L'Araldo di Thule #12

anno 4, Ostara 2248 Er/1998 Ec


Onore a Ezzelino III da Romano (1° Parte)


Il 26 dicembre del 1194 nasceva nel Pedemonte veneto Ezzelino III da Romano, nello stesso anno in cui veniva alla luce a Jesi, il 25 aprile, l’imperatore Federico II, lo "Stupor mundi", che dovrebbe essere stato festeggiato in Sicilia ed in Puglia, sotto gli auspici di un "Comitato nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della nascita" ; in quelle terre comunque il nome di Federico II non è mai stato cancellato dalla memoria collettiva : chi scrive lo sa perché lo ha riscontrato in loco .

Altra cosa nel Veneto per Ezzelino, dove il partito guelfo che dopo la caduta del "tiranno" non ha mai cessato di dominare la vita politica e civile, ha demonizzato la sua figura, come solo è stato fatto, più recentemente, con A.Hitler. Anche dopo la disgregazione del potente partito cattolico italiano c’è solo il silenzio più assoluto che ha il cupo significato di volerne perpetuare la condanna.

Eppure Jakob Burkhardt ci ha lasciato scritto : "Federico II ed Ezzelino rimangono per l’Italia le due più grandi figure politiche del XII secolo." ("La civiltà del Rinascimento in Italia")

Solo alcuni storici veneti come Mario Rapisarda, Giusto Geremia e Giorgio Cracco ne hanno tentato una riabilitazione, analizzando criticamente gli scritti dei suoi detrattori guelfi, giacchè tutto il materiale che attestava le attività di Ezzelino è stato distrutto : i suoi discorsi, i documenti e le lettere bruciati o buttati nei fiumi, così gli statuti, le disposizioni e le raccolte di leggi. Oggi Egli va visto come l’antesignano del risveglio etnico dei Veneti, essendogli stato riconosciuto il merito di "costruttore cosciente di un progetto politico "esteso a tutta la regione nei suoi confini storici che arrivavano fino a Brescia e Bergamo, per conquistare i quali perse la sua ultima battaglia e la vita. Da questa valutazione dovrebbe iniziare una nuova fase di interpretazione storica del personaggio, partendo dallo9 smascheramento della falsificazione perpetrata per sette secoli dal Vaticano , da gran parte della Chiesa e dalla fazione guelfa che, dalla sua distruzione fisica e morale ne ha tratto quei vantaggi che hanno permesso ai suoi eredi di avere il potere nella terra veneta, fino ai nostri giorni.

Per inquadrare la figura di Ezzelino bisogna por mente a quanto era avvenuto in Italia, dopo la caduta del Regno Longobardo ed alla situazione del momento che vedeva prevalere la potenza guelfa, malgrado il valore ideale della concezione imperiale.

Su "Noi, Celti e Longobardi" scrivevamo : "In conclusione, i termini della contesa furono quelli tra uno Stato clericale ed uno laico, tra uno Stato accentratore ed uno federale, tra una legge ed una amministrazione levantina ed una europea, tra una Italia borghese e mercantile ed una contadina(...)"

La Chiesa cattolica era riuscita, con il pontificato di Ildebrando da Soana : Gregorio VII che per ironia della sorte era di ascendenza longobarda, a porre delle solide basi per ottenere, oltre alla potenza spirituale, anche quella temporale sui territori che furono dell ’ Impero romano. Ciò fu raggiunto con l’utilizzazione di quel falso conclamato che era la c.d. "donazione di Costantino", secondo la quale l’imperatore morente avrebbe deposto l’atto sulla tomba di S.Pietro, conferendo ai successori di Pietro la potestà temporale su tutti i territori dell’Impero. Oltre a ciò venne sancito che il Papa poteva sciogliere dall’obbligo della fedeltà i sudditi dai Principi e dallo stesso Imperatore con l’arma della scomunica ; pure al Papa spettava la nomina dei Vescovi, cosa contro la quale lottarono invano gli Staufened il partito ghibellino . Il Cattolicesimo fu potente alleato dell’ideologia guelfa, nata dalla tendenza teocratica papalina anmtiimperiale, fautrice di un sistema statalista accentratore, nemico delle minoranze e delle autonomie locali, tendenza che resta attuale anche oggi.

Se ben guardiamo al sogno politico di Ezzelino scopriamo che Egli, consapevole della sua origine longobarda, lottò fino alla morte per ribadire le conseguenze della disfatta della sua gente.

Vediamo come.

Fu tacciato da eretico e scomunicato dal Vaticano che si era accorto di trovarsi di fronte un avversario che, se fosse riuscito ad ingrandire troppo il suo potere, sarebbe stato ancora più temibile di Federico II e del suo avo Barbarossa ; in effetti Ezzelino superò in accortezza gli Staufen che combattevano le eresie, proteggendo invece gli eretici e servendosi di loro per scalzare il potere della curia romana fra le masse. Mai Egli avrebbe consegnato un Arnaldo da Brescia nelle mani del Papa, come fece Federico Barbarossa, ma se ne sarebbe servito sino a farne un antipapa, col carisma rivoluzionario che aveva e con l’entusiastico consenso popolare. Anche Federico II continuò nell’errore di vedere nelle eresie un delitto contro la maestà imperiale e a perseguirle di conseguenza.

Ezzelino sapeva che il Veneto era, ab antiquo, terra di eresie : anche il Vescovo di Verona, la città più importante della terraferma, aveva a suo tempo aderito allo Scisma dei Tre Capitoli che si era esteso dal Patriarcato di Aquileia a tutto il Veneto, fino a tutto il VII secolo.

Come nella Toscana ove i castelli ed i borghi abitati dai "lambardi", divenuto "masnadieri", dopo la sconfitta della loro nazione , erano covi di eretici, così anche il Veneto pullulava di Catari, fedelissimi al partito imperiale ; Vicenza, per volere di Ezzelino, diventò un asilo di eretici, come Venezia che, pur ostile al progetto ezzeliniano di uno Stato Veneto, proteggeva molti eretici dall’Inquisizione vaticana.
 
 

Nella lotta fra i nascenti Comuni e gli Istituti feudali , Ezzelino lottò per la supremazia del mondo rurale su quello urbano ; vedeva, a ragione, il formarsi, nelle città - stato, dei germi dell’accentramento, mercantilismo, corruzione,, rammollimento dei costumi, col corollario delle lotte tra le fazioni, congiure e intrighi di palazzo che portarono al particolarismo delle Signorie, vere satrapie da cui è nato il mai sopito totalitarismo degli italiani.

Combatté perciò con ogni mezzo l’urbanesimo, cercando di radicare alle tradizioni di arcaica democrazia le assemblee dei vicini : le Vicinie che derivavano dalle Arimannie (comunità di uomini liberi portatori d’armi) ; esse caratterizzavano le antiche comunità dei piccoli borghi rurali e sancivano le effettive libertà locali. La rivoluzione di Ezzelino consisteva nel fatto che, dopo avere constatato l’impossibilità di smantellare le istituzioni cittadinne, si sforzò di impedirne l’occupazione da parte dei nuovi potentati della nobiltà guelfa e dei ceti mercantili arricchiti, formanti la prima borghesia, favorendo invece il popolo minuto costituito in gran parte da rustici inurbati , presso i quali era ancor viva la tradizione della civiltà contadina. Così, durante il periodo ezzeliniano, troviamo Padova divisa in 20 Vicinie cittadine con propri consigli di quartiere, analogamente alle altre città della Marca : Verona, Vicenza, Padova, Bassano, Treviso, Feltre e Belluno, ove il massimo consenso gli veniva dai maestri o "maistri" (ted."Meister") : titolari di botteghe artigiane . A Padova su 1941 cittadini maschi censiti, ben 926 esercitano mestieri riconosciuti, tra cui 207 "maistri" ; nel 1254 circa un terzo del consiglio comunale risulta essere iscritto alla corporazione o gilda degli artigiani.Altri funzionari molto sostenuti da Ezzelino erano i "saltari", incaricati della vigilanza dei boschi e dei pascoli comuni, oltre che dei campi coltivati, corsi d’acqua, strade rurali : queste guardie campestri istituite dai Longobardi, erano dei veri operatori ecologici ante litteram e sopravvissero nel Sudtirolo fino al

1918 .

A fianco di Ezzelino erano schierati pure gli uomini di legge : giudici e notai ; sempre nel 1254 a Padova, i notai membri del Consiglio Generale, formato da 665 membri, sono una sessantina, ossia quasi il 10% del totale.

E’ anche noto che l’Università di Padova contava i più valenti docenti medici dell’epoca, chiamati da Ezzelino da ogni parte, come il famoso chirurgo Guglielmo di Saliceto, chiamato all’Università di Parigi, che gli rimase fedele fino alla fine ed accorse per curarlo in Lombardia dove il ferito morì prima del suo arrivo .

Studenti e professori convenivano a Padova da tutta Europa , fin dalla lontana Polonia.

Solo contro gli usurai Ezzelino usò la mano pesante ed il terrore che incutevano le sue prigioni ed i suoi masnadieri, contribuirono a liberare le città venete da simile flagello.

Alla guida delle città conquistate Ezzelino, memore degli insegnamenti paterni, cercava di insediare persone della famiglia o comunque fedeli all’ideale ghibellino : il nonno Ezzelino il Balbo era stato borgomastro di Treviso nel 1190, il padre detto "il Monaco" lo era stato di Vicenza nel 1210, il fratello Alberico a Vicenza e Treviso, Lui stesso per tre volte borgomastro a Verona, mentre per Padova favorì il nipote Ansedisio de Guidotti, che fu impari alla fiducia, facendo cadere la città nelle mani dei crociati, per la qual colpa pagò con la vita.

In tal modo poteva cessare l’opposizione sistematica contro le città, entro le quali, coordinata dal primo cittadino, doveva svolgersi la vita civile secondo i ritmi dell’arcaica democrazia germanica, con le assemblee generali di popolo nell’arengo, con l’intervento diretto dei membri delegati dalla collettività, concretizzandosi quella libertà "inter pares", che era la medesima delle antiche comunità indogermaniche di uomini liberi . Con la loro perdita si ha veramente l’estinzione delle libertà civili e l’instaurarsi dell’assolutismo delle Signorie.

Con la sconfitta degli Ezzelini d dell’Impero, decade quel mondo rurale che nei paesi di lingua germanica è stato tutelato da leggi che riconoscono il ruolo di pilastro della società e che spiegano la fierezza, il benessere e la dignità del contadinato, di contro alla crisi endemica di quello italico, messo alle corde definitivamente in questi ultimi 50 anni di regime pseudo-democratico.

A perdere Ezzelino in varia misura quattrio fattori : la prematura morte di Federico II, la crociata bandita solo contro la sua persona da due papi : Innocenzo IV ed Alessandro IV, il tradimento del vicario imperiale della Lombardia, Oberto Pelavicino, Signore di Cremona ed ultimo la sproporzione delle forze in campo.

Ezzelino non si chiuse a difesa del suo Veneto, né si rifugiò fra i monti del Trentino, dove avrebbe sicuramente trovato protezione e dove si sarebbe sicuramente salvato, ma preferì attaccare coi suoi fedelissimi pedemontani ed i forti montanari cimbri puntando direttamente su Milano, il cuore del nemico .

Fu un ignoto balestriere a cambiare il corso della storia, perché l’ultima battaglia poteva ancora vincerla con il suo indomito coraggio ed il suo straordinario fiuto strategico.

Gualtiero Cìola


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