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Islam
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Islam: significa
«sottomissione alla volontà divina», ma anche «pace», «salvezza», «salute
dello spirito». E il diritto islamico classico, infatti, contrappone il Dar
al-Islam, che è appunto «la Casa di chi si sottomette a Dio», e quindi «la
Casa della Pace», la «Casa della Salvezza», al Dar al-Harb, la «Casa della
Guerra».
In
senso lato, perché chi non è in pace con Dio non può essere in pace neanche
con se stesso. Ma in un senso più letterale, anche nel senso di terre contro le
quali i Veri Credenti hanno il diritto di condurre la guerra santa per
sottometterle all'islam.
Sottomissione che poi dovrà comportare la scelta tra conversione forzata o la
morte per i kafir, «pagani», mentre c'è anche la terza alternativa del pagare
un'imposta e accettare uno status di cittadini di serie B per i dhimmi, «protetti».
Ovvero coloro che sono in possesso di una parte autentica ma incompleta della
Rivelazione monoteista: i cristiani, gli ebrei, gli zoroastriani, i mandei.
Il jihad ammette solo tregue.
Partiamo dunque dalla lingua, dal diritto e dalla teologia per affrontare il
problema su cui molti riprendono ad interrogarsi dopo la strage delle Torri
Gemelle di New York: ma è possibile, alla fine, una vera convivenza tra islam e
cristianesimo?
In effetti, secondo l'ortodossia islamica la risposta sarebbe: no!
Tra il Dar al-Islam e il Dar al-Harb il conflitto è, in linea di principio,
irriducibile.
Naturalmente, si possono concludere con gli infedeli accordi, così come fece lo
stesso Profeta durante la sua vita. Ma l'esito ne è quello che il linguaggio
giuridico islamico definisce hudna: «calma», «tranquillità», nel senso
occidentale di «tregua».
Oppure il sulh, «composizione di una disputa su una proprietà», nel senso di
«armistizio».
Ovvero: per mia comodità, o perché mi rendo conto che al momento sei il più
forte, rinuncio a farti la guerra per dieci, cento, anche mille anni.
Ma
prima o poi il conto dovrà venire regolato.
C'è poi il baqt, dal latino pactus, e che fu il particolare accordo
stilato nel 657 tra i conquistatori islamici dell'Egitto e il regno
cristiano della Nubia, con cui questa conservava l'indipendenza in cambio di un
tributo annuale di schiavi. Fino a quando, sette secoli dopo, non venne il
momento di imporre anche lì l'islam con la forza.
Un simile rapporto di vassallaggio tra una potenza islamica e quella che oggi
definiremmo una "regione autonoma cristiana" fu anche teorizzato da
alcuni giuristi islamici nell'ipotesi di un Dar al-Sulh intermedio tra Dar
al-Harb e Dar al-Islam, quando uno Stato cristiano accetta spontaneamente di
sottomettersi, come fecero i principati di Valacchia e Moldavia nei confronti
dell'Impero ottomano.
Ma, anche qui, solo come tappa verso la piena assimilazione.
I cristiani? Legittime prede di guerra.
Ciò significa dunque che l'islam autorizzi il terrorismo più selvaggio?
In effetti, lo stesso diritto islamico canonico chiarisce che il jihad, «sforzo»,
per la conversione del Dar al-Harb va comunque condotto con determinate regole,
per essere legittimo.
«Vi raccomando, popolo mio, dieci regole da tenere bene a mente», spiegava il
califfo Abu Bakr ai suoi soldati nel 632. «Non tradite; non v'appropriate
indebitamente di nessuna parte del bottino; non operate pratiche perverse e non
infliggete mutilazioni; non uccidete un bambino, un anziano o una donna; non
sradicate e non bruciate palme, non tagliate alberi da frutta; non
ammazzate una pecora, o una mucca, o un cammello, se non per nutrirvi».
All'interno
di questo fair play guerriero, però i non musulmani restano sempre harbi.
Legittime prede di guerra. Come le Crociate?
Non esattamente.
La Crociata fu un iter, un pellegrinaggio armato contro un potere non cristiano
di cui si diceva, a torto o a ragione, che impediva i pellegrinaggi.
E dopo le polemiche seguite alla Conquista spagnola delle Americhe, i teologi
della scuola di Salamanca precisarono la dottrina.
Naturalmente, anche loro ritenevano che dove il cristianesimo era maggioritario
non si dovesse permettere la predicazione di altri fedi: una pretesa che
l'Occidente ha superato tra XVII e XX secolo, e che invece l'islam
mantiene ancora.
Ma dove il cristianesimo non era maggioritario, la predicazione doveva essere
pacifica, e la guerra consentita solo per difendere questa predicazione pacifica
da eventuali persecuzioni. Naturalmente, non mancarono le deviazioni.
[...]
Nell'islam, invece, la degenerazione non è la guerra per convertire, ma il
semplice crimine di guerra nel suo ambito.
Uno scontro di civiltà inevitabile?
In realtà una cosa è la teoria, un'altra la pratica.
E l'abilità della casistica giuridica islamica sta appunto nel trovare il
più possibile le scappatoie per adattare alla modernità le pastoie di una
religione della legge altrimenti immutabile.
La legge prescrive di lapidare la donna sorpresa in flagrante adulterio da
almeno quattro testimoni: «E come si fa a commettere adulterio facendosi vedere
addirittura da quattro persone insieme?». C'è il permesso di prendere fino a
quattro mogli se si trattano con imparzialità. «E come si fa a trattare anche
solo due donne senza fare favoritismi?».
E sapete come il presidente tunisino Burghiba cercò di giustificare
l'abrogazione del Ramadan?
«È dispensato dal digiuno chi combatte il jihad. E la nostra patria non è
forse in jihad contro il sottosviluppo?».
D'altra parte, pure gli ultrafanatici kamikaze delle Torri Gemelle hanno creduto
bene di sbronzarsi, prima dell'attentato.
Nella pratica, tutti i trattati di pace condotti secondo le regole del
diritto internazionale corrente sono oggi definiti come sulh. "Sulh
Versailles", dicono i libri di storia arabi sulla fine della Prima Guerra
Mondiale.
Però, quando l'Iran di Khomeini sequestrò i diplomatici americani a Teheran,
si rifece a quella prassi dell'Impero ottomano classico secondo cui i
"consoli" occidentali erano equiparati a "capi" delle
comunità di loro concittadini presenti nel Dar al-Islam. Con diritti di ampia
extraterritorialità, dunque, ma anche sottoponibili a rappresaglia.
Insomma, si richiamò un'altra legittimità giuridica, contro l'idea moderna
dell'immunità diplomatica.
E, come dimostra il recente arresto dei cooperanti in Afghanistan, quasi nessun
Paese islamico ammette tuttora il diritto di proselitismo per gli infedeli nel
Dar al-Islam, pur reclamandolo per sé nel Dar al-Harb.
[...]
Maurizio Stefanini
(c) 2001 - Editoriale Tempi duri s.r.l.
38 - 20 Settembre 2001
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