Hans-Georg Gadamer

 

 

 

Nato nel 1900 a Marburgo, ha studiato filosofia, filologia classica e storia dell’arte ottenendo con Heidegger nel 1929 la libera docenza. Insignito di molteplici onorificenze e membro di numerose accademie (dal 1973, tra le altre, di quella dei Lincei), Gadamer è unanimemente considerato un grande umanista e uno dei maestri della filosofia europea del Novecento. La sua opera fondamentale, vero e proprio atto di nascita dell’ermeneutica moderna, è del 1960 e si intitola: "Verità e metodo. Lineamenti di un’ermeneutica filosofica". Gadamer definisce la propria filosofia una ermeneutica filosofica per distinguerla dall’ermeneutica intesa come tecnica dell’interpretazione. In effetti sino ad allora l’ermeneutica (dal greco hermenèuein, che significa esprimersi, comunicare, fare da interprete) era più che altro una "ars interpretandi", cioè la tecnica di ben interpretare i testi e i documenti, si pensi ad esempio alle Sacre Scritture o alle leggi e testi classici. Gadamer, rifacendosi esplicitamente a Heidegger, intende invece l’ermeneutica in senso filosofico assegnandole il compito di chiarire la struttura della comprensione intesa non come semplice operazione conoscitiva messa in atto là dove si tratta di penetrare il senso di un testo, ma come quella "esperienza" e quel "sapere" che connotano in generale l’esistenza umana nel suo essere nel mondo e nella storia.

 

Il "circolo ermeneutico"

L’ambito della verità e quello del metodo non sono coestensivi; infatti l’esperienza della verità non si esaurisce all’interno di quell’orizzonte stabilito dal metodo scientifico, ma si danno anche, per così dire, esperienze "extra-metodiche" della verità. Ciò avviene specialmente in tre ambiti: l’arte, la storia e il linguaggio. Un sapere che in tali ambiti si attenesse al metodo, si occluderebbe con ciò stesso l’accesso alle rispettive aperture di verità.

Ciò avviene ad esempio nell’arte quando è pensata secondo "canoni" estetici: anziché dispiegare la propria apertura alla verità essa assume una connotazione meramente esteticista, cioè soggettivistica. Analogamente nella storia si può cadere nel "fraintendimento oggettivistico": voler applicare cioè il metodo oggettivo delle scienze per descrivere neutralmente ciò che è stato, entrando nell’orizzonte in cui è stato (è questo l’esempio dello storicismo). Contro la comprensione esteticista dell’arte e la ricostruzione storicistica della storia, Gadamer si prefigge di mostrare che cosa effettivamente accade nell’esperienza dell’arte e della storia. Ciò che sta a loro fondamento è il "comprendere", cioè il particolare modo che ha l’esistenza umana di aprirsi alla storia ed al suo essere nel mondo. Tale modo è: razionalità e linguisticità, progettualità e condizionatezza, spontaneità e passività, cioè, in una parola, finitudine; in tale finitudine la ragione non si dà mai allo stato puro, assoluto, come totalmente padrona di se stessa, ma sempre come subordinata alle situazioni date sulle quali agisce, e come vincolata alle scorie del linguaggio nel quale si trova a parlare.

Ecco qui le radici del "circolo ermeneutico"; lungi dall’essere una tabula rasa, la mente dell’uomo, dell’interprete, è dunque abitata da una serie di attese o di schemi di senso, ovvero da una molteplicità di "linee orientative provvisorie": ciò che si deve comprendere è già in parte compreso. Questa scoperta Gadamer la attribuisce a Heidegger che avrebbe avuto il merito di riconoscere questo circolo e di non considerarlo vizioso, bensì come una parte positiva del conoscere. Anzi, Heidegger ci avrebbe fatto capire come il problema non sia quello di sbarazzarsi del circolo, ma di acquistare coscienza di esso, mettendo "alla prova" i pregiudizi che lo costituiscono e mostrandosi eventualmente disposti a rinnovare le proprie presupposizioni.

Pregiudizi, autorità e tradizione

Data la "circolarità del comprendere" come produttiva di senso, il pregiudizio ha una funzione eminentemente positiva. Naturalmente per pregiudizio non si intende qui l’errore (il "prejudicium precipitantiae"), ma l’insieme di quelle componenti pre-tematiche, opinative, prospettiche che precedono ogni giudicare e che ne costituiscono l’insopprimibile orizzonte. Per Gadamer i nostri pregiudizi sono costitutivi della nostra realtà di esseri sociali e storici più di quanto non lo siano i nostri giudizi; un ipotetico annullamento di essi annullerebbe di fatto il nostro io concreto.

Si ha così una riabilitazione del principio dell’autorità e della tradizione, quale particolare forma d’autorità. Al contrario degli Illuministi, che consideravano l’autorità e la tradizione un impedimento allo sviluppo libero della ragione, autorità e tradizione vengono viste come elemento produttori di un orizzonte e di una continuità storica non supinamente accettati perché accaduti in un qualche passato, ma consapevolmente assunti attraverso un libero atto di accettazione.

Le condizioni del comprendere

Il lavoro ermeneutico implica una tensione fra estraneità e familiarità, fra l’interpretandum e l’interpretans. Ora, se l’estraneità, sottolineata dalla distanza temporale, è dovuta al carattere di ‘alterità’ dell’oggetto interpretato, la familiarità è dovuta al fatto che interpretante e interpretato appartengono entrambi ad un ‘medesimo’ processo storico, grazie a cui figurano in rapporto fra di loro. Ecco perché bisogna rivalutare la distanza temporale; quest’ultima non costituisce un ostacolo da superare, per spogliarsi del proprio orizzonte, ma rappresenta la condizione indispensabile perché possa darsi l’esperienza storica. Appurata la storicità invalicabile del nostro essere e del nostro comprendere, l’incontro ermeneutico non potrà consistere in un "ingenuo" tentativo di mettere tra parentesi se stessi e il proprio presente, ma in una "fusione di orizzonti" dove il proprio tempo non è annullato ma posto al servizio della comprensione del tempo altrui. Fusione resa possibile non in virtù di qualche "miracolo", ma da quel nesso vivente tra passato e presente che è la tradizione storica; nesso che fonda la specifica "verità", extra-metodica, delle scienze dello spirito.

Essere e linguaggio

Gadamer sostiene che il linguaggio fa tutt’uno con la nostra esperienza concreta delle cose, al punto che "non c’è cosa dove viene meno il linguaggio", poiché "la parola ‘appartiene’ in qualche modo alla cosa stessa, e non è qualcosa come un segno accidentale legato esteriormente alla cosa". L’orizzonte universale nel quale la comprensione in quanto struttura dell’esistenza umana è ognora calata risulta essere la linguisticità, e a sua volta l’essere può essere compreso solo in quanto si dà nel linguaggio: "L’essere, che può venir compreso, è linguaggio". Comprensione e linguaggio rappresentano dunque la struttura fondamentale che costituisce l’essere dell’uomo nel suo situarsi nel mondo e nella storia; e l’ermeneutica, in quanto tematizza questa struttura, non produce una semplice riflessione metodologica, ma affronta un problema universale della filosofia.

Sintesi

1) Gadamer, il massimo esponente dell’ermeneutica moderna, fu particolarmente sensibile alle problematiche di Dilthey (18833-1911) e di Heidegger (1889-1976), senza dimenticare Hegel (1770-1831).

2) A suo giudizio, tutta la realtà umana è calata nella storia ed ogni autentico conoscere è "interpretazione" (o ermeneutica), cioè un rivivere i significati in funzione di una autocomprensione dell’uomo nel mondo.

3) Il problema della verità non va posto in forma astratta e l’unico metodo non è quello delle scienze esatte. Sfere privilegiate delle esperienze ermeneutiche sono:

a) l’estetica;

b) la storia;

c) la linguistica.

4) Caposaldo ermeneutico è la tesi della circolarità del comprendere, cioè la comprensione risulta, in certo modo, anticipata dalla prospettiva di partenza.

5) Nell’arte l’uomo non è un semplice spettatore, ma vi è coinvolto, orientati come siamo precomprensivamente dal gusto.

6) Nella storia il comprendere il passato nel suo orizzonte implica il mettere in gioco l’orizzonte di verità del presente, cioè lo sviluppo di un senso della storia include tradizione ed interprete; passato e presente sono, quindi, in tensione.

7) La mediazione fra i vari orizzonti è il linguaggio, in contatto come siamo coi grandi pensatori e retori del passato. I caratteri del linguaggio attestano per un verso la radicale finitezza dell’uomo, per l’altro l’effettivo rivelarsi della verità.. Il linguaggio si esprime specialmente nel dialogo e questo più che convincere l’altro ci fa avvicinare alla verità.

 



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