Neoliberismo: cosa significa?
tratto dall'Agenda Latinoamericana 1998

Fino a poco tempo fa il tema del neoliberismo sembrava un discorso destinato a scomparire con il superamento della congiuntura in cui era apparso, cioè la fase della crisi petrolifera, del debito estero, del deterioramento dello "Stato del benessere", del crollo del socialismo reale, dei regimi di destra nel Nord e le dittature nel Sud. Ma inaspettatamente, il termine neoliberismo è tornato in auge con forza, e con un malcelato tono polemico: viene correntemente usato da uomini politici ed analisti sociali delle più diverse latitudini, ne disquisiscono famosi professori e ne denunciano il pericolo non soltanto i leader sindacali, ma anche varie Conferenze Episcopali e i Provinciali Gesuiti di tutta l'America Latina.

Perché questa imprevista popolarità per un termine così astratto e così poco "affascinante"? E' veramente utile capire la realtà del mondo attuale e la nostra collocazione al suo interno? Molti politici ed economisti considerati "neoliberali" ne negano addirittura l'esistenza, ritenendolo un mito inventato da alcuni allo scopo di attribuirgli tutti i mali dell'economia e per squalificare gli avversari politici. E in questo modo - detto en passant - evitano di affrontare un'analisi seria dei complessi problemi della società in cui viviamo e di elaborare delle proposte alternative realistiche.

Questa discussione si rivelerà meramente teorica, senza alcuna conseguenza pratica sulla nostra vita quotidiana? Assolutamente no. Ritengo che la popolarità riscossa da questo concetto non sia affatto casuale: esso permette, infatti, di identificare e di affrontare un aspetto nuovo ed essenziale dell'attuale momento storico. Al di là della disputa terminologica( se la parola neoliberismo sia o meno adatta a descrivere il fenomeno di cui trattasi), il concetto in sé si è rivelato uno strumento necessario nel momento in cui si vuole assumere una posizione critica di fronte alle sfide attuali. Bisogna comunque cercare di evitare di "tirare come un elastico" o di generalizzare il concetto tanto da fargli perdere quella capacità di "incidere" all'interno della inedita realtà dell'America Latina nell'era della globalizzazione.

Con il termine "neoliberale" possiamo semplicemente indicare la tendenza ad assumere atteggiamenti egoistici a livello personale o di gruppo? La ricerca del predominio sugli altri, o il comportamento calcolatore che subordina tutto alla strategia del massimo guadagno, è patrimonio esclusivo dei neoliberali? Non sarebbe né logico né legittimo affermarlo. Questi atteggiamenti hanno accompagnato l'avventura umana fin da quando se ne ha notizia, indipendentemente dai regimi o dalle ideologie dominanti.

Nemmeno il mercato è stato inventato di recente dal neoliberismo. Esisteva già nell'antichità come forma di scambio di alcuni beni e da oltre un millennio ha cominciato ad estendere la sua area di azione fino a diventare il centro di tutta l'attività economica della società. Anche la sua esaltazione ideologica quale mercato globale è vecchia: risale ai pensatori liberali del XVIII secolo; con le ben note sequele di sfruttamento e miseria che fin dal secolo scorso hanno dato luogo a diverse forme di intervento statale.

E' stato forse il neoliberalismo l'origine dei fenomeni di povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale nel mondo intero? No. Queste drammatiche realtà non solo pre-esistevano al neoliberismo, ma sono cresciute e si sono aggravate in contesti economico-culturali ben diversi da quello previsto dai primi pensatori neoliberali. In tal senso, è assai eloquente la storia dell'America Latina di tutto questo secolo.

Se l'impoverimento, la disuguaglianza, l'esclusione sociale e perfino la teoria del mercato globale esistevano già prima del neoliberismo, perché insistere tanto oggi nell'attribuire a quest'ultimo una responsabilità determinante in rapporto a tali fenomeni? Ecco la risposta: perché il neoliberismo li giustifica come effetti "non desiderati", ma inevitabili per avere una crescita economica della società. In tal modo esso diventa, di fatto, la base ideologico-culturale di atteggiamenti, comportamenti sociali e misure politiche che rafforzano l'esclusione dei più deboli… e tutto ciò con una nuova aureola di innocenza.

Il vero problema è che tale ideologia è riuscita a penetrare poco a poco nel nostro modo di sentire, di vedere e di valutare i fatti che viviamo. Si installa dentro di noi, condiziona le nostre decisioni rispetto a ciò che ha o non ha valore, modifica i nostri rapporti personali e le nostre strutture sociali. Perciò, se non vogliamo rimanerne vittime o diventare complici, dobbiamo cominciare a metterne in evidenza la visione unilaterale e le conseguenze disumanizzanti. Indichiamo qui di seguito alcuni spunti di riflessione.

  1. Il neoliberismo afferma innanzi tutto che lo Stato del benessere e la caduta del socialismo reale hanno dimostrato senza alcun dubbio che ogni intervento statale sul mercato, benché motivato da una volontà politica di giustizia, è non soltanto inutile, ma controproducente. Il neoliberismo interpreta, in maniera unilaterale, tutti i tentativi di orientare socialmente l'economia come un fallimento ed una prova definitiva che l'uomo deve abbandonare la "pretesa" di voler trasformare le leggi dell'economia e avere quindi "l'umiltà" di sottomettersi ad esse.
  2. Per il neoliberismo una di queste inesorabili leggi del mercato è quella secondo la quale la crescita economica implica inevitabilmente l'esclusione dei meno competitivi. Non è che li si voglia abbandonare al loro destino… ma "non si può" fare altrimenti, se si vuole la crescita economica della società. Si tratta di superare la "buona volontà", per quanto benintenzionata: non serve a nulla ostinarsi come un mulo. Qualunque misura che interferisca con il meccanismo della competitività del mercato - considerato imparziale, trasparente, senza imposizione degli uni sugli altri - provocherebbe mali peggiori di quelli che si vuol eliminare.
  3. Questa ipotetica "necessità" viene proclamata non solo in nome dell'esperienza storica, ma anche in nome di una scienza: l'economia. L'ideologia della "inevitabilità" si autolegittima con qualcosa di molto prestigioso: la conoscenza scientifica. Cosa che a livello di opinione pubblica corrisponde a conoscenza provata, obiettiva, inappellabile.
  4. Ma attenzione: il neoliberismo porta con sé la propria "buona novella". Se l'abbandono dei più deboli è una conseguenza aliena alla volontà della società e alla "mia personale"; se qualsiasi intervento che incida sulle necessità di un "mercato realmente esistente" è dannoso per la società, di conseguenza… siamo tutti innocenti! Possiamo rimanere indifferenti con tutta tranquillità di coscienza! Cominciamo ad abituarci all'idea che nessuno è responsabile di nulla. Il povero è tale per sua colpa. Il successo accredita - e giustifica - di per sé il vincente. Perché in definitiva… ognuno occupa nella società il posto che si merita.
  5. E' vero, per il neoliberismo c'è il dovere di eccellere interpretato in chiave individualista: per essere riconosciuto come meritevole nella società, ognuno deve essere competitivo, deve sfruttare al massimo le sue risorse. In questo senso tutto è - o può essere - una "merce": conseguenze, abilità, bellezza, energia, opportunismo, audacia, esperienza, rapporti. Tutto si può negoziare per accrescere il proprio valore sul mercato. Il mercato e la sua regola d'oro, il guadagno, appaiono come il motore della vita umana, sia personale che sociale.
  6. Inoltre, in tale prospettiva, non ha senso dedicare tempo a sforzi collettivi di carattere solidale: significherebbe sprecare forze, perdere competitività. E questo perché per il neoliberismo il "bene comune" è un concetto contraddittorio in se stesso. Il bene reale è solo individuale. Pertanto, possiamo ora abbandonare le organizzazioni sociali con un argomento nuovo e tranquillizzante: il bene comune non esiste.
  7. Il seducente potere di questa ideologia si basa sul fatto che essa si presenta come vantaggiosa per tutti, non solo per i più forti. E ciò in quanto tutti abbiamo una quota di potere, per quanto piccola. L'aspetto nuovo del neoliberismo e che - in nome dell'inevitabile - ci prepara ad usare questo potere esclusivamente in funzione del nostro interesse personale, esimendoci da qualunque dovere sociale. Ci solleva dalla responsabilità di occuparci degli altri, soprattutto di quelli che non ci possono dare nulla in cambio; responsabilità, ovviamente, tanto più gravosa quanto maggiore sia la nostra povertà. In altre parole, il neoliberismo serve anche ai poveri. Con il neoliberismo… tutti ci guadagnano!… A meno che non vogliamo prendere sul serio la domanda che Dio rivolge a Caino: "Dov'è… tuo fratello? (Gn 4,9).

Pablo Bonavía
Montevideo - Uruguay


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