Martin Heidegger

(1889 -1976)

 

 

 

Cenni biografici

Martin Heidegger, dopo aver studiato teologia e filosofia, si laureò nel 1914 in filosofia a Friburgo in Brisgovia. Heidegger afferma la netta distinzione tra logica e psicologia: "Cerchiamo dovunque l’incondizionato e troviamo sempre soltanto cose". Con la chiamata a Friburgo di Husserl, del quale Heidegger divenne assistente, Heidegger dovette imparare, dalla consuetudine con il maestro, l’arte delle sottili analisi fenomenologiche che ritroviamo poi nel suo capolavoro "Sein und Zeit" (Essere e tempo) del 1927. Nel 1929 Heidegger successe ad Husserl nella cattedra di Friburgo; nel 1933, grazie alla sua adesione al nazionalsocialismo, divenne Rettore dell’Università di Friburgo, carica dalla quale si dimise poco dopo. Negli scritti posteriori al 1945 egli accentua sempre di più il tono profetico di uno che non cerca di chiarire ciò che la ragione manifesta a tutti gli uomini, ma rivela agli uomini verità sino ad allora inaudite.

L’analitica esistenziale

Per Heidegger il fenomeno è ciò che è implicito in tutto ciò che si manifesta, ma è usualmente trascurato, non guardato in faccia, per dir così, ed è compito della filosofia il trarlo dal nascondimento. L’essere è insieme il più noto, perché implicito in ogni altro concetto, e il più oscuro, tant’è vero che il tentativo di fissarlo dà le vertigini (Hegel lo identificò con il nulla). "Comprendiamo dunque l’essere e tuttavia non ne abbiamo il concetto". La caratteristica dell’uomo è appunto la comprensione dell’essere: l’uomo è l’ente ontologico che ha cioè la comprensione dell’essere, il logo dell’essere. "Essere e tempo" è una "analitica esistenziale", ossia una descrizione dell’esistenza. L’esistenza è il modo specifico di essere dell’uomo, e l’uomo, considerato nel suo modo di essere, è il "Dasein", l’"Esserci", dove il "ci" (in tedesco "da") indica insieme il suo essere di fatto, il suo trovarsi al mondo senza esserci messo da sé, è il luogo in cui si manifesta l’essere. L’esistenza è "un riferirsi a…" (ein Zu-sein), un aver da essere; difatti l’esistenza non accade, come accadono i fatti, essa è "decisa". L’essere dell’uomo è sempre una possibilità da attuare, e perciò l’uomo può scegliersi: conquistarsi o perdersi. L’uomo è l’ente a cui ne va del suo essere, ossia l’uomo sta al suo essere come a qualcosa che lo concerne, che gli preme, che gli interessa.

L’essere-nel-mondo e l’essere-con-altri

Carattere fondamentale dell’uomo così considerato è l’"essere-nel-mondo", "in der-Welt-sein"; non si intende l’apertura teoretica al mondo, come in Husserl, ma è un’apertura tecnica. Il mondo, in cui l’uomo è, è un complesso di utensili, di cose da adoperare, alla mano, non di cose da guardare, di cose presenti. L’essere-nel-mondo è dunque originariamente un "avere a che fare con…", un "curarsi di…". L’atteggiamento teoretico, contemplativo, viene solo dopo. Qui Heidegger inserisce una critica al problema della conoscenza così come è posto in molte filosofie moderne, nelle quali si concepisce la coscienza come una sfera interiore, nella quale l’uomo sarebbe come incapsulato; si colloca il conoscere "dentro" il conoscente e poi ci si domanda come può avere un oggetto, o come deve essere fatto l’oggetto perché il soggetto possa conoscerlo senza fare un salto in un’altra sfera. Questo pseudo-problema si fonda su due presupposti erronei:

  1. che il conoscere sia il modo originario di rapporto con il mondo;
  2. che il conoscere sia una qualità interiore del soggetto, e non l’apertura al mondo, che è un carattere costitutivo dell’uomo:

Lo scandalo della filosofia è già non quello che non si sia ancora trovata una dimostrazione valida dell’esistenza del mondo, ma che si cerchi una tale dimostrazione.

Un altro esistenziale (carattere del Dasein) è l’"essere-con", il "Mit-sein", ossia l’essere uno in mezzo ad altri, ed è un carattere connesso con l’essere-nel-mondo. Gli oggetti del mondo rimandano infatti sempre ad altri; c’è sempre un "chi". Gli altri non sono inferiti come altri "io", ma sono dati originariamente come partecipi del medesimo mondo in cui vivo.

Il capire

Nel mondo mi trovo sempre con un determinato atteggiamento affettivo: Stimmung. Anche l’indifferenza non è assenza di stato affettivo, ma è un determinato modo di sentire e di sentirsi: è il modo in cui "l’essere è sentito come un peso". Nel sentirsi, l’uomo si coglie come uno che, di fatto, "c’è"; non si è messo da sé al mondo, ma ci si trova, e ci si trova quasi gettato. Originario, come il sentirsi, è il capire, ovvero la radice di ogni conoscenza, quel fenomeno-base dal quale hanno origine le varie forme di conoscenza, come lo spiegare, l’enunciare, il discorrere. Il capire è essenzialmente un proiettare delle possibilità: l’uomo capisce una cosa quando sa che cosa può farsene, e capisce se stesso quando sa che cosa può essere, quando sa che cosa può fare di sé, quando progetta di essere in un certo modo. Nel capire, l’essenza dell’uomo si rivela come un "poter essere", poter essere che è non già qualcosa di meno, ma qualcosa di più dell’essere. "L’essenza dell’uomo consiste nella sua esistenza"; la ragion d’essere ultima, il fondamento di tutto è la libertà. L’uomo si è rivelato dunque come un ente che di fatto c’è, senza essersi messo da sé al mondo e, d’altra parte, come esistenza, come possibilità di attuarsi: "c’è e ha da essere". L’essenza dell’uomo è la preoccupazione; l’uomo infatti non si preoccuperebbe se fosse totalmente determinato, se avesse la sua strada segnata, se non potesse precorrere delle possibilità e, d’altra parte, non si preoccuperebbe se non fosse legato a una situazione di fatto, se avesse infinite possibilità. Questa struttura essenziale dell’uomo si coglie nell’angoscia, che è la situazione fondamentale dell’uomo.

Esistenza autentica e inautentica

L’angoscia è ben diversa dalla paura; si ha paura, infatti, di una cosa determinata, mentre ciò che mette angoscia è indeterminato. Nessun ente del mondo può darci angoscia, perché nell’angoscia le cose del nostro mondo quotidiano perdono ogni significato; ci si angoscia di essere al mondo, e ci si ritrova soli di fronte al mondo; il singolo si trova solo di fronte al mondo, un mondo che è appreso come senza ragione, di fronte al quale ci si domanda "perché c’è?". Per fuggire dall’angoscia ci si butta nell’affacendamento con le cose, nel mondo del "si". "La paura è un’angoscia decaduta al livello del mondo, non autentica, e nascosta a se stessa come angoscia". Livellarsi alle cose, capire se stessi in base alle cose è esistere in modo inautentico, ossia non come un "autòs", un "solus ipse", ma come uno dei tanti, come il "si" del "si dice", "si fa". L’uomo, invece, che esiste autenticamente, che si comprende in base alle proprie possibilità, si trova di fronte alla sua estrema possibilità, che è la morte. L’uomo non è una cosa, ma un’apertura all’essere, una possibilità, e sa questa sua estrema possibilità che è la morte. La morte è sempre una possibilità del singolo, è la "mia morte", come è "mia" l’esistenza: è un fatto che "si" muore, ma io, intanto, vivo; quindi non si parla della morte, non ci se ne occupa. "Nessuno può assumersi il morire di un altro. Ogni Esserci deve sempre assumersi in proprio la sua morte. Nella misura in cui la morte ‘è’ essa è sempre radicalmente la mia morte". Il "si" ignora la morte, perché la morte annulla il mondo delle occupazioni e delle preoccupazioni quotidiane, e l’uomo che comprende se stesso in base a questo mondo, ossia l’uomo che esiste in modo inautentico, non può pensare alla morte.

L’uomo che esiste autenticamente guarda in faccia questa sua estrema possibilità, aspettandola. Il "vivere per la morte", l’"essere-per-la-morte", "Sein-zum-Tode", costituisce, pertanto, il senso autentico dell’esistenza. Esistere autenticamente vuol dire avere il coraggio di sentire l’angoscia di fronte alla morte, alla possibilità del proprio non essere, vuol dire accettare la propria finitezza. La coscienza è sempre un richiamo alla propria manchevolezza: aver colpa di qualche cosa vuol dire infatti esser causa di una mancanza, di una negazione; ora la voce della coscienza richiama l’uomo alla consapevolezza e all’accettazione della propria negatività. Alla domanda se alla base dell’interpretazione ontologica dell’esistenza dell’uomo non stia un’ideale di umanità; Heidegger risponde: "È così". Non si può filosofare infatti senza presupposti: filosofare vuol dire chiarire e svolgere fino in fondo i presupposti che si hanno.

Il tempo

Il tempo è lo svolgersi della "cura" che costituisce l’essenza dell’uomo. Non c’è il tempo: il tempo si fa, "si temporalizza" (zeitigt sich). La "cura" anticipa delle possibilità, e questo è il futuro. Il futuro è costituito dall’atto con cui mi porto verso ciò che non è ancora. Ma la "cura", al preoccupazione, nasce da uno stato di fatto, da un esser già, e questo è il passato, ed è un affacendarsi con cose da adoperare, e questo è il presente. Tutti e tre i momenti del tempo (futuro, presente e passato) sono un "esser fuori": un protendersi, o un essere presso le cose, o un ritornare alla situazione di fatto per accettarla; per questo Heidegger li chiama "estasi", da "ek-stasis", etimologicamente: star fuori. Il futuro è il venire a sé dell’uomo, il protendersi verso una possibilità; il passato è l’esser gettato in una situazione; l’uomo è sempre già stato e non è mai propriamente passato, scomparso. Nell’esistenza autentica l’uomo capisce se stesso alla luce delle 2proprie possibilità" e specialmente alla luce di quella estrema possibilità che è la morte; il futuro inautentico invece è il risultato, il successo. Il primo è "l’istante", in cui, riassumendo ciò che sono stato, decido il mio futuro; nell’esistenza inautentica il presente è solo l’urgere delle cose da fare, che assorbono e non lasciano requie. Il passato autentico è la tradizione, che non è qualcosa da accettare, ma un affidarsi alle possibilità che ci sono venute in eredità; "tradizione" non è il patrimonio che ci è pervenuto, ma la capacità di riviverlo.

Dall’uomo dipende solo il significato delle cose; qui Heidegger inserisce la sua dottrina sulla verità. "Dire che un’enunciazione è vera significa che essa scopre l’ente in se stesso", che lascia vedere l’ente in se stesso, che dice come stanno le cose. Questo potere di scoprire, di manifestare, è la caratteristica dell’uomo; "l’essere aperto [agli enti] è il modo fondamentale di essere dell’uomo – Dasein – il modo in virtù del quale esso ‘ci’ è". Il "ci" (da) dell’Esserci denota questa apertura. La grossa differenza rispetto alla concezione scolastica della verità non sta nell’aver collocato la verità prima del giudizio, ma nell’aver collocato originariamente nell’uomo il potere di manifestare, di rendere intelligibile l’ente. In "Essere e tempo" sembra che l’intelligibilità sia proiettata dall’uomo, la cui essenza è la temporalità. Ma negli scritti posteriori Heidegger sottolinea sempre più che l’intelligibilità è data dall’essere, è l’essere. La verità ontica, cioè la capacità di manifestare l’ente, presuppone la verità ontologica, ossia l’apertura all’essere; e l’uomo non è l’autore, ma il "pastore dell’essere", il luogo della manifestazione dell’essere. Che cosa sia l’essere è impossibile dire, poiché ogni dire, ogni logos, ogni concetto presuppone l’essere. Nella comprensione dell’essere sembra che i poeti siano privilegiati rispetto ai filosofi. La filosofia di Heidegger è ben diversa da quella di Husserl; per Husserl la filosofia deve essere scienza rigorosa, per Heidegger i sentimenti rivelano l’essere molto più dell’intelletto: i poeti lo rivelano meglio dei filosofi.



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