L'Araldo di Thule #9

anno 4, Ostara 2248 Er/1998 Ec


Rinascimento...."italiano" ?


Una filosofia spicciola ed un malcelato orgoglio italico associano, sempre più spesso, la grande esperienza del Rinascimento ad un supposto "genio italico" mediterranoide : ultimi residui di operosità ed ingegno artistico sarebbero gli effetti della moderna "arte d’arrangiarsi" resa celebre in tutto il mondo da una curiosa serie di filmetti .


 














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In realtà, non abbiamo timore di affermare come, a nostro vedere, il Rinascimento sia il frutto dell’ingegno e dell’estro di elementi per nulla italici . Non è intenzione offrire, qui, un saggio di storiografia spicciola, piuttosto ci proponiamo di offrire delle pennellate di colore in modo da rendere evidente il quadro di questa esperienza artistica senza precedenti.

Scriveva Stendhal, introducendo il saggio Historie de la peinture en Italie  descrive, nel sangue, le origini della nostra civiltà pittorica : "Voi sapete che, verso l’anno 400 della nostra era, gli abitanti della Germania e della Russia, vale a dire gli uomini più liberi, più intrepidi, più crudeli che la storia ricordi, ebbero l’idea di venire ad abitare la Francia e l’Italia./ Ecco un aspetto del loro carattere./ Aroldo, re di Danimarca, avendo fondato sulle coste della Pomerania una città di nome Julin o Jomsburg, vi aveva inviato una colonia di giovani danesi guidata da uno dei suoi guerrieri, Palna-Toke./ Questo governatore, dice la storia, proibì in modo categorico che si pronunciasse la parola paura, anche nei pericoli più imminenti. Un cittadino di Jomsburg non poteva mai cedere al numero, per soverchiante che fosse : doveva battersi fino all’ultimo respiro, senza indietreggiare di un passo. Nemmeno la prospettiva di una morte certa era una scusa.(...)/ Questi guerrieri del Nord avevano un secondo principio di grandeur : erano liberi. Tuttavia, una volta che ebbero occupato la Francia e l’Italiae che si furono divisi i vinti come greggi, non si videro più che tiranni e schiavi.(...)". Ora appare evidente la concezione dell’Indogermano quale conquistatore puro e, più in là, anche la sua figura di portatore di civiltà , e qui si potrebbe parlare a lungo pure delle radici germaniche che - man mano - si estendevano attraverso tutto lo strato sociale con solide basi nel contadinato ( e la nostra attuale dispersione di sangue va imputata anche al lento soffocamento del nostro ceppo contadino).

Ma a supporto di queste tesi vengono anche le analisi sull’iconografia e sulle tipologie razziali dei modelli ritratti dagli artisti del Rinascimento. Esisteva, certo, un impianto mitico da ricreare, non nordico se non nella sua eccezione primordiale ed originaria ( Greci e Romani, prima del progressivo imbastardimento non avevano forse radici nordiche ?), ma perché adattarvi tipologie somatiche indogermaniche ? Perché già Simone Martini ritrae tipologie che diventeranno "moduli" assunti nel Primo Rinascimento ? Se raffrontiamo una sua madonna con un qualsiasi santerello di Duccio di Buoninsegna noteremo come, quest’ultimo risenta dell’influenza bizantina mentre Simone si pone come il glorificatore di una razza particolare. Possibile ?

Forse a qualcuno apparirà troppo orientata in senso "biologico" questa nostra piccola analisi controcorrente della Storia dell’Arte. E qui ci troviamo a pregarvi di evitare i dibattiti che, da decenni, bloccano i nostri buoni filosofi tradizionalisti...

Il Quattrocento toscano appare, ai più, come un’espressione di italianità verace, che potrebbe farci pensare anche ad un Masaccio "pizzaiolo", se non fosse per l’alta percentuale di sangue germanico presente in Toscana. Non a caso, il paragrafo dedicato a questa terra, in "Noi , Celti e Longobardi" di G.Cìola (testo che noi citiamo spesso, e che va, a veder nostro, letto ed ancor più, compreso) si intitola "Tuscia o Lambardia ?" ed apre con considerazioni in merito alla stirpe della sua gente. I massicci insediamenti longobardi erano dovuti alla posizione strategica ed, al pari del Piemonte territori "di confine", ciò esigeva anche una "germanizzazione nei fatti". I puristi insorgeranno , scoprendo artisti lambardi (come i longobardi venivano chiamati e si autodefinivano), ce ne dispiace, ma, a supporto delle parole ci vengono le analisi delle opere.

Si dirà che, nel Rinascimento, tutto è ricerca dell’effetto, che l’antropocentrismo ( cioè l’azione e l’elaborazione artistica in funzione dell’ideale-uomo ) portava, anche ed evidentemente a forzature. E’ possibile che il tipo nordico fosse una codificazione di un carattere fittizio ?In altre parole, le madonnine venivano rappresentate bionde perché, in questo modo, più "divine" ( caratteristica presente nel Beato Angelico e che, unita alla delicatezza dei tratti, lascerebbe presupporre questo intento). Ammettiamo questo : ma allora, su quali basi reali poggiavano queste considerazioni in merito ad una gerarchia dei colori più o meno "sacri" ? Le teorie sono varie, come quella secondo la quale "in campo cavalleresco europeo, come effetti dei colori cristiani, si conferma l’accostamento frequente di due "smalti" : l’azzurro e l’oro. Questi colori divini e preziosi servono sempre di più per distinguere il comando, la dignità e il rango di chi li espone , come a rappresentare ogni più alta investitura derivava solennemente dalla sovranità, conservata e fatta osservare come privilegio.", dunque colori da adattare a modelli di virtù secondo i modelli di una classe dirigente in larga parte germanica, colori, si badi, opposti ai colori "pagano/classici "dello spazio" (giallo,rosso e nero) ". In effetti, questa tendenza ad una cromatismo divino può essere associata anche al mosaico bizantino...se non fosse per la tipologia ben poco "solare" del tipo umano del cristo pantocratore...

Forse anche l’Angelico desiderava fortemente, per i suoi personaggi, l’adesione ad un modello il più possibile corrispondente ai canoni di una bellezza umana reale.

Di fronte a rappresentazioni ritrattistiche (cioè personaggi basati su modelli e tipologie fisiche copiati dal vivo) più rigorose e emotivamente distaccate, come in Piero della Francesca, ci troviamo di fronte a personaggi accomunabili ad una vecchia tipologia ed a figure più "ideali" e rarefatte ( i primi certamente più simili a Federico da Montefeltro e questi ultimi alla sua consorte battista Sforza). In altre zone il modulo viene adattato alle esigenze della locale committenza, che, anche al di là del Ritratto, esigeva uno specchio sulla sua realtà : Antonello da Messina, egregiamente, propone tipi squisitamente mediterranei (Ritratto d’uomo, 1473, L’Annunziata del ’75, in quest’ultima opera adatta armoniosamente l’ovale del volto al taglio sfuggente degli occhi tipico delle donne mediterranee).

Ma è con il primo vero pittore pagano del rinascimento, colui che -più di tutti soffrirà per la censura e l’imposizione dell’etica savonaroliana ( sembra non attendibile la notizia riportata dal vasari di un Botticelli seguace del frate)- che la tipologia nordica ed indogermanica diventa la regola nella progettazione dell’opera d’arte : Botticelli. E’ nella Primavera (1478) e nella Nascita di Venere (1485) che il concetto di bello assume caratteristiche germano-lambarde, e pure il mito si attuenua sino a sfiorare appena il classicismo ed a toccare decisamente il più libero panteismo (non dimentichiamoci che il Primo Rinascimento era anche citazione di un passato assunto in toto come motivo d’orgoglio anche per i conquistati, e L.B.Alberti, rièpropose , a Rinini, nel suo Tempio Malatestiano il modulo compositivo della arco augusteo persente nella stessa città). Sarà solo dopo la censura che Botticelli coprirà le chiome bionde ( La calunnia di Apelle 1490-95, Compianto su Cristo Morto ‘90-’95) sino a rappresentare chiome corvine ed ancgeli cupi (Natività mistica, 1501, National gallery, dove "vien meno ogni definizione di spazio e le dimensioni dei personaggi variano in rapporto al loro significato devozionale .L’arcaismo della composizione è accentuato dalle attitudini forzate ed innaturali delle figure, definite da contorni nitidamente incisi" ).

Non è un caso che Botticelli sia stato, a veder nostro, il principale modello per un artista ingiustamente poco consierato, un grande nordicista ed un valente pittore del nostro secolo : Wolfgang Willrich.

Nel Rinascimento maturo non valgono più tanto queste superfici : e ciò vale per due vertici della triade divina, un Michelangelo ed un Leonardo tutti presi nella ricerca e nel possesso dell’ideale dell’uomo universale. E’ nel "divino" Raffaello, pittore puro, che dona vitalità ai suoi ritratti così poco convenzionali e dal profondo senso "materico", è in lui - dicevamo - che si realizza nuovamente la trasposizione dell’ideale fisico dell’indogermanesimo. E’ nella Dama del Liocorno (cristianizzata in santa Caterina e riscoperta dal Longhi nel 1927, il liocorno, simbolo di purezza cancellato e restaurato nel ’37 completa l’immagine dell’ignota quintessenza della purezza etnica e spirituale) che Raffaello raggiunge l’ideale di perfezione fisica e morale, nei cvapelli dorati, nell’incarnato trasparente e negli occhi cerulei sui quali si riflette la luce. Un ritratto solare dalle valenze simboliche estremamente raffinato.

Ma il Rinascimento aveva raggiunto i territori d’oltralpe, ed è con Albrecht Dürer che si afferma con prepotenza il compimento della rinascita, solo nelle tesi "clasica" o "classicista", ma, nei fatti e nel sangue dei suoi fautori,nordica e germanica, non a caso la formazione del Dürer avviene a Venezia. Ed è l’ideale del guerriero germanico che viene esplorato nell’incisione "Il cavaliere, la morte ed il diavolo" (simboli che saranno adottati da diversi grandi, sino alla nostra era) che egli rappresenta "la morte, che non si può opporre alla determinazione del cavaliere, è però un costante ammonimeto ; l’essere inferiore che vien dietro, il diavolo, non sbarra la via alla vita eroic, quasi docile ed asservito, ma anch’esso pur sempre esistente.Altro insegnamento morale, ancor prima che culto dell’uomo : è questo il credo nordico del Dürer".

Anche con l’ideale rinascimentale agonizzante o, come sarebbe più appropriato definire, con il variare delle tendenze e le ulteriori rielaborazioni, la bellezza "ideale" si mantiene codificata sui tratti nordici (anche nella possibile eccezione spregiativa del termine "fiammingo", che, però, avrà influenza sul seicento romano con l’identificazione non tanto di un tipo fisico, quanto di una confraternita di pittori scalmanati di origine fiamminga o - comunque- nordica : i cosiddetti "Bamboccianti" capeggiati da Van Laer nella Roma seicentesca ), il Tiziano lo riafferma nel suo "Amor sacro e Amor Profano", ed in ugual misura lo riaffermeranno le dame e le veneri del Veronese, sottolineando la tipologia fisica della donna nordica, sintomatico di una tendenza dell’intera civiltà veneta : grazie al colorismo ed alla luminosità della civiltà pittorica veneta, paolo riesce a riaffermare quelle caratteristiche solari della donna nordico-arîa come solo aveva fatto Raffaello.

Inutile dire che l’attuazione della controriforma mutò questi indirizzi, dalla Roma degli angioloni barocchi, venne verosimilmente imposto un pietismo coloristico, ed i validi presupposti del chiaroscuro del "berserker" longobardo Caravaggio andaro, col passar del tempo sconfinando nella pratica "tenebrista". E’ bene ricordare che le sovrastrutture propagandistiche ed illusionistiche imposte da Roma non impedirono esperienze di un certo valore, come il "Trionfo di Bacco ed Arianna" biondi figuri del bolognese Annibale Carracci (guarda caso a Palazzo Farnese a Roma) . Saranno poi degli stessi tedeschi ( e non degli Auslanddeutsche padani) che, nella prima metà del Diciannovesimo secolo, riproporranno le metodologie e gli intenti dell’Arte medioevale e del primo Rinascimento : i cosiddetti "Nazarener"(Nazareni), la cui arte devozionale cristiana si dimostrava molto germanica e poco "latina" ( sino alle teorizzazioni in merito al "toglier l’Italia agli Italiani").

Al termine di queste considerazioni e di questi dati  può apparire questo come un processo unitario ? Vale la pena domandarsi : era una tendenza generale, l’estro artistico apparteneva -maggiormente- a uomini di origine germanica o era solo una tendenza "culturale" ? Non dimentichiamoci quanto fosse importante il concetto di Sangue e come si tendesse certamente ad una falsa tradizione classicista (non a caso non usiamo il termine "classico") e quanto pesante fosse l’ingiurioso termine "barbaro", ma cos’era il barbaro, se non colui che non accede ad una cultura che, per gli uomini del Quattrocento doveva rinascere, e rinascere - non dimentichiamolo- per ribadire la loro non-appartenenza all’orda barbarica...E forse non si usciva dai secoli cosiddeti "bui" ? Secoli nei quali la memoria storica era andata dileguandosi dalle menti di una popolazione di uomini nuovi che ormai si considerava autoctona dei territori a sud delle Alpi. Albrecht Dürer, nella sua stanza di Norimberga, credete si sentisse un "barbaro" ? Noi non esitiamo a dire che era tanto nordico il suo sangue quanto quello di qualsiasi artista padano.

In effetti, prendiamo con le pinze il termine "italiano" quando si parla di Rinascimento. Parlando dei un saggio di Moeller Van den Bruck "Die italienische Schönheit", il De Benoist così riassume : " Contro Burckhardt, che vedeva l’arte italiana culminare nel momento del Rinascimento, egli pone l’apogeo della "classicità" italiana nell’ Italo-Germanentum, fra il tredicesimo e il quindicesimo secolo. La bellezza italiana, scrive, è nata nella Toscana etrusca, donde ha da poco invaso la Roma dei papi, la Ravenna soggetta ai Goti di Bisanzio, la Lombardia germanica e la Sicilia moresca. E’ il risultato del matrimonio fra "uno spirito toscano originario" rinascente ed influenze germaniche ancora influenze germaniche ancora fiorenti ; la si può definire come il frutto di un equilibrio fra il plasma germanico ed il carma toscano, il frutto di un equilibrio fra una vita creativa traboccante di uomori e principi d’ordine non ancora diventati convenzionali e "civilizzati". Il pittore che meglio rappresenta questo apogeo è Piero della Francesca ; egli racchiude tutto il sapore della terra umbra nell’ordine astratto della Toscana" Si noti come si sostituiscono termini filosofico-religiosi a concetti che andrebbero a sconfinare nel razzismo biologico (di ancestrale memoria ), occorrerebbe leggere l’opera in questione per giudicare se, effettivamente, come riferisce il De Benoist : "Moeller van den Bruck si guarda bene nel cadere nel difetto di Ludwig Woltmann(Die Germanen un die Reinassance in Italien, Thüringische Verlangsanstalt, Leipzig 1905), difetto che percepisce non essere che un’altra forma di quel "naturalismo" che già a Berlino criticava.", ma il De Benoist afferma ciò dopo aver riportato dall ‘ opera alcuni brani : "una nuova forma viene sempre da un nuovo spirito" e "un nuovo spirito viene sempre da un sangue nuovo" !

E’ un vero peccato, in questo senso, il non poter rintracciare il testo di Francesco Manfredini del 1875 : uno studio sul carattere germanico della rinascenza che, anche da parte nostra sembra introvabile !Ed occorrerebbe un’attenta lettura di Ludwig Woltmann (1871-1907), ne abbiamo qualche eco da libelli del primo, e "ripudiato", Evola ( sui quali noi ci formammo e che servirono, più che altro, ai fascisti per ingraziarsi l’alleato germanico - verso il quale, in realtà provavano una latina diffidenza purtroppo non ricambiata - durante l’ultimo conflitto)  : "Particolare carattere di stravaganza (Sic !) hanno le tesi contenute nelle due opere di Woltmann I Germani in Italia e I Germani in Francia. L’idea centrale è la solita : per tutti i popoli "il loro valore di civiltà dipende dalla quantità di razza bionda che essi contengono".Vien ricordata la razza dei biondi Eraclidi, venuti a Sparta dal Nord. Vien ricordata la testimonianza del Tacito, circa la decadenza romana iniziatasi con la penuria di uomini biondi . Ma soprattutto si fa un’analisi volta a mostrare che la Rinascenza è un fatto di razza, è assai meno il risultato di una riscoperta dell’antichità classica che non della trasfusione di sangue germanico in una sostanza altrimenti infeconda ; sì che tutte le famiglie nobili di tutte le maggiori città città italiane e francesi, tutti i nomi degli esponenti più rappresentativi della civiltà italiana e francese sarebbero di origine germanica, allo stesso modo che questi ultimi nelle loro caratteristiche somatiche sempre tradirebbero qualcuno dei caratteri antropologici del dolicocefalo biondo. Nomi germanici sarebbero p. es. quelli di Dante Alighieri (Aigler), Boccaccio (Buchatz), Leonardo Da Vinci (Winke), Buonarroti (Banhrodt), Tasso (Dasse) e così via, fino Benso di Cavour(Benz) e a Garibaldi (Kerpolt) [ domandiamo scusa ai nazionalisti italiani se dovessero aver sentito un sobbalzo al cuore tricolore ! . N.d.R.]. del tipo biondo sono Dante, Donatello, Giotto, Leonardo Cristoforo Colombo" Il brano termina con una invettiva contro "stravaganze del genere" che possono solo " offrir generosamente armi ai nemici del razzismo", peccato che i principali nemici di queste filosofie fossero gli stessi committenti di opere come "Sintesi della Dottrina della Razza"...Certo, le teorie del Woltmann, nei particolari, possono avere delle forzature, esser giudicate delle facilonerie e far arricciare il naso ai puristi della lingua italiana, ma intaccano -nella sostanza- il nocciolo duro dell’origine della lingua, della genealogia e della toponomastica della Terra Cisalpina. Non mancano poi, anche nella storia dell’Arte più recente, dei casi di "italianizzazione" : è il caso del vedutista Gaspard van Wittel (1655-1736), detto Gaspare Vanvitelli (padre del celebre architetto Luigi V., progettista della Reggia di Caserta, con lo stesso nome era pure conosciuto il figlio di quest’ultimo, Carlo, progettista dei giardini della Reggia).

Da uno studioso -certamente- di parte (non della nostra) apprendiamo come nell’opera Die Germanen und die Renaissance in Italien (I Germani ed il Rinascimento in Italia, secondo dei tre volumi preceduto da "Politische Antropologie", ed -infine, "Die Germanen und die Renaissance in Frankreich" ) del 1905 " I criteri esteriori di bellezza nordica avevano una parte di primo piano, e il libro era corredato da più di cento riproduzioni di ritratti. Tema centrale : gli esponenti del Rinascimento italiano erano discendenti, non dei romani, bensì di goti e longobardi. Ad esempio, valendosi dei ritratti di Dante e Michelangelo, W. Fondava questa sua asserzione sulle caratteristiche fisiognomiche, le proporzioni fisiche, il colore o la grana della pelle." Qui già vi sarebbero appunti per una ricerca "controcorrente", ma a sostegno dell’onestà intellettuale del Wolmann vanno anche le sue tesi poco digeribili e sintomatiche di un metodo basato sull’analisi, a prescindere da correnti culturali : l’avversione nei confronti della congiura cattolica e l’ammirazione verso la Rivoluzione Francese, nella quale W. Intravedeva il trionfo dello Spirito dei Germani di Francia.

In ogni caso rimandiamo tutti i lettori che volessero approfondire la conoscenza delle teorie alle quali qui abbiamo accennato, al capitolo dell’opera citata di G.Cìola intitolato "Le teorie di Ludwig Woltmann sulla rinascenza italiana", nel quale troveranno una panoramica ampia sui diversi aspetti di teorie gravitanti intorno all’opera del W..

Ci scusiamo sin da ora con coloro che considerano italiano tutto quello che rientra nei confini politici dell’attuale Repubblica, in effetti, già il Conte De Gobineau sottolineò l’incompatibilità tra il concetto di popolo e nazione, tesi modernamente controcorrente, visto che oggi si guarda benevolmente ad una nazionalizzazione del Sangue e si odia visceralmente il nazionalismo del Sangue, contro il quale si agitano gli spauracchi della pulizia etnica di stampo balcanico . Ed è anche nell’Essai di Gobineau che si accenna alla nostra Terra così poco "italiana", come riassume la Castadori : "Il Nord dell’Italia, invece, ha giovamento dall’invasione di Longobardi e Franchi, tant’è che nel Medioevo raggiunge una posizione preminente con la Francia e la Renania . Questo carattere ariano dura sino al XV secolo , quando, col Rinascimento, riemerge potentemente il fondo romano . Ha davvero qualcosa di paradossale questo movimento che trae la sua vitalità dalla residua energia barbarica, ma la perverte, utilizzandola per distruggere ogni aspetto della civiltà germanica". In effetti questa è la grande discriminante : pensate ciò che sarebbe stato per tutti i Germani un Rinascimento, anche culturalmente, "germanico". Il mito classicista e la sua rielaborazione ha permesso, però, di dimostrare una volta per tutte il valore della nostra civiltà. Certo sarebbe stato fantastico rielaborare le effigi di Godan e Frea, di esplorare l’iconografia germanica, così non è stato, ed è compito di noi artisti-artigiani germanici lavorare in questo senso.

Il von Leers ebbe a scrivere, circa una sessantina d’anni or sono,in proposito degli ultimi Germani d’Europa : "In fatto di popoli nordici, restano solo i Germani occidentali, alcuni Germani del Sud come i Bavaresi, i Longobardi che lentamente vanno degenerandosi nell’Italia settentrionale e, infine gli Slavi spintisi fino all’Elba e quasi senza storia.". Sulle cause della nostra degenerazione (culturale e biologica) è meglio non soffermarci, perché sono ben più che evidenti : se vogliamo contrastare questa tendenza all’autodistruzione (ed i presupposti vi sono, vista la controffensiva recente), dobbiamo impegnarci tutti, artisti in prima fila, per la ricostruzione della nostra Cultura e sarà bene che, a questa Kulturkampf, venga associata anche una coscienza "eugenetica".

Le bellezze della Magna Grecia ? Speriamo che se le sappiano mantenere senza venderle a tranci ai mercanti esteri e speriamo che non saltino in aria per mano di qualche pentito...Roma ? Auguriamoci che i romani fieri più degli spaghetti all’ amatriciana e dei carciofi alla giudia che della loro cultura passata, sappiano proteggerli dalle previste olimpiadi.

Noi abbiamo fatto del Sangue la nostra Cultura....e non è poco.

Paolo Gauna

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