Fra le varie accuse c’era anche questa : "Era un tedesco" ; soffermiamoci su tale affermazione e su quella di Giorgio Cracco che non vuole minimamente denigrarlo, quando asserisce ("Nato sul mezzogiorno" pag.72 : "...avesse vinto alla fine il binomio Federico - Ezzelino, il Veneto sarebbe diventato non già una regione dell’Italia, ma un Land tedesco.".
Un cronista affermava che il capostipite Arpone venne in Italia al seguito dell’Imperatore Corrado II tra il 1024 e il 1039 e che pertanto Ezzelino sarebbe stato di origine teutonica : non ci vediamo motivo di scandalo, sapendo quale parte della nobiltà feudale avesse origini teutoniche, con validi riscontri storici, come per gli Estensi ai quali, essendo guelfi e durissimi avversari di E., nulla fu rimproverato.
Un altro cronista traduceva una fonte tedesca che parlava di un "Etzele Albreichs von Hochland", tradotto erroneamente in "E., figlio di Alberico d’Olanda", senza rendersi conto di essersi avvicinato alla verità, se solo avesse saputo tradurre correttamente quelle quattro parole. Ed anche il succitato G.Cracco ci va molto più vicino quando scrive : "E’ anche possibile che non venisse dalla Germania, ma solo da Trento o dal Tirolo".
Nella realtà nell’XI e XII secolo la lingua tedesca antica era ancora parlata da minoranze germaniche nel Nord Italia e segnalatamente nel Veneto, stanziatesi durante i secoli che vanno dalla calata dei Cimbri del 102 a.C., alla signoria dei Franchi, dopo la caduta di Re Desiderio.
"Hochland" significa letteralmente "paese alto", quindi altipiano o comunque zona di montagna. Il nome di famiglia di E. esiste è l’alta Valsugana : basta consultare un elenco telefonico per scoprire che il nome "Eccel" è più frequente a Pergine che altrove. Quindi per noi che ci siamo già occupati di Lui, le origini degli Ezzelini vanno ricercate nella Valsugana che fu vivaio di guerrieri di stirpe longobarda, come i Sicconi di Caldonazzo che avevano giurisdizione su territori che oggi appartengono sia al Trentino che al Veneto.
Fra le innumerevoli possessioni degli Ezzelini ve ne era una a Rotzo sull’altipiano di Asiago, nelle cui vicinanze si trova un toponimo "Castelletto", chiamato dai nativi "Altenburg" ; sicuramente prima del 1000 vi esisteva un castello : "Castrum Vetus" o anche "Altaburge" in vecchi documenti. Quello che è certo è che la gastaldia di Rotzo era "da sempre" proprietà degli Ezzelini, per cui noi ipotizziamo che da qui venisse quell’Etzele von Hochland, di cui parlava il cronista. A suffragare ciò sta il nome "Etzele", "Ezele" che è tipico degli altipiani di Asiago.
Questa proprietà indicava un feudo di scarsa importanza economica, concesso forse a qualche avo arimanno per meriti militari, come era costume dei tempi ; le altre proprietà erano invece molto ricche e furono acquisite dopo la discesa della famiglia nella pianura.
R.E. Baliari Soust, nel suo libro : "Nich nur Trient : Toponimi germanici fra la Chiusa di Salorno e la pianura Vicentina", così traduce il toponimo "Romano d’Ezzelino" : "Roman" o "Heermann"(=arimanno) ; ora è ampiamente riconosciuto che i toponimi quali Roman, Romano, Romagnano, ecc. stanno per "arimanno", per cui il paese natale dovrebbe più propriamente chiamarsi "Ezzelino degli Arimanni".
Quindi E. era italiano, perché nato in un territorio che oggi è Italia, ma era nello stesso tempo tedesco, perché allora là si parlava una lingua germanica. Basta sfogliare l’albo di famiglia : il capostipite porta un antico nome germanico : "Harppo", da lui un "Etzel" (così i Germani chiamavano Attila) che sposa "Aicha" ; poi viene Alberico (Albreich) di legge salica che sposa "Cunizza", di legge longobarda (anche "Cuno" è un antico nome germ. E Cunizza è il suo diminutivo al femminile). Dopo E. il Balbo, abbiamo E. il Monaco che andò a trovarsela moglie in Toscana nel castello dei conti Alberti, detti anche "Rabbiosi", "gente dall’alta statura, di spalle larghe e dalle mani nodose" (C. Malaparte) ; la madre di E. III si chiamava "Adeleita" (Adelaide), grande esperta di astrologia ed assai poco pia, doti che E. erediterà.
Quanto alla ricorrente accusa di essere "tedesco", questa si può interpretare sia nel fatto ch’Egli parlasse quella lingua, il che gli era indispensabile se voleva impartire ordini ai suoi guerrieri cimbri che non capivano altra lingua, sia con l’ipotesi che lo volesse essere davvero, in un’epoca in cui in Italia il germanesimo incominciava a declinare e tanta parte della nobiltà guelfa si vergognava delle proprie origini.
Perché gli Ezzelini non avevano alcun titolo nobiliare ?
Se fossero venuti dalla Germania qualche titolo lo avrebbero certo avuto, col relativo diploma imperiale, come lo ebbero dai Franchi tanti nobili italiani che con essi collaboravano, ma fra le montagne di quello che fu il ducato longobardo tridentino, essere arimanni era un titolo nobiliare più che sufficiente.
La dinastia dei Signori di Caldonazzo, originatasi dall’arimanno Wariberto, ebbe con SicconeII (Sikko), figlio di Rambaldo di Caldonazzo-Telvana, dotato di un esercito di montanari che fu detto essere "la più bella gente d’armi che si fosse mai veduta", nel XIV secolo, una storia parallela a quella di E. III, a Nord di Bassano, dimora appartata e difesa, era un sito strategicamente molto importante che sbarrava la via alla pianura, all’incrocio dei comitati e vescovadi di Padova, Vicenza e Treviso, nel punto dove sbocca la Valsugana, uno dei transiti naturali, percorso dagli imperatori del Sacro Romano Impero della nazione Germanica quando calavano dalla Germania verso l’Italia.
E veniamo all’asserzione di G.Cracco : era ancora possibile nel XII secolo fermare il declino del germanesimo e l’estinzione della lingua tedesca nel Veneto ? daremo alcuni dati sommari, dai quali il lettore potrà giudicare.
E.nacque dunque nel Pedemonte e trovò là, negli altipiani di Asiago (Schläge), di Lavarone e Folgaria (Lafraun u. Folgreit) e sulle montagne di Pergine (Persen), il nerbo del suo esercito , riconosciuto da amici e nemici, come il migliore dell’epoca.
Chi erano i Pedemontani ? Alcuni anni orsono Francesco La Valle, magistrato, scrisse un articolo sul Gazzettino di Venezia dal titolo : "C’è un barbaro nell’albo di famiglia : capelli biondi, nomi germanici ed un mistero rimasto insoluto, sull’origine dei Veneti pedemontani. Nel sesto secolo l’area pedemontana e collinare dell’alto Veneto (al pari del Friuli e della Lombardia) fu teatro di una straordinaria vicenda storica. Venne invasa da popolazioni germaniche, Longobardi e Sassoni, che non si limitarono ad una estemporanea scorreria, ma si fermarono qui per sempre e ripopolarono le terre, avendo al seguito le donne e i bambini. La gente che preesisteva in loco,era stata, rarefatta da un susseguirsi di epidemie e di altre evenienze che avevan provocato un grande calo demografico . Il resto lo fece la ferocia degli invasori che, dove arrivavano, sgozzavano i nativi per impadronirsi delle loro terre .
Il sangue di queste stirpi germaniche scorre ancora nelle vene delle nostre genti pedemontane e ne costituisce anzi una componente notevole o, è persino principale. Non è un caso che i tipi antropologici prevalenti nella pedemontana veneta, sono proprio germanici , biondi e rossi dagli occhi azzurri ed anche bruni che somigliano in maniera sorprendente (se non fosse anzi per la diversità del linguaggio, sarebbero indiscernibili) a quei Germani del Nord, longobardi e loro cugini sassoni ed angli, che tuttora popolano parte della Scandinavia e dell’Inghilterra(...)"
La capitale del piccolo regno di E. era Verona : fondata dai Galli Cenomani, divenuta Bern coi Goti e Longobardi, è nominata assieme all’eroe Dietrich von Bern nelle saghe medievali che hanno per sfondo il lago di Garda (Gartensee).
Capitale dell’Austria longobarda, la città, secondo lo storico G.P. Bognetti avrebbe avuto un presidio di 60.000 arimanni, cifra questa che da sola vale a sbugiardare gli storici nazionalisti che hanno cercato, nel passato, di minimizzare la presenza longobarda in Italia ; oggi la rivisitazione della storia dell’Italia longobarda, con le mostre che si sono tenute, da Milano a Cividale del Friuli, hanno fatto giustizia della falsificazione storica, eretta a dogma indiscutibile.
A Soave (Schwaben), secondo il Prof.A.Galanti, si parlava, sino a non molto tempo fa, come in Valpolicella, un dialetto germanico.
In tutta la provincia è presente la toponomastica germanica ed i residui linguistici durati fino al XIX secolo nei 13 comuni della Lessinia, costituiscono l’ultima isola di un mare teutonico che avviluppava la città nei secoli bui ; non per nulla Verona fu, con gli Ottoni, la città più meridionale della Germania, ciò che non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un elemento etnico germanico molto consistente.
Vicenza era la città prediletta da Ezzelino, al contrario di Padova : la ragione di ciò era la fedeltà dei vicentini e dei bassanesi, tra i quali reclutava il grosso del suo esercito ; la sua guardia del corpo, chiamata "sacro battaglione", espressione usata anche da F.Cardini quando scrive delle società guerriere o segrete dei "berserkir", era formata esclusivamente da guerrieri cimbri accuratamente selezionati della zona di Rotzo.
Vicenza era chiamata, a quei tempi, Cymbria e "cymbriaci viri" si chiamavano i suoi abitanti. Le tracce del germanesimo sono ancora molto evidenti : il fiume che attraversa la città è chiamato "Bachin" da "Bach" ; il campo marzio "guisega", da "Wiese" : prato, cimbrico "bisele" ; la città è divisa in borghi : S.Michele, Piarda, Borgo Berga ; M.Berico deriva dalla radice "Bär" : orso ; la contrada Siegola, Segola, deriva dalla radice "Sieg" : vittoria. Per F.Lampertico , scrittore vicentino, sia il nome del canale Lupia che il toponimo Debba, verrebbero dal tedesco.
Il conte Giovanni da Schio pubblicò nel 1863 un libro "Sui Cimbri" ed è facile, leggendolo, di capire ch’egli sia stato l’ultimo nazionalista cimbro quando afferma che : "...tra l’evo antico ed il moderno (i vicentini) non si credettero italiani perché verosimilmente prevaleva nel numero della loro popolazione l’elemento tedesco."
R.Ferretti riporta un curioso episodio dal principio del XIV sec. : il vicentino Singofredo Ganzera, parlamentando con gli ambasciatori padovani, si rivolge ai suoi concittadini col dialetto cimbro, in modo che quelli non capiscano ciò che dice . Ciò significa quanto meno questo : che a quell’epoca Vicenza era ancora mistilingue, come oggi Bolzano e Strasburgo.
Nella provincia troviamo una fitta toponomastica germanica, come Schio (Schleit), Thiene (Thienen, Tienne, Kienne), Malo (Mahlen), Arzignano (Artzing), Recoaro(Rikobär, Rechenwehr), Valdastico (Hastingthal), Marostica (Marosteck), oltre ai sette comuni dell’altipiano di Asiago, ove la lingua tedesca si è parlata fino al 1918.
Parlammo a Thiene con il vecchio parroco D.Simeone Zordan, autore del libro "La Valle dell’Astico Corte longobarda", e gli chiedemmo cosa era rimasto di longobardo ; egli ci rispose : "basta mettere la testa fuori dalla porta della canonica e guardare la gente che passa : se non sono immigrati, gli altri sono tutti discendenti di Longobardi". In realtà un occhio esercitato riconosce che i tipi somatici sono riconducibili, nella maggioranza, alla stirpe teutonica.
Una ultima curiosità è questa : i cimbri del Vicentino chiamavano il volgare italo-veneto semplicemente "pavàn", cioè padovano, segno che nel Padovano si parlava di più questo linguaggio, il che spiegherebbe l’aspra rivalità che contrapponeva le due città.
Padova. Non è che qui il germanesimo fosse assente : già alla periferia della città incontriamo il toponimo longobardo "Guizza" ed il comune di Albignasego ; sappiamo che Monselice venne fondata dagli arimanni e che l’abbazia di Praglia poggia sulle fondamenta di una fortezza longobarda. A Montagnana, secondo lo storico Andrea Gloria, metà della popolazione era di origine germanica : la "sculdascia" comprendeva le arimannie di : "Salentum, Milarina, Montagnana, Casale, Altadura, Urbana, Merlara, Ponso, e Viguzolo. Toponimi come Stoegarda, Zaba, Gazzo, Guà, Saletto, Borgoricco, Borgofuro e Scodosia. Reperti linguistici si hanno a Montagnana, nelle campagne intorno a Cittadella : Fontaniva e Corte ; una plaga semigermanica al confine provinciale nella zona di Cervarese che si continua a Montegalda, Montegaldella e Villaganzerla.
Tutta la Marca Trevigiana era costellata da castelli e borghi fortificati eretti dai Goti ; un documento del 1184 attesta la presenza di Goti a Treviso. Da una novella del Boccaccio : "La piazza (di Treviso) è piena di Tedeschi e di altra gente armata la quale il Signor di questa terra, acciò che romor non si faccia, vi fa stare..."
Questi tedeschi erano venuti per le esequie di un loro connazionale, un certo Arrigo e provenivano dalle zone collinari come Asolo e Ceneda, dove gli insediamenti arimannici erano più numerosi ed avevano conservato il loro linguaggio.
I toponimi come Castello di Godego, Godegna S.Urbano, Dardengo (Odardengo) ci rimandano ai Goti ; Merlengo, Porcellengo, Sala, Breda di Piave, Saletto, ai Longobardi.
Udine, secondo Gianni Brera, deriverebbe da Odino ed anche
qui la toponomastica è ricchissima.
Tutto questo per farci capire che G.Cracco ha ragioni da vendere : una vittoria del ghibellino E. avrebbe salvato dall’estinzione il residuo germanesimo, mentre i contatti col Centro Europa avrebbero germanizzato in breve tempo la restante popolazione celto-romanza .
Federico Formignani ha scritto ("I Longobardi - Jaka Book - 1980) : " (...) questo linguaggio, lo sappiamo, è stato sul punto di arrivare a prevalere sul latino ormai morente ed a scapito di un toscano-italiano in via di formazione, rischiando di quasi di assurgere a livelli di diffusione e di stabilità tali che avrebbero col tempo potuto risultare definitivi , se alcuni eventi storici non fossero intervenuti successivamente ad impedirlo.". Se ciò valeva per l’Italia in generale, che dire per il Veneto, ove gli insediamenti germanici erano più fitti che altrove ?
La completa vittoria del clero romano sugli Staufen e sui ghibellini, di cui E.III fu il campione più valoroso, ha condannato a morte la tradizione germanica che avrebbe cambiato il volto del nostro paese; l’ideologia guelfa ha contrassegnato tutta la politica bizantineggiante nella quale siamo immersi ed era fatale che il giacobinismo che ne è la logica prosecuzione storica, con la sua carica statalista ed accentratrice, si interessasse al guelfismo, virulentandolo con l’isterico nazionalismo di cui è permeato e nutrito.
Contro questi mostri che oggi dominano ed intristiscono la nostra vita, Ezzelino si è battuto, sino a cadere in battaglia, mentre caricava il nemico a cavallo, all’età di sessantacinque anni. Non dimentichiamolo !
Ritorna: