| | I cattolici ed il Red
Bloc del dottor Agnoletto
BESTIARIO
Il Red bloc del dottor Agnoletto
di Giampaolo Pansa
Dopo Genova, niente sarà più come prima nella politica italiana. Per
cominciare, dovremo arrenderci all'idea che la sinistra ha un nuovo leader:
Vittorio Emanuele Agnoletto, anni 43, milanese, medico, già candidato
sconfitto di Rifondazione nelle Marche per il voto del 13 maggio, oggi capo
e guru del Genoa Social Forum. Come politico, Agnoletto viene da lontano. Il
suo primo corteo lo fa a quindici anni, nel febbraio 1973, ai funerali di
Roberto Franceschi, lo studente della Bocconi ucciso dalla polizia. È un
semplice militante del Pdup, ma chi lo incontra profetizza per lui un grande
avvenire. Quattro anni dopo, nel settembre del 1977, nelle giornate di
Bologna "contro la repressione" è già responsabile per il Nord dei
giovani
di Democrazia Proletaria. E non è che l'inizio, come garantiva lo slogan
cardine del Sessantotto.
Agnoletto assiste al crollo di quel movimento e la sua diaspora, parziale,
nel terrorismo rosso. Lui si dedica alla professione di medico dei mali
prodotti dalla società capitalista: l'ambiente di fabbrica che uccide, la
droga, l'Aids. Livia Turco, ministro della Solidarietà sociale, lo
inserisce, o lo trova, nella Consulta contro le tossicodipendenze. Comincia
ad apprezzarlo anche Fausto Bertinotti, che lo candida, ma soltanto nel
proporzionale e non in un collegio blindato. Poi il grande balzo in avanti:
la guida del Gsf, l'armata anti-global che darà l'assalto alla fortezza
genovese del G8.
Perché tocca proprio ad Agnoletto la guida dell'armata? Non so dirlo, ma
quel che leggo e vedo alla tivù mi basta. Questo omino asciutto, volto
scarno, sguardo febbrile, vocetta stridula, ha tutto per essere un capo
politico dei tempi d'oggi. Le sue doti primarie mi sembrano tre: un
fondamentalismo senza argini, un assoluto cinismo tattico, una formidabile
abilità mediatica di spacciare il falso come se fosse il vero. A Genova le
mette in luce tutte. Galvanizza il popolo del Gsf spiegando che l'assalto al
G8 spazzerà via la piovra del liberismo mondiale. È il primo a gridare,
quando l'irruzione alla scuola Diaz non c'è ancora stata, che l'Italia
assomiglia al Cile di Pinochet. Rifiuta di sospendere il corteo di sabato 21
luglio e manda al disastro trecentomila giovani (la cifra è di
"Liberazione"). Dopo la sconfitta, Agnoletto grida «Abbiamo vinto!».
Il lunedì 23 luglio
diffonde una bugia irresponsabile: «A Genova ci sono quattrocento giovani
dispersi, di cui non si sa più nulla». Martedì 24 scrive sul
"Manifesto" il
suo proclama di leader politico: il Gsf «è riuscito a imporsi come soggetto
politico autonomo» e diventerà il Forum sociale italiano. Quindi elenca gli
sconfitti: l'Ulivo «fragile e ambiguo» e i Ds «in una situazione di assoluta
impasse». Morale: «Il nostro movimento, probabilmente, oggi è la parte più
interessante dell'opposizione sociale al governo delle destre».
La prima vittima di questo Agnoletto è l'uomo che sembrava l'altro
protagonista di Genova: Luca Casarini, il capo delle Tute bianche. Il G8 si
rivela subito la Caporetto di questo Capitan Fracassa padovano. La sua
vestizione per la battaglia, descritta da Aldo Cazzullo per "La
Stampa", è
di una comicità distruttiva. Con gli scudieri Meco, Pino, Piero e Marco che
gli fanno scegliere la corazza e lui opta per l'armatura indossata nella
battaglia «contro l'Ocse a Bologna e contro Haider a Jesolo». Una
catastrofe. Prima dei cortei promette: «Non toccheremo la città. Non ci sarà
un vetro rotto, né un cassonetto rovesciato». Respinto dalla zona rossa,
ripiega sul bluff: i bossoli mostrati in tivù, le foto dei carabinieri che
si fingono Tute nere...
Proprio sulle Tute nere, casca l'asino di Casarini. La sera di martedì 24
luglio, allo speciale del Tg 5, la portavoce delle Tute bianche, Chiara
Cassurino, a sorpresa le difende. La ragazza si abbandona a un interminabile
sproloquio, recitato a macchinetta, con una fissità da robot. Ma, al dunque,
assolve quelli del Black-Bloc, poiché sono un prodotto dell'esclusione
sociale causata dalla perfida globalizzazione. Tuttavia, è proprio il
comizio televisivo della portavoce a condurci per mano sul vero problema
emerso a Genova. Che non è quello dei neri tedeschi spaccatutto. Bensì dei
ragazzi italiani, spesso davvero pacifici oltreché pacifisti, ormai
arruolati da Agnoletto nel Red-Bloc nostrano, il Blocco Rosso che vedremo
sempre più spesso sulle piazze.
Questo è il primo e più rischioso lascito di Genova: migliaia e migliaia
di giovani schierati dentro l'Italy Social Forum, come l'ha battezzato
Agnoletto. Che cosa s'intravvede di questo nuovo protagonista politico?
Prima di tutto che appare un movimento di sinistra estrema, massimalista,
rivoluzionario a parole, piazzaiolo nei fatti. Dice Peppe De Cristofaro,
capo dei giovani di Rifondazione: «Il movimento è un pugno nello stomaco
dell'organizzazione capitalistica». Poi che ha una rete già diffusa in molte
città, grazie ai Centri sociali e a tanti altri gruppi affini. Infine che,
ormai, dispone di un'icona intoccabile: Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso
dal carabiniere in piazza Alimonda.
Nel movimento, nessuno vuole chiedersi perché Giuliani stava in quella
piazza con il volto celato da un passamontagna. Perché insieme a una marea
di giovani come lui, che non erano del blocco nero, è andato all'assalto
furibondo della Land Rover dei caramba. Perché stava per scagliare un
estintore dentro la camionetta ormai semidistrutta e con tre ragazzi in
divisa a rischio evidente di morire linciati. Giuliani è stato ucciso dalla
rivoltellata di uno di questi militari. Ed è quanto basta per gridare
«Governo assassino». Quante volte lo risentiremo questo urlo! Quel povero
Giuliani verrà usato da qui all'eternità, senza un dubbio, senza una
domanda.
Certo non si farà domande Bertinotti. La sua linea è granitica. Lo ha
confermato ancora una volta martedì 24 luglio, al corteo di Roma: «I
violenti sono fuori da questo movimento. I violenti sono il blocco nero e la
polizia». Ci sarà tempo per analizzare il rapporto tra Rifondazione
comunista e il Blocco Rosso di Agnoletto, perché la faccenda è appena agli
inizi. Ma qualche ipotesi si può già metterla nero su bianco.
Bertinotti guida un partito che invecchia e perde voti elezione dopo
elezione. Dunque spera di ormonizzarsi e di rinsanguarsi nell'incontro con
il movimento di Agnoletto, «le piazze antiglobali», «le moltitudini
disubbidienti». «Le uniche che possono interloquire con questo nuovo fatto
gigantesco sono le forze della sinistra alternativa», ossia Rifondazione,
dice sempre il Parolaio rosso. Soltanto il padrinaggio bertinottiano «può
garantire la crescita politica, culturale ed esistenziale» di questa «nuova
generazione europea che entra in politica adesso». Il quotidiano di Rc,
"Liberazione", è da settimane che pratica questa tutela. E per
renderla
accettabile, Bertinotti si è speso anche in immagini umilianti. Come questa,
lanciata dopo l'assalto della polizia alla scuola Diaz: «Attaccare la sede
del Gsf ha una valenza simbolica enorme: è come attaccare la Camera del
lavoro di Milano in uno sciopero operaio».
È facile immaginare che Bertinotti tirerà diritto lungo questa strada.
Lasciando al palo le altre forze di sinistra. I Verdi stanno annullandosi
nella linea di Paolo Cento, "Er Piotta", il massiccio deputato che
presto
riceverà da Casarini lo status di Tuta bianca ad honorem. I Ds sembrano alla
frutta. Quello che fu il partito della fermezza contro la piazza violenta,
adesso si fa sfottere dal rifondista Nichi Vendola che gli dice: «Almeno
leggete "l'Unità" con le sue cronache oneste e fate l'esame di
coscienza».
I giorni di Genova hanno visto la Quercia segare da sola il proprio
tronco. Siamo in tanti ad assistere con angoscia a questo suicidio
accelerato. È una tragedia che ci rende più inquieti sul futuro. Al potere
c'è una destra che a Genova ha vinto di nuovo. Dentro la polizia e i
carabinieri affiorano spiriti roventi che allarmano. Violenza chiama
violenza: ecco una lezione della storia. Quando lo squadrismo trionfò nel
1922, un politico socialista scrisse: «A una rivoluzione di parole è seguita
una contro-rivoluzione di sangue». E sul "Foglio" del 24 luglio
Adriano
Sofri ha giustamente chiosato: «Il fascismo si fa così, senza volere, e col
fervido concorso di tutti».
(c) L'Espresso, 02.08.2001
G8 I giudici: I Black bloc
sono criminali organizzati
> Il terzo rapporto del Viminale: eccessi nell'operato della polizia
sottoposta ad attacchi indiscriminati
>
>
> ROMA, 11.
> Quattro episodi censurabili per "l'accanimento" di taluni agenti
nei
confronti dei manifestanti e "la violenza talvolta gratuita" o
comunque
"sproporzionata", ma anche un "particolare riconoscimento di
professionalità" alle Forze dell'ordine e la constatazione che "le
frange
violente dei contestatori hanno adottato strategie precostituite con
attacchi indiscriminati alle forze dell'ordine". Così l'ispettore del
Viminale, Lorenzo Cernetig, ha ricostruito nella sua relazione - la terza ed
ultima ad essere consegnata - gli scontri di piazza avvenuti a Genova
durante il G8.
>
> La relazione, consegnata dal Capo della Polizia anche al comitato
parlamentare d'indagine, prende in esame tredici casi di violenza filmati
nei giorni del vertice: in alcuni di essi dispone la censura dei
rappresentanti delle forze dell'ordine per reazioni "non proporzionate
all'offesa subita"; in altri casi dispone la trasmissione degli atti
all'autorità giudiziaria per l'impossibilità di ricostruire il contesto.
>
> Ma nelle premesse, così come nelle conclusioni, l'ispettore invita a
riflettere sul contesto nel quale si sono trovati ad operare poliziotti,
carabinieri e finanzieri. "La drammaticità delle situazioni - si legge
nella
relazione - deve essere presa in considerazione almeno sotto due aspetti:
un impiego ininterrotto per diverse ore con lancio di lacrimogeni e quindi
un uso continuo di maschera antigas che incide in maniera rilevantissima
sulle condizioni psicofisiche degli operatori; i video non sempre riescono
ad evidenziare circostanze che possono invece risultare importanti: un
grave insulto o un corpo contundente ricevuto, non ripreso dall'operatore,
possono influire sui comportamenti successivi, che in ogni caso non possono
essere giustificati quando si concretizzano in violenza gratuita o
sproporzionata all'offesa".
>
> Cernetig parla poi di "forme di contestazione di assoluta
violenza",
dimostrate dai "dati ufficiali sui danni: l'incendio di 7 banche e 2
uffici
postali, il danneggiamento di 51 agenzie di credito, di 3 agenzie
assicurative, di 45 esercizi commerciali, di 20 distributori di carburante,
di 23 uffici pubblici, nonché l'incendio o il danneggiamento di 90
macchine". E, a proposito dei danni, ammontano a quasi 14 miliardi le
richieste di indennizzo presentate dai genovesi allo sportello istituito
appositamente: lo ha reso noto il Comune.
>
> Quanto alle frange più violente dei contestatori, i "Black bloc",
secondo
i magistrati genovesi si tratta di una "associazione armata" a
"fine
criminoso" in grado di "evolvere le proprie strategie".
>
> Infine, in relazione a notizie apparse in Italia e all'estero sui
"cittadini stranieri coinvolti nei disordini a Genova", la Farnesina
assicura che le autorità italiane "ad ogni livello hanno assicurato, e
continuano a prestare, la massima collaborazione alle rappresentanze
diplomatiche interessate, al fine di consentire loro di fornire la normale
assistenza consolare ai propri connazionali e di ottenere ogni utile
informazione o chiarimento su singoli casi segnalati".
>
> (©L'Osservatore Romano - 12 Agosto 2001)
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