Il concetto di NATURA nel Romanticismo Tedesco

 



"...non ci è dato di sapere, al mondo...
nulla di nulla...
Dove afferrarti, o Natura infinita?"
(Goethe, "Faust")

 

 

 

 

Il concetto di "natura" rappresenta certamente uno dei grandi temi del Romanticismo, specie di quello tedesco. Infatti l’amore ed il fascino per essa, che affondano le loro radici nel clima culturale dello "Sturm und Drang" e si alimentano della riscoperta del pensiero di Spinoza, costituiscono uno dei dati più caratteristici del movimento.

Il nome di Spinoza si cela dietro questo movimento di idee. Nel corso del Settecento i testi spinoziani hanno esercitato una nascosta influenza sulla cultura tedesca, senza che mai questo filone di pensiero abbia potuto uscire allo scoperto. Il nome di Spinoza era collegato all’ateismo e così "spinoziano" era sinonimo di "ateo". Poi nel 1785 Jacobi (1743 - 1819), uno degli intellettuali che collegano la cultura illuminista all’universo romantico, pubblica le "Lettere sulla dottrina di Spinoza"; si tratta di un testo che ebbe un grande successo ed aprì un dibattito sullo spinozismo rivelatosi poi decisivo per la prima generazione dei giovani romantici.

Per comprendere il significato di questo dibattito, bisogna tener presente che la visione scientifica della natura non era soddisfacente per i romantici che vedevano nella cieca necessità del corso del mondo un segno estremamente forte della scissione tra l’uomo e la natura, tra la libertà morale a cui aspirano e la necessità naturale che il meccanicismo di stampo illuminista, ed in ultima analisi cartesiano, aveva reso celebre. In Spinoza, al contrario, i romantici possono trovare una interpretazione della natura di segno assai diverso, e soprattutto un legame profondo tra l’uomo e il mondo da opporre al piatto meccanicismo, incapace di render ragione dello spirito dell’uomo.

Non è immune da questa atmosfera di "neo-spinozismo" romanticheggiante di fine secolo neanche il grande poeta tedesco Goethe (1749 - 1832) che così si esprimeva:

"Natura! Noi siamo da essa circondati e avvinti, senza poter da essa uscire e senza poter entrare in essa più profondamente. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia. Essa crea eternamente nuove forze: ciò ch’è ora non era ancora, ciò che era non torna; tutto è nuovo, e nondimeno è sempre antico. Noi viviamo nel mezzo di essa, e le siamo estranei. Essa parla incessantemente con noi, e non ci palesa il suo segreto. Noi operiamo costantemente su di essa, e tuttavia non abbiamo su di essa nessun potere. Pare che la natura tutto abbia indirizzato verso l’individualità, eppure non sa che farsene degl’individui. Artista incomparabile, senza apparenza di sforzo passa dalle opere più grandi alle minuzie più esatte. [...] È intera, e nondimeno è sempre incompiuta. Non conosce passato e futuro; il presente è la sua eternità."

L’interpretazione di Spinoza data dai romantici non è per la verità molto rispettosa dell’autentico pensiero del filosofo olandese. Questa forma di spinozismo è a tutti gli effetti qualcosa di originale, una creazione propria della fine del Settecento. I romantici hanno sottolineato l’unità tra il principio assoluto del mondo (quello che Spinoza chiamava "sostanza" o "natura" o "Dio") e la realtà dei corpi e dei pensieri, secondo la celebre formula spinoziana: "l’ordine e la connessione delle idee ("ordo idearum") si identifica con l’ordine e la connessione delle cose ("ordo rerum")". Hanno quindi costruito la celebre formula dell’Uno-Tutto, "en kai pan", che costituisce uno dei simboli del romanticismo filosofico tedesco. Ecco come si esprimeva in proposito il poeta Hölderlin (1770 - 1843) in un noto passo del romanzo "Iperione":

"O natura santa! Io non so cosa mi avvenga quando alzo i miei occhi dinanzi alla tua bellezza, ma tutta la gioia del cielo è nelle lacrime che piango innanzi a te, come l’amante alla presenza dell’amata. Tutto il mio essere ammutolisce e si tende, quando il soffio delicato dell’aria gioca sul mio petto. Perduto nell’azzurro sconfinato, io volgo spesso il mio sguardo in alto, verso l’etere e in basso nel sacro mare ed è come se uno spirito affine mi aprisse le braccia, come se il dolore della solitudine si dissolvesse nella vita degli dèi. Essere uno col tutto, questa è la vita degli dèi, questo è il cielo dell’uomo. Essere uno con tutto ciò che ha vita, fare ritorno, in una beata dimenticanza di sé, nel tutto della natura: ecco il vertice dei pensieri e delle gioie, la sacra vetta del monte, il luogo della quiete perenne, dove il meriggio perde la calura e il tuono perde la sua voce; dove il mare ribollente somiglia all’ondeggiare di un campo di spighe."

Questa formula dell’Uno-Tutto consente di interpretare la vita dell’uomo in chiave cosmica, come manifestazione della vivente forza della natura, unica energia vitale che si esprime tanto nella materia quanto nella sfera dello spirito. Consente pure di interpretare la natura come realtà organica e non meccanica, vivente e non priva di qualsiasi forma di spiritualità.

Questa dottrina non diverrà un corpo organico di teorie filosoficamente elaborate se non più tardi, presso gli idealisti. Al principio si tratta soprattutto di una maniera di vivere il rapporto con la natura in modo profondo, intimo, assai vicino alla sensibilità degli Stürmer. A Goethe risale del resto la prima definizione di queste idee, attraverso una interpretazione in chiave organica della natura e in chiave panteista della divinità. Tale concezione è assai vicina ad una forma mistica di panteismo, ad una sorta di misticismo della natura: la vita dell’uomo è la stessa vita della natura, è espressione della stessa forza del Tutto. Dio non è dunque una entità personale distinta dal mondo, eterno spirito creatore, ma è tutt’uno con la vita del mondo. Per questo motivo l’uomo può trovare il rapporto con la divinità tanto nella profondità vivente del suo essere, da cogliersi attraverso un atto immediato di intuizione mistica, quanto nelle forze operanti e segrete della natura, da cogliersi attraverso una filosofia della natura che sia in grado di valorizzarne gli aspetti organici.

Non sorprende quindi che in questo ambito di ricerche i romantici si rivolgano al naturalismo rinascimentale, al culto della magia proprio del Cinquecento italiano ed europeo, e cioè a quelle fasi della ricerca scientifica che precedono immediatamente la rivoluzione cartesiana e galileiana. Il ritorno alla natura vagheggiato da Rousseau viene dunque inteso come un ritorno alla propria profonda origine vitale, al Dio che è in noi ed è in tutto.

In particolare i poeti, Hölderlin soprattutto, contribuiscono a valorizzare questa posizione, questa sorta di naturalismo panteista e mistico. Ma essa costituisce più in generale lo sfondo su cui si innestano la ricerca religiosa dei romantici, ad esempio Schleiermacher (1768 - 1834), e la ricerca filosofica e razionale degli idealisti.

Rimanendo in ambito più prettamente poetico, il ritorno alla natura e il naturalismo panteistico dei romantici trovano espressione in una vagheggiata e mitica età dell’oro alla quale riferirsi e fare ritorno. Schiller (1759 - 1805) parlava proprio di ritornare all’armonia degli antichi, meglio degli artisti antichi che con la loro naive Dichtung, poesia "naive", vivevano l’armonia naturale al punto da identificare la poesia con la natura. È da qui che nasce quella che i Romantici definiscono la sentimentalische Dichtung, poesia "sentimentale", ovvero una poesia che cerca la natura per ricordarla e desiderarla, insomma per tornare all’Assoluto.

La moderna scienza della natura aveva portato ad una despiritualizzazione del cosmo ed è proprio reagendo a tale concezione meccanicistica che i romantici ritenevano che la natura e l’uomo possedevano una medesima struttura spirituale, la quale autorizzava un’interpretazione psicologica dei fenomeni fisici ed un’interpretazione fisica dei fenomeni psichici. Se è infatti posta in stretta unità la relazione fra uomo e natura, se ne ricava che ciò che vale per l’uomo deve valere anche per la natura e viceversa. L’uomo era visto come "il compendio vivente del Tutto" in cui "dorme l’intera storia del mondo"; di questa idea era, ad esempio, Novalis (1772 - 1801):

"Che cosa è la Natura se non l’indice enciclopedico sistematico o il piano del nostro spirito?"

È per questo motivo che per molti romantici conoscere equivale a discendere in noi stessi per trovare quella chiave che spieghi tutti i fenomeni; Schiller si esprimeva in tal modo:

"Tutto ciò che è in me è soltanto il geroglifico di una forza che mi è affine. Le leggi della natura sono i segni cifrati che l’Essere pensante ha combinato allo scopo di rendersi comprensibile all’essere pensante. Se vuoi convincertene, cerca all’indietro."

Risulta alla fine abbastanza chiaro come il romanticismo rappresenti un deciso mutamento di prospettiva rispetto alla tradizione illuminista: delusi dalla "natura oggettiva" degli scienziati, che spiegava il mondo come un insieme di relazioni fattuali legate fra loro da cause efficienti, sorge un modo nuovo di concepire la Natura. Se ci ricolleghiamo da un lato ad un filone di pensiero "vitalista" e "dinamicista", ad esempio Leibniz o lo stesso Kant, e riprendiamo dall’altro la visione antico-rinascimentale della Natura, i romantici, senza peraltro dimenticare le influenze di tipo mistico citate precedentemente, pervengono ad una immagine della natura basata su vari elementi:

  1. l’organicismo - la Natura è una totalità organizzata nella quale le parti vivono solo in funzione del Tutto;
  2. il vitalismo - la Natura è una forza dinamica, vivente ed animata;
  3. il finalismo - La Natura è una realtà strutturata secondo determinati scopi, immanenti o trascendenti;
  4. lo spiritualismo - la Natura è qualcosa di intrinsecamente spirituale, ossia uno "spirito in divenire";
  5. la struttura dialettica - la Natura è organizzata secondo coppie di forze opposte, formate da un polo positivo ed uno negativo, e costituenti delle unità dinamiche.

Da quanto finora detto se ne ricava che anche la stessa concezione della ragione mutò in quanto lo spirito dell’uomo venne interamente interpretato come una manifestazione dell’unica forza cosmica vitale. La facoltà della ragione, che Kant (1724 - 1804) ha indicato come responsabile dell’impulso dell’uomo ad andare oltre i limiti sensibili della conoscenza, è esaltata per i suoi aspetti anti-intellettualistici: mentre l’intelletto si ferma alla superficie visibile dei fenomeni, la ragione ne ricerca l’intima essenza, postula la libertà della natura, la vita dietro i fenomeni apparentemente meccanici della materia inerte. La ragione è la facoltà dell’unità profonda, laddove l’intelletto è la facoltà della distinzione superficiale.

Presso i romantici, dunque, la concezione della ragione è assai lontana dalla visione cartesiana. Da questo punto di vista non è assolutamente possibile sostenere che i romantici in filosofia esaltano il "sentimento" contro la "razionalità" illuminista. La conoscenza della natura che porta allo spinozismo mistico non è infatti un prodotto del sentimento, ma della razionalità: solo che la ragione non va contrapposta al sentimento, ma va vista nella sua profonda unità con esso. La Natura va "sentita" intuitivamente con un atto di "intuizione razionale". Indicare come ciò sia possibile, sarà compito degli idealisti.

È Schelling (1775 - 1854) il primo filosofo idealista ad occuparsi di filosofia della natura, in effetti ne aveva parlato anche Fichte (1762 - 1814), ma quest’ultimo aveva ridotto la natura a "non-Io", in ultima analisi null’altro che una manifestazione dell’"Io"; bisognava dunque recuperare la Natura con la sua specificità. In Schelling la filosofia della natura, non distinguibile nei secoli precedenti dalla scienza naturale, viene a indicare una riflessione sulla natura che intende penetrarne i sensi profondi e la verità speculativa. Ispirandosi a motivi panteistici, soprattutto Bruno e Spinoza, e interpretando in modo libero, anche troppo, i fenomeni dell’elettromagnetismo allora scoperti, Schelling intende la natura e lo spirito come due aspetti congruenti e paralleli dell’Assoluto. In particolare la Natura è "spirito visibile", "intelligenza immatura", "Assoluto oggettivato", "spirito depotenziato", "spirito inconscio" che si incammina, attraverso strutture sempre più complesse che dal regno inorganico salgono al regno organico, verso l’autocoscienza spirituale. Comunque la natura, in tutti i suoi gradi, altro non è che un unico organismo vivente. Analoga concezione dinamico-vitalistica e panteistica si ritrova in Goethe, per il quale la natura è "veste vivente della divinità".

Per Hegel (1770 - 1831), invece, che riprende un motivo neoplatonico, la Natura è "l’Idea nella forma dell’esser altro"; essa è il regno della cieca necessità e, insieme, della mera accidentalità, perché ripete in modo solo imperfetto ed esteriore quell’ordine razionale del concetto, da nulla determinato se non da se stesso, che costituisce la piena libertà dello spirito.

La contrapposizione della natura allo spirito, comunque lo si chiami, oppure il ritorno a una concezione vitalistica sono le due forme nelle quali continua a presentarsi durante l’Ottocento e il Novecento il rifiuto del concetto di natura proposto dalle scienze. Così in Schopenhauer (1788 - 1860), che sostituisce l’opposizione tra natura e spirito con quella tra natura come apparenza e volontà come sostanza; così infine in Bergson (1859 - 1941), che considera la natura il prodotto di uno "slancio vitale" e di un’"evoluzione creatrice".


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