evitare le conseguenze fatali della politica esterna ed interna di Belgrado. La pressione di Belgrado alla vigilia delle elezioni parlamentari questo mese e diventato enorme, senza pietà. Djukanovic e indicato come le nemico No.1 del regime di Milosevic in momento quando trova sempre più chiaro appoggio della comunità internazionale per la politica liberale e d'apertura verso l'estero. Nella situazione quando l'opposizione democratica serba e quasi inesistente e disorientata i concetti di Djukanovic sono visti come un possibile modello dell'uscita dalla tutta la Jugoslavia dalla strada d'isolazione, confronto con tutto il mondo e xenofobia e come una via ragionevole guidando il paese - se rimane unito - nei correnti europei moderni. 
Dal quadro che abbiamo descritto sopra risulta difficilissimo prevedere quali esiti avrà nell'immediato la crisi tra Serbia e Montenegro. Indipendentemente da chi vince - devo porre accento sul fatto che gli mossi di Djukanovic danno sempre più un'impressione di un comportamento di un uomo di stato responsabile e molto capace - gli effetti di questo scontro, portano in rischio delle complicazioni d'una crisi che rischia d'avere conseguenze deleteri per tutti cittadini jugoslavi, ma anche per tutte le popolazioni della penisola balcanica.

La mia relazione ho cominciato citando Churchill. Finirò con riferimento alle parole del Richard Holbrooke, l'inviato americano, uno degli architetti degli accordi di Dayton. Durante una delle sue tournée per i Balcani, a Sarajevo, lui ha replicato ai suoi interlocutori: "Vi prego, basta con la storia". 
Ho l'impressione che con queste parole è sintetizzato il sentimento prevalente dell'opinione pubblica europea ed americana a cui i politici balcanici per sicuro hanno annoiato con tutte le grandi storie sul passato e con il richiamo dei secolari diritti storici. 
Queste parole hanno significato un messaggio che condivido pienamente: l'unica direzione per uscire attuale circolo vizioso nei Balcani, di sanare le conseguenze della rottura storica apparita con la disintegrazione dell'ex-Jugoslavia e di impedire che nuovi focolai di crisi da cui ho parlato - quelli di Kosovo, di Montenegro o altri - producono nuovi disastri e sofferenze della popolazione, consiste nell'aprire una nuova pagina della storia basata sulle esperienze europee moderne e, sopratutta, sulla tolleranza, generosità che esprime fiducia nella ragione o nella ragionevolezza dell'altro.
 

Belgrado, 27 aprile 1998
 



 
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Last revised: August 1997

 
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