G. W. LEIBNIZ
(1646 - 1716)
Prova a posteriori dell’esistenza di Dio
È necessario che la ragion sufficiente o ultima sia fuori dalla serie di [...] particolari contingenti per quanto infinita possa essere [37].
[G. W. Leibniz, "La Monadologia", a cura di Sofia Vanni Rovighi, ed. La Scuola, Bs 1984, p. 25]
Quando conosciamo le ragioni particolari di un determinato fatto, anche ammesso di conoscerle tutte, non siamo però ancora giunti alla ragione sufficiente o ultima. Questo avviene perché ognuna delle ragioni particolari rimane pur sempre un fatto, cioè una realtà contingente. Per realtà contingente si intende ciò che per sua natura può anche non essere; se tale è la sua definizione appare dunque chiaro che necessita di una ragione sufficiente, cioè una ragion d’essere, che sia fuori di sé e che non possa non esistere e che quindi sia necessaria.
Perciò la ragione ultima delle cose deve essere in una sostanza necessaria [...] e questa è quella che noi chiamiamo Dio. Ora poiché tale sostanza è ragion sufficiente di tutti i particolari, i quali sono pure tutti connessi fra loro, esiste un Dio solo e questo Dio basta a tutto [38].
[ibidem. p. 26]
Prove a priori dell’esistenza di Dio
Tale argomentazione leibniziana può essere suddivisa in due momenti distinti.
Primo momento
In Dio è non soltanto l’origine delle esistenze, ma anche quella delle essenze [43].
[ibidem. p. 28]
Cerchiamo di chiarire i termini: per Leibniz l’esistenza indica il fatto di esistere e risponde la domanda an sit?, mentre l’essenza indica l’essere specifico di una cosa e risponde alla domanda quid sit?. Il tutto può essere schematizzato così:
Esistenza = |
fatto di esistere - an sit? |
Essenza = |
ciò che la cosa è - quid sit? |
Ciò significa che ogni cosa esiste solo nella misura in cui Dio la fa esistere: ogni cosa è così perché Dio l’ha pensata così.
...senza di esso [l’intelletto divino] non solamente non vi sarebbe nulla di reale, ma non vi sarebbe nulla di possibile [43].
[ibidem p. 29]
La possibilità non è un puro nulla altrimenti dire che l’uomo è possibile equivarrebbe a dire che l’uomo non esiste; quindi la possibilità ha una certa realtà. Ad esempio se tutti gli uomini attuali perissero, l’uomo resterebbe pur sempre possibile; il concetto di circolo-quadrato è, invece, eternamente impossibile. Ma allora, su cosa si fonda la possibilità? Suo fondamento è l’esistenza di un Ente capace di far essere tutto ciò che egli pensa, tutto ciò di cui Egli ha un’idea. Se tutti gli uomini perissero, l’uomo resterebbe pur sempre possibile perché Dio lo fa essere in quanto lo pensa. Il concetto circolo-quadrato è impensabile, quindi impossibile anche a Dio. Deve quindi esistere un Ente necessario che può attuare tutte le realtà possibili: questo ente è Dio.
Se vi è una realtà nelle essenze o possibilità [...bisogna che] questa realtà sia fondata su qualche cosa di esistente e di attuale, e quindi nell’esistenza dell’Essere necessario, in cui l’essenza implica l’esistenza, o in cui basta esser possibile per esistere attualmente [44].
[ibidem. p. 29]
Concludendo: se esistono dei possibili, deve esistere un Dio che può crearli.
Secondo momento
Dio solo (o l’Essere necessario) ha questo privilegio, di dover esistere, se è possibile. E poiché nulla può essere di ostacolo alla possibilità di ciò che non ha alcun limite, alcuna negazione e quindi alcuna contraddizione, basta questo solo per conoscere l’esistenza di Dio ‘a priori’ [45]
[ibidem. p. 30]
Questo argomento, come si può facilmente notare, è un completamento dell’argomento ontologico che si trova nel Proslogion di S. Anselmo. Si può anche trascrivere in forma sillogistica:
Se Dio è possibile (pensabile), Dio esiste; |
(premessa maggiore) |
ma Dio è possibile; |
(premessa minore) |
dunque Dio esiste. |
(conclusione) |
La maggiore si dimostra così: se Dio non esistesse, nessuno lo può far essere, quindi non sarebbe neppure possibile. La minore si giustifica così: l’idea di Dio non implica nulla di negativo, quindi non è contraddittoria in sé; dunque in Dio non v’è nulla che sia di intralcio alla sua possibilità di essere, ergo è. Inoltre nel sillogismo si vede come possibile sia usato quale sinonimo di pensabile; l’intelletto divino costituisce dunque la pensabilità stessa delle cose, come già la loro possibilità.
Rapporti fra Dio e le creature
Tutte le cose dipendono da Dio sia per quanto riguarda l’esistenza, sia per quanto riguarda l’essenza. Da ciò non bisogna però credere che si cada in una sorta di arbitrarismo teologico; neppure Dio può il contraddittorio.
Le creature hanno le loro perfezioni dall’influsso di Dio, ma [...] hanno le loro imperfezioni dalla lor propria natura, incapace di essere senza limiti [questo è, secondo Leibniz, il male metafisico]. In questo infatti si distinguono da Dio" [42].
[G. W. Leibniz, "La Monadologia", a cura di Sofia Vanni Rovighi, ed. La Scuola, Bs 1984, p. 27]
V’è in Dio la potenza, che è l’origine di tutto, poi la conoscenza che contiene le diverse idee, e infine la volontà che opera i mutamenti o produzioni secondo il principio del meglio [48].
[ibidem. p. 34]
Poiché sono possibili, nelle idee di Dio, infiniti universi, ma solo uno è stato creato, quale è la ragion sufficiente che determina Dio a scegliere proprio questo mondo?
Questa ragione non può trovarsi se non nella convenienza o nei gradi di perfezione che questi mondi (possibili) contengono [54].
[ibidem. p. 39]
Questa è la causa dell’esistenza del migliore: che la sapienza lo fa conoscere a Dio, la bontà di dio lo fa scegliere e la sua potenza lo fa produrre [55].
[ibidem. p. 39]
Dio ha dunque creato questo mondo perché questo è il migliore dei mondi possibili: in questo consiste il famoso ottimismo leibniziano. Ma allora Dio è libero nella creazione? Sì, la sua è una necessità morale e non metafisica: necessità tesa a realizzare il maggior bene e la massima perfezione possibile [per Leibniz esiste anche un’impossibilità metafisica che consiste in questo: "Non tutti i possibili sono compossibili tra di loro"]. Quindi se si attuano questi possibili è perché la loro natura è anche la loro maggior perfezione.