Dal criticismo kantiano

all’idealismo fichtiano


L’Io non crea la rappresentazione delle cose, essa dipende sempre da qualcos’altro – il noumeno. Questo fatto appare a Fichte del tutto inconciliabile con il concetto di libertà; secondo lui tutto deve dipendere dall’Io. Non può perciò esistere un mondo ulteriore – noumenico – sussistente autonomamente accanto all’Io. Esiste soltanto l’ideale, lo spirituale, l’Io nella sua libertà (questo è appunto l’idealismo). La realtà del mondo ci è data solo all’interno delle nostre rappresentazioni: esse non vengono determinate dal mondo, sono prodotte da noi. Ogni realtà corrisponde all’attività dell’Io.

L’Io fichtiano esiste così nella sua fredda solitudine; è libero! Certo, ma cosa se ne fa della sua libertà in un mondo divenuto irreale?

 

 

KANT

FICHTE

Io penso = legislatore (ordinatore) del mondo dell’esperienza; è funzione soggettiva trascendentale, individuale, ma uguale in ciascun uomo. Io trascendentale (puro) = creatore della realtà sperimentale.
Io penso = funzione di ogni soggetto. Io Puro (trascendentale) = attività pensante di uno spirito unico (Soggetto universale) che è immanente in ogni singolo soggetto.
Forme pure = attività propria del soggetto con cui l’uomo ordina l’esperienza: sono cioè attività soggettivo-trascendentali che rendono possibile la conoscenza. Forme pure = leggi mediante le quali lo Spirito si attua e si manifesta; sono le ‘leggi reali’ attraverso le quali l’Io trascendentale si attua dialetticamente.
Ammissione di un a priori (elemento soggettivo) e di un a posteriori (la natura) da cui deriva il contenuto della sintesi (il fenomeno). L’a posteriori (contenuto sensibile) è modo dello svolgimento del ‘pensiero’; l’Io e il non-Io sono dedotti da un principio unico, l’Io trascendentale.
Distinzione fenomeno (conoscibile) e noumeno (inconoscibile). Il noumeno è ridotto a fenomeno perché è il prodotto dell’Io trascendentale.
La morale è superiore alla conoscenza perché permette all’uomo l’accesso alla metafisica. L’attività conoscitiva è subordinata a quella pratica.
Nell’attività morale è determinata solo la forma (imperativo categorico); il contenuto è indeterminato. Nella morale è determinato anche il contenuto perché è detto ciò che si deve fare: superare il non-io.


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