Pagina prec. Sommario Pagina suc.

I personaggi del nostro secolo


Antonio Gramsci
L'interesse per la storia, un aspetto centrale dei
"Quaderni dal Carcere"

di Adamo Azzarello e Antonio Della Rovere

DQuest’anno corre il 60° anniversario della morte di Antonio Gramsci, logorato da dieci anni di prigionia a cui la sua fragile salute, insieme alla volontaria e sciagurata mancanza di cure adeguate da parte delle autorità carcerarie, ben controllate dal regime fascista, non resistette.
In questo 1997 molti convegni si concentreranno sulla sua figura (alcuni sono stati già effettuati, tra cui quello forse più significativo, organizzato l’Aprile scorso a Cagliari dalla Fondazione Istituto Gramsci dove si sono avicendati ben 69 interventi); tra questi vogliamo segnalare almeno quello che si svolgerà a Firenze il 14 e 15 Novembre per iniziativa dell’Istituto Gramsci Toscano (email:istituto.gramsci@comune.firenze.it), perché oltre all’interesse che suscitano le cinque sessioni in cui si articolerà (Gramsci nel dibattito storiografico italiano e internazionale; Filosofia e politica; Cinema; Individuale e sociale; Letteratura e arte) e le iniziative collaterali che lo accompagneranno (proiezioni cinematografiche; mostra fotografica; mostra bibliografica delle edizioni gramsciane), sarà facilmente raggiungibile da noi che studiamo a Firenze.
In questi ultimi mesi, poi, abbiamo assistito ad una discussione che si è sviluppata soprattutto sui quotidiani e che ha assunto in molti casi, almeno a nostro avviso, dei caratteri strumentali. Si è tirato Gramsci per la giacchetta, sfruttando la complessità della sua opera per avvalorare posizioni politiche attuali, passando così da letture che lo dipingono come un profeta, una sorta di Nostradamus della politica, ad altre interpretazioni, altrettanto riduttive, che lo imprigionano nell’appartenenza al movimento comunista fino quasi a dire che soltanto chi si fregia oggi di tale nome ha diritto a rivendicarne una corretta lettura. Fermo restando che non accettiamo chi strumentalizza o santifica qualsiasi personaggio o teoria, così come siamo coscienti delle cantonate che i nostri quotidiani sono soliti prendere, ci sentiamo di poter affermare che mentre dalla prima lettura è possibile sviluppare un discorso sulla modernità di Gramsci, è possibile discutere appassionatamente ed anche dividersi, dalla seconda facciamo fatica a trovare spunti interessanti.
Gramsci, siamo tutti d’accordo, è uomo del suo tempo, individuo che ha risentito del clima, sia politico che culturale, degli anni in cui viveva, è uno dei fondatori del P.C.d’I. e un importante dirigente del Comintern, ma è anche, e osiamo dire soprattutto, un uomo che, con gli scritti che ha lasciato, ha influenzato decisamente la vita politica e culturale del nostro paese.
Ecco che l’occhio critico e filologico con cui Gramsci era solito analizzare la realtà ci può venire in aiuto. Nella sua lettura di Machiavelli, il Nostro critica le posizioni filosofiche che tendono a “considerare troppo Machiavelli come il «politico in generale», come lo «scienziato della politica», attuale in tutti i tempi. Bisogna considerare maggiormente il Machiavelli come espressione necessaria del suo tempo e come strettamente legato alle condizioni e alle esigenze del tempo suo […] Machiavelli è uomo tutto della sua epoca […]” (E.c., Q13, §13, pag. 1572); non per questo però egli lo rinchiude nel Rinascimento, anzi prende gli spunti del Segretario Fiorentino per elaborare una teoria del partito politico, per parlare del «Moderno Principe», cioè del partito politico come intellettuale collettivo. In questa operazione Gramsci non può essere considerato né un carceriere del Machiavelli nella prigione temporale del Rinascimento (semplicemente ne storicizza la figura e l’azione), né uno che ne strumentalizza il pensiero per farlo diventare un comunista ante-litteram. L’obiettivo di Gramsci era invece un altro, da un lato legato al complesso mosaico dei Quaderni dove gli interessi storici si intersecano a quelli filosofici, sociologici, letterari e politici, dall’altro alla volontà di far vivere questo mosaico in una dimensione «fur ewig», cioè classica. In quest’ottica l’interesse per Machiavelli e la lettura che ne deriva era mirata a cercare nel passato ciò che viveva nel presente, in questo caso le origini della scienza politica e i suoi sviluppi, l’applicabilità o meno di certe categorie alla realtà in cui viveva, come esse fossero da ripensare e sviluppare.
Cerchiamo però ora di soffermarci su un aspetto fondamentale che i Quaderni esprimono prepotentemente, sezionandolo dal complesso quadro interdisciplinare che li caratterizza: l’interesse di Gramsci per la Storia. Parliamo del Gramsci storico prendendo spunto, per alcune considerazioni, dalle relazioni che sono state svolte al convegno organizzato a Cagliari in Aprile dalla Fondazione Istituto Gramsci, che ringraziamo per averci concesso in «anteprima» la lettura degli atti di prossima pubblicazione. L’interesse per la Storia è rivelato fin dall’inizio dei Quaderni dove Gramsci, tra il «sommario» degli argomenti principali su cui si proponeva di concentrare la sua attenzione, metteva al primo punto la teoria della storia e della storiografia; gli altri argomenti elencati, quando non sono già dal titolo esplicitamente di carattere storico, come ad esempio per il secondo (Sviluppo della borghesia italiana fino al 1870) e per il sesto (Origini e svolgimento dell’Azione Cattolica in Italia e in Europa), assumono un forte legame con la storia per lo sviluppo diacronico con cui Gramsci li elabora nella stesura successiva delle note (l’attenzione per la formazione dei gruppi intellettuali italiani e la divulgazione della cultura, l’interesse per la questione meridionale e delle isole, l’attenta osservazione dei modelli economici sociali legati al fordismo, sono soltanto alcuni esempi); d’altra parte, in una lettera alla cognata Tatiana del 25 Marzo 1929, esponeva il suo piano di lavoro in senso storico, sottolineando l’interesse principale sulla storia italiana nel secolo XIX con particolare attenzione alla formazione e allo sviluppo dei gruppi intellettuali, un modo che gli permetteva di ricercare come il passato aveva formato il presente e cosa del passato continuava a vivere nel presente.
Riflettendo sulla teoria della storia e della storiografia Gramsci aveva ben presenti due teorie a cui contrapporsi: da un lato l’Idealismo crociano, dall’altro le interpretazioni meccanicistiche, positivistiche ed evoluzionistiche del marxismo. A Croce riconosceva il merito di aver riportato l’uomo al centro della storia, svuotando così il determinismo delle sue basi teoriche e dimostrandone tutta la limitatezza. Il Croce stesso diveniva però l’avversario ideale contro cui Gramsci si scagliava; se da un lato Croce aveva avuto il merito di riconsiderare l’uomo il motore della storia, cioè del reale che è creazione dello spirito, dall’altro aveva allontanato l’uomo stesso dalla realtà perché lo aveva considerato un’entità astratta. Nella filosofia di Croce, Gramsci individuava l’uomo universale e non l’uomo sociale, cioè una concezione del mondo dove doveva poter rientrare tutto ciò che del passato risultava funzionale a giustificare il presente; uno storicismo funzionale alla conservazione, che decideva a priori ciò che del passato si doveva far rivivere, non in grado, in ultima analisi, di distinguere ciò che era vivo e ciò che era morto: non un metodo corretto, scientifico, di indagine storica, bensì politica in atto, non a caso l’ideologia politica delle classi dominanti. Se questa era, in estrema sintesi, la critica a Croce, l’attenzione di Gramsci per il filosofo abruzzese era forte perché riteneva che da quelle teorie fosse possibile riformulare una corretta teoria della prassi, che consentisse di capire quali erano stati i fattori che avevano contribuito a creare quella realtà e non un’altra. Da questi presupposti partiva l’analisi storica operata da Gramsci nei Quaderni, un’analisi che aveva sempre presente l’origine filosofica da cui traeva spunto, la concezione del mondo organica dove la domanda che spingeva alla ricerca era mirata a capire le ragioni del presente e a evitare il riproporsi degli errori che nel passato avevano frenato lo sviluppo della società verso una completa emancipazione degli uomini che la componevano: ad esempio, il nesso Rivoluzione-Restaurazione che si era realizzato nell’Otto-cento doveva essere presente ai sovietici se non volevano far affievolire la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre (fatto che agli occhi di Gramsci era sempre più probabile dopo l’avvento della direzione staliniana e il centralismo burocratico che questa stava instaurando in Urss). L’interesse centrale della riflessione storica era comunque sull’Italia le cui vicende venivano lette come predominio di alcuni gruppi sociali che, avendo costituito nei secoli dei veri e propri «blocchi storici», avevano sempre frenato qualsiasi sviluppo progressivo della società italiana, da Machiavelli all’avvento del fascismo. In questo quadro era fondamentale il ruolo del papato e degli intellettuali italiani che avevano sempre svolto un ruolo cosmopolita (derivazione dell’antica dominazione romana dove l’Italia era il centro del mondo, e della funzione universale del papato) e non nazionale, con ciò ritardando l’unificazione della penisola in un unico Stato.
Ecco un altro punto centrale della riflessione gramsciana: il Risorgimento, ovvero la «rivoluzione senza rivoluzione, la rivoluzione passiva. Il Risorgimento in Gramsci è letto come un processo storico che assume nuova vitalità, il banco di prova della difficoltà a mutare la società italiana piena di «fortezze e casematte», dove la parte progressiva denuncia tutti i suoi limiti e subisce l’iniziativa dei conservatori. La lettura storica di Gramsci, se da un lato era usata per comprendere la realtà del suo tempo e mirata a creare una forza intellettuale in grado di guidare l’azione politica delle forze progressive evitando che queste ricadessero negli errori del passato, dall’altro non è fatto un uso della storia come di una clava politica contro gli avversari, ma come strumento per individuare i fallimenti della propria parte politica, cioè delle forze ritenute progressive, e capire i meccanismi di sviluppo della realtà storica, che è fatta dagli uomini e non da entità metafisiche astratte.
Riportiamo in conclusione un altro aspetto del rapporto di Gramsci con la Storia legato ad un lato importante della sua personalità, sempre attenta a trasmettere le sensazioni e il piacere di ciò che lo appassionava, ovvero una breve lettera che Gramsci scrive al figlio Delio negli ultimi giorni del carcere, dove in poche parole è espressa la motivazione dell’interesse per la Storia: “[…] Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa […]”.
CENNI BIO-BIBLIOGRAFICI
Definire Antonio Gramsci e fare una frontiera nella sua opera è un compito complesso, dato il carattere del personaggio che resiste alla schematizzazione anche perché ha lasciato in molti campi degli spunti importanti di riflessione. Delineando la sua vita ci limiteremo a darvi alcuni essenziali cenni biografici (per una esauriente e coinvolgente biografia rimandiamo al testo di G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Bari, Laterza, 1989).
Stabiliamo una periodizzazione che ci consente di essere brevi e, speriamo, esaurienti, dividendo la vita di Gramsci in tre periodi. Il primo va dalla sua nascita, avvenuta ad Ales (Oristano) in Sardegna il 22 gennaio 1891, al 1921, anno di nascita del P.C.d’I del quale è uno dei fondatori; è un periodo di stenti e privazioni vissuto prima in Sardegna, poi dal 1911 a Torino dove si era recato per i suoi studi universitari in filologia moderna che non terminerà. Il secondo va dal 1921 al 1926, anno del suo arresto; è il periodo del Gramsci dirigente del P.C.d’I., impegno che lo porta a Mosca tra il 1922 e il 1923 dove entra in contatto con la realtà del mondo sovietico e conosce la futura moglie Giulia Schucht, e che lo vede deputato al parlamento italiano dal 6 Aprile 1924 al suo arresto. Il terzo periodo è quello del carcere (1926-1937) dove sarà costretto a passare il resto della sua vita; morirà il 27 Aprile 1937 in seguito ad una emorragia cerebrale.
Anche per accennarvi della sua opera ci serviremo di una periodizzazione che ci consente di mostrarvi le caratteristiche dei suoi scritti. Assumiamo la data del suo arresto, l’8 Novembre 1926, come spartiacque fondamentale dato che la sua produzione dopo questa data si deve adeguare al lavoro di prigionia politica a cui sarà costretto dalla condanna. Dividendo in due l’opera si pone da un lato la sua produzione precedente il carcere (lettere a vari corrispondenti, grande quantità di scritti politici nella forma di articolo o di intervento al comitato centrale del partito comunista e l’unico saggio scritto prima dell’arresto, Alcuni temi sulla questione meridionale, pubblicato per la prima volta nel 1930 a Parigi su “ Lo Stato Operaio”), dall’altro ciò che ha scritto in carcere (lettere e quaderni dei quali tra breve daremo alcune notizie sulla composizione e le vicende editoriali). Con questa distinzione non vogli-amo mettere in evidenza un cambiamento nel suo pensiero, ma nel modo di scrivere: la prima parte è composta perlopiù di scritti “...alla giornata che devono morire dopo la giornata...” come lui stesso ricorderà in una lettera alla cognata Tatiana, mentre nella seconda i quaderni sono note su vari argomenti e lo stesso Gramsci avverte che questi sono appunti di temi da rivedere e ampliare data la limitata disponibilità di fonti che la condizione di prigionia comportava. Le due parti hanno elementi in comune dei quali vogliamo sottolinearne uno che accomuna tutta l’opera: non c’è pretesa di completezza dato che agli occhi di Gramsci niente di ciò che ha scritto ha questo carattere; è un opera antidogmatica e antisistematica. I Quaderni del carcere hanno avuto una storia editoriale molto complessa: la prima edizione Einaudi è articolata in 6 volumi ordinati tematicamente da Felice Platone e Palmiro Togliatti e pubblicati tra il 1948 e il 1951. I limiti di questa edizione sono stati sia quello di raggruppare le note per temi e non in senso cronologico, operazione che se da un lato permette una maggiore fruizione dell’opera dall’altra ne falsa il carattere originario, sia quello di non aver riportato integralmente il testo per i tagli apportati dai curatori. Solo nel 1975 l’edizione Einaudi a cura di V. Gerratana ci restituisce l’opera nella sua completezza con l’aggiunta di un utile apparato critico, ordinato cronologicamente, che aiuta la lettura.

1