GIAMBATTISTA VICO
(1668 - 1744)
Limiti del sapere moderno
Giambattista Vico fu sempre ostile alla fisica sperimentale ed alla filosofia di Cartesio perché le riteneva non utili per una "filosofia dell’uomo". Il metodo cartesiano non era valido per i seguenti motivi:
«Verum ipsum factum»
"È possibile avere scienza solo di ciò che si è in grado di fare o rifare: «Norma del vero è l’averlo fatto»". Solo così si giunge ad un sapere rigoroso in cui l’autentica chiarezza e distinzione è raggiunta. Il fatto, o il "fare", è la condizione o il luogo del vero. "Dio è somma sapienza perché è artefice di tutto". L’uomo può conosce solo ciò che fa: matematica, geometria e il mondo della storia, cioè il mondo "fatto" dagli uomini. Sorge così una nuova concezione della storia in opposizione a quella dei filosofi (il passato non è oggettivo, quindi inconoscibile perché formato da "materiale" essenzialmente qualitativo) ed a quella degli stessi storici (quest’ultimi commettevano due errori così denominati: 1 - "boria delle nazioni": cioè ricostruire acriticamente le documentazioni di prima mano; 2 - "boria dei dotti": un anacronismo concettuale).
Progetto teorico
Il progetto di Vico era quello di conciliare i suoi "quattro autori":
Platone - (mondo delle idee universali) - |
teorico di una "sapienza universale" e concreta; fautore di un diritto ideale eterno da celebrarsi in una città universale nel disegno di una Provvidenza. (si giunge così all’"uomo quale deve essere"); |
Tacito - (mondo dei fatti) - |
teorico della "sapienza volgare" (descrive l’"uomo qual è"); |
Bacone - ("universal repubblica delle lettere") - |
creatore di un "sapere unitario" (sintesi dei due precedenti); |
Grozio - (strumento della filologia) - |
bisogna raggiungere il rapporto tra la filosofia (scienza del "vero") e la filologia (coscienza del "certo"). |
La Scienza nuova
La "Scienza Nuova" è sintesi vitale di universale e particolare, di astratto e di concreto, di ideale ed effettuale, di "Filologia" e "Filosofia". La filosofia senza la filologia è vuota, la filologia senza la filosofia è cieca; tra le due non vi deve essere contrapposizione, ma interazione costante.
Filosofia = |
studio del necessario e dell’universale; suo oggetto è il "vero" (non è dunque una filosofia "a-priori"); |
Filologia = |
studio dei fatti, dei particolari; suo oggetto è il "certo". |
È necessario che la filologia sia collocata in una prospettiva teorica perché infatti non esistono fatti "nudi e crudi" senza implicanze teoriche. L’accertamento dei fatti deve quindi essere sorretto dal "vero" della filosofia; la filosofia deve trovare nel "certo" il suo banco di convalida o smentita.
"Il vero è l’idea (filosofia), il certo è il fatto (filologia)". Verità e certezza devono compenetrarsi fino alla loro convertibilità: "verum et factum convertuntur". Quindi non il "vero" fuori dal "fatto" o il "vero" senza il "fatto", ma il "fatto" nel "vero" e il "vero" nel "fatto"; detto in altre parole: inverare il certo ed accertare il vero.
La sintesi di filosofia e filologia illumina i fatti della storia. La storia è "scienza del vero" perché è scienza di una realtà fatta dall’uomo ("verum ipsum factum"). Questa storia deve cercare di tracciare una "Storia ideal eterna": trovare cioè le leggi alle quali obbedisce il divenire storico. "Se il progetto ideale ci impedisce di esaurire l’uomo nell’empiristica del fatto, o di farlo annegare in un oceano di eventi sconnessi, ci impedisce di abbandonarci anche ai puri e semplici principi astratti disattendendo le modalità della sua effettiva concretizzazione". La filologia, partecipando alla filosofia, "ci consente di guardare alla storia non più come ad un mondo caotico ed informe, bensì come ad una serie di eventi attraverso i quali gli uomini hanno realizzato o hanno disatteso la "storia ideal eterna" su cui corrono in tempo le storie delle nazioni".
L’uomo è protagonista della storia; l’uomo è per natura socievole e dotato di libero arbitrio, conseguentemente la storia non è frutto di necessità o accidentalità. Da qui scaturisce la teoria dell’eterogenesi dei fini: nella storia vi è finalità, si raggiungono quindi dei fini che fanno progredire l’umanità. Ma questi fini sono diversi da quelli che si propongono gli individui nell’operare; l’uomo crea le istituzioni e queste retroagiscono, cioè danno il via a potenzialità nascoste e a germi di idealità superiori. "La storia, dunque, non matura contro o nonostante l’uomo, ma è il luogo nel quale bisogni reconditi, iscritti nella sua natura, emergono e si impongono al suo spirito che così si dilata e si affina". La tesi dell’eterogenesi dei fini mostra con quanta fatica e quali tortuosi sentieri la coscienza umana si affermi.
"Gli uomini prima sentono senza avvertire, poi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura"; da qui nascono le tre età della storia.
età degli dei - (primitivi) - |
è l’età del senso, dell’infanzia. Gli uomini, incapaci di riflettere, identificano i fenomeni della natura con altrettante divinità ("metafisica naturale") |
età degli eroi - (Omero) - |
predominio della fantasia. È l’età delle grandi inimicizie, di un mondo eroico, poetico e religioso insieme ("metafisica fantastica") |
età degli uomini - (polis e Platone) - |
la "ragione tutta spiegata". Gli uomini pervengono alla coscienza critica; dalla vaga percezione degli ideali di giustizia e verità si passa alla loro esplicita tematizzazione ("metafisica ragionata") |
La storia è il risultato dell’unione di due fattori: l’attività umana e la Provvidenza. Due sono quindi gli artefici della storia: l’uomo e Dio. È il "corso delle nazioni" che dimostra l’esistenza di una Provvidenza; lo stesso passaggio da un’età all’altra è spiegabile solo ammettendo la provvidenza. La Provvidenza è l’artefice del disegno della "storia ideal eterna" verso cui tutti gli uomini tendono: "sin dai primordi gli uomini avvertono la presenza di questo "progetto ideale" che si chiarisce via via che si procede nei secoli". Esiste un Dio provvidente che instaura un legame con l’uomo: non un legame a livello matematico (Galileo), ma a livello delle supreme idealità. Solo nella storia avviene la "saldatura" tra uomo e Dio; il senso della storia è nella storia e insieme fuori dalla storia: la storia è la "teologia civile e ragionata della Provvidenza divina". L’opera della Provvidenza è universale, ma non necessitante. Gli uomini conservano libertà e responsabilità, e possono mantenersi fedeli al progetto ideale come anche tradirlo.
La storia è un continuo progresso, ci sono ritorni di situazioni che sembrano superate: ecco perché si può parlare di "corsi e ricorsi storici". I "corsi e ricorsi storici" non sono una legge universale, ne tanto meno necessaria, però è una possibilità oggettiva. Il ricorso ha luogo quando il dominio della ragione cade nell’astrattezza, quando si ha l’inaridimento del sapere, quando si ha la perdita della memoria del passato. Quando ciò avviene, l’uomo è senza radici e si crede artefice arbitrario della propria storia. Per Vico la storia non è una sorta di sviluppo unilineare e progressivo dove non c’è errore o decadenza o male; per questo la storia non giustifica, ma giudica.