PROSPETTIVE DELLA TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA NEI PAESI DELL’EX JUGOSLAVIA CON RIFERIMENTO PARTICOLARE ALLA SITUAZIONE NELLA REPUBBLICA FEDERALE DI JUGOSLAVIA

Vatroslav Vekaric




Nel periodo successivo alla guerra fredda, si considerano paesi in via di transizione gli stati ex membri del Patto di Varsavia e della cosiddetta "comunità socialista", come anche due paesi che non appartenevano a questi gruppi, ma erano di ordinamento comunista, la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia e l’Albania. Nel senso più lato del termine, per ‘transizione’ si sottintende, da una parte, la rottura con il sistema monopartitico a economia pianificata, e dall’altra, l’apertura verso la democrazia parlamentare e l’economia di mercato.

Considerate queste premesse, si potrebbe dire che i paesi in via di transizione si trovano in un processo di trasformazione democratica il cui scopo è un cambiamento sostanziale sul modello della scala dei valori promossa dalla società occidentale, considerati la conquista suprema della civiltà moderna. Questa scala dei valori, in un’elaborazione più capillare, oltre alla democrazia parlamentare e all’economia di mercato, prevede anche l’instaurazione dello stato di diritto, il rispetto dei diritti dell’uomo e di quelli dei gruppi etnici. Accettando e propagando questi valori nel processo di trasformazione democratica, i paesi in via di transizione optano e si preparano per l’integrazione nelle istituzioni europee ed euroatlantiche, che rappresentano le componenti chiavi dell’odierno ordinamento europeo e mondiale. Nella sfera politica e giuridica ci riferiamo al Consiglio d’Europa; in quella economica (con determinate componenti di politica estera e di sicurezza) all’UE; nella sfera della sicurezza alla NATO e alla "Partnership for Peace."

Dalla prontezza e dalla capacità delle forze politiche e sociali al potere nei paesi in via di transizione, ad appoggiare e attuare il programma di trasformazione democratica, come pure dall’aiuto e dall’appoggio degli Stati Uniti e dei principali paesi europei nel raggiungimento di questo obiettivo, dipende la formazione di nuovi rapporti globali europei. Se la globalità dei nuovi rapporti europei, alla fin fine, è condizione di stabilità e prosperità in Europa, allora la responsabilità per il successo del processo di trasformazione democratica nei paesi in via di transizione è reciproca, anche se non uguale, perché il destino di questi paesi si trova in primo luogo nelle loro proprie mani.

Nel processo di trasformazione democratica nei paesi sul territorio dell’ex Jugoslavia ci sono particolarità non trascurabili rispetto agli altri paesi in via di transizione. Alcune di esse appartengono alla categoria dei vantaggi, ed altre alla categoria delle circostanze aggravanti.

Grosso modo, si può dire che l’ex Jugoslavia, per un concorso di varie circostanze, era più preparata per il processo di trasformazione democratica di quanto non lo fossero i paesi in via di transizione che si trovavano nel Patto di Varsavia e nella cosiddetta comunità socialista.

Sul piano internazionale, l’ex Jugoslavia, come paese non allineato, ha avuto l’opportunità di mantenere e sviluppare rapporti politici ed economici con l’Est, con l’Ovest e con il Terzo Mondo. Tra i suoi più grandi partner nel commercio estero figuravano i paesi occidentali europei, la Germania e l’Italia; la Jugoslavia ha stipulato i primi contratti con l’UE già nel 1970, allargandoli in seguito sempre più. Questi fatti mostravano e confermavano la sua capacità di adattarsi alla situazione e alle linee di sviluppo nel mondo, ed hanno pure esercitato una forte influenza di ritorno nel paese stesso.

Sul piano interno, il rigido modello sovietico ha subito significative alterazioni sotto l’influsso dello sviluppo del cosiddetto sistema di autogestione, nonché di alcune altre circostanze. Erano più numerosi gli elementi di democrazia nel funzionamento dello stato e della società, come pure più numerosi erano gli elementi pertinenti all’economia di mercato e al funzionamento del sistema economico, basato sulla proprietà statale e "sociale", di quanto non lo fossero nei paesi con socialismo di tipo sovietico. Il significativo orientamento all’esportazione verso i partner occidentali, il grande numero di cittadini jugoslavi al lavoro temporaneo nei paesi occidentali, il sempre crescente afflusso di turisti provenienti dai paesi sviluppati dell’occidente, ha influito sull’acquisizione di certi standard della società occidentale.

Sul piano della preparazione per il processo di trasformazione democratica, cui si sono aperte le strade dopo la rottura del bipolarismo e la caduta del muro di Berlino, questi vantaggi dell’ex Jugoslavia, paragonati con la situazione negli altri paesi in via di transizione, erano talmente evidenti che nel 1989 e 1990 sia i politici che gli esperti erano univoci nell’opinione che la Republica Federativa Socialista di Jugoslavia sarebbe stato il primo paese socialista a entrare nelle principali istituzioni ed organizzazioni europee, specialmente sul piano economico.

Il processo di trasformazione democratica dell’ex Jugoslavia è stato fermato, e ha anche regredito molto per via di quel complesso di eventi che si accomunano con il termine della cosiddetta "crisi jugoslava". Anche se alcuni altri paesi si sono trovati in crisi, specalmente quelli disintegratisi, quali l’URSS e la Cecoslovacchia, non si sono prodotti gli aspetti e le dimensioni avutisi sul territorio dell’ex Jugoslavia.

La disintegrazione dello stato comune, nel 1991, ha avuto come conseguenza che in tutte le repubbliche ex jugoslave si imponesse, come principale priorità da una parte, la questione della presa del potere, e dall’altra parte, la proclamazione della sovranità e dell’independenza nazionale. Tutte le altre questioni, incluso il processo di trasformazione democratica, sono state relegate in secondo piano, o erano poste in funzione della realizzazione dei suddetti obiettivi. Pertanto, la disintegrazione dello stato comune, dal punto di vista degli effetti diretti, ha avuto un effetto distruttivo sul processo di transizione e sul programma di trasformazione democratica della RSF di Jugoslavia (concepito nel periodo 1989-91 dal governo di Ante Markovic), mentre dal punto di vista di una proiezione a più lungo termine in certe repubbliche ex jugoslave ha portato alla valorizzazione di determinati potenziali positivi, specialmente nel caso della Slovenia.

La guerra in Slovenia, Croazia e specialmente in Bosnia ed Erzegovina, ha dato il marchio alla crisi jugoslava, ed ha avuto anche ripercussioni significative sullo stato nei Balcani, in Europa e nel mondo. Durante la guerra sono state distrutte molte conquiste e sono stati messi in forse molti di quei valori che avvicinavano l’ex territorio jugoslavo alla sfera europea. Queste sono le conseguenze globali della guerra. Tuttavia, non si deve trascurare il fatto che, a causa della guerra e delle altre caratteristiche della disintegrazione dell’ex Jugoslavia, l’interesse dell’ Europa e del mondo per quest’area, è diventato più grande che mai prima nel recente passato. Inoltre, nello stesso contesto storico alcune ex repubbliche jugoslave hanno instaurato e sviluppato legami e rapporti con le potenze promotrici dell’ordinamento moderno europeo e mondiale, mentre altre si sono trovate sotto la frusta dell’embargo e dell’isolamento.

Anche se tutte le repubbliche ex jugoslave sono, in un modo o nell’altro, vittime della guerra (Con questo non si vuole evitare il giudizio che la responsabilità maggiore per la guerra cade sulle spalle del regime di Milosevic in Serbia e della sua idea di realizzare la "Grande Serbia" ricorrendo alla forza) a causa delle circostanze in cui è scoppiata la guerra e delle circostanze sotto cui si è sviluppata, alcune di esse potranno muoversi più rapidamente e più facilmente lungo il percorso della transizione, mentre le altre dovranno superare ulteriori ostacoli su quella strada.

La sanazione delle conseguenze della crisi sarà per tutte le repubbliche ex jugoslave (Slovenia esclusa per molti aspetti), la preoccupazione primaria della politica nazionale nel presente e nel prossimo futuro. La ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, la ripresa dell’economia in letargo e tecnologicamente obsoleta, la soluzione dei problemi inerenti i profughi, la consolidazione del potere con mezzi democratici o non democratici, la realizzazione delle rimanenti rivendicazioni nazionali, i conflitti attorno alle rimanenti questioni aperte con gli stati vicini, e molte altre questioni simili, renderanno difficile il processo di trasformazione democratica, specialmente in alcune repubbliche ex jugoslave (Bosnia ed Erzegovina, Croazia, RF di Jugoslavia).

Ci sono più fattori o circostanze che influscono sul processo di trasformazione democratica nei paesi in via di transizione sul territorio dell’ex Jugoslavia. Si tratta dei fattori e delle circostanze che compaiono anche nel processo di trasformazione democratica dei paesi che si trovano all’infuori del territorio dell’ex Jugoslavia, ma nel caso delle repubbliche ex jugoslave hanno connotazioni particolari.

 L'’atteggiamento delle forze politiche. Il processo di trasformazione democratica nei paesi in via di transizione è impensabile senza l’orientamento delle maggiori forze politiche e sociali verso la cosiddetta opzione europea, che sottintende l’assunzione dei valori affirmatisi sul territorio europeo e il collegamento con le istituzioni e le organizzazioni europee.

Nelle repubbliche ex jugoslave il potere si trova nelle mani dei partiti di sinistra, di centro e di destra. Le dirigenze di questi partiti sono state prevalentemente riprese dall’ex Lega dei Comunisti della Jugoslavia, ma i partiti originati o trasformatisi sotto la loro guida e il loro programma si sono sistemati nell’ampio spazio che nello spettro pluripartitico appartiene alla sinistra, al centro e alla destra. Comunque, questa classificazione si deve accettare con le dovute riserve, dal momento che la base sociale di questi partiti, e spesso anche il loro orientamento, non corrisponde rigorosamente alle concezioni di sinistra, centro o destra. In ogni caso, all’infuori dello spazio che occupano questi partiti, è possibile trovare i partiti di ultrasinistra e ultradestra, nella maggior parte dei casi marginalizzati, ma aventi, in determinate realtà, un’influenza piuttosto marcata.

Tutti i maggiori partiti nelle repubbliche ex jugoslave si sono dichiarati favorevoli al processo di trasformazione democratica, ovvero propensi alla cosiddetta opzione europea. Alcuni con minore, altri con maggiore entusiasmo, gli uni con programmi concreti e elaborati per la realizzazione dell’opzione europea, gli altri con un consenso appena abbozzato, realtivamente generalizzato, di questa opzione. Molti fattori hanno influito sul loro orientamento, tra questi l’affinità ideologica e politica per la scala dei valori che l’opzione europea impone, le esperienze negative con la cosiddetta opzione dell’Est nel periodo del bipolarismo, la coscienza che l’opzione europea apre le porte al collegamento con le tendenze dello sviluppo economico e tecnologico, la limitatezza dello spazio di manovra per la realizzazione di qualunque altra opzione nell’esistente costellazione delle forze in Europa e nel mondo.

Anche con i partiti di opposizione si ha una situazione simile. La maggioranza dei partiti di opposizione della sinistra, del centro e della destra si impegnano per il processo di trasformazione democratica, alcuni di loro con maggiore veemenza di quanto non facciano i partiti al potere. La volontà di conseguire un più rapido e più energico collegamento con l’Europa è espressa nei loro stessi programmi, spesso è condizionata dall’atteggiamento critico nei confronti dei risultati delle attività dei partiti al potere, mentre qualche volta è diretta ad assicurarsi l’appoggio diretto di quelle forze esterne che potrebbero aiutarli ad assumere il potere.

Una conclusione di maggiore respiro che è possibile trarre dalla circostanza che nelle repubbliche ex jugoslave i partiti al potere, e anche i principali partiti di opposizione, sono favorevoli all’opzione europea, è che anche in caso di cambiamento delle strutture al potere non avrebbero luogo notevoli cambiamenti concernenti l’opzione europea.

Contrari a questa opzione sono i partiti di ultrasinistra, che optano per la restaurazione di una più o meno rigida variante di socialismo di stampo marxista-leninista. (In Jugoslavia - Serbia) , per esempio, la Sinistra Unita Jugoslava - Jugoslovenska udruzena levica (JUL), guidata da Mirjana Markovic, moglie del presidente Milosevic). Anche alcune forze di ultradestra sono avverse a questa opzione, specialmente (o esclusivamente) quelle orientate al nazionalismo radicale o al fanatismo religioso. (In Jugoslavia- Serbia): Partito Radicale Serbo - Srpska Radikalna stranka (SRS), guidato da Vojislav Seselj. Anche per loro l’opzione europea è sinonimo di sottomissione all’imperialismo, annichilazione dell’identità nazionale e religiosa. Si tratta di forze politiche e sociali che riconoscono l’interesse nazionale nel panslavismo e nella religione ortodossa, oppure nel fondamentalismo islamico e nel panislamismo.

Nell’esistente disposizione delle forze sulla scena interna nelle repubbliche ex jugoslave e sul territorio europeo non esistono grandi possibilità che queste forze arrivino al potere o ostacolino significativamente la realizzazione dell’opzione europea sul territorio dell’ex Jugoslavia.

 L’orientamento delle maggiori forze politiche e sociali verso il processo di trasformazione democratica rappresenta un’importante ipotesi, ma non l’unica, per la realizzazione dell’opzione europea.

Anche se in tutte le repubbliche ex jugoslave è stato introdotto e accolto il procedimento democratico per salire al potere con elezioni oneste e corrette, alcune circostanze speciali hanno reso possibile, o hanno contribuito affinché alcuni partiti salissero o rimanessero al potere. Si tratta del monopolio sui mezzi di informazione, specialmente sui mezzi eletronici, dei vantaggi derivanti dal sistema elettorale, ed anche di alcuni altri tipi o strumenti di manipolazione. Anche parte dell’atteggiamento autoritario o esclusivo di certi partiti al potere è collegato a questo stato di cose. In quelle repubbliche ex jugoslave la base del sistema politico è angusta e ancora molto lontana dal modello di democrazia parlamentare applicato nella pratica europea, ovvero conforme con gli standard propugnati dal Consiglio d’Europa e dall’OSCE. Questa importante precondizione per entrare nelle istituzioni e nelle organizzazioni europee si può realizzare solo con l’ampliamento della base e con la democratizzazione generale del sistema politico.

Considerate le circostanze che nei paesi ex socialisti, a cui appartengono anche le repubbliche ex jugoslave, erano predominanti la proprietà statale e la cosiddetta proprietà "sociale", l’orientamento per l’economia di mercato coincide anche con la richiesta di mettere in atto il processo di privatizzazione. Questo processo non è stato portato fino in fondo in nessuna repubblica ex jugoslava, anche se alcune di esse si trovano all’inizio di questo cammino, e altre invece alla sua fine. L’astratta e ambivalente proprietà sociale non è ancora definitivamente passata né in mani statali né in mani private. Il processo di denazionalizzazione si realizza lentamente e in modo incoerente, ed è collegato con molti ostacoli amministrativi, nonché con l’insufficienza di mezzi finanziari che occorrono per pagare gli ex proprietari. L’affermarsi della proprietà privata e la partecipazione del settore privato sul mercato sono soggetti a molte altre limitazioni.

La formazione di stati nazionali più o meno omogenei, le circostanze belliche, con pulizia etnica di vaste proporzioni e milioni di espatriati, la lotta senza quartiere per il potere, hanno contribuito affinché nella maggioranza delle repubbliche ex jugoslave i diritti dell’uomo e i diritti dei gruppi etnici siano al di sotto del livello standard prescritto dall’ONU, dall’OSCE e dal Consiglio d’Europa. Da loro ci si aspetta che nel sistema normativo, e specialmente nella sua attuazione pratica, si tenga conto dell’intero corpo dei diritti dell’uomo e dei diritti delle minoranze, specialmente etniche, affinché la loro entrata in Europa possa essere accettata e appoggiata.

La realizzazione di questi e di alcuni altri presupposti, da una parte, serve da misura di "sincerità" nell’orientamento per l’opzione europea, e dall’altra testimonia del livello di trasformazione democratica raggiunto nei paesi sul territorio dell’ex Jugoslavia.

In questo momento si può dire che il processo è in corso, che il suo andamento conferma l’orientamento per l’opzione europea, ma occorrerà ancora relativamente molto tempo per poterne contemplare i risultati concreti.

Nel processo di trasformazione democratica delle repubbliche ex jugoslave detengono un ruolo importante, oggi come in futuro, i loro rapporti reciproci.

Il primo aspetto di tali rapporti reciproci riguarda gli obblighi derivanti per alcune di esse dall’Accordo di Dayton e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’adempimento di questi obblighi è una condizione per la normalizzazione della situazione sul territorio dell’ex Jugoslavia. In tale contesto è specialmente significativa la conclusione del processo di riconoscimento reciproco delle repubbliche ex jugoslave, come segno e garanzia che sono state risolte le questioni ancora aperte di territori, di minoranze, di proprietà, nell’ambito della successione, nonché altre questioni. In fin dei conti, si tratta di rimuovere le cause dirette della crisi e di accettare le nuove realtà sul territorio dell’ex Jugoslavia.

Il secondo aspetto di questi rapporti reciproci riguarda il ripristino di alcuni legami di importanza vitale sul territorio dell’ex stato comune, ma sotto le condizioni dettate adesso dall’esistenza di cinque stati. Durante il periodo di vita in comune in uno stato unitario, in uno spazio di tempo superante i sette decenni, sono stati allacciati molti legami nel settore economico, culturale, delle comunicazioni e in altri, rimasti interrotti nel corso della cosiddetta crisi jugoslava. Nonostante le nuove condizioni e i nuovi orientamenti, per mettere definitivamente in piedi ognuna delle cinque repubbliche ex jugoslave, bisogna rinnovare alcuni legami conformemente con le nuove circostanze e con i nuovi interessi. In ogni caso, non si tratta di restaurare l’ex stato comune, quantunque ognuna delle repubbliche traesse benefici e vantaggi dalla vita in esso, perché in primo luogo tutti i nuovi stati proveranno a preservare e consolidare gli attributi di sovranità.

Il terzo aspetto di questi rapporti riguarda l’atteggiamento nei confronti del cosiddetto approccio regionale dell’UE alla loro integrazione nello spazio delle integrazioni europee. In sostanza, l’approccio europeo è condizionato, da una parte, dalla strategia di estensione delle cornici d’integrazione europee, e dall’altra parte, dalla necessità che, tramite il consolidamento delle circostanze e la promozione dei legami reciproci, i paesi ex jugoslavi e alcuni altri paesi balcanici si preparino a prendere parte all’integrazione europea. L’UE, e l’Europa nel senso più lato della parola, con questo atteggiamento fa chiaramente sapere che i paesi di questa area, Slovenia probabilmente esclusa, non possono contare di entrare nel novero dei paesi che verranno inclusi primi nell’integrazione europea, bensí devono precedentemente risolvere i conflitti e le dispute e arrivare ad altri presupposti indispensabili alla "maturità" necessaria per entrare in Europa. Questo approcio europeo rappresenta un forte stimolo per la promozione dei rapporti regionali sui Balcani, oppure, come si dice sempre più spesso, nell’Europa del Sud-Est, e specialmente nella regione più critica, sul territorio ex jugoslavo.

Tutti questi fattori possono influire positivamente sul processo di trasformazione democratica nelle repubbliche ex jugoslave.

Sarebbe una semplificazione dire che la presente costellazione di forze in Europa e nel mondo, rappresentata dal cosiddetto ordine unipolare-tripolare, imponga a tutti i paesi europei, e specialmente ai paesi ex socialisti, l’opzione europea, rendendo cioè ogni altra opzione irreale o lacunosa in ogni caso. Se si considera la sostanza, allora sono in questione i vantaggi del modello occidentale in paragone con il modello che è crollato, l’importanza dello sviluppo economico e del sistema pluripartitico democratico per la realizzazione degli interessi esistenziali della nazione alla fine del Novecento, la circostanza che i centri dello sviluppo economico e tecnologico si trovano nel mondo occidentale. Sotto l’azione stimolativa di questi fattori tutti i paesi balcanici, inclusi quelli sul territorio dell’ex Jugoslavia, per la prima volta nella storia di questa area travagliata, tendono a uno stesso scopo: l’integrazione nelle istituzioni e nelle organizzazioni europee. Da ciò si potrebbe concludere che tutti essi proveranno ad avanzare con la massima rapidità possibile nell’attuazione dei processi di trasformazione democratica, al fine di adempire le condizioni richieste per entrare in Europa. Sotto questo riguardo, ciò può rappresentare un fattore di concorrenza "sana". Ma non si deve trascurare neanche la possibilità che questa aspirazione, in nuove forme, venga usata per nuove confrontazioni nell’area balcanica o per minare l’approcio regionale europeo ritenuto non "stimolante" per coloro i quali pensano di dover avere la precedenza sopra gli altri nei processi di integrazione europei.

Il processo di trasformazione democratica si sviluppa in circostanze sia comuni, per i paesi dell’ex Jugoslavia, che particolari.

Slovenia. - Il caso della Slovenia si distingue in gran misura dai casi delle altre repubbliche ex jugoslave. Prima di tutto, per la sua posizione geografica, che le ha dato la possibilità di "fuggire" formalmente e effettivamente dai Balcani. Essa è stata la prima a rendersi indipendente dall’ex Jugoslavia, dopo una breve guerra che, in fondo, guerra non è stata. Non ha risentito le conseguenze del conflitto, tranne che ha accolto sul suo territorio un certo numero, tuttavia non eccessivo, di profughi, prevalentemente dalla Bosnia ed Erzegovina. è È indiscutibile che ha perduto il principale mercato per i suoi prodotti, ma si è orientata verso nuovi mercati con discreto successo e velocità.

Anche se in tutte le repubbliche ex jugoslave sulla scena politica agisce un gran numero di partiti, in Slovenia il sistema pluripartitico con le relative istituzioni democratiche è sviluppato più che altrove. C’è un certo equilibrio di potere tra il presidente, le cui prerogative non sono grandi (attualmente è presidente l’ex presidente del Presidiim della Lega dei Comunisti della Slovenia, la cui autorità sul piano nazionale è indiscutibile), e il governo che in questo mandato è guidato dall’ex presidente del Presidium della RSFJ, rappresentante del centro, la cui reputazione personale è pure notevole. I conflitti e gli asti tra i personaggi politici e i partiti sono propri della democrazia parlamentare.

Nell’attuazione della privatizazione e dello sviluppo dell’economia di mercato non solo si è andato molto avanti, ma sono stati ottenuti apprezzabili risultati nell’avvicinamento al livello di sviluppo dei paesi membri meno sviluppati dell’UE.

Tutte queste circostanze hanno contribuito affinché la Slovenia, senza grandi problemi, entrasse a far parte del Consiglio d’Europa, della Partnership for Peace e si associasse con i paesi dell’Iniziativa economica dell’Eurpoa Centrale e del Gruppo di Visegrad, che hanno la prospettiva di essere accolti tra i primi nel seno dell’UE.

Siccome questi sono gli indicatori principali della realizzazione del processo di trasformazione democratica, si può concludere che la Slovenia è uno dei paesi in via di transizione che è avanzato maggiormente su questa strada.

Gli ostacoli esterni all’integrazione della Slovenia in Europa sono costituiti dalle questioni ancora aperte con l’Italia, relative alla proprietà dei cittadini di quest’ultima che hanno abbandonato queste zone dell’ex Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale, come pure alcune questioni controverse riguardanti la demarcazione dei confini con la Croazia.

Macedonia. - Pochi credevano che questa repubblica, che tradizionalmente rappresentava il pomo della discordia nei rapporti tra Serbia, Bulgaria e Grecia, si sarebbe separata in modo indolore dall’ ex stato comune, ma è proprio quanto è successo. Di conseguenza, la Macedonia è favorita da notevoli vantaggi rispetto a tutte le altre repubbliche jugoslave coinvolte direttamente nel vortice della crisi e della guerra. Effettivamente si potrebbe sostenere che essa è stata colpita direttamente dalle sanzioni imposte nel 1992 alla Repubblica Federale di Jugoslavia, ma non si deve dimenticare che sotto certi aspetti ne ha tratto vantaggi sul piano economico.

Di per sé, il sistema democratico parlamentare in Macedonia funziona con tutte le virtù e i vizi ad esso immanenti. È fortemente espressa la confrontazione tra la sinistra riformata, il centro e la destra, cui si accompagnano due situazioni specifiche dell’ambiente politico e sociale macedone. La prima è costituita dalla grande autorità del Presidente della Repubblica, al quale si ascrive il merito di aver guidato saggiamente il paese per gli impervi sentieri della crisi jugoslava, mentre l’altra è costituita dalla partecipazione della numerosa minoranza albanese nell’amministrazione del potere.

Le critiche che vengono espresse sul conto dell’amministrazione macedone partono dall’atteggiamento nei confronti della realizzazione dei diritti della minoranza albanese, sia sul piano locale che su quello della pubblica istruzione, nonché dall’insufficiente libertà lasciata ai mezzi di informazione.

Nel processo di trasformazione democratica la Macedonia ha adempito tutti i presupposti che le hanno reso possibile di diventare membro del Consiglio d’Europa e della Partnership for Peace. Nel processo di reciproco riconoscimento delle repubbliche ex jugoslave, essa è la prima ad aver instaurato rapporti diplomatici con la RF di Jugoslavia.

Tuttavia, la posizione della Macedonia non è definitivamente consolidata. Una delle cause di questo stato di cose è la contesa con la Grecia intorno al nome dello stato macedone e intorno alle sue eventuali pretese territoriali ai danni della Grecia. La seconda causa è data dalla Bulgaria, che è stata tra i primi a riconoscere lo stato sovrano macedone, continuando tuttavia a non riconoscere la nazione macedone.

In base ai presupposti politici che ha adempito, come anche grazie all’appoggio che ha negli Stati Uniti e tra i paesi europei, la Macedonia ritiene di avere la precedenza rispetto alle altre repubbliche ex jugoslave nella questione dell’integrazione nei processi europei, ma il livello del suo sviluppo economico e certe questioni aperte nei rapporti con i vicini la mette in quel gruppo di paesi balcanici che devono soddisfare gli impegni del cosiddetto approccio regionale all’UE per poter rientrare nelle sue cornici.

Croazia. - L’atteggiamento delle maggiori forze europee e mondiali nei confronti dell’integrazione della Croazia nell’ordinamento moderno europeo è in sostanza ambivalente, anche se non vengono trascurate certe differenze

Da una parte, la Croazia è vittima dell’aggressione dell’Armata Jugoslava e partner cooperativo nella stabilizzazione della Federazione Bosniaco-Croata e della Bosnia ed Erzegovina unitaria, e gode del particolare appoggio degli Stati Uniti e della Germania.

Dall’altra parte, la Croazia viene messa sotto accusa per il crudele rapporto verso i serbi e l’opposizione al ritorno dei serbi profughi ed espatriati nelle proprie case, abbandonate dopo la violenta liquidazione della cosiddetta area UNPA, come pure per le pretese nascoste ed aperte che ha sulla Bosnia ed Erzegovina, nonché per l’autoritarismo relativamente marcato esternato dalle forze politiche al potere.

In questo contesto, le organizzazioni internazionali, cui è membro la Croazia, o delle quali desidera diventare membro, fanno pressione sulle questioni che sono di loro competenza. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tramite comunicazioni presidenziali, cerca di costringere la Croazia a creare le condizioni per il ritorno dei profughi e degli espatriati, a essere cooperativa nell’esecuzione dell’Accordo di Erdut e a rispettare gli impegni assunti con l’Accordo di Dayton. Il Consiglio d’Europa ha formulato tutta una serie di richieste che riguardano il funzionamento del sistema politico, l’osservazione dei diritti dell’uomo e dei diritti delle minoranze etniche, la libertà dei mass media che la Croazia deve soddisfare per divenire membro a pieni diritti. Nello stesso modo, sono state formulate le condizioni da soddisfare perché sia accettata nella Partnership for Peace.

Anche se la Croazia sottolinea di appartenere all’area culturale mitteleuropea e rifiuta di partecipare alle iniziative balcaniche, specialmente a quelle che riguardano il rinnovo dei legami in precedenza esistenti nello spazio ex jugoslavo, è certo che il cosiddetto approccio regionale dell’UE coinvolge anche essa. L’UE non accetterà la Croazia come membro associato finché essa non risolverà le questioni controverse con i suoi vicini, non democratizzi il sistema interno e non raggiunga il neccessario livello di sviluppo economico. Riguardo a quest’ultimo punto, bisogna dire che l’economia croata ha subito gravi danni durante la crisi e la guerra, specialmente l’economia turistica, e le occorrerà molto tempo per raggiungere la crescita economica necessaria.

Bosnia ed Erzegovina - La guerra è durata più a lungo e ha avuto le conseguenze più gravi sul territorio della Bosnia ed Erzegovina. Le maggiori devastazioni e le più massicce pulizie etniche sono state operate in questa repubblica ex jugoslava, ma la questione della trasformazione democratica della Bosnia ed Erzegovina si distingue molto da quella di altre repubbliche ex jugoslave anche per alcune caratteristiche specifiche.

Anche se la Bosnia ed Erzegovina è internazionalmente riconosciuta ed è membro dell’ONU e dell’OSCE già dal 1992, la guerra ha dissolto la sua struttura giuridico-statale, mentre l’Accordo di Dayton del 1995 ne ha instaurato una nuova, che solo dopo le elezioni del 1996 e la promulgazione della nuova Costituzione, ha avuto opportunità di essere messa in atto. L’Accordo di Dayton ha posto le premesse per la trasformazione democratica della Bosnia ed Erzegovina, ma essa potrà realizzarsi solo dopo che avranno cominiciato a funzionare i nuovi organi di potere della Bosnia ed Erzegovina unificata avente due entità distinte.

La specificità del caso della Bosnia ed Erzegovina, sul suo cammino alla transizione, sarà costituita dal fatto che le grandi potenze e le organizzazioni internazionali, in base agli accordi già stipulati e a quelli ancora da delineare, porgeranno un significativo appoggio finanziario ed economico e aiuteranno il suo sviluppo economico. È possibile anche supporre che, a causa del pericolo di disintegrazione o di fenomeni di secessione in Bosnia ed Erzegovina, le grandi potenze e le organizzazioni internazionali stimoleranno la sua integrazione nelle istituzioni europee.

Ma sono riconoscibili anche grandi ostacoli sulla strada della trasformazione democratica della Bosnia ed Erzegovina.

È assai probabile che la Bosnia ed Erzegovina sarà a lungo termine dilaniata tra l’ostruzionismo già in atto e la volontà di cooperazione alla quale si tende nei rapporti tra le tre comunità etniche e le due entità statali. Stando al presente stato delle cose, ogni comunità etnica e ambedue le entità statali, più o meno, cercano di salvaguardare o rafforzare le posizioni conquistate nella guerra o con l’Accordo di Dayton. Lo conferma esplicitamente la tendenza a conservare i territori etnicamente puliti impossibilitando il ritorno dei profughi e degli espatriati, come pure l’assenza di libertà di movimento sull’intero territorio della Bosnia ed Erzegovina.

La trasformazione democratica, come dimensione fondamentale dell’opzione europea, verrà messa in forse anche dal ripiego di una determinata percentuale di musulmani al panislamismo, o dal ripiego di una determinata percentuale di serbi al panslavismo. Queste potranno essere le opzioni alle quali sarà data la precedenza, oppure rappresenteranno particolari opzioni di riserva sostitutive dell’opzione europea.

Se a buon diritto si può supporre che le maggiori forze politiche nella Bosnia ed Erzegovina, nel contesto sociale, regionale e mondiale in cui si trova questo paese, nel periodo a venire, si dichiareranno favorevoli all’integrazione nelle istituzioni ed organizzazioni europee, ovvero all’opzione europea, i primi passi sulla strada della trasformazione democratica sono ancora tutti da fare.

RF di Jugoslavia - Il caso della RF di Jugoslavia è particolare. Si tratta di due repubbliche che, a differenza delle altre quattro, sono rimaste unite da legami politici ed economici, con la tendenza di conservare la continuità giuridica internazionale dell’ex stato unitario. Questi loro legami non hanno rappresentato un vantaggio comparativo (come invece era da aspettarsi) rispetto alle repubbliche che hanno optato per l' indipendenza e hanno dovuto costituirsi e affermarsi come nuovi membri della comunità internazionale; il corso degli eventi succedutisi nel contesto della crisi jugoslava ha portato queste due repubbliche in una situazione peggiore di quella della maggor parte delle altre reppubliche.

Al primo posto qui ci riferiamo alla sospensione della Jugoslavia dalla qualità di paese membro dell’Assemblea Generale dell’ONU e da alcuni altri organi e corpi dell’organizzazione mondiale, come pure dall’OSCE. Molte altre organizzazioni ed istituzioni internazionali hanno seguito l’esempio dell’ONU e dell’OSCE. In questo modo la RF di Jugoslavia, è stata praticamente esclusa della comunità internazionale. Non accettando il rapporto della Commissione di arbitraggio di Badinter, secondo cui l’ex Jugoslavia ha cessato di esistere, la RF di Jugoslavia si è rifiutata di presentare la domanda formale per essere accettata in qualità di nuovo membro nelle appena menzionate organizzazioni internazionali.

Le misure di coercizione che il Consiglio di Sicurezza ha preso contro la RF di Jugoslavia, accusandola di aver scatenato la guerra in Bosnia ed Erzegovina, in base al Capitolo VII della Carta delle NU, sono durate dal 1992 al 1996 e l’hanno portata nella quasi completa isolazione internazionale. Le conseguenze delle sanzioni sono state drastiche sul piano politico, diplomatico, finanziario, economico e sociale. Sotto tali circostanze, naturalmente, esse hanno influito negativamente anche sulla formazione delle precondizioni fondamentali per il processo di trasformazione democratica.

Siccome le sanzioni sono state abrogate e l’Accordo di Dayton viene messo in atto e il processo di riconoscimento reciproco delle repubbliche ex jugoslave è sul punto di essere concluso, ora viene all’ordine del giorno la questione dei modi, delle vie e dei termini dell’integrazione, o della reintegrazione della RF di Jugoslavia nella comunità internazionale. La questione qui menzionata è ancora aperta, ma solo a soluzione definitiva raggiunta saranno formate le condizioni normali per una più profonda intergrazione della RF di Jugoslavia nell’ordinamento moderno europeo, in accordo con il cosiddetto approccio europeo regionale, dipendentemente dal ritmo e dai risultati della trasformazione democratica nel paese.

Le maggiori forze politiche, incluso il partito al governo, hanno votato menomale sulla carta per l’opzione europea. Ma, essa non è stata ancora definita programmaticamente, e ancor meno operazionalizzata nella prassi, il che potrebbe essere spiegato con l’impegno nel risolvimento di questioni di maggiore priorità scaturite dalla crisi jugoslava e, al limite, con l’attesa che gli eventi mostrino che l’opzione europea sia davvero unica e inevitabile (ci riferiamo qui allo sviluppo della situazione in Russia e in altre parti del mondo). La realizzazione dell’opzione europea dipenderà anche dalla misura in cui la Sinistra Unita Jugoslava, che ha un programma internazionale diverso, sarà in grado di influire sull’orientamento del Partito Socialista della Serbia e sulle forze che deterranno il potere.

Sul cammino della trasformazione democratica della RF di Jugoslavia si trovano le seguenti questioni da risolvere: mettere in atto tutti gli impegni derivanti dall’Accordo di Dayton e dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, compresa la collaborazione con il Tribunale Internazionale dell’Aia; allargare la base del sistema politico, rispettare il corpo dei diritti dell’uomo e le libertà dei mass media; instaurare determinate forme di autonomia per le minoranze etniche che costituiscono la maggioranza sul territorio in cui vivono; stimolare i processi di privatizzazione e aumentare il ruolo del settore privato nell’economia di mercato ecc. (il cosiddetto "muro esterno delle sanzioni"). Il compito di trovare una soluzione equilibrata per l’autonomia del Kossovo rimane la più seria sfida alla politica jugoslava.

Riguardo all’integrazione nei corsi dello sviluppo economico e tecnologico in Europa, è neccessaria il rinnovamento tecnologico e materiale dell’economia colpita della disintegrazione dello stato, dalla guerra e dalle sanzioni.

Per quanto riguarda le principali istituzioni europee, gli atuali sforzi della RF di Jugoslavia sono i seguenti: rinnovare lo status di paese ospite speciale nel Consiglio d’Europa, con l’aspirazione a realizzare i presupposti per diventarne membro a pieni diritti; rinnovare i rapporti contrattuali con l’UE, aspirando a realizzare le condizioni per diventarne membro associato; finora l’atteggiamento nei confronti della Partnership for Peace non è stato ancora definito. Da quanto detto deriva che il cammino della trasformazione democratica della RF di Jugoslavia è specifico e complicato e si stanno appena delineando le condizioni per la sua realizzazione completa. Purtroppo, la politica del regime del presidente Milosevic non ha dato fin adesso prove concrete sulla volontà di seguire questa strada.
 
 

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLO STATO DEI DIRITTI DELL’UOMO NELLA RF DI JUGOSLAVIA



La RF di Jugoslavia appartiene a quella cerchia di paesi per i quali oggi si ritiene che non osservino in misura soddisfacente i diritti dei propri cittadini. Freedom House, l’autorevole istituzione americana che in modo assai preciso e metodicamente sofisticato segue lo stato dei diritti dell’uomo in tutti i paesi del mondo, nella sua valutazione della democrazia e delle libertà del cittadino nel mondo per il 1996, ha annoverato la Jugoslavia nel gruppo dei paesi "non liberi". Un giudizio simile l’hanno ottenuto, fra tutti i paesi post-comunisti dell’Europa Orientale e Centrale, solo l’Azerbeidian e la Bosnia-Erzegovina.

Queste accuse sono fondate?

Prima di tentare di dare una risposta a questa domanda, vorremmo ricordare il fatto generalmente noto che, per l’applicazione dei diritti dell’uomo e il loro effettivo rispetto, devono esistere determinate precondizioni. Non è, in effetti, sufficiente - ed è quanto generalmente il regime della RF di Jugoslavia fa - introdurre nella Costituzione del Paese determinati articoli atti a garantire i diritti dell’uomo, e poi solo in base alla loro presenza sostenere che la questione dei diritti dell’uomo è stata risolta e che tali diritti risultano garantiti nella prassi e di fatto applicati. E’ risaputo, per esempio, che la Costituzione dell’URSS del 1936 (la cosiddetta "Costituzione di Stalin), in senso normativo, era stesa in maniera ineccepibile, però dall’altra parte, è pure noto come veniva applicata e cosa succedeva nella realtà. Quindi, il primo e fondamentale presupposto per il rispetto dei diritti dell’uomo in ogni paese è costituito dall’organizzazione stessa dello Stato in questione: esso deve essere realmente uno stato di diritto in cui è garantita la legalità, la completa divisione del potere - in potere legislativo, esecutivo e giuridico - e, fatto di importanza particolare, in esso i tribunali sono indipendenti da qualsiasi soggetto politico e agiscono attenendosi esclusivamente alla legge. Per dirla in breve, il potere deve essere sotto il controllo dei cittadini. Chi è al potere deve essere sostituibile mediante elezioni, che rappresentano il maggior ostacolo all’autarchia, alla quale tendono i detentori del potere negli ambienti con democrazie non ancora sviluppate. E’ questa, in effetti, la precondizione più importante per l’esistenza dello stato di diritto. Senza democrazia, parlamentarismo e controllo del potere, nemmeno lo stato di diritto (se con questo termine intendiamo quel paese in cui si osservano rigidamente le leggi) può assicurare il rispetto dei diritti dell’uomo, perché, se i primi due elementi non sono realizzati, e il potere non è sotto il controllo della società, le leggi possono essere "tiranniche" e contrarie ai fondamentali diritti e libertà dell’individuo.

Parlando della RF di Jugoslavia, bisogna subito dire che le precondizioni appena menzionate non sono soddisfatte. Le cause di questa situazione sono profonde e in questo scritto verranno solo parzialmente delineate.

E’ risaputo che l’ex Jugoslavia, nel corso di mezzo secolo, è stata un paese stato totalitario con sistema unipartitico, e al giorno d’oggi praticamente tutta la popolazione adulta è, in un certo senso, permeata di "mentalità totalitaristica". I cittadini sono stati educati allo spirito di sottommissione, ininterrottamente esposti alla propaganda ufficiale, la quale tesseva le lodi dell’ideologia comunista, presentata come unica via di salvezza, e coltivava il culto della personalità, stimolando in tutti i modi l’individuo alla sottomissione alle autorità. Il modello occidentale di società democratica veniva criticato e deriso, i diritti dell’uomo erano presentati come un "imbroglio borghese" macchinato con il solo scopo di minare il "sistema socialista" in cui la maggioranza della popolazione, identificata nella "classe operaia", già deteneva il potere nella società, garantendo così anche i diritti dell’individuo. In parole povere, l’individuo medio, "l’uomo della strada", praticamente non sa cosa siano i "diritti dell’uomo", né comprende i vantaggi che potrebbe avere dalla loro applicazione, e il sistema di governo democratico nell’ambito del quale anche lui, almeno una volta ogni quattro anni, potrebbe influire sul potere, ed eventualmente cambiarlo, gli è del tutto sconosciuto.

La RF di Jugoslavia, in quanto stato di nuova formazione, nella sua legislazione e nella prassi politica ha rinunciato al totalitarismo, trattenendo però dei tratti estremamente autoritari che, nella loro sostanza, sono più prossimi al tipo di regime precedente che non alle democrazie europee. Lo stato di diritto non è stato realizzato. A prescindere dall’esistenza formale del sistema parlamentare e del pluripartitismo, rimane il fatto che la struttura al potere altro non è che la nomenklatura del precedente regime comunista, e rimane identico l’apparato amministrativo e giuridico, ripreso di peso. Le autorità, ovvero il regime del Partito Socialista della Serbia (PSS) e del Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro (PDS), governano indisturbate lo stato, e nonostante la divisione formale del potere, si tratta, in effetti, di un potere unitario concentrato nelle mani di una cerchia relativamente ristretta di persone.

La chiave per comprendere l’insoddisfacente stato dei diritti dell’uomo nella RFJ giace, quindi, nella natura del regime e nella suddetta unità del potere, e il tutto si riflette nell’organizzazione stessa dello stato jugoslavo.

Come è noto, la RFJ è una federazione composta da due unità federali che per grandezza, numero di abitanti e influenza sono completamente sproporzionali. La Repubblica del Montenegro, piccola per superficie e con circa 600.000 abitanti ha, inevitabilmente, un influenza incomparabilmente inferiore sulla politica del paese di quanta non ne abbia la Repubblica di Serbia, estendentesi su più dell’80% del territorio nazionale e avente quasi dieci milioni di abitanti. La Costituzione della Serbia è stata proclamata nel 1990, quella del Montenegro nell’ottobre del 1992. Dato che la RFJ è stata costituita nell’aprile del 1992, quando è stata pure promulgata la Costituzione della Federazione, la Costituzione montenegrina è conforme a quella federale, mentre la Costituzione della Serbia, proclamata in conformità con la Costituzione della RSFJ del 1974, è in disaccordo con la Costituzione federale in pratica già dalla creazione dello stato comune. Questo è già di per sé una grave anomalia. Inoltre, l’ordinamento giuridico e costituzionale della Serbia è una specie di sistema presidenziale, e tutto il potere risulta concentrato nelle mani del presidente della Repubblica. Infine, ambedue le Repubbliche sono praticamente "sovrane" sul proprio territorio, dal momento che la Costituzione federale ha caratteristiche quasi confederali, con il risultato che la federazione non ha quasi nessuna autorità, e anche dove ne abbia, nei casi concernenti i punti chiave della politica del paese, è necessario il consenso delle due repubbliche. Questo insolito sistema costituzionale garantisce un vasto campo di azione autarchica alle autorità repubblicane, fortemente gerarchizzate, dal momento che l’amministrazione locale praticamente non esiste (specialmente riguardo alle questioni finanziarie), il che apre sistematicamente alle autorità la possibilità di abusare dei propri diritti e della propria posizione. Benché le Costituzioni federale e repubblicane, da un punto di vista formale, garantiscano numerosi e importanti diritti dell’uomo, in molti casi in tutti e tre i testi costituzionali non è prevista la possibilità di muovere un’azione legale contro provvedimenti di un organo amministrativo, fatto che costituisce uno degli ostacoli alla realizzazione davanti a tribunale dei relativi diritti, e dall’altra parte, il cittadino - tranne casi eccezionali - anche nei casi in cui per legge è possibile muovere un’azione, non ha la possibilità di rivolgersi a organi giuridici federali: ogni causa finisce al livello di repubblica. In breve, la salvaguardia giuridica dei diritti dell’uomo è assai carente, non esiste l’istituto dell’ombudsman o di qualsiasi altro organo per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, il che significa che non esiste alcun controllo dell’applicazione dei diritti del cittadino garantiti dalla costituzione. Infine, le legislazioni federale e repubblicane in materia non sono conformi con gli impegni internazionali della RFJ la quale, in forza degli impegni ripresi dall’ex stato, è vincolata da numerosi, assai significativi contratti e convenzioni di carattere universale. In breve, dal giudizio degli esperti in materia, risulta che la legislazione jugoslava, nel campo della salvaguardia dei diritti dell’uomo, lascia assai a desiderare.

Perfino in quei casi dove tale possibilità esiste almeno in via di principio, il procedimento è ostacolato da fattori oggettivi e soggettivi. Per fattore "oggettivo" si può considerare il fatto che i tribunali sono effettivamente stipati di pratiche, e le cause si prolungano all’infinito, e a volte occorrono anni perché si concluda il più banale dei procedimenti giuridici. Non a caso abbiamo messo tra le virgolette la parola oggettivo, in quanto riteniamo che proprio per le cause oggettive appena addotte, legate al funzionamento di uno stato che si considera moderno ed efficace, tali ragioni non reggono. Infatti, conformemente al Patto internazionale sui diritti civili e politici ratificato dall’ex Jugoslavia e ripreso dalla RF di Jugoslavia, il cittadino ha diritto a un’efficace protezione giuridica. Sta allo stato assicurare l’efficacia di questa protezione, ma uno dei presupposti è che gli organi giuridici agiscano con rapidità e speditezza. In base agli standard adottati all’estero, la scadenza entro la quale un caso deve essere risolto con delibera passata in giudicato varia dai tre ai sei mesi al massimo, e nella prassi del Tribunale europeo per i diritti dell’uomo, il prolungamento esagerato del procedimento oltre ogni scadenza ragionevole viene considerato come "negazione di giustizia" (denis de justice), costituente a sua volta un’altra lesione dei diritti dell’uomo. In breve, la lentezza e l’inefficacia dell’apparato giudiziario impediscono al cittadino di realizzare i propri diritti, provocando senz’altro un’ulteriore lesione degli stessi. Come motivo "oggettivo" di questo stato di cose le autorità jugoslave adducono la carenza di mezzi materiali che impedisce allo stato di impiantare un efficace meccanismo giuridico. Da una parte, in linea di principio ciò non interessa i cittadini: loro pagano le tasse e si aspettano che lo stato disponga di tribunali efficaci. Dall’altra parte, è noto che nella RFJ la polizia conta dai 75.000 ai 100.000 agenti, il che è una cifra esagerata e spropositata, grazie alla quale la RFJ ha, tra tutti i paesi europei, proporzionalmente il maggior numero di poliziotti. I costi che ne derivano, ovviamente, sono enormi, ma tali fondi potrebbero essere devoluti all’istituzione di un meccanismo giuridico efficace, e non al mantenimento di un organo repressivo.

Le ragioni soggettive, però, sono più serie. Infatti, la maggior parte dei giudici, specialmente nelle istanze superiori, ha un atteggiamento negativo nei confronti di quelli che vengono colloquialmente definiti i "cosiddetti diritti dell’uomo". Tale atteggiamento è stato ereditato dal regime precedente, l’essenza di questi diritti rimane ignota, e di conseguenza si ha un atteggiamento negligente nei confronti di questi casi, quantunque i diritti dell’uomo siano garantiti dalle costituzioni federale e repubblicane. Questo atteggiamento traspare dal fatto che i tribunali, come anche i pubblici ministri, di regola respingono tali cause, e anche quando non siano in grado di farlo, considerata la gravità e la vistosità della violazione, spesso ricorrono alla strategia del non procedere, sia da parte del pubblico ministro che del tribunale. La ragione di questo stato di cose non risiede solo nell’ignoranza delle norme del diritto, ma anche nel fatto che i tribunali, nella RFJ, non sono indipendenti, bensì agiscono esposti a una forte influenza del regime: la maggior parte dei giudici sono membri del partito al potere, e si attengono alla vecchia prassi ereditata dal "socialismo", secondo la quale è praticamente impossibile vincere una causa contro lo stato. In breve, i tribunali jugoslavi non possono, né vogliono agire in direzione della protezione dei diritti dell’uomo. Nella discussione sull’inefficacia della protezione giuridica, bisogna addurre altre due importanti ragioni.

Primo, in Jugoslavia, nei circoli dei giuristi, e chiaramente anche ai vertici giuridici, vige ancora l’idea del "primato" della legislazione interna su quella esterna. Lo si vede meglio che altrove nel recentissimo rifiuto delle autorità jugoslave, basato sul parere degli esperti del Ministero di Grazia e Giustizia, di consegnare al Tribunale dell’Aia i cittadini jugoslavi accusati di gravi violazioni del diritto internazionale. Il pretesto per non consegnare gli imputati è offerto da una disposizione della Costituzione della RFJ che vieta l’estradizione di cittadini jugoslavi a paesi esteri. Ma questo ragionamento non regge, in quanto da lungo tempo, nella prassi degli stati e degli organi giuridici e di arbitraggio internazionali, è stato decretato che il diritto internazionale, e gli impegni derivantine, hanno maggiore forza giuridica che non le regolative interne e l’ordinamento giuridico di ciascun singolo paese, e l’inadempimento di impegni internazionali pone come conseguenza il problema della responsabilità internazionale dello Stato.

Un’altra serie di motivi è legata, dall’altra parte, al fatto che gli stessi cittadini non conoscono l’essenza dei diritti dell’uomo - e ne abbiamo già parlato - e non sono in grado di lottare per l’applicazione di quei diritti e quelle libertà per i quali il nuovo Stato jugoslavo ha assunto precisi impegni ereditando dallo Stato precedente non solo i Patti sui diritti dell’uomo, ma anche tutta una serie di contratti inerenti i diritti dell’uomo. Per queste ragioni, e non solo per il fatto di averli introdotti nella sua Costituzione, la Jugoslavia dovrebbe essere tenuta non solo a riconoscere il complesso dei diritti dell’uomo, ma anche ad applicarli efficacemente, ovvero a salvaguardarli. Inoltre, la Costituzione della RFJ dice esplicitamente che gli accordi internazionali ratificati hanno valore di legge, e i tribunali hanno l’obbligo di applicarli direttamente. Questi ultimi, al contrario, non lo fanno e non risulta noto nessun caso in cui un tribunale, nella sua sentenza, si sia appellato a disposizioni di un contratto internazionale.

Volendo analizzare tutti gli esempi di violazione dei diritti dell’uomo nella RF di Jugoslavia, si dovrebbe scrivere un intero libro. Il caso del Kossovo è ecltatante: a tutta la comunità albanese, mediante una repressione permanente, viene impossibilitato di godere gli elementari diritti democratici e le libertà civili. Queste violazioni e l’insufficiente rispetto di determinati diritti costituiscono l’oggetto dell’interesse di organizzazioni non governative, come la Amnesty International, il già menzionato Freedom House, e di organizzazioni locali che raccolgono e registrano diligentemente i casi di violazione più lampanti. Inoltre, i rapporti dell’inviato speciale della Commissione della Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, prima Mazowiecki, poi E. Ren, nonché i rapporti annuali del Dipartimento di Stato americano, porgono dati molto convincenti. Per queste ragioni non vi è bisogno di addentrarsi nell’analisi di singole violazioni dei diritti dell’uomo nella RF di Jugoslavia. Ci tratterremo, invece, sull’attuale crisi politica, sulla cosiddetta crisi "elettorale" che dal 17 novembre scuote la RFJ, a prescindere dal fatto che all’apparenza si tratti solo delle elezioni locali nella Repubblica di Serbia. Lasciando da parte l’aspetto politico globale della crisi, indubbiamente sfruttata dall’opposizione per realizzare i propri fini politici, daremo uno sguardo all’intero problema partendo dalla prospettiva dei diritti dell’uomo, poiché è in questo settore che sono presenti serie violazioni di questi diritti.

Come è noto, la crisi è cominciata con il tentativo del regime di alterare la volontà degli elettori i quali, in tutta una serie di città della Serbia, e anche a Belgrado, alle elezioni amministrative locali hanno dato il proprio voto ai partiti dell’opposizione. Che tentativi di manipolazioni e di alterazione dei risultati vi siano stati, lo ha constatato anche la commissione internazionale dell’OSCE, e non ci soffermeremo a esporre le prove raccolte dalla commissione in questione. Alterare i risultati delle elezioni è senz’altro una violazione dei diritti dell’uomo, dato che la Dichiarazione universale e il Patto internazionale sui diritti civili e politici riconoscono al cittadino il diritto di esprimere democraticamente, in elezioni libere, la propria volontà. I partiti politici, a nome degli elettori derubati dei propri voti, hanno mosso un’azione legale. Le sentenze con cui sono stati respinti i ricorsi, e tutta una serie di altre violazioni del diritto procedurale e materiale hanno dimostrato che i tribunali, nella stragrande maggioranza dei casi, sono parziali e agiscono sotto le direttive delle autorità, contravvenendo alla legge, il che costituisce una violazione del diritto alla protezione giuridica, altro fondamentale diritto dell’uomo. Anche se le proteste dei cittadini sono state dovunque pacifiche, ed è diritto dei cittadini raccogliersi liberamente in assemblee, ovvero è un diritto dell’uomo riconosciuto dal diritto internazionale e da quello interno jugoslavo, la polizia, in alcune occasioni, senza motivo apparente, ha provveduto a sfollare i manifestanti usando la forza, percuotendo i pacifici manifestanti e arrestandoli arbitrariamente. Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio l’azione della polizia si è trasformata in una vera "caccia all’uomo", e dopo che i manifestanti sono stati sfollati con la forza, anche i semplici passanti, che non avevano niente a che fare con la protesta, sono stati esposti alla violenza della polizia. Questi incidenti si sono ripetuti anche in altre città della Serbia, per esempio a Kragujevac. Nonostante le denunce sporte per l’abuso di potere e l’aperta e brutale violazione dei diritti dell’uomo da parte della polizia, finora non vi sono stati esiti alle denunce, né i pubblici ministri, ovvero le autorità amministrative, provvedono a indagare la responsabilità giuridica o disciplinare dei colpevoli diretti e di chi ha loro impartito l’ordine di agire nel suddetto modo. Infine, seguendo una prassi da anni presente, i mezzi di informazione sotto il controllo del regime, e in primo luogo il mezzo più presente, la televisione, hanno informato i pubblico degli eventi distorcendo i fatti e commettendo in tal modo una violazione di un altro diritto dell’uomo, il diritto all’informazione.

Se adesso tentiamo di fare il bilancio di quanto l’attuale regime ha fatto sul piano del rispetto e dell’efficace applicazione e salvaguardia dei diritti dell’uomo nella RFJ, il risultato è estremamente negativo. Le ragioni di fondo risiedono, come abbiamo provato a indicare, nella natura del regime al potere e nella presenza dello "spirito totalitario" che traspare in ogni azione del regime e nel rapporto nei confronti del cittadino e dei suoi diritti. Va da sé, e lo abbiamo già ribadito al momento opportuno, però ci teniamo a constatarlo qui un’altra volta: non vi sono arresti in massa, campi di concentramento, processi sommari o esecuzioni arbitrarie, in quanto non esiste un regime totalitario. Tuttavia, il grado di autoritarismo dell’attuale potere nella RFJ è così vistoso che senza esagerazione si può sostenere che si tratta di una celata dittatura della nomenklatura al vertice. I diritti dell’uomo sono rispettati solo in quella misura in cui ciò conviene al regime, fatto che la maggioranza dei cittadini - pare - comincia a comprendere, ed è qui che vanno cercate le cause principali dell’attuale crisi politica che dura da quasi tre mesi. Queste manifestazioni così massicce e così tenaci e la nutrita risposta all’"inobbedienza civica" e alla protesta aperta, non possono certamente spiegarsi esclusivamente con "l’imbroglio elettorale", operato, tra l’altro, a livello di amministrative locali: le ragioni sono molto più profonde e sono, a nostro parere, in gran parte legate proprio al insufficiente rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino.

I

INVECE DI UNA CONCLUSIONE Le attuali tendenze politiche nei paesi formatisi sul territorio dell’ex Jugoslavia mostrano che il processo di trasformazione democratica in essi è assai disuguale, il che rende difficile dare una previsione generale valida per tutti gli stati in questione.

È fuori ogni dubbio che i processi democratici positivi sono andati avanti in maggior misura in Slovenia, la quale all’inizio del secolo venturo si potrebbe integrare completamente negli spazi economici europei e nelle istituzioni di difesa euroamericane. In tal modo si distanzierebbe definitivamente dai rimanenti paesi dell’ex Jugoslavia con i quali probabilmente tenderà a rinnovare i legami economici interrotti e a riconquistare il mercato perduto. L’interesse per questi mercati crescerà proporzionalmente alle difficoltà che avrà la Slovenia di reggere la gara economica con i paesi dell’Unione Europea.

La Croazia si troverà, probabilmente, in una situazione assai complicata sul piano politico interno dopo la fine del governo di Franjo Tudjman, che per via delle sue precarie condizioni di salute si avvicina al termine. Le opportunità dell’opposizione democratica nella gara politica cresceranno visibilmente, e alle prossime elezioni è da aspettarsi un’ulteriore calo dell’influenza del partito al potere, la Comunità Democratica Croata (CDC) di Tudjman, specialmente nei maggiori centri urbani. Le prospettive di una crescita economica non sono negative, specialmente se negli anni a seguire si registrerà la realmente possibile ripresa del settore turistico. Il processo di democratizzazione dipenderà in grande misura dal modo in cui la Slavonia dell’Est (ancora sotto il protettorato delle NU) si reintegrerà nella Croazia e dal rapporto globale nei confronti della minoranza serba, il quale ha destato numerose condanne del regime croato nel mondo.

La RF di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) entra nel periodo del dopo Milosevic, il che non significa che la discesa dal potere di Milosevic sarà rapida, facile e senza conflitti. Le prospettive delle opzioni democratiche risultano irrimediabilmente aperte, ma la loro realizzazione sarà notevolmente ostacolata dalla difficile situazione economica, il cui sanamento richiederà lunghi periodi. Anche il problema del Kossovo esige un approccio nuovo, completamente diverso. Si dovrebbe almeno dare inizio alla soluzione di questo problema, perché altrimenti non è possibile aspettarsi la reintegrazione del paese nella comunità e nelle istituzioni internazionali (ONU ed altre), il che costituisce non solo la prima condizione per la normalizzazione della posizione internazionale del paese, ma anche la condizione per il ripristino di una normale cooperazione economica con il mondo e la realizzazione degli accordi finanziari a tal fine necessari (con il MMF, la Banca Mondiale, ecc.). Il test principale della prontezza della Jugoslavia ad abbandonare lo status di "scomunicato internazionale" sarà l’atteggiamento nei confronti dell’entrata nel Consiglio d’Europa (obiettivo al quale tende, almeno a livello dichiarativo), il che implica l’adempimento delle condizioni elementari, adesso inesistenti, per il funzionamento della società civile e dell’economia di mercato.

Sul processo di trasformazione democratica in Macedonia influiranno principalmente le crescenti difficoltà legate ai rapporti con la minoranza albanese e concernenti i problemi nei rapporti con i vicini (Grecia, Albania), difficilmente risolvibili in un immediato futuro, mentre le prospettive economiche non sono brillanti. Il mantenimento della stabilità del paese dipenderà in gran misura dal mantenimento dell’oculata politica condotta dal presidente Gligorov, tuttavia assai minacciata dalla frustrata opposizione nazionalista.

Le prospettive della trasformazione democratica sono più incerte che altrove in Bosnia ed Erzegovina. L’Accordo di Dayton ha soltanto fermato la guerra, senza però risolvere neanche uno dei principali problemi di questo paese, a partire da quello più impellente: il funzionamento delle istituzioni del paese nel nuovo stato unitario. Le tendenze centrifughe sia della Repubblica Serba che della parte croata della federazione musulmano - croata impediranno anche in futuro la normalizzazione della situazione politica in questo stato, mentre il miglioramento della situazione economica e sociale sarà assai difficile, tenuto conto degli enormi danni causati dal conflitto e della questione del ritorno dei profughi. I processi democratici in Serbia e Croazia potrebbero in gran misura rendere meno complessa la situazione in Bosnia ed Erzegovina e probabilmente diminuire le ambizioni di Belgrado e Zagabria di spartire tra di loro questo stato. Il mancato avverarsi di questo sviluppo porterebbe al rinnovo delle ostilità, tanto più che determinate questioni permangono aperti focolai di crisi (lo status della città di Brcko, lo status di Mostar, ecc.). Un ruolo decisivo nello sviluppo della Bosnia ed Erzegovina lo avrà anche in futuro la comunità internazionale, mentre le truppe NATO ivi stanziate dovranno rimanervi come garanti di pace per un lungo periodo.

 
Belgrade, Agosto 1997




 
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Last revised: August 1999

 
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