Relazione all'Universita di Castel Sant'Angelo
Roma, 13 Maggio 1998
BALCANI OGGI: UN'INTERPRETAZIONE DELLA CRISI
JUGOSLAVA
Vatroslav Vekaric
Vi ringrazio di avermi offerto la possibilità di esprimermi dinanzi
alla vostra Universita.
Considero questo fatto come un onore particolare e come l'espressione
dell'interesse di studenti ed intellettuali qui in Italia per processi
in Balcani, non solo come zona tanto vicina e storicamente collegata con
Italia ma anche come un'area al bivio storico dove oggi si crea in una
gran parte anche il futuro del nostro continente europeo.
Propongo di dividere la mia relazione in due parti.
La prima riguarda le radici del complesso dei problemi conosciuti sotto
ili nome "la crisi jugoslava", o per meglio dire, di offrire qui un certo
numero delle ipotesi sulle origini della disintegrazione della Jugoslavia
per capire più facilmente i processi ed eventi più
recenti.
La seconda parte della mia relazione sara dedicata a due aspetti attuali
dell'evoluzione nell'ex Jugoslavia che, ho pensato, attirano un'attenzione
particolare qui in Italia: questo è il problema del Kosovo con tutte
le minacce di un nuovo conflitto pericoloso sui Balcani ed, d'altra parte,
evoluzione in Montenegro come un segno positivo sulla questa, generalmente
triste, immagine dei Balcani occidentali.
Penso di non dovere rilevare che tutto quello che dirò sara
solo un'interpretazione personale, la mia, senza pretensioni di pronunciare
la parola finale.
Vostri commenti ed obiezioni dopo la mia relazione - se le trovate
pertinenti - possono servirci come una base per un dialogo e scambio delle
idee su questo tema intrigante.
DISINTEGRAZIONE DELLA JUGOSLAVIA
1. I Balcani, diceva Churchill "producono più storia di quanta
ne consumino". Il vecchio saggio intendeva che in quella regione possono
prodursi molte crisi capaci di conseguenze per l'intero continente europeo,
è sufficiente pensare alla prima guerra mondiale. Lui aveva senz'altro
ragione.
La crisi Jugoslava n'e la prova.
Ancora oggi storici ed esperti non sono d'accordo sulle radici elementari
della crisi jugoslava. Ci sono tante interpretazioni, punti di vista che
non convergono. Comminerò dai fatti illustrativi: dagli effetti
della guerra:
Fin dal 1992 varie missioni d'esperti hanno cercato di valutare
gli effetti della guerra. Secondo le stime della Banca mondiale, la popolazione
de tutte le repubbliche ex-jugoslave è diminuita di circa
due milioni. Un milione e 700.000 di persone ha lasciato il suo posto di
residenza sopratutto in Bosnia, ma anche in Croazia e Serbia. La
guerra ha causato circa 250.000 morti. La ricostituzione del mosaico etnico
prebellico sembra veramente improbabile a breve termine.
E' difficile valutare l'ammontare complessivo dei danni di guerra.
Secondo le stime della Banca Mondiale in Bosnia ammontano a $75 miliardi,
mentre varie autorità bosniache e croate citano cifre intorno ai
$150-200 miliardi. Autorità serbe parlano dei danni dell'embargo
contro Serbia e Montenegro stimandole a più di 100 miliardi di dollari.
2. Proviamo adesso ad entrare un poco più sistematicamente nelle
cause del problema:
Grosso modo, si può affermare che l'ex Jugoslavia, per un concorso
di varie circostanze, era più preparata per il processo di trasformazione
democratica dopo la caduta del muro di Berlino, di quanto non lo fossero
i paesi in via di transizione che si trovavano nel Patto di Varsavia e
nella cosiddetta comunità socialista.
Sul piano internazionale, l'ex Jugoslavia, come paese non allineato,
ha avuto l'opportunità di mantenere e sviluppare rapporti politici
ed economici con l'Est, con l'Ovest e con il Terzo Mondo. Tra i suoi più
grandi partner nel commercio estero figuravano i paesi occidentali europei,
la Germania e l'Italia; la Jugoslavia ha stipulato i primi contratti con
l'UE già nel 1970, allargandoli in seguito sempre di più.
Questi fatti mostravano e confermavano la sua capacità di adattarsi
alla situazione e alle linee di sviluppo nel mondo, ed hanno pure esercitato
un forte influenza di ritorno nel paese stesso.
Sul piano interno, il rigido modello sovietico ha subito alterazioni
indicative sotto l'influsso dello sviluppo del cosiddetto sistema d'autogestione,
nonché d'alcune altre circostanze. Erano più numerosi gli
elementi di democrazia nel funzionamento dello stato e della società,
come pure più numerosi erano gli elementi pertinenti all'economia
di mercato e al funzionamento del sistema economico, basato sulla proprietà
statale e "sociale", di quanto non lo fossero nei paesi con socialismo
di tipo sovietico. Il significativo orientamento all'esportazione verso
i partner occidentali, il gran numero di cittadini jugoslavi al lavoro
temporaneo nei paesi dell'occidente, il sempre crescente afflusso di turisti
provenienti dai paesi sviluppati dell'ovest, ha influito sull'acquisizione
di certi standard della società occidentale.
Sul piano della preparazione per il processo di trasformazione
democratica, cui si sono aperte le strade dopo la rottura del bipolarismo
e la caduta del muro di Berlino, questi vantaggi dell'ex Jugoslavia, paragonati
con la situazione negli altri paesi in via di transizione, erano talmente
evidenti che nel 1989 e 1990 sia i politici sia gli esperti erano univoci
nell'opinione che la ex- Jugoslavia sarebbe stato il primo paese socialista
ad entrare nelle principali istituzioni ed organizzazioni europee, specialmente
sul piano economico.
Il processo di trasformazione democratica dell'ex Jugoslavia è
stato fermato, e ha anche regredito molto per via di quel complesso d'eventi
che si accomunano con il termine della cosiddetta "crisi jugoslava". Anche
se alcuni altri paesi si sono trovati in crisi, specialmente quelli disintegratisi,
quali l'Unione Sovietica e la Cecoslovacchia, non si sono prodotti gli
aspetti e le dimensioni avvenuti sul territorio dell'ex Jugoslavia.
La disintegrazione dello stato comune, nel 1991, ha avuto come conseguenza
che in tutte le repubbliche ex jugoslave s'imponesse, come principale priorità
da una parte, la questione della presa del potere, e dall'altra parte,
la proclamazione della sovranità e dell'indipendenza nazionale.
Tutte le altre questioni, incluso il processo di trasformazione democratica,
sono state relegate in secondo piano, o erano poste in funzione della realizzazione
dei suddetti obiettivi. Pertanto, la disintegrazione dello stato comune,
dal punto di vista degli effetti diretti, ha avuto un effetto distruttivo
sul processo di transizione e sul programma di trasformazione democratica
della RSF di Jugoslavia (concepito nel periodo 1989-91 dal governo d'Ante
Markovic), mentre dal punto di vista di una proiezione a più lungo
termine in certe repubbliche ex jugoslave ha portato alla valorizzazione
di determinati potenziali positivi, specialmente nel caso della Slovenia.
La guerra in Slovenia, Croazia e specialmente in Bosnia ed Erzegovina,
ha dato il marchio alla crisi jugoslava, ed ha avuto anche ripercussioni
indicative sullo stato nei Balcani, in Europa e nel mondo. Durante la guerra
sono state distrutte molte conquiste e sono stati messi in forse molti
di quei valori che avvicinavano l'ex territorio jugoslavo alla sfera europea.
Queste sono le conseguenze globali della guerra. Tuttavia, non si deve
trascurare il fatto che, a causa della guerra e delle altre caratteristiche
della disintegrazione dell'ex Jugoslavia, l'interesse dell'Europa e del
mondo per quest'area, è diventato più grande che mai prima
nel passato recente. Inoltre, nello stesso ambiente storico alcune ex repubbliche
jugoslave hanno instaurato e sviluppato legami e rapporti con le potenze
promotrici dell'ordinamento moderno europeo e mondiale, mentre altre si
sono trovate sotto la frusta dell'embargo e dell'isolamento.
3. E' alquanto diffusa l'opinione che per via della disintegrazione
della Jugoslavia la guerra sia stata inevitabile, e che in genere le guerre
sui Balcani siano storicamente inevitabili e si devono ripetere in intervalli
più o meno fissi. Un'analisi più attenta, però, rivelerebbe
che questa affermazione ha uno scopo assai preciso, che è quello
di sgravare della responsabilità tutti quei circoli politici, culturali,
intellettuali, informativi dell'ex Jugoslavia che hanno portato alla guerra.
Per loro ancora oggi torna utile la tesi sulla natura "maledetta" dei Balcani
e dei loro abitanti, e tutto quanto accade oggi viene rappresentato come
un inevitabile ripetersi della storia e viene interpretato con l'ausilio
di numerose analogie storiche. Si sostiene, inoltre, che questi conflitti
si ripeteranno finché non sarà definitivamente risolta una
determinata "questione nazionale", naturalmente in quel senso in cui essa
viene intesa dai autori degli obiettivi nazionali. Mentre sul territorio
dell'ex Jugoslavia esiste un forte bisogno politico per queste tesi, in
determinati circoli politici e intellettuali in Europa esse vengono accettate
come spiegazione e scusante per l'insuccesso dell'azione della comunità
internazionale e per la mancata azione di prevenzione nei confronti del
conflitto nell'ex Jugoslavia, che ha fatto inorridire l'intero mondo civile
non solo per la sua ferocia e brutalità, ma anche per i pretesti
intellettuali addotti. Il ritardo della reazione, infatti, è più
facile da spiegare tirando in ballo l'ineluttabilità del conflitto
tra i popoli e gli stati balcanici, il che logicamente porta a indecisione
e ad assenza di volontà di influire su questo conflitto, o di impedirlo.
Tuttavia, l'elemento chiave dell'analisi della disintegrazione
della Jugoslavia consiste nella distinzione tra la disintegrazione stessa
e la guerra subentratale. Benché appaia chiaro che i due processi
sono strettamente collegati, la distinzione metodologica e analitica è
indispensabile al fine di provare la tesa chiave che il fatto che la Jugoslavia
si sia disintegrata non implica necessariamente la guerra come conseguenza
ineluttabile e necessaria. La disintegrazione, dunque, è stata una
causa necessaria, ma non sufficiente per la guerra. Del resto, anche le
altre federazioni ex comuniste si sono disintegrate, ma senza conflitti
di questa portata. La Jugoslavia poteva trasformarsi in una confederazione,
o disintegrarsi per vie pacifiche, attenendosi ai confini delle già
esistenti repubbliche. Alcuni analisti ritengono addirittura che la disintegrazione,
o una confederazione, si potrebbero considerare, in linea di principio,
come uno sviluppo positivo che nel tempo, una volta risolti i problemi
ereditati dal periodo del totalitarismo, potrebbero portare a processi
integrativi su basi nuove, più moderne. Lo stesso nesso causale
si riferisce al ruolo dei fattori internazionali nella disintegrazione
della Jugoslavia. Infatti, è una tesi sostenuta frequentemente quella
secondo cui la disintegrazione e la guerra erano inevitabili dopo gli avvenimenti
nell'Europa dell'Est, specialmente dopo la fine del Patto di Varsavia e
l'unificazione della Germania. Anche queste circostanze, è chiaro,
hanno avuto un notevole significato, ma pure esse rappresentano solo una
condizione necessaria, ma non sufficiente per una guerra di portata pari
a quella avuta sui Balcani. Inoltre, questi avvenimenti hanno rappresentato
una conseguenza inevitabile della rovina dei sistemi politici nell'URSS
e nell'Europa dell'Est, storicamente condizionata e inarrestabile; la guerra
in Jugoslavia, invece, non è stata una conseguenza meccanica degli
avvenimenti nell'Est europeo.
Le dirigenze delle oligarchie nazionali, specialmente quelle in Serbia,
hanno valutato che la caduta dei regimi totalitari all'Est costituisse
il momento propizio per la spartizione territoriale. Il ravvivamento della
"questione nazionale", delle pretese territoriali e degli attriti interetnici
non è stato, tuttavia, il risultato d'irriducibili e inevitabili
contrasti immanenti e storici, bensì è stato, in primo luogo,
la conseguenza della tendenza ad una nuova ripartizione territoriale nel
momento quando erano aboliti gli antagonismi fra Est e Ovest e la divisione
dell'Europa. Questa è stata, tra l'altro, la via più facile
per evitare profondi mutamenti sociali: alla popolazione, mediante una
massiccia propaganda, è stata imposta la tesi sulla necessità
di risolvere prima la "questione nazionale" (serba, croata, slovena ecc.),
mentre la democrazia e le riforme dovevano attendere l'adempimento di questo
compito "nazionale". La soluzione della "questione nazionale" in questa
situazione ha assunto la forma di guerra per i confini dei nuovi stati
in via di formazione: "nella misura in cui le repubbliche/nazioni venivano
restringendo l'identità del modo di essere in via di formazione
(trasportate dal forte processo d'omogeneizzazione nazionale, come nel
caso dela Serbia e della Croazia), esse perdevano la capacità integrativa
e cadevano in conflitto sia con le etnicità presenti nel loro seno
che con le altre repubbliche. L'identità nazionale più basilare
è data dall'omogeneità etnica, e gli stati in formazione
hanno visto la via della propria integrazione proprio in quest'identità.
La guerra, dunque, è scoppiata a causa dello spostamento dei confini
e del cambiamento della struttura etnodemografica, e ha avuto una funzione
importante nel consolidamento del potere delle oligarchie venute a capo
delle proprie repubbliche nelle elezioni tenute dopo il crollo del comunismo.
Guardando attraverso l'ottica dello storico, gli elementi chiave e
la forza portante della formazione, della sopravvivenza e della rovina
dello stato jugoslavo sono stati i rapporti serbo-croati: e lo hanno confermato
gli avvenimenti sul finire degli anni 80 e della prima metà degli
anni 90.
Il contrasto fondamentale in questi rapporti è consistito
nel fatto che la nazione serba ha sempre sentito, in gran misura, lo stato
jugoslavo come proprio, perché in lui vivevano in pratica tutti
i serbi, ed era più propensa ad una concezione centralista e unitaria
di questo stato, mentre in Croazia era evidente la tendenza a limitare
il potere centrale e aumentare l'autonomia e l'indipendenza.
La prima Jugoslavia (1918 - 1941) ha potenziato questo contrasto, mentre
la seconda (1945 - 1991) l'ha parzialmente mitigato, senza però
risolverlo definitivamente. Più l'ordinamento istituzionale della
Jugoslavia dava autonomia e sovranità alle repubbliche e alle regioni
autonome a danno del potere centrale (tendenza culminata con la Costituzione
del 1974), più il corpo nazionale serbo (per via dell'"eccesso"
di serbi nelle altre repubbliche) concepiva questi cambiamenti come dannosi
per esso e vantaggiosi per le altre nazioni.
E inversamente, si riteneva che l'idea di una Jugoslavia che avesse
una sua identità politica originale favorisse la dominazione serba,
a danno della tendenza croata ad avere uno stato proprio. Per la Serbia
la perdita della suddetta identità ha significato l'apertura della
questione serba, e la scomparsa dello stato in cui tutti i serbi vivevano
insieme. Dall'altra parte, però, in Jugoslavia dopo il 1945 si è
mantenuto un equilibrio relativamente stabile tra le varie pretese nazionali
(in parte dietro l'azione del potere autoritario, ma in parte anche grazie
alla creazione di discreti rapporti interetnici e di fiducia reciproca,
con l'ausilio di istituzioni, comunicazione interetnica, interessi economici,
matrimoni misti, migrazioni economiche della popolazione ecc.). A questo
vanno aggiunti anche i fattori internazionali: la specifica posizione della
Jugoslavia, stretta tra i due blocchi, che rendeva altamente rischiosa
la destabilizzazione della Jugoslavia sia per l'Occidente che per l'Oriente.
Per quanto concerne le rimanenti nazioni in Jugoslavia, esse, da una parte,
hanno conservato un atteggiamento prudente nei confronti delle tendenze
unitariste e centraliste ma, nella maggior parte, hanno vissuto la Jugoslavia
come proprio interesse vitale, perché è in questo stato che
hanno realizzato praticamente per la prima volta la propria identità
nazionale (macedoni, musulmani), o sono stati protetti, all'interno dei
confini jugoslavi, dai grandi corpi nazionali vicini con i quali hanno
avuto esperienze storiche complesse (macedoni, sloveni). Particolarmente
specifica è stata la posizione della Bosnia ed Erzegovina, specialmente
della popolazione musulmana, la quale è stata probabilmente la più
orientata di tutto verso l'idea jugoslava, perché qualsiasi variante
d'organizzazione statale all'infuori della Jugoslavia federativa avrebbe
significato, per loro, un enorme rischio di divisione del corpo nazionale
e di realizzazione delle pretese delle repubbliche limitrofe.
Alla fine degli anni 80 e all'inizio dei 90, nelle circostanze
che sono già note, hanno ceduto o si sono indeboliti e esauriti
gli elementi di coesione, il che ha fatto sì che i contrasti fra
le concezioni serbe e croate uscissero da ambiti relativamente accettabili
e controllabili e andassero verso posizioni estremiste. Anche se, guardando
cronologicamente, è stata la Slovenia a avanzare determinate perplessità
riguardanti il futuro funzionamento della federazione, ed ha prima della
Croazia intrapreso concrete misure volte alla secessione, il fattore decisivo
della disintegrazione della Jugoslavia è stato il conflitto serbo
- croato. Quando si è definitivamente cristallizzata la tendenza
di ambedue le parti di formare uno stato nazionale, è scoppiato
il conflitto per opera della minoranza serba in Croazia; alla radice del
conflitto stava il problema di definire o ridefinire i confini tra i due
stati. La popolazione serba era, da una parte, terrorizzata dal crescente
nazionalismo croato, e dall'altra veniva spinta dalla Serbia ad organizzare
un'insurrezione armata con l'obiettivo di separarsi dalla Croazia ed entrare
nel futuro stato serbo. Per quanto riguarda la Bosnia ed Erzegovina, essa,
nelle visioni dei leader nazionali e dei circoli intellettuali di ambedue
le parti, sarebbe stata oggetto di spartizione.
4. Ci è parso indispensabile porgere questa concisa interpretazione
delle cause della disintegrazione della Jugoslavia il cui fine è
facilitare la comprensione dei problemi, delineare le prospettive di sanamento
dei territori dell'ex Jugoslavia e indirizzare gli stati di nuova formazione
verso le soluzioni e i valori positivi della democrazia europea. Comunque
sia, i nuovi stati proseguono ciascuno per conto proprio lungo l'aspro
cammino della transizione, sul quale le loro possibilità di successo
sono assai varie. Grande influenza avranno, tra gli altri fattori, anche
le profonde conseguenze interne e internazionali della guerra nell'ex Jugoslavia.
Il processo di disintegrazione della Jugoslavia e' stato caratterizzato
dai nazionalismi, dagli sciovinismi feroci e accaniti di tutte le parti
in campo.
Non difendo l' 'ancien regime' socialista. E' morto e sepolto.
Il punto è un altro: siamo preda d'ideologie retrograde, aberranti,
sul piano storico procediamo a marcia indietro. Che mi sia permesso ripetere
la domanda già fatta dal Rada Ivekovic scrittore croata:
"E' necessario andare a ritroso per potere avanzare? Infine, e nonostante
tutto, ha ancora un senso parlare di Storia? Idee e politiche reazionarie
discriminatorie, nonché totalitarie e dogmatiche, hanno ripreso
piede tra noi con tanto più vigore, quanto meno si era sviluppata
un'autentica democrazia, un minimo d'individualismo e d'opinione pubblica."
Se non troviamo le risposte sodisfacienti a questa domanda la storia
degli popli jugoslavi rimanera per lungo tempo - come sostiene Stephen
Clissold , in Breve storia della Jugoslavia, la storia delle grandi
potenze che si sono continuamente contese il dominio dei territori ell'attuale
repubblica ma sopratutto la storia dei tentativi degli uni di unificare,
assorbire o unificare gli altri.
KOSOVO
5. Sul questo punto vorrei cercare un collegamento con questo già
detto con la crisi attuale in Kosovo dove siamo testimoni di un'evoluzione
veramente pericolosa annunciandoci - negli scenari ili più pessimisti
- nuove guerre etniche e rinnovate sofferenze della popolazione.
Chi considera l'opzione della restituzione agli albanesi del Kosovo
dell'autonomia che era stata data loro con la Costituzione jugoslava
del 1974 come una soluzione a meta strada tra gli obiettivi dei serbi e
degli albanesi, e quindi anche come una base possibile di compromesso,
deve allo stesso tempo aggiungere che nemmeno questa autonomia, per quanto
eccezionalmente ampia, ha in passato soddisfatto gli albanesi.
Ricordiamo che il Kosovo ha ottenuto l'autonomia nel 1945, quando la Presidenza
dell'Assemblea Popolare serba ha approvato la Legge sulla creazione
della regione autonoma del Kosovo-Metohija, che costituiva parte integrante
della Serbia.
Nell'anno 1974 le province [oltre al Kosovo, la provincia della Vojvodina
nella Serbia settentrionale] hanno ottenuto praticamente tutti gli
attributi statuali - con l'eccezione del diritto alla separazione. Avevano
la loro Costituzione, che non doveva necessariamente essere in accordo
con la Costituzione della Serbia, essendo sufficiente che non fosse in
contrasto con essa; potevano prendere parte a decisioni di importanza
vitale per la Repubblica, mentre non valeva il contrario; avevano il diritto
di votare su ogni modifica della costituzione federale e repubblicana;
potevano approvare leggi che erano in conflitto con le leggi della Repubblica;
avevano ciascuna un rappresentante nella Presidenza della Jugoslavia, al
pari delle altre repubbliche; avevano una propria presidenza, così
come le repubbliche. Al Kosovo sono affluite ingenti somme dal Fondo federale
per le regioni non sviluppate e la dirigenza della provincia non era tenuta
a dare conto di come quel denaro veniva utilizzato. In breve, le provincie
nel corso degli ultimi 15 anni di esistenza della Jugoslavia socialista
hanno avuto diritti di gran lunga maggiori di quelli garantiti alle minoranze
secondo gli standard internazionalmente applicati. E tuttavia, nel 1981
(come già era avvenuto nel 1968), sono scoppiate in Kosovo
dimostrazioni di massa nelle quali si chiedeva la creazione di una Repubblica
del Kosovo.
Slobodan Milosevic, arrivato al potere con la parola d'ordine che la situazione
del Kosovo doveva essere risolta "subito" - cosa che gli è stata
consentita dall'appoggio plebiscitario datogli dai Serbi, ovunque vivessero
- ha tolto tutti i diritti dati dalla Costituzione del 1974. Secondo
la Costituzione serba alla quale fa ora riferimento il potere in Serbia
- il Kosovo non ha più alcun diritto nella federazione, ma
è in massima parte vincolato ai poteri centrali della repubblica.
Gli albanesi hanno reagito abbandonando di fatto l'ordinamento statuale
della Serbia; non partecipano alle elezioni, non mandano i propri figli
nelle scuole statali, non si curano presso le istituzioni sanitarie dello
stato. Gli albanesi in fatti hanno uno stato parallelo all'interno ella
Serbia, dentro i confini della quale vengono mantenuti solo con la forza
poliziesca. Di questo stato delle cose fino a oggi lo stato serbo è
stato del tutto soddisfatto.
Rapporti etnici nel Kosovo sono arrivati al punto di una completa rottura
nelle relazioni serbo-albanesi. Una nostra ricerca ha dimostrato
che, degli undici modelli di soluzioni istituzionali proposti, gli albanesi
accettano solo l'indipendenza del Kosovo (98 per cento dei Albanesi di
Kosovo), un protettorato internazionale finché non verrà
trovata una soluzione duratura (68%), l'unione all'Albania (60%) e uno
status speciale con garanzie internazionali (51 per cento). Dall'altra
parte, i serbi del Kosovo appoggiano solo una "soluzione" che preveda l'abolizione
di ogni autonomia per il Kosovo e si oppongono a ogni altra formula.
Sulla base di questi dati non è difficile essere pessimisti
riguardo all'esito di trattative, se la proposta "mettiamoci a discutere
di ogni variante" viene completata con un "di ogni variante, ma non di...".
La posizione della comunità internazionale - che evidentemente oscilla
tra l'autonomia del Kosovo all'interno della Serbia e lo status di terza
repubblica nella federazione jugoslava - non rende più facile il
compito nemmeno a quegli albanesi che accettano la necessità di
aprire negoziati.
Tutto questo però non deve fare dimenticare che i conflitti
non vengono partoriti dal nulla nelle alte sfere delle élite politiche,
ma trovano sempre la loro origine a livello sociale, anche se, per precisi
interessi in gioco, vengono mascherati sotto vesti "etniche", "religiose"
o "geopolitiche". E' solo a livello sociale e demografico, invece, che
tali conflitti possono trovare una soluzione positiva e durevole.
Se ci si fosse occupati di affrontare la vera situazione socio-demografica
del Kosovo, se l'analisi fosse stata effettuata applicando regole militari
e di polizia professionali, basate sulla costosa esperienza appresa in
passato in tali situazioni, le cose ora sarebbero diverse. E' stato
invece fatale lasciare passare il tempo, mentre le variabili socio-demografiche
fondamentali stavano scappando di mano oltre il punto di non ritorno. Ecco
qui i nudi fatti:
* almeno il 60% della popolazione albanese del Kosovo ha meno
di 30 anni di età, un fattore che costituisce in assoluto l'elemento
chiave della crisi del Kosovo. Perché? Perché questo significa
che è venuta a crearsi una concentrazione critica di giovani che
in questo momento non vede un futuro per sé, mentre si trova a un
età in cui desidera legittimamente un'educazione, un lavoro e una
famiglia.
* la società
degli albanesi del Kosovo (così come quella degli albanesi della
Macedonia occidentale) sta attraversando un periodo di transizione da una
società agrario-tribale ad una più moderna. L'esplosione
demografica è il risultato della transizione, del miglioramento
degli standard di vita e dell'aumentare drammatico della probabilità
di vita. Invece di accordare al numero sempre maggiore di albanesi del
Kosovo un'integrazione più rapida nella società jugoslava
e nella sua economia, questi ultimi sono stati spinti in un ghetto
etnico (e linguistico). Ciò dà per garantita un'esplosione.
Un processo naturale, come un'esplosione demografica, non può essere
arrestato attraverso le misure amministrative. Le scuse meschine, scioviniste,
del tipo "si stanno moltiplicando solo per sorpassare i Serbi", sono prive
di sostanza sia moralmente, che politicamente e legalmente. Quando le cose
raggiungono il punto di ebollizione, dal punto di vista di un'opinione
pubblica serba comunque dominante, c'è solo una soluzione: quella
della repressione. Ci si è già provato una volta, con risultati
negativi. La scena politica serba non ha saputo offrire nulla di meglio
- un fatto sconsolante.
* l'opinione politica degli albanesi non è per nulla uniforme, come
invece lascia intendere la tesi dei nazionalisti serbi. L'opinione politica
rappresentata da Ibrahim Rugova fino a oggi, che include la maggioranza
della Lega Democratica del Kosovo, si trova in una situazione di crisi;
la pressione degli albanesi giovani, in possesso di un'educazione e impazienti,
che sono stanchi dell'attendismo politico di Rugova, diventa sempre più
forte. Rugova, vanitoso e sterile, si considerà già un personaggio
storico; non capisce che non c'è più tempo e che i giovani
non hanno intenzione di attendere fino a quando la Repubblica del Kosovo
pioverà dal cielo in gremo a Ibrahim. I loro anni stanno passando
e hanno tutto da perdere.
Questi tre elemnti costituiscono quello che la moderna teoria della guerra
di controinsurrezione e dei conflitti di bassa intensità -
che si basa una costosa esperienza - considera come le condizioni sufficienti
e necessarie per dei conflitti di ampio raggio e sanguinosi che possono
essere definiti guerre civili. Abbiamo una situazione socio-demografica
che sta diventando insopportabile; abbiamo un governo che sta completamente
ignorando gli sviluppi politici e i problemi reali della maggioranza
di una popolazione e che si affida solo e unicamente alla repressione brutale;
abbiamo una risorsa umana ideale (giovani senza un futuro) per il
reclutamento di combattenti per un movimento di resistenza; abbiamo
una motivazione psicologico-politica per quella che viene percepita come
una "guerra di liberazione nazionale", abbiamo una società repressa,
per definizione solidale, che condivide una stessa lingua esotica e che
difficilmente può essere infiltrata; abbiamo una tradizione
di guerra e di contrabbando di ogni cosa, perfino di armi e, come se non
fosse abbastanza - abbiamo un evidente desiderio da parte di facoltosi
emigranti albanesi di fornire finanziariamente supporto alla guerra nell
Kosovo. Infine, come è ormai chiaro - abbiamo un'organizzazione
combattente illegale, i cui membri vengono arrestati e processati e le
cui azioni stanno continuando e fortemente progredendo in intensità.
Finirò con una conclusione pessimista: sembra purtroppo
che sono venute quindi a crearsi tutte le condizioni per una guerra civile
aperta - una lunga, sanguinosa guerra civile il cui risultato andrà
quasi certamente a sfavore della stabilizzazione nei Balcani.
MONTENGRO
Adesso arrivo al problema di Montenegro.
La repubblica del Montenegro, che con la Serbia forma la federazione
jugoslava, è attraversata ormai da più di un anno da una
forte crisi politica, che potrebbe drasticamente radicalizzarsi in giorni
futuri. Il sostanziale equilibrio delle forze (almeno per il momento) tra
le fazioni rivali guidate dal presidente attuale Djukanovic ed ex-presidente
Bulatovic, la disastrosa situazione economica, la posizione geografica
del paese, che confina con i maggiori punti d'instabilità dei Balcani
e, infine, i sempre vivi interessi internazionali nell'area, lasciano pensare
che la crisi montenegrina difficilmente troverà una soluzione stabile
entro tempi brevi.
Dal 1945 il Montenegro è una delle sei repubbliche della
Repubblica Federativa Socialista Jugoslava (SFRJ) e dal 27 aprile
1992 è entrato a fare parte, come partner della Serbia, della Repubblica
Federativa Jugoslava. Sebbene il suo territori sia poco più del
Trentino Alto-Adige e la propria popolazione di soli 650.000 abitanti,
grazie all'inserimento del Montenegro nella terza Jugoslavia, la Serbia
ha l'unico sbocco sul Mare Adriatico, costituito dal porto di Bar.
Riguardo ai rapporti storici con la Serbia bisogna affermare
che durante questo secolo il Montenegro è stato teatro di due fondamentali
idee e tendenze: quella gran serba, che si esprime in una politica di denazionalizzazione
e di destatualizzazione del Montenegro, in pratica nel tentativo di piegarlo
alla politica statale gran serba, e una di difesa dell'identità
montenegrina, cioè di salvaguardia di uno stato montenegrino, all'interno
di una federazione o in completa autonomia. Fino ad oggi questo conflitto
è stato risolto principalmente con mezzi non democratici, e questo
in due occasioni. Nel 1918, in esiti della Prima guerra mondiale, il Montenegro
è stato forzatamente costretto ad unirsi alla Serbia, mentre nel
1945 è tornato ad acquisire una sua statualità all'interno
della SFRJ, dopo la sconfitta in guerra della corrente unitarista per merito
dei partigiani comunisti.
L'inizio della crisi montenegrina risale nei primi mesi del 1997, in
un momento in cui Belgrado è attraversata da un'imponente e lunga
ondata di manifestazioni studentesche e nella vicina Albania è in
corso la ribellione armata contro Berisha. Ma già in precedenza
si erano evidenziati segnali di screzio con Belgrado: durante il periodo
delle sanzioni erano state erette barriere al confine tra Serbia e Montenegro
per evitare l'"esportazione" illegale di prodotti alimentari da una repubblica
all'altra. In seguito Podgorica aveva unilateralmente facilitato la concessione
di visti ai turisti e dato vita ad una propria compagnia aerea di bandiera
e lo scontro si era poi fatto ancora più aperto con la formulazione
di diverse concezioni rispetto all'adozione di una legge sulle privatizzazioni
(con l'intenzione del governo montenegrino di adottare una serie di normative
atte a fare della repubblica un "paradiso fiscale" adriatico). Lo stesso
Djukanovic ha poi inviato un telegramma di sostegno agli studenti serbi
che manifestavano contro Milosevic, definendo qualche giorno dopo quest'ultimo"un
leader politico che ha fatto il suo tempo".
Dopo la vincita di Djukanovic nelle elezioni presidenziali, la
crisi si è così trascinata per alcuni mesi in un conflitto
aperto. E diventato chiaro che il presidente appena eletto e deciso di
evitare le conseguenze fatali della politica esterna ed interna di Belgrado.
La pressione di Belgrado alla vigilia delle elezioni parlamentari questo
mese e diventato enorme, senza pietà. Djukanovic e indicato come
le nemico No.1 del regime di Milosevic in momento quando trova sempre più
chiaro appoggio della comunità internazionale per la politica liberale
e d'apertura verso l'estero. Nella situazione quando l'opposizione democratica
serba e quasi inesistente e disorientata i concetti di Djukanovic sono
visti come un possibile modello dell'uscita dalla tutta la Jugoslavia dalla
strada d'isolazione, confronto con tutto il mondo e xenofobia e come una
via ragionevole guidando il paese - se rimane unito - nei correnti europei
moderni.
Dal quadro che abbiamo descritto sopra risulta difficilissimo prevedere
quali esiti avrà nell'immediato la crisi tra Serbia e Montenegro.
Indipendentemente da chi vince - devo porre accento sul fatto che gli mossi
di Djukanovic danno sempre più un'impressione di un comportamento
di un uomo di stato responsabile e molto capace - gli effetti di questo
scontro, portano in rischio delle complicazioni d'una crisi che rischia
d'avere conseguenze deleteri per tutti cittadini jugoslavi, ma anche per
tutte le popolazioni della penisola balcanica.
La mia relazione ho cominciato citando Churchill. Finirò con
riferimento alle parole del Richard Holbrooke, l'inviato americano, uno
degli architetti degli accordi di Dayton. Durante una delle sue tournée
per i Balcani, a Sarajevo, lui ha replicato ai suoi interlocutori: "Vi
prego, basta con la storia".
Ho l'impressione che con queste parole è sintetizzato il sentimento
prevalente dell'opinione pubblica europea ed americana a cui i politici
balcanici per sicuro hanno annoiato con tutte le grandi storie sul passato
e con il richiamo dei secolari diritti storici.
Queste parole hanno significato un messaggio che condivido pienamente:
l'unica direzione per uscire attuale circolo vizioso nei Balcani, di sanare
le conseguenze della rottura storica apparita con la disintegrazione dell'ex-Jugoslavia
e di impedire che nuovi focolai di crisi da cui ho parlato - quelli di
Kosovo, di Montenegro o altri - producono nuovi disastri e sofferenze della
popolazione, consiste nell'aprire una nuova pagina della storia basata
sulle esperienze europee moderne e, sopratutta, sulla tolleranza, generosità
che esprime fiducia nella ragione o nella ragionevolezza dell'altro.
Belgrado, 27 aprile 1998