Il viaggio

di Paolo Sessi

L'odore acre del grasso di montone che si stava rosolando sulla brace lo stava nauseando. Ma come c'era finito in mezzo a questa assurda situazione?
Tutto era iniziato banalmente.
Erano anni che ci pensava e adesso il momento sembrava arrivato.
"Un viaggio! ... Ma ci pensi?" si domandava il signor P. guardandosi una mattina allo specchio, riportando con cura i radi lunghi capelli dal lato destro al lato sinistro della sua testa calva ed agitandosi come un bimbo che attende un regalo desiderato da tempo.
Gerusalemme: fin da piccolo, non appena ne aveva conosciuta l'esistenza studiando sui libri di scuola, era rimasto affascinato da questa antica e caotica città ricca di storia e mitologia.
Fantasticando poteva sentire il rombo dei carri che assediavano le mura già antiche in tempi antichi, le urla di dolore dei combattenti, le offerte dei venditori di spezie e stoffe nei mercati, dei sacerdoti che invitavano alla preghiera, dei bambini che giocavano nei vicoli stretti e maleodoranti.
Qualche anno prima si era imbattuto in uno strano arabo che, per vivere, vendeva essenze e profumi provenienti da chissà dove.
Lui aveva cercato di opporsi alle pressanti offerte ma, dopo ore di estenuanti trattative, non aveva potuto fare a meno di comperare delle bacchettine aromatizzate di incenso ed essenze da bruciare in strani contenitori di ottone lucido.
Cose che non gli sarebbero mai servite a nulla ma che gli avevano permesso di liberarsi di quell'appiccicoso venditore, il quale, soddisfatto, lo aveva lasciato libero non prima di essersi preso l'indirizzo per recapitargli gli acquisti.
Con il suo carattere mite ed il tono flebile della voce, il signor P. aveva enormi difficoltà a liberarsi dai venditori insistenti che, quasi avessero un sesto senso, lo prendevano di mira e lo tormentavano con le loro merci anche senza conoscerlo.
Adesso quello strano arabo era riapparso con una lettera, per la verità piena di errori di grammatica, nella quale diceva di essersi sistemato nel suo paese d'origine, di essersi ricordato della generosità con cui era stato trattato anni prima ed in sostanza lo invitava caldamente nella sua casa di Gerusalemme come ospite.
Al signor P. questo invito non parve cosa di cui preoccuparsi poiché il biglietto aereo era stato già pagato e non bisognava guardare troppo per il sottile.
Con il pensiero di essersi sicuramente dimenticato qualcosa si recò all'aeroporto e si imbarcò per Tel Aviv.
Le istruzioni malgrado tutto erano precise e giunse a Gerusalemme utilizzando un pullman di linea preso al suo arrivo all'aeroporto.
Arrivato, scese dal pullman e dopo aver mostrato i suoi documenti ad un grosso soldato dall'aspetto non molto rassicurante, si diede un'occhiata in giro per vedere se il suo nuovo e misterioso amico era lì ad attenderlo.
Non ricordava molto bene il suo viso ma era convinto che l'altro lo avrebbe riconosciuto per primo anche perché l'unico particolare che aveva in mente erano, ovviamente, i folti baffi neri e tutte le persone che affollavano la stazione degli autobus li avevano.
Il caldo umido si faceva sempre più insopportabile.
La folla era composta da uomini con delle strane tuniche lunghe fino ai piedi, da rabbini vestiti di nero con strane trecce che spuntavano da cappelli di varie forme, da qualche donna velata di nero e altre vestite all'occidentale.
Ad un tratto gli si fece davanti un arabo che mostrò di conoscerlo e lo invitò a seguirlo dentro la città vecchia attraverso la porta delle mura con ridicoli gesti.
I vicoli si facevano sempre più stretti e deserti man mano che si inoltravano verso il centro di quella che scoprì essere la parte araba della città vecchia di Gerusalemme.
Entrò in una porta, salì delle scale ricoperte di tappeti rossi leggermente consumati e si trovo in una stanza senza finestre al disopra dei tetti delle case.
La vista della moschea con la sua cupola dorata alla luce del tramonto era da togliere il fiato, i rumori della città, ma non gli odori, gli arrivavano ovattati.
Ed il fiato gli mancò per davvero quando, sentendo un rumore dietro alle sue spalle, tentò di voltarsi sprofondando, senza sapere come, in un doloroso buio.
Si risvegliò in uno strano luogo dove un profumo dolciastro avvolgeva ogni cosa compresa la sua testa ammaccata.
Si stava guardando intorno pensando di essere finito in una specie di bagno turco quando volse la sguardo su di se e vide con orrore che era vestito come il genio della lampada.
Dopo il primo attimo di smarrimento cominciò ad avere paura, una strana paura che non gli era mai capitato di provare prima.
Gettò via con disgusto il velo rosa pallido che aveva poggiato sulle spalle e cominciò a correre senza chiedersi se quella era la cosa giusta da fare. Inciampando nei ridicoli pantaloni a sbuffo cadde in una specie di largo bidone pieno di stracci nei quali affondò e dove restò immobile nonostante la paura.
Ad un tratto il carrello si mosse e dopo innumerevoli sobbalzi si fermò.
Tutto intorno era silenzioso e qualche esitazione decise di mettere fuori la testa ridicolmente imbellettata per vedere se poteva tirarsi fuori da questa spiacevole situazione.
Si trovava in un vicolo stretto, odorante di varie scorie umane e buio nel quale si vedeva una sola uscita.
Gli stracci che lo circondavano gli servirono per togliersi di dosso quei ridicoli vestiti.
Pensando con una punta di divertimento al negozietto dove si era sempre servito per i suoi abiti, scelse una tunica strappata a righe rosse stinte con una giacca scura piena di macchie ma integra.
Scavalcò il bordo del bidone e voltato l'angolo si trovò in mezzo ad un gruppo di arabi intenti a fumare ed a discutere che appena lo videro si fecero subito silenziosi e minacciosi.
"Ora sono fritto!" pensò il signor P. cercando di sorridere meglio che poteva. Tentò lentamente di andarsene ma glielo impedirono circondandolo, offrendogli della carne arrostita e da fumare in una lingua sconosciuta ma tutto sommato gradevole, pacche sulle spalle e sorrisi sdentati.
Il muezzin stava iniziando la preghiera notturna dall'alto del suo minareto scrostato ed un senso di libertà mai provato prima si fece largo come un fiume in piena dentro il suo sangue, distruggendo tutti gli argini eretti da una vita insignificante.
Oggi i manifesti che annunciano la scomparsa di un certo signor P., alto e con pochi capelli, affissi sui muri della piccola e grigia cittadina si sono ormai del tutto consumati, sono diventati illeggibili e pochi si ricordano quel giorno di dieci anni in cui salutò i vicini per partire verso uno strano ma affascinante paese. Tra un altro po' di tempo nessuno lo ricorderà più e nessuno soffrirà per questo.

I Racconti di Zeus

Somm. Marzo '98 - N° 17
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