Autore: Robertazzi Arturo
Indirizzo: Via Vicinanza 9 coop. C.E.T 84091 Battipaglia (SA)
Tel: 0339/4465563
e-mail:
artorb@int0828.it
La cantina dei ricordi perduti
PERSONAGGI
Elena…………………… moglie di Ricciardi
Don Gregorio……..parroco di un paese del sud Italia
Sophie…………...la ragazza che ama la musica di Simon & Garfunkel
Jackie…………………...barista del bar sotto casa di Giulie.
Giulie Bethitch …………nota prostituta che abita in Penny Lane
Robert A. Assit…………biologo francese
Lousie ………………….donna che ama Robert A. Assit
Charles Montaigne……collega di Robert A. Assit
Nicole Sansmot …………mica di Giulie
Martina Breheme………amica viennese di Nicole
Stelvio Anna…………….una psicologa
John Crib….……………professore che tenta la clonazione
Bob………………………factotum del ‘Baby driver’ hotel
Sig.Emilio….……………bidello dell’università di Roma
Richard Skymantle………uno scienziato
La cantina dei ricordi perduti
Prologo
" Il corpo di cristo…il corpo di cristo"…era il momento più emozionante della celebrazione. Quello in cui Don Gregorio offriva l’eucarestia ai fedeli. Non sempre aveva avuto la sicurezza della fede, ma generalmente riusciva ad apprezzare l’infinita gioia di quell’attimo, mentre molti devoti, chi per tradizione o chi per educazione, si accostavano con la bocca al pane candido e ripetevano "amen", magari pensando alla spesa da fare nel pomeriggio.
La messa si avviava alla conclusione, era domenica 24 maggio del 1998. Quella domenica sarebbe stata molto lunga per lui: doveva visitare diverse persone del paesino che avevano bisogno della comunione. Tra questi c’era il povero vecchietto del paese che tutti chiamavano affettuosamente nonno: se chiedevi ad un bambino chi era, lui ti rispondeva: "Nonno"; ma non aveva nemmeno lontanamente idea di quale fosse il vero nome, ma questo non ha importanza.
"Buongiorno padre. Venga mio nonno è nella stanza in fondo."
Il padre conosceva benissimo quella casetta. Semplice, ma accogliente; grande, ma umile. Quando entrò, lo afferrò al viso un forte odore di chiuso, tipico di quelle costruzioni antiche i cui mattoni avevano più anni del più vecchio abitante del paese. Aveva un pavimento rustico che si abbinava perfettamente allo stile dell’intera costruzione. Attraversò una serie di porte che si aprivano l’una dentro l’altra, come se la casa fosse un complesso labirinto di bambole russe, e giunse nella stanza del nonno. Durante il tragitto la giovane donna, Alice, le aveva detto che dall’ultima visita era peggiorato: quella settimana fu davvero difficile, ma l’aveva superata.
"Buongiorno."
"Buongiorno padre. Ha visto, ho mantenuto ancora una volta la mia promessa."
Colpo di tos-se
"Sono ancora qui per un’altra comunione."
Colpo di tos-se
"il signore non mi ha voluto…"
"Non preoccuparti. Piuttosto ti senti meglio?".
Il padre era bravo a dire quelle cose che devono dirsi in queste occasioni: frasi, lunghe frasi, che non portano a nulla…a nessuna conclusione, ma almeno hanno lo scopo di rassicurare. E dopo le parole del padre e dopo
"Il corpo di cristo…"
si sentiva pronto per affrontare un’altra settimana.
Il nonno, infatti, aveva modificato la concezione del tempo. Non più il giorno e la notte che scandiscono i secondi della vita…no.
La domenica e la settimana…un’altra domenica e un’altra settimana.
"Alice…Alice", ancora la voce rauca fu rotta da un profondo colpo di tosse e ancora "Alice…lasciaci un momento soli…".
Alice ubbidiente, si lasciò dietro la gonna grigia, quella della domenica (quella bella per la domenica), la porta chiusa. Attraversando un’altra stanza da letto e il salone, approdò in cucina, in ansia perché aveva sentito nella voce del nonno un sintomo di solennità.
"Padre io lo sento. Questa è l’ultima comunione che io farò. Non riuscirò a mantenere un’altra promessa."
"Non preoccuparti, ce la…", fu interrotto dal nonno.
"No tu non capisci…tu, tu non puoi capire!". Mostrava una tale lucidità nelle parole, nel viso, che meravigliò Don Gregorio. Perfino i colpi di tosse erano scomparsi.
"Io lo sento… sai, si sente quando la morte si prepara per venire a prenderti!…E io sento ancora un’altra cosa, e riguarda te. Non capisco bene quello che ho in testa, non riesco a spiegarlo con le parole… ma ho bisogno di dirti di stare attento. Credo che la vita sarà molto dura con te. Non so bene come spiegarlo, sono molto preoccupato."
Colpo di tos-se
Ancora
Colpo di tos-se
Furono molto potenti, a tal punto da far ripiombare il nonno nello stato di prima, e se possibile, anche peggiore.
Adesso lo guardava con quegli occhi lucidi che ancora volevano dire "Stai attento!", ma come se la morte avesse iniziato dal basso del viso, la bocca non riusciva più a muoversi, se non per catturare affannosamente poche molecole d’aria che non bastavano per tutti i bronchi dei suoi polmoni.
Adesso anche il padre sapeva. Così avvertì Alice: "Bisogna prepararsi.", le disse semplicemente.
I due appuntamenti che aveva, non furono difficili come il primo. Le comunioni erano per due giovani persone che non avevano potuto riceverla in chiesa: una era suor Angelina, che era molto devota e che doveva ricevere la comunione tutti i giorni e quando non poteva… bè in questi casi c’era per l’appunto Don Gregorio; l’altro invece, un ragazzo che molto probabilmente sarebbe ben presto partito per Assisi, per abbracciare l’ordine francescano.
Durante tutta la giornata non fece altro che pensare alle parole del vecchio: erano parole di un moribondo…che valore possono avere?
Questo lo avrebbe pensato chiunque, ma non una persone di fede: chi crede… crede anche alle parole di un moribondo.
Tuttavia la sua natura umana faceva a pugni con la fede: a volte la spuntava quest’ultima, altre invece si diceva che era tutto a posto e che il cervello fa strani scherzi nell’ora dell’addio.
In ogni caso giunse a casa. Era ormai ora di cena, e ben presto sarebbe stato tempo di dormire…
Una volta soddisfatti i meri bisogni del corpo, indossò il pigiama e si dedicò come sempre alla preghiera: chiese aiuto al signore per i suoi dubbi e per quello strano turbamento, ma principalmente pregò per quell’uomo che si avviava a viaggiare verso il regno dei cieli.
La notizia si sviluppò subito nel paese. Ormai lo sapevano tutti che il nonno era morto. E quelli del 28 maggio furono i funerali più solenni che furono mai svolti in ****. C’era tutto il paese, e rigorosamente a piedi, tutto il paese seguì il carro che trasportava quella…
"Brava persona."
"Si, era proprio un bravo uomo. Non ce ne sono più di persone così"…e via discorrendo.
Si partì dalla piazza più bella del paese: la piazza della Croce, attraverso tutte le strade che si percorrevano normalmente per quelle occasioni. La folla al seguito sembrava essere orgogliosa di seguire quell’uomo che era stato veramente amato e che aveva veramente fatto del bene durante la vita.
C’erano Alice, il fratello, loro padre, parenti meno importanti, persone sconosciute e c’era…
…ovviamente c’era anche Don Gregorio che era il primo a seguire la salma. E non riusciva proprio a dimenticare quella voce…
Padre io lo sento. Questa è l’ultima comunione che io farò. Non riuscirò a mantenere un’altra promessa
…così limpida che aveva potuto ascoltare la domenica prima.
No tu non capisci…tu, tu non puoi capire!
Era una voce profonda, melodiosa, pura, chiara. Un attimo prima era stata di un vecchio malato, e un attimo dopo quella di un giovane moribondo.
Stai attento. Sono preoccupato per te!
Non riusciva proprio a capire. Ma la preghiera lo aiutò ancora una volta: soffocò la sua mente con la forza dello spirito e si concentrò in quello che era più giusto fare: pregare per una nuova anima del paradiso.
Capitolo 1
Il maggio francese era sempre speciale, forse come in ogni altro paese del mondo!
I fiori risorti, gli alberi verdi…insomma i colori della primavera ormai inoltrata, erano splendidi, e ancora più splendidi lungo i Campi Elisi.
Una distesa di alberi, di negozi, di esseri umani che affollavano una delle punta della place Etoile in cui si ergeva l’immensità dell’arco di trionfo: testimonianza tramandata dall’antichità fino alla moderna umanità, per ricordare sempre l’audacia di un popolo.
Tutti i giorni si spostava rigorosamente a piedi da casa in via Victor Hugo, fino allo studio nei Campi Elisi. Per fortuna abitava a pochi passi e poteva godersi la passeggiata in qualsiasi momento dell’anno, con freddo o caldo. A volte tuttavia, preferiva usare un taxi. Non avrebbe potuto ripetere l’errore che fece qualche anno fa quando doveva illustrare i risultati di una ricerca ad un cliente, e fu sommerso da un terrificante acquazzone che colse di sorpresa i suoi piedi, i suoi capelli e le sue relazioni.
Anche quel 28 maggio, scese i 60 circa scalini che separavano il suo appartamento dalla superficie terrestre, e salutando con un sorriso piacevole il portiere, scese in strada.
Un caldo leggero investì a sorpresa i suoi sensi. Forse si era vestito un po’ troppo, avrebbe dovuto lasciare scoperta qualche parte del corpo, ma in fondo non era importante.
In via Hugo si fermava sempre al bar vicino casa, quasi in piazza Etoile, e come sempre gradiva un caffè con una goccia di latte freddo e un tenero croissant alla crema.
Parigi è famosa anche per i croissant, ma quelli di Pierre, c’è da crederci, sono i migliori di tutta la città!
"Salve Rosie!", e le porse il sorriso più affascinante che aveva nel suo repertorio.
"Salve monsiuer, il solito?", e quello rispose con un sol cenno della testa. A Rosie era molto simpatico quel tipo: era un famoso biologo parigino che vestiva sempre con i jeans blu e la camicia. Adesso che ci rifletteva solo alcune volte lo aveva visto con un abito decisamente elegante e gli donava. Solitamente capitava di vederlo così quando aveva un appuntamento in studio.
"Giornata importante oggi?", contemplando la bellezza di quella cravatta grigia che perfettamente si intonava con il resto del vestiario: un completo in grigio molto scuro che scendeva lungo il suo corpo, quasi come se fosse stato disegnato su misura, con la camicia bianca che faceva da passe-partout per la cravatta semplice e bella.
A ricordare che quelli erano vestiti non usuali per monsiuer Roebert A . Assit, questo era il suo nome, quei capelli sempre scombinati…e più lo erano e più paradossalmente sembravano essere curati.
"Scusa?…Oh sì ho dei clienti importanti. Non vesto mai così se non vado a teatro!", ricevette in cambio la possibilità di ammirare quel kit di 32 denti perfetti che Rosie chissà dove aveva potuto trovare.
Consumò il solito e salutando, proseguì la camminata verso lo studio.
Ora era in piazza e svoltando a sinistra, nella via contigua, si ritrovava nei Campi Elisi.
Anch’egli poté ammirare la bellezza di questa punta di place Etoile: probabilmente per Robert era più difficile rimanere incantato come un turista perché, si sa, che la zona del cervello addetta al meravigliamento, si abitua presto, quasi magicamente, alle cose che ci stanno intorno. Tuttavia, fortunatamente, Robert ci riusciva ancora, magari non era proprio stupefatto, ma la zona addetta al meravigliamento non era del tutto assuefatta.
Così in genere, la sua giornata iniziava piacevolmente.
Quella mattina lo studio era lindo e splendente poiché la sera prima Marie era andata a pulirlo. Perfino la scritta sulla vecchia porta di ingresso
Dott. Robert A. Assit
era lucidata.
Avrebbe fatto proprio una bella impressione con quelli della F.I.P.I.M. che era un industria internazionale di cosmetici e di medicinali, ed era sempre in prima fila per nuove ricerche. Certo non per gli stessi scopi di Robert, che era come si dice, un idealista, un vero ricercatore, ma per motivi ben più verdi! Dove c’era possibilità di guadagnare qualche milioncino di dollari quelli della F.I.P.I.M. erano sempre lì, e ci sapevano fare. Difficilmente perdevano un affare, e se giudicavano un tipo di ricerca fallimentare, raramente si verificava il contrario.
Cercò la chiave nella tasca e la introdusse dolcemente. Udì il sordo rumore della serratura che si apre ed entrando respirò l’odore di pulito che tanto amava. Si specchiò nel pavimento: ebbe l’impressione che i suoi capelli fossero spettinati: "Bene sono a posto!".
Aveva dovuto sgobbare molto, prima di poter aprire uno studio così e in quella zona di Parigi. Adesso gli affari andavano bene. Ricordava le sue aspirazione dopo la laurea: inizialmente trovò lavoro come topo da laboratorio, si trattava solo di centrifugare qualche sostanza, avviare qualche macchina automatica, leggere qualche cromatogramma… insomma cose noiose senza nessuna autonomia, senza necessità di usare creatività. Furono tempi un po’ difficili, ma dopo, con un po’ di fortuna e coraggio, si ritrovava lì in giacca e cravatta, in uno studio prestigioso ad attendere il rappresentante per la ricerca della F.I.P.I.M.
Quando era studente l’aveva già incontrata perché aveva partecipato ad un bando di concorso per entrare come ricercatore nell’azienda, però fu scartato.
Ora lo attendeva un altro esame, e questa volta il premio era ben più importante: se avessero accolto il suo progetto sarebbe entrato di diritto nel giro dei ricerc… degli scienziati che contano!
Attraversò il salone-ingresso e si apriva davanti a sé la possibilità di effettuare tre scelte: c’erano tre porte con le seguenti scritte:
SALLE DE BAINS BUREAU DEBARRAS
Selezionò l’opzione centrale ed entrò nell’ufficio.
Era accogliente con quella spaziosa scrivania in legno scuro, abbinata all’arredamento della stanza. C’era, inoltre, una finestra che amava da sempre: aveva la strana forma di una mezza luna con la parte lineare parallela al pavimento; da lì si estendeva lo splendido panorama parigino. Spesso gli era capitato di distrarsi nell’osservare una donna, un cane, un auto e seguirla con lo sguardo da una parte all’altra finché, il finestrone non gli precludeva tale vista.
Di fronte alla scrivania due sedie molto comode, alle cui spalle, sulla parete, un quadro di arte astratta scrutava le spalle dei suoi clienti. Era un quadro che gli aveva sempre dato emozioni contrastanti: angoscia e paura, ma suscitava in lui notevole curiosità. Non era mai riuscito a comprendere il significato di quell’opera (se ne aveva uno) e il titolo (posto in basso al quadro stesso), Galina étude II, di certo non lo aiutava nella comprensione di quelle linee e di quei triangoli che si incrociavano nelle luci e nelle ombre di quella stampa.
Dall’altra parte della scrivania una sedia-poltrona e una grande libreria, in cui teneva pochi libri e molte riviste. Il posto per i libri era un altro, si era sempre detto.
Si tolse la giacca, prese una rivista dalla libreria e, attese l’ospite, sedendosi su una delle due sedie, con una mano tenendo la rivista, con l’altra giocando nervosamente con una matita.
"Il progetto è interessante m. Assit, ma lei capisce vero, che per finanziarlo la F.I.P.I.M, che io rappresento, deve avere un qualche tipo di garanzia". Aveva ben sottolineato le parole che io rappresento ed inoltre aveva un tono strano, il lettore forse lo conoscerà. E’ quel tipo di voce che esprime un concetto, ma vuole intenderne un altro. E quella voce sembrava proprio voler dire: Assit il tuo progetto lo puoi anche usare per pulirti…
"Capisco sig. Du Ferme… forse occorrerebbe un ulteriore incontro, magari con una dimostrazione pratica, però anche per quello mi occorrerebbe un mini finanziamento. Le mie sono teorie che credo possano funzionare. Lei immagini: ora i computer lavorano molto velocemente e hanno processori molto piccoli; ma io posso rendere infinitesime queste dimensioni (credo di poter arrivare al livello molecolare; molecole molto grandi, ma sempre molecole) e la velocità…", a questo punto fece una smorfia di autocompiacimento, "…possiamo migliorare la velocità di un computer di alcuni milioni o addirittura miliardi di volte.", poi attese che le parole fossero assorbite dai neuroni di Du Ferme: "Non sono abbastanza convincente? Capisco che sarebbe un campo totalmente inesplorato sia per la sua azienda sia per l’intero mondo scientifico, ma la creazione di un processore per computer a carattere molecolare", fu interrotto dall’altro che replicò: "M. Assit lei ha molta fantasia… quali prove può addurci alla sua teoria oltre a calcoli, ipotesi, e gedanken experiment?".
"Lei, se permette, sottovaluta l’importanza degli esperimenti virtuali, non fu con uno di questi, forse, che Galileo dimostrò che due corpi qualsiasi, di differente massa, cadono da una stessa altezza, esattamente nello stesso momento?"
"M. Assit mi risparmi la storia della scienza e mi risponda!".
"No, oltre alle mie teorie, alle mie ipotesi e a miei gedanken experiment, non ho niente", ormai aveva compreso la conclusione di quell’incontro ed era deluso persino nella sua postura. Le spalle erano cadute vicino alle scarpe e le braccia erano lì da qualche parte sotto la scrivania.
"Lei capisce M. Assit…", bla bla bla…
Così quel giorno che sarebbe dovuto essere il lancio di Robert nel giro degli scienziati che contano fu un vero e proprio fiasco…anche se il momento probabilmente sarebbe venuto.
Ripercorse a ritroso la strada che aveva fatto al mattino, con un’andatura molto più veloce, soffermandosi senza attenzione alle vetrine dei negozi: così i suoi occhi sfiorarono gli ultimi modelli di alta moda di Valentino (in quella Boutique che era talmente costosa che solo l’ingresso costava chissà quante centinaia di franchi!), poi si fermarono su quelle graziose tendine di quella tavola calda… ma furono attratti da una di quelle esposizioni dove ci sono mille elettrodomestici: un ferro da stiro di antiquariato degli anni ottanta; una di quelle nuove diavolerie per riprodurre i suoni; un televisore con schermo piatto, con altoparlanti stereo ed effetto surround, un articolo di lusso…
"Questa sera alle 20:45 uno speciale sulle nuove tecniche di manipolazione genetica.
Dopo la pecora scozzese Dolly, i telespettatori la ricorderanno… il vitello Jefferson… e c’è già chi parla di clonazione umana. Il presidente degli Stati Uniti, in un primo momento favorevole, rendendosi conto della delicatezza del problema, è ritornato sui suoi passi…ma il professor Sid ha già chiesto un’autorizzazione alle autorità del Messico o forse il primo clone umano nascerà al sole dei tropici nel 1999…appuntamento a ques…", qualcuno aveva cambiato canale, e tutti i televisori ora ripetevano in coro una canzone interpretata da Yves Montand con 15 figure di lui riprodotte in varie dimensioni.
Riprese il cammino più infuriato di prima, e la sua andatura adesso era ancora più veloce… camminava, però era molto veloce.
Lousie notò un’aria strana in lui.
In realtà si aspettava, a pranzo, due possibilità:
Il destino optò per la seconda, così Robert mostrò il suo silenzio, che era più chiaro di mille parole.
Lousie capì immediatamente che l’incontro non era andato a buon termine, se ne dispiacque perché sapeva quanto Robert credeva in quella ricerca, ma sapeva anche che sarebbe stato notevolmente difficile trovare qualcuno che fosse disposto a buttare via dei soldi. Così, rinunciò ad ogni tentativo di consolarlo e con un lieve bacio sulle labbra, lo condusse in cucina, dove era già pronto da mangiare.
L’aria era pesante e non vedeva l’ora che passasse.
Fu poi lo stesso Robert a raccontare come erano andati i fatti, soffermandosi a descrivere quell’aria da stronzo (così le aveva detto), che aveva spiaccicato quel tizio, Du Ferme. Per fortuna non disperava, ma quell’ennesima sconfitta nel giro degli scienziati che contano, gli dava ancora più voglia di tentare e tentare e…
…tentare e tentare…e tentare e tentare e tentare e tentare.
Il pomeriggio doveva andare ai laboratori che erano fuori città. Quel pomeriggio toccava a lui sorvegliare il personale.
I laboratori li gestiva insieme al suo amico e ancor più, collega, Charles Montaigne. Si erano entrambi laureati alla stessa università, quella di Parigi, e avevano deciso di aprire un laboratorio insieme. Charles era di famiglia molto ricca, per cui fu lui ad anticipare i soldi necessari ("…e vi assicuro che sono tanti!", avrebbe detto Robert), per avviare l’attività. Inizialmente facevano di tutto. Lentamente, avendo acquisito una certa esperienza e una certa sicurezza economica, decisero di indirizzare l’ambito della loro attività esclusivamente alle analisi di sostanze organiche. Così incominciarono ad acquisire personale e macchinari notevolmente costosi, nonché ad ampliare i loro laboratori, fino a trasferirsi fuori città. I laboratori Assit & Montaigne erano molto famosi a Parigi e nell’ambito delle ricerche internazionali…purtroppo la loro attività era ancora un mero mezzo per altre menti che avevano i finanziamenti per condurre le più disparate ( e generalmente le più assurde ricerche).
Robert si vedeva passare davanti agli occhi i progetti, i dati e i risultati di tantissime ricerche senza aver mai voce in capitolo, se non per commenti, per qualche critica o consiglio, eccetera.
Tutto questo era perfetto per Charles che si accontentava dei traguardi prestigiosi raggiunti con i laboratori Assit & Montaigne. In qualunque modo la pensasse Robert, loro erano divenuti importanti: spesso venivano interpellati per programmi televisivi, industrie famose avevano richiesto i loro servizi e quindi tutto girava per il meglio…anche dal lato economico. Pochi avrebbero potuto permettersi il personale qualificato che lavorava presso di loro.
I giovani venivano scelti direttamente da Charles e Robert, tipo i talent-scout che vanno a scegliere i giovani calciatori che poi faranno parte della rosa del Bordeaux o dell’Olimpique Marsiglia… e raramente sbagliavano!
Il segreto era proprio lì: personale efficiente non molto numeroso, e continuo rinvestimento dei guadagni in nuove attrezzature.
"Salve ragazzi tutto Ok…la pausa pranzo è andata bene?", le parole riecheggiarono per il corridoio abbastanza lungo su cui si aprivano numerose porte. Erano le diverse stanze che contenevano ognuna strumenti necessari a determinate operazioni: quella con i microscopi (preferita da Robert che la chiamava "la sala delle meraviglie"), la stanza con gli strumenti di misura, e altri aggeggi vari che potrebbero essere scambiati per televisori o frigoriferi dalla maggior parte di noi!
"Ciao Robert", Charles gli presentò un bel sorriso, aveva già tolto il camice, che era puntualmente quello più sporco, e dopo aver detto qualcosa che finiva con amma su uno di quei televisori, si apprestava a risalire le scale che lo portarono al di fuori dei laboratori.
Passando di lì il lettore vedrebbe una villetta carina, a due piani, con un’insegna discreta:
Laboratorio Assit & Montaigne
Analisi biochimiche
Una villetta verde scuro, con bei finestroni, sul secondo piano, e un grande giardino dinanzi. Il cancello che completava il recinto in cemento, era poco accogliente perché un po' vecchio e arrugginito, però in definitiva l’aspetto era familiare. I due piani superiori contenevano uffici per discutere in situ con i clienti, e un appartamento per ospitare il personale, in quei casi molto rari in cui qualcuno rimaneva lì per molto tempo a seguire qualche importante esperimento.
Entrando attraverso l’ingresso principale, si presenta al visitatore la possibilità di scegliere tra due strade: la prima a destra apre sui piani alti, l’altra, su cui c’è un cartello "ai laboratori", dirige ai piani inferiori e al corridoio in cui si trovava ora Robert.
Quel giorno c’era poco personale…Robert non aveva intenzione di lavorare, così dopo aver dato un’occhiata a quello che stavano facendo i suoi dipendenti, si sdraiò sul vecchio divano nel corridoio a fianco al distributore di bibite.
C’era anche una macchina del caffè, che lui odiava…ma ne aveva proprio voglia, e allora, con una smorfia, si convinse a bere quella tremenda ciofeca.
Mandò giù tutto d’un fiato quel caf…quella ciofeca troppo dolce e allo stesso tempo molto amara.
Robert pensò a quello strano fenomeno per cui, nonostante il caffè sia pieno di zucchero e quindi molto dolce, continui a conservare un gusto amaro… e uno si chiede "ma come cazzo è possibile, forse non ho girato bene!"…ma a lui piaceva pensare che il gusto amaro era qualcosa di alchemicamente legato al caffè, quasi una caratteristica strutturale, come il punto di ebollizione di una sostanza o il naturale fascino di una donna… o forse come le gioie e i dispiaceri legati indissolubilmente, o meglio ancora, alchemicamente al gusto della vita.
Come se la miscela di quel caffè avesse contenuto le illusioni e le delusioni di quella mattinata, lo buttò giù tutto d’un sorso e gli parve di sentirsi veramente meglio…
Eh già, questo era/è il gusto della vita!
Capitolo 2
"…rpo di cristo….il corpo di cristo…", era il 31 maggio.
Domenica 31 maggio.
Era trascorso qualche giorno dalla morte del nonno, ma in paese ancora non si parlava d’altro. Perfino chi riceveva la comunione sembrava pensare a quel vecchietto.
Si chiedeva come mai dopo tanti anni di sacerdozio ancora non si era stancato di ripetere le stesse cose, di donare sempre il…
"…corpo di cristo…corpo di cristo"
…di veder sempre le stesse facce. Certo è vero, qualcuna sembrava essere rapita da un attimo di misticità, presa dall’infinità di quell’istante, ma altre, francamente non erano (o non sembravano esser) in grado di ricevere proprio un bel niente. E per un sacerdote a volte è difficile avere nuovi stimoli… per un sacerdote qualunque, si intende. Chissà quanti tra loro sono veramente rapiti dalla fede, quanti invece hanno fede in un paio di gambe lunghe e belle!
Don Gregorio, questo è sicuro, credeva, ma per davvero… o almeno, credeva di credere. E sinceramente secondo me, non c’è molta differenza.
"il copro di cristo…", e proprio in quell’istante avvicinò il sacro pane alle labbra di un vecchio, e fu un solo momento…la sua faccia si tramutò in quella dell’altro vecchio: il nonno!
Solo la sensazione di un momento: gli bastò richiudere le palpebre per cancellare quell’immagine sbagliata, correggendola in quella del macellaio che ha bottega in piazza della Croce, che da parte sua non si accorse di nulla.
Il resto della messa scivolò via senza intoppi particolari: tutti avevano avuto il volto che dovevano avere: la vedova del paese che andava in giro vestita di nero che, a sentir parlare alcuni giovani, era vestita di nero anche sotto!…aveva la faccia che doveva avere pure quel tizio, muratore, che qualche tempo fa spaccò la testa con un macigno ad un amico, per chissà quale motivo.
Tutti avevano avuto il volto che dovevano avere.
Tornò a casa, percorrendo circa cinquanta metri. Infatti l’abitazione era adiacente alla chiesa: una chiesa bella e antica che da poco era stata restaurata. Avevano apposto un affresco dietro l’altare a dir poco splendido. Su uno sfondo blu erano disegnate due immense mani che sembravano brillare di gioia e serenità, due mani che aprivano un libro grande e presumibilmente antico, da cui sprizzava una luce bianca e nitida: come la luce della Verità.
Secondo alcuni paesani i 100 milioni spesi per quest’opera erano più che sprecati: purtroppo l’arte è come una lingua antica, pochi sanno decifrarla, e tra essi ancor meno sono capaci di farla comprendere a noi stolti ignoranti.
Non aveva da fare niente quel pomeriggio, così lo trascorse tra una lettura e una preghiera, un preghiera e una lettura.
"il copro di cristo…il corpo di cristo…", il viso del macellaio, divenne quello del nonno. Prima gli offrì un meraviglioso sorriso, sembrava addirittura giovane…
poi si trasformò, il sorriso intendo, in un ghigno di dolore, e la risata scoppiò in colpi di tosse, fortissimi.
Nella sua mente riecheggiavano solo fortissimi colpi di tosse.
Tra un colpo di tosse e l’altro (intervallati da circa 5-6 secondi), le parole del vecchio… esattamente le stesse parole che una settimana fa avevano colpito i suoi apparati uditivi:
Stai attento. Sono preoccupato per te!
Ed ad ogni colpo di tosse
Stai attento. Sono preoccupato per te!
Preciso come un…l’or…
…rologio svizzero che aveva sul tavolo: si svegliò. I rintocchi erano dell’orologio svizzero che aveva sul tavolo e si erano trasformati in quei colpi di tosse fortissimi e assordanti. Fu colto da un momento di stupore, ma poi ebbe il tempo di accorgersi di essere sudato e di avere il batticuore…doveva essere stato proprio un brutto sogno.
Come la maggior parte dei sogni che ci svegliano nella notte, anche questo scivolò via tra un neurone e l’altro, in quel posto nel cervello che nessuno scienziato ha ancora mai individuato, ma io so che esiste. E’ quel meraviglioso punto del cervello che funziona da ripostiglio, o meglio ancora da cantina…suona bene: la cantina dei ricordi perduti.
Sì è proprio così, come quelle antiche mansarde…che da bambino ti dicono: "Non puoi entrare…perché no!".
Come ogni bambino ha la sua mansarda, ogni uomo nel cervello ha la cantina dei ricordi perduti. Accade però, che qualche volta, le casse con questi ricordi sono troppo abbondanti: non c’è posto e allora devono essere sfollati. Uno ad uno e la mente rivive quei sogni, quei ricordi che aveva dimenticato di aver già vissuto: qualcuno crede di aver avuto una premonizione di quello che sarà, oppure che sia un contatto con una vita già vissuta o ancora da vivere, o semplicemente c’è chi li chiama dejà vu.
Infatti il prete si riaddormentò, e il suo cervello abilmente collocò quel ricordo nella cantina, per poi tirarlo fuori nel momento meno opportuno.
"Don Gregorio…Don Gregorio", tentò di svegliarlo, ma i primi tentativi risultarono vani. Poi quando suor Benedetta accompagnò le parole con leggeri scossoni, allora il prete si svegliò. "Oh, Suor Benedetta, non mi sono svegliato in tempo!".
Effettivamente le sembrò strano: erano ormai anni che lei andava da Don Gregorio e lo aiutava nelle faccende domestiche, e lui era sempre sveglio ad accoglierlo. Era capitato solo un’altra volta che alle 9,30, il prete non fosse ancora alzato.
Successe esattamente nell’aprile del precedente anno quando qualcuno, qualche mascalzone, derubò la chiesa Madre e Don Gregorio rimase tutta la notte davanti all’altare a pregare, a piangere e a disperarsi. Infatti Suor Benedetta si preoccupò molto dell’accaduto e volle assicurarsi con 100 domande, che non fosse accaduto nulla.
"Eh, la vecchiaia, ormai ho superato i miei cinquant’anni, e anch’io, che mi piaccia o no, perdo colpi.",
"Eh Don Grego’ i vostri cinquant’anni li avete passati da un pezzo!", ed entrambi risero di gusto.
Nonostante fosse un prete molto collaudato, non aveva perso la voglia di ridere, anzi riteneva l’allegria uno dei più bei doni del signore.
Fin da quando aveva frequentato il seminario nella sua Roma, era famoso tra i compagni-futuri-sacerdoti per la forte risata contagiosa, e questo lo aveva aiutato non poco nella vita per superare le diverse difficoltà, non ultima quella di ambientarsi in un piccolo paese del sud Italia. Tra l’altro soffriva della assenza della sorella che andava a visitare non appena poteva.
"Devo muovermi, altrimenti perderò il treno.", al tono preoccupato rispose quello rassicurante di Suor Benedetta:, "Sta’ tranquillo… in casa sbrigherò tutto io".
In quel momento la guardò come un uomo guarda una donna: si accorse che suor Benedetta era bellissima: Aveva la bellezza quasi sfiorita di una trentenne che non teme di nascondere nessuna ruga, ed era proprio quella ruga che le solcava il viso, proprio ai fianchi di ognuno dei due occhi, che la rendere così divinamente bella. Ormai Don Gregorio aveva saputo convivere con quegli slanci libidinosi, in fondo era pur sempre un uomo.
Riprese il controllo della sua mascolinità e riuscì a vestirsi e a correre abbastanza velocemente per le strade del paese per arrivare alla stazione, dove al quarto binario partiva il treno per Roma.
Capitolo 3
"…del primo gruppo della tavola periodica. Si tratta di elementi metallici reattivi e date le loro energia di ionizzazione, essi esistono essenzialmente come ioni M+".
…"Hai visto oggi, ha il la camicia più gialla del solito!", scappò un sorriso silenzioso a tutti e quattro i ragazzi seduti in fondo".
Il professore continuava: "…ecco, adesso una dimostrazione… si tagliano facilmente con le forbici e subito vengono ossidati…".
…"Sì ma è stato troppo bello quando ieri è inciampato nella borsa di Mavi…", e l’altro rispondendo a bassa voce "no, ma io ieri non c’ero, mi sono perso una grande scena…ma è caduto opp…".
"Basta là dietro. Se non vi interessa la lezione i signori sono pregati di uscire dall’aula. Grazie. Non siamo mica ragazzini che devo sgridarvi…e su, ragazzi!".
Il professor Ricciardi abbozzò un sospiro, e come un robot, riprese da dove aveva finito: "Così sono pericolosi ed esplosivi. C’è un episodio molto curioso nel libro che vi ho già consigliato, in cui l’autore racconta che alla sua prima esperienza di lavoro, scambiò accidentalmente il potassio con il sodio e le sue apparecchiature scoppiarono in aria…", il brevissimo racconto fu accolto dagli allievi con notevole meraviglia, visto che il professore raramente pronunciava parole che non fossero incastonate in preciso discorso che chissà da quanti anni ripeteva allo stesso modo.
"in ogni caso, quanto trattato oggi sarà argomento del prossimo corso. E’ comunque utile che voi abbiate un’infarinatura generale sull’argomento". Tutti i ragazzi capirono invece: allora questo si fa nel prossimo corso, ma è meglio che voi lo studiate, tanto io all’esame posso anche chiedervelo…cazzi vostri!
Erano ormai le undici, e la lezione doveva finire. Quindi il professor Ricciardi si fermò dove era arrivato e comunicò alla classe che la lezione era finita.
"Mi scusi professore…", una voce tremante, aveva atteso che tutti i ragazzi fossero usciti per manifestarsi: "Mi scusi professore, quando si terrà il seminario a cui lei dovrà partecipare?".
"Sarà l’8 giugno, lunedì prossimo se non erro, nell’aula Magna dell’università. Comunque farò una comunicazione a tutti gli studenti la prossima volta che ci vedremo. A proposito, quando… domani a che ora devo venire?"
"Alle 9, professore", ancora con la sua tenera voce.
Uscì dall’aula con la camicia troppo gialla e con la testa troppo all’insù, propria di chi sa tutto e non ha nessun dubbio su niente.
Ricciardi era un buon professore, se non fosse stato per l’orgoglio, per l’arroganza, per la pignoleria… sì, un discreto professore, se non fosse stato per il cattivo gusto nel vestire, l’ottusa sicurezza…
Un signorprofessore, come avrebbe detto il funzionario della biblioteca.
Al solito prese un caffè e poi andò a ritirare le fotocopie da distribuire durante il suo intervento al seminario.
La scienza nei miracoli
intervento del prof.Ricciardi
Come molti sanno, ultimamente si sono verificati strani miracoli in varie parti d’Italia: statuette che piangono, immagini che sudano ecc.
In questo seminario cercheremo di dimostrare scientifica
Questo è quello che scorgeva il sig.Emilio, funzionario della biblioteca addetto delle fotocopie.
"Porca puttana si è di nuovo inceppata. ‘Sta cazzo di macchina si blocca ogni tre parole.", così alzando la voce, rompendo il silenzio della biblioteca chiamò: "Ehi tu, vieni qua che si è bloccata ancora.". Questi era una ragazzo che lavorava lì, part-time: ne capiva di questi maledetti aggeggi.
Era una macchina fotocopiatrice particolare, si potevano inserire il file direttamente dal computer e stampare così documenti originali.
"E’ il dischetto del prof. Ricciardi, muoviti che sai com’è quello!", seriamente preoccupato, confidava totalmente nelle mani del giovane, che lo strabiliò ancora una volta: bastò premere un tasto che sul foglio si presentò anche il mente che mancava alla parola scientifica, per essere completa… non che fosse necessario, visto che tutti noi avevamo capito il senso della Scienza nei miracoli, intervento del prof.Ricciardi al seminario "Sulla scienza e sulla fede " dell’università di Roma.
"Grazie, per fortuna è ripartita… guarda come va veloce!".
Eh, già, il sig. Emilio era uno di quelli che non si accorge di un tramonto o di un fiore che sboccia, però sa apprezzare la bellezza di quella macchina che stampa addirittura 100 pagine in poco meno di un minuto. Certo, era in commercio il modello 600-t/color della Canon che era molto più veloce, però per un’università non era necessario. Inoltre il consumo degl’inchiostri era molto superiore in questo modello, anche se la definizione delle immagini era eccezionale: il sig. Emilio era proprio un poeta della carta fotocopiata.
"Professore tutti i fogli che lei mi ha chiesto…", indicando un lato della scrivania.
"A destra, questi…i fogli del suo discorso. E’ bello lungo, se avrò tempo verrò a sentirla. Sa l’ultima volta mia moglie, poverina, ha avuto…".
"Per favore, avrei una certa fretta!"
"Ah, mi scusi, professore. Dicevo, a destra, questi, sono i fogli del suo discorso. Questi altri invece, sono quelli da distribuire al pubblico."
"Grazie. Buona giornata.", freddo come un iceberg del polo, convinto che uno della sua cultura non poteva certo trovare dei discorsi in comune con il sig.Emilio.
Era stato soprannominato così, perché il sig.Emilio chiamava tutti con l’appellativo signore. Infatti i primi tempi, quando ancora non conosceva il carattere non proprio amichevole del professor Ricciardi, gli si rivolgeva più meno così: sig. professore qui, sig. professore là, ecc..
Allora il sig. professore gli fece notare che era poco corretto, o comunque si sentiva preso per il culo. Dopo 6 o 7 volte il sig.Emilio capì.
Poverino, era un po’ toccato…un po’ scemo. E aveva ottenuto quel posto chissà come (in realtà tutti lo sapevano, ma nessuno lo diceva!).
Era scemo, ma con una grande generosità.
Toccato e generoso…suona un po’ ridicolo, ma è così.
Spesso svolgeva anche le mansioni di bidello, e infatti gli fecero sapere che l’8 giugno alle ore 15 doveva trovarsi nell’aula Magna perché era necessaria la sua presenza. Emilio pensò che doveva essere una persona importante se era "necessaria la sua presenza". Anche se in realtà doveva prendere i fogli, dare i fogli, inserire la presa, staccare la presa, tutte cose che gli riuscivano bene, solitamente.
Tornò dalla moglie soddisfatto di questo nuovo incarico. In fondo, se anche un po’ toccato, viveva bene: non aveva problemi economici, aveva una moglie, chi può desiderare di più!
Capitolo 4
Era l’8 giugno. Ore 7.15. Era il momento: il folletto all’interno della sveglia si era destato dal sonno e aveva premuto i tasti che lui sapeva.
La camera da letto del sig.Emilio e della moglie fu pervasa dal suono molto fastidioso che tutte le sveglie producono. A volte assomiglia al verso di un grillo un po’ sballato, oppure di un animale strano… ma il suono peggiore si ottiene quando la sveglia è in modalità radio: non sappiamo bene per quale arcano motivo, ma è così: tu metti la radio su una stazione che ti piace, o comunque su una qualsiasi stazione… e la mattina dopo ti ritrovi attaccato al soffitto come un gatto perché la sveglia si è messa a fare :"csss, ioiiois sss,ssss , iutrkkoioss,cccssss…", come se qualcuno avesse spostato la rotellina sul fianco.
Beep, beep, beep
7.20
Beep, beep, beep
"E’ ora di svegliarti amore…",
Beep, beep, beep
"Ancora un altro po’, amore",
Beep, beep, beep
"ma devi andare a fare il seminario!", con voce sicura dei propri mezzi.
Come se avesse toccato il tasto del risveglio che ognuno porta da qualche parte sul corpo, il sig.Emilio scattò come una molla dal letto. Corse in bagno, tornò in camera da letto, e in poco più di 7 minuti e mezzo, era in cucina dove la moglie gli aveva preparato una bella tazza di latte con il forno a microonde.
Era un modello abbastanza recente. Aveva l’orologio digitale e scaldava i cibi in pochissimo tempo, ti avvertiva se potevi mettere il contenitore che avevi messo…era proprio un bel fornetto. Certo l’ultimo esemplare della Philips era molto più affidabile e aveva anche la possibilità di rosolare i cibi, ma era troppo per la famiglia del sig.Emilio, composta dal sig.Emilio e la sig.moglie.
Purtroppo non avevano figli, il sig.Emilio oltre che essere toccato, aveva pure qualche pezzo mancante da quelle parti lì: gli avevano detto i sig.dottori che lui non poteva avere figli perché era…com’è quella parola?
Ah, forse sertile…
Comunque un po’ toccato (qua e là ), ma una gran brava persona.
E doveva averlo pensato anche il portiere di casa del palazzo che, come ogni mattina, forse questa volta un po’ più presto, vide scendere dal secondo piano, rigorosamente a piedi e con un andatura buffa, il sig.Emilio.
Era alto un po’ più che un metro e sessanta, grassottello abbastanza da sembrare una di quelle boe che ti avvertono della presenza delle reti dei pescatori, con un pantalone beige sotto una maglietta a righe larghe. La cosa curiosa era che l’ultimo rigone era di un colore molto simile alla pelle… così al portiere sembrò, in un primo momento, che il tizio avesse una maglia troppo corta sulla pancia troppo sporgente.
"Buongiorno", propose sorridente Emilio e l’altro "buongiorno", sfociando in una sonora ristata e quello pensò: "E’ allegro il sig. portiere ‘stamattina!". Ignorando che il motivo dell’allegria del sig.portiere era quel barattolino umano.
Giunse all’università in orario. Dopo aver preso un cappuccino con i colleghi, gli spiegarono i suoi compiti. Sapevano che nonostante fosse un po’ scemo, era bravo a fare le operazioni meccaniche: era straordinario in questo.
Se tu gli dicevi vai nel ripostiglio, prendi la scopa, prendi il secchio, chiudi la porta e malauguratamente ti dimenticavi di dirgli accendi la luce…erano guai. Però se stavi attento ad ogni parola, il sig.Emilio diveniva il miglior robot domestico mai inventato; altro che quelli ultramoderni di questa o quella casa americana…
Signori e signori vi presentiamo Emilio robot, il re della vostra casa: voi gli dite cosa fare, e lui lo farà…garanzia a vita. Quella dell’Emilio robot!
Questo sì che avrebbe soddisfatto le case produttrici di elettrodomestici, ma purtroppo ancora non si poteva produrre un essere umano in serie.
Gli dissero per filo e per segno cosa fare. La prima cosa: attendere il pomeriggio, perché la mattina doveva svolgere le solite mansioni da topo di biblioteca… e puntualmente: "Ehi…si è inceppata ancora!".
Capitolo 5
Svolse come al solito la sua lezione e invitò gli studenti al seminario del pomeriggio. Disse alcune parole, ma gli studenti ne compresero altre: "Se volete venire, sono affari vostri…diciamo che chi verrà potrebbe ricevere un migliore trattamento!".
Era un po’ nervoso, perché non era un semplice seminario. Anzi probabilmente il sostantivo migliore da usare in questi casi era conferenza: ci sarebbero state tantissime persone esterne e i relatori erano diversi.
Oltre al prof.Ricciardi, sarebbero intervenuti altri nomi illustri delle università italiane tra cui biologi, teologi, filosofi. Non era la solita conferenza a cui partecipano i tuoi studenti e alcuni altri professori del tuo ateneo. Questa era una buona occasione per farsi conoscere nell’ambito degli scienziati che contano.
Pranzò alla mensa dell’università con alcuni colleghi, che si accorsero della sua aria strana. Era un po’ distante, soprappensiero: questo era naturale.
Così tra una passeggiata per i corridoi dell’università, una capatina ai bagni, una visita al suo studio, attendeva le tre.
Capitolo 6
"Ottimo questo pollo. Lucia tu cucina benissimo.", tra i due era chiaro l’affetto fraterno che li legava. E poi la giornata era gioiosa anche grazie a quei tre bambini che giravano come matti, mai stanchi. Lo avevamo riempito di una serie infinita di domande: "Ma è vero che i preti non possono sposarsi? Ma tu hai figli? Ma tu parli con Gesù?". Non che li vedesse per la prima volta: era andato a Roma dalla sorella già in varie occasioni…però la curiosità dei bambini è sempre inappagabile: probabilmente se gli uomini conservassero questa curiosità e tutta la meraviglia che prova un bambino davanti a qualcosa che non ha mai visto, diventeremmo tutti grandi scienziati.
Ma Don Gregorio rispondeva loro con entusiasmo, senza mai perdere la pazienza per un attimo. Quelle tre pesti lo facevano sentire più giovane.
"Allora oggi pomeriggio andrai?".
"Sì, Lucia. Sono interessato ovviamente all’argomento. E poi ci sono nomi illustri della teologia. Prenderò un taxi.", e voltò la testa a destra dove era seduto l’uomo che aveva sposato la sorella.
"Non pensarci nemmeno. Ti accompagnerò io!", deciso nelle sue parole. Il prete fu contento. Non perché gli evitava di partire subito, perché col taxi ci avrebbe impiegato il doppio del tempo…no.
Piuttosto perché sembrava ricreata l’atmosfera della famiglia che un uomo, comunque desidera, anche se vestito sempre uguale e con uno strano cravattino bianco al collo. Sentiva l’amore in quella casa, e in mente sua pregava Dio perché fosse sempre così.
Ormai la gente era arrivata. L’aula Magna era quasi del tutto esaurita, probabilmente chi doveva arrivare era già arrivato. Il rettore dell’università operò da mediatore e presentò gli ospiti. Era molto emozionato nell’esibire due illustrissimi professori internazionali: lo svedese Crottain e il britannico Crib entrambi famosi biologi, specializzati in ingegneria genetica.
Il sig.Emilio era in una posizione privilegiata: di fianco alla tavolata in cui erano seduti i relatori. Poteva ascoltare il rettore : "…lieto di presentarvi il prof.Ricciardi, uno dei migliori docenti della nostra facoltà, nonché affermato ricercatore nell’ambito delle sostanze organiche naturali. Ha fatto parte di numerose équipe nominate dalla Santa Sede per verificare le caratteristiche di alcune sostanze…", un attimo di pausa po' riprese: "il professor Crottain dell’università di Stoccolma, esperto biologo…".
Purtroppo il nostro inviato speciale si distrasse… osservava quanta gente era venuta fin là per ascoltare quei signorprofessori.
In prima fila i professori dell’ateneo erano attenti ad ogni parola, a volte per effettivo interesse scientifico, altre invece, solo per avere alcuni spunti per criticare questo o quell’altro collega, altri ancora per farsi notare e avere degli argomenti per avanzare nelle gerarchia universitaria. In seconda fila generalmente, l’aveva notato anche in altre occasioni, gli studenti: non avevano l’incoscienza di sedersi alla prima, ma avevano abbastanza coraggio da occupare la seconda, magari nascosti dietro le spalle di qualcuno seduti davanti a loro.
Le altre file mostravano volti di tante persone, per lo più sconosciuti: vecchi, meno vecchi…oh! C’erano anche i giornalisti: ma quello non era il reporter di quella emittente televisiva…C’era anche un prete! Che ci faceva un prete a quel seminario? Era un prete con i capelli bianchi, molto robusto, con il viso segnato dagli anni e gli occhi furbi. Doveva avere una buona cinquantina, se non anche più vecchio.
"…Grazie. Andiamo con la prima immagine.".
Ci fu silenzio nell’aula se non per il rumore di fondo del microfono. Tutti attendevano qualcosa o qualcuno…ma chi era costui?
"Quando sentirai che il relatore dice ‘andiamo avanti con le immagini, o dirà qualcosa a che fare con le immagini", dovrai accendere il proiettore…
Ora ricordava: "Aspettano me!", pensò. Era quasi contento. Per fortuna non incrociò lo sguardo del professore che avrebbe potuto stenderlo in una frazione di secondo.
La prima immagine era la stessa che il sig.Emilio aveva fotocopiato in biblioteca qualche giorno fa… era proprio soddisfatto di sé.
Si parlò di miracoli, di sangue che non era sangue di lacrime che erano chissà cosa… ma quello che contava per il sig.Emilio era la sua efficienza. Non si preoccupò di ascoltare, però capiva subito quando toccava a lui.
"Il primo intervento è stato interessante, un po’ di parte, poco obiettivo, ma interessante", pensò nella pausa necessaria al bidello per sistemare il proiettore per l’altro relatore. " La mia fede non ha bisogno di credere nel miracolo di Bolsena o a quello di S.Lorenzo! Poco importa se fosse vero sangue o chissà quale sostanza chimica!".
Si avvicinò il biologo di nome Crottain, al microfono che ebbe qualcosa da dire sulle notizie esposte dal tizio che l’aveva preceduto, ma l’ambito del suo intervento era ben diverso. Parlò delle tecniche di manipolazione genetica…in particolare di clonazione.
"Nel 1997, alcuni studiosi scozzesi, come voi saprete, clonarono una pecora. Dalla pecora madre, nacque Dolly, con un uguale DNA. Stupefacente…ci vollero ben 277 tentativi per riuscirci. L’anno scorso ci si rese conto di alcune anomalie nel DNA della pecora. Era già vecchio! Come se fosse appartenuta ad una pecora più vecchia…con tutte le conseguenze che ne potevano derivare.", parlava con un italiano stentato; si fermava spesso e il suo discorso era tutt’altro che discorsivo, ma si faceva comprendere.
"…Poi si tentò con il vitello Jefferson…il meccanismo era sempre lo stesso e il problema era ed è sempre lo stesso!"
Lo strano professore con i capelli rossi e un abbigliamento stravagante si fermò quando vide una mano alzata in fondo alla sala: era una studente, forse. Se ne meravigliò perché credeva che nessuno studente a nessuna conferenza avrebbe mai avuto il coraggio di fare una domanda. Del resto immaginava già quale domanda gli avrebbero fatto, accadeva sempre, in tutti i luoghi, a quel punto del suo intervento.
"Mi scusi", una voce molto timida si alzò nella platea. Dovette quasi gridare per farsi sentire la giovane studentessa, che aveva intrattenuto il professor Ricciardi oltre il tempo della lezione qualche giorno fa. "Mi scusi…si sente parlare in televisione, nei giornali…sì, insomma…di clonazione umana. Cosa ne pensa?".
Il tipo strambo con i capelli rossi abbozzò una risata, poi si trattenne e disse: "Assolutamente impossibile. Ci sono una serie di problematiche da affrontare prima di poter incominciare soltanto a pensare alla clonazione. C’è qualche studioso, o presunto tale, che afferma di poter operare questo tipo di esperimento, ma io ritengo che sia ancora prematuro parlare di questo." .
"Se andiamo avanti con l’immagine…"
"Quando sentirai che il relatore dice ‘andiamo avanti con le immagini, o dirà qualcosa a che fare con le immagini", dovrai accendere il proiettore…
Il sig.Emilio tra un intoppo e un altro assolse egregiamente il suo compito. Mentre era indaffarato con il proiettore, i microfoni, le luci, ecc. quelli parlavano di clonazione, di miracoli, di DMA, di tutte cose che lui non capiva. Cioè il miracolo sapeva cos’era.
"Come quello di quella statuetta. Io la statuetta che piange l’ho vista in televisione", pensò l’ingenuo bidello.
La conferenza scivolò tra una statuetta e una muffa, tra un dibattito sulla manipolazione genetica e le limitazioni etiche, tra un intervento di un teologo e di un biologo e così via.
Verso le 18 di quell’8 giugno l’aula stava sfollando, e Don Gregorio era abbastanza soddisfatto di quello che aveva sentito.
Non aveva mai creduto ai miracoli o comunque era molto scettico. La stessa Chiesa aveva delle difficoltà nel riconoscerli. Dopo tantissimi verifiche e ancor di più anni, un fenomeno strano veniva giudicato ufficialmente come miracolo. E in tutta la storia, ovviamente non considerando quelli riportate nelle Sacre Scritture, i miracoli reali erano veramente pochi!
L’attenzione dei pochi presenti al dopo-conferenza fu attratta da una discussione ad alti livelli di sapienza.
"Lei veramente è convinto dell’esistenza dei miracoli?", disse Crottain in una lingua che doveva essere inglese.
E l’altro: "Certo che lo sono. Farò parte di una commissione che analizzerà la Sacra Sindone. Credo che potrei scoprire qualcosa sui numerosi misteri che la circondano. Io credo, ho fede.".
"Sig. Crib ho incontrato pochi scienziati che credono così fortemente in un’entità superiore."
"Lei non ha capito, io credo in Dio, nello spirito santo, in Gesù…io sono cattolico!" rispose con veemenza Crib; la sua voce sembrò troppo tesa e nervosa per una risposta ad una evidente provocazione.
"Mi scusi", riparò l’altro, "non volevo toccare la sua suscettibilità.", e gli mostrò un sorriso sornione. La discussione tra i piani alti della scienza fu diplomaticamente interrotta dal rettore che aveva assistito allo scambio di battute: "Buona sera, spero che il servizio sia di vostro gradimento!".
Tenersi buoni due personalità così importanti voleva dire prestigio all’università di Roma.
Prestigio all’università di Roma = riconoscimenti al rettore.
Rettore = io.
"Non abbiamo potuto fare di più, è sempre un luogo di studio!", e diede una pacca sulla spalla ad ognuno degli ospiti.
Raramente accadeva, ma avevano imbandito un buffet tipo ricevimento in onore di quelle due personalità e vi poterono partecipare solo pochi tra i professori: erano al solito quelli più importanti, non certo i più meritevoli.
Capitolo 7
Era il suo giorno di riposo. In quelle settimane si era buttato nel lavoro. Voleva digerire la delusione della F.I.P.I.M.. Forse c’era riuscito. Era convinto che prima o poi qualcuno gli avrebbe dato l’opportunità di realizzare il suo sogno. E per fare questo, gli servivano una barca di soldi: aveva capito di dover realizzare almeno piccoli esperimenti che potessero confermare le teorie in cui credeva, ma questo era molto dispendioso.
Aveva dormito bene quella notte, per fortuna non era stata calda. Era un luglio abbastanza fresco e nuvoloso: non certo una rarità per i parigini.
"Grazie Lousie.", gli aveva portato la colazione a letto. Non aveva fame…"Quanto sei bella!".
Lo sguardo faceva su e giù lungo il corpo di lei: da quelle gambe lunghe quanto la Parigi-Lione, fino a quel bacino così sottile e pure tanto formoso. Un giro attorno ai lembi grigio perla della sua lingerie, per poi riprendere il viaggio verso nord: la pelle soffice del ventre e quei seni meravigliosi. Da lì con un breve salto, la guardò fissa negli occhi.
Non aveva fame, era troppo eccitato per averne.
Ordinò alla sua mano destra di cingerla. La guardava ancora fissamente.
La strinse a sé in modo che le loro pelli combaciassero esattamente: ogni rientranza di un corpo era colmata dalla sporgenza di un altro, come un puzzle perfetto.
La guardava ancora fissamente.
Con l’altra mano l’accarezzò dal basso, attraversando l’autostrada Parigi-Lione, superando il bacino, saltando ventre e seni, giunse alle sue labbra: dove la mano passava, lì la pelle si muoveva, quasi pulsava, scoppiando in brividi di piacere.
La guardava fissamente.
La mano sinistra le accarezzava le labbra.
Ora anche lei era eccitata.
Chiuse gli occhi, Lousie prese ad accarezzare il corpo di lui…adesso lo sapeva con sicurezza che il suo amante era eccitato.
Cominciò ad accarezzarlo mentre lui accarezzava lei.
Ansimavano…ansimavano entrambi. E le loro pelli erano delicatamente solcate da rigoli di sudore che nascevano spontaneamente qui e là. Ogni singola goccia di uno, sembrava fare l’amore con quella dell’altra.
Ansimavano forte adesso…ansimavano entrambi.
Adesso anche Robert chiuse gli occhi e con uno scatto delicato e prepotente allo stesso tempo, l’adagiò sul letto, e gli fu sufficiente un piccolo gesto per entrare dentro di lei.
Adesso lo sapeva con sicurezza che la sua amante era eccitata.
Il loro movimento era perfetto…era armonico. Ad ogni manovra di un corpo corrispondeva una uguale e contraria dell’altro corpo: quasi come se quei i movimenti fossero dettati da una sola mente…una sola mente che guidava due corpi. Forse si creava, non sempre, uno speciale collegamento attraverso la pelle, o forse attraverso le lingue o attraverso…
Dei collegamenti quasi elettrici per cui in ogni momento un cervello conosceva i pensieri dell’altro cervello e poteva condurre il proprio corpo in sincronia con il corpo dell’altro.
Ansimavano, ed entrambi, nel silenzio dell’oscurità dei loro occhi chiusi, provarono un piacere così forte che raramente, o forse mai più, ebbero la fortuna di provare.
Probabilmente era la magia del vento di luglio che entrava attraverso la finestra aperta in via Hugo di casa Assit, o semplicemente la forza della loro passione.
I loro corpi esausti erano sdraiati nelle lenzuola ormai sature di sudore, in silenzio, ma non nel silenzio di chi non sa cosa dire, no!…ma nella pace di chi sa di non aver bisogno di parole.
L’orologio sul comodino di fianco al letto segnava le 11. In alto a destra nel display compariva, in piccolo, anche la data.
11.00 10 luglio ven
Il telefono ruppe la divina monotonia del silenzio.
"Pronto", rispose dolcemente Lousie, "te lo passo subito! Ciao". E poi rivolgendosi a Robert "E per te Ro".
"Charles dimmi…". Robert restò letteralmente a bocca aperta. E il suo viso attraversò ad uno ad uno i colori conosciuti. Si ricordò poi di dover respirare, anche se in quel momento non sembrava necessario.
Poche parole, poi chiuse la cornetta, si alzò in piedi sul letto portando con sé Lousie e incominciarono a saltare come pazzi. Lui la baciava dappertutto e diceva: "Finalmente, finalmente."
Lousie era contenta, ma non capiva.
"Robert mi vuoi dire che cosa sta succedendo", con il fiatone che le fermava le parole nella gola.
"Ci hanno chiamato, ci hanno chiamato!".
Ormai era troppo felice, non riusciva ad articolare un discorso. "Chi ha chiamato…ma chi?" disse lei, quasi indispettita e sicuramente alzando la voce.
"Hanno chiesto al nostro laboratorio di far parte di una commissione di esperti per l’analisi di un sangue".
Piuttosto stranita e frastornata, le offrì il viso che aveva assunto la forma di un grosso punto interrogativo.
"Sì, nel sud Italia è successa una cosa strana…è successa una cosa strana… qualcuno ha trovato delle tracce di sangue su una figura di Cristo. E noi siamo stati chiamati dal Vaticano…"
"Robert sei sicuro che è una notizia importante. Tieni i piedi per terra, sarà sicuramente una stronzata di quelle che accadono sempre. Fra qualche tempo leggeremo: il miracolo di bla bla, era solo colore!…oppure: sangue umano a bla, bla…nessun miracolo."
"Non capisci? Non mi frega un cazzo se un disperato si è tagliato un dito per mettere del sangue su una cazzo di fotografia. La cosa importante che i nostri laboratori acquistino fama…ricorda: per il mio progetto io ho bisogno di più soldi possibili…non ti sembra un ottimo modo per diventare importanti anche in Italia?"
Cominciò a cantare la marsigliese e a ballare con la sua donna prima sul letto, poi caddero come due salami abbracciati per terra, e ancora lì…
Allons enfants de la patrie
Le jour de gloire est arriveè
Contre nous de la tyran…
…ballando e rotolando.
Lousie era ancora restia a considerare quello come un successo, per lo meno avrebbero fatto un viaggio in Italia, forse. Eh già, c’era la possibilità che mandassero in Francia il sangue.
Chissà!
Capitolo 8
Da quella domenica, 5 luglio, in cui era successo il mirac…in cui era successo quel che era successo, Don Gregorio non era più lui. Temeva di aver avuto delle allucinazioni, ma il sangue era rimasto lì fino a quando quei signori non erano venuti a ritirarlo. E Poi non lo aveva visto solo lui. Eh, no.
C’era anche Alice, la nipote del nonno: era venuta a parlare con il prete. Spesso lo aveva fatto, fin da quando era piccola e Don Gregorio un giovane uomo.
Quel pomeriggio alle tre e mezzo, c’era anche Alice, quando l’immagine che aveva sulla parete in cucina…
Stava lì da 10 anni. Era una bella immagine di Cristo in croce. Come tante. Perché proprio quella. Perché proprio a lui…
No tu non capisci…tu, tu non puoi capire!
Gli venne in mente il viso del vecchio quando stava nel letto di morte.
Stai attento. Sono preoccupato per te!
Sentiva quasi i colpi di tosse.
Anzi sentiva fortissimi colpi di tosse. Poteva vedere il viso del vecchio…riusciva a vedere il viso del vecchio! Ma non era il vecchio, caspita era il macellaio del paese?
No era il viso del…
Fortissimi colpi di tosse
…vecchio, del nonno.
Si diede uno schiaffo e ritornò alla sua realtà.
Era sconvolto.
Era preoccupato per quello che gli stava accadendo.
Stai attento. Sono preoccupato per te!
"O mio Dio aiutami tu. Aiutami, cosa devo fare. Parlo con te perché so di potermi fidare solo delle tue braccia. Ti prego Dio aiutami. Non capisco. Perché a me. Perché hai voluto mostrarmi la tua onnipotenza. Perché!"
Era in lacrime non capiva le sensazioni che lo stavano attraversando.
Era in lacrime e guardava fisso quella parete in cui era successo il fatto.
Una semplicissima parete senza neanche la carta da parati.
Una semplice parete, di una semplice casa, di un semplice prete, in un semplice paesino.
Eppure lì era successa la cosa più strabiliante a cui Don Gregorio aveva potuto assistere fino ad ora.
Dopo che il quadretto aveva incominciato a lacrimare e si era sparsa la voce in giro, c’era stato un pellegrinaggio di fedeli a casa di Don Gregorio.
Non solo.
Tutte le emittenti televisive avevano incominciato a chiamarlo per offrirgli ingenti somme, per filmare la casa del prete… la casa dove era avvenuto il miracolo.
Ma la cosa strana era che don Gregorio non aveva mai creduto ai miracoli, o per meglio dire, credeva che i miracoli fossero presunti miracoli. Però quel 5 luglio non poteva non credere a quello che aveva visto e sentito. Non con le orecchie che portava ai lati della testa, non quelle.
Ma quegli apparati sensitivi che ognuno porta dentro sé da qualche parte. Aveva sentito un forte calore nel proprio cuore: una forte emozione intendo.
Quasi a dire " Ehi, Don Gregorio sono io…il tuo Dio!".
Suonò il telefono.
Lo stava aspettando: gli avevano detto che avrebbero chiamato ed ecco il drin drin del telefono.
Erano loro. Volevano incontrarlo: avevano psicologi con cui doveva parlare, medici che avrebbero dovuto fargli degli esami…doveva ritornare a Roma.
Capitolo 9
"Signori. Questi sono i fatti. Qualcuno ha delle domande?".
Nella stanza buia le onde sonore generate da quel personaggio serioso andavano a sbattere contro le pareti piastrellate dell’ambiente ampio e umidiccio. C’era un calendario promozionale della Banca di Italia: sullo sfondo un cielo azzurro con qualche nuvola qua e là…in basso nelle pagine i giorni del mese di luglio. Era segnato con un pennarello nero il 15 luglio. Mercoledì.
Dovevano essere un paio di piani sottoterra, e Robert aveva notato una serie di strumenti che forse avrebbero utilizzato in seguito. Qualcuno alzò una mano e in un italiano perfetto: "Gradirei sapere in che modo dovremmo collaborare. Siamo chimici, medici, biologi, e quant’altro. Ma era proprio necessario tanta gente? Saremmo bastati io e il professore francese, ad esempio".
Le sue parole, se possibile, furono rese ancora più odiose dalla piccola eco che le accompagnava.
E il personaggio serioso, disse: "Lo ripeterò una sola volta: qui non si discute, ma si ascolta e si lavora. Siete stati chiamati voi, perché i migliori e i più disponibili in questo periodo…ognuno nel proprio ambito. Costituiremo dei mini-gruppi da due o tre. Lavorerete separatamente su frazioni di sangue minime. Non parlerete tra di voi per i prossimi tre giorni…questo lo assicureremo noi. Se lavorerete bene, vi assicuro che i vostri nomi saranno riconosciuti nel giro degli scienziati che contano.".
Furono illustrati loro i vari laboratori di Roma in cui avrebbero lavorato.
Il tizio serioso stava indicando dove il gruppo del professor Ricciardi e del medico olandese, avrebbe operato. Sarebbero stati sorvegliati da agenti in borghese: tutto doveva sembrare normale.
I due erano più vicino al tizio che parlava, mentre il resto dei dottori era abbastanza lontano.
"Sembra un’operazione militare", disse in inglese quello che stava di fianco a Robert. Di risposta, gli sorrise.
"Mi chiamo Skymantle, Richard Skymantle. La prego di non sorridere per il mio nome, ma di assaporarne la sottile bellezza", sorridendo alla sua stessa battuta.
"Piacere, Robert A. Assit.".
"I signori possono andare. Il prossimo gruppo: Assit, Skymantle… ma che razza di nome è mai questo?"
"E’ il cognome!"
"mi scusi?
"Le ho detto che è il mio cognome! Non capisce l’inglese?"
"Siamo a Roma e io parlo l’italiano e dovrà farlo anche lei!"
"Capisco."
"Loro andranno alla periferia di Roma. Qui sarà il vostro laboratorio. Domani pomeriggio verranno a prendervi nei vostri alberghi e vi sarà detto quando incomincerete a lavorare", disse questo poggiando un dito su una cartina di Roma.
"Perché tutto questo riservo, e perché quest’aria da operazione militare?", chiese timidamente il francese.
"Queste sono situazioni scottanti sig. Assit. E’ sempre bene prevenire ogni pericolo. Spesso quando si è parlato di miracoli sono successe cose strane a quelli che hanno avuto a che fare con i campioni da analizzare o agli stessi campioni . Quest’aria da operazione militare", e qui il personaggio serioso marcò le parole, " è necessaria per la vostra incolumità e soprattutto quella del sangue!".
Tornò in albergo.
Gli avevano pagato uno dei migliori alberghi di Roma.
Albergo la Rosa in via 25 Aprile, 5 stelle. Prima categoria. Costo di una camera a notte: 500.000. In bassa stagione. Prenotazione solo con carta di credito. Aria condizionata, televisore, frigobar e vasca da bagno con idromassaggio, ovviamente.
"Ciao tesoro. Ti sei annoiata?".
"Annoiata, ma guardati intorno. Hai visto che c’è in questa stanza. Altro che la reggia di Versailles, qui siamo trattati come la regina di Inghilterra. Prova a chiedere qualcosa per telefono: prima ancora di chiudere la cornetta bussano alla porta e non sai se andare ad aprire o richiudere il telefono! Avevi proprio ragione, questa sarà la grande occasione!".
"Lo spero proprio.", le disse Robert non con lo stesso entusiasmo di qualche tempo fa.
"Vuoi dormire?", rispose lei.
E l’altro eludendo la domanda pretenziosa: "Ti prometto che domattina faremo un giro per la città. Ora però vorrei fare un bel bagno. Lo facciamo insieme?", lui inarcò la sopracciglia destra e questo gli conferiva un fascino notevole. Non lo faceva volontariamente, doveva essere una malformazione di chissà che cosa, però era sempre piaciuta alle donne!
"Il bagno l’ho già fatto, però voglio farlo con te!".
Fecero prima l’amore e poi il bagno. Poi rifecero l’amore. E poi di nuovo il bagno.
Erano esausti, e la mattina dopo si svegliarono troppo tardi per la passeggiata romana.
Così Robert ebbe il tempo, il giorno dopo, di fare un buon pranzo con Lousie. Un pranzo meraviglioso in camera.
Non credeva ai cibi afrodisiaci, credeva più che altro che il cibo in genere avesse capacità particolari. Gli capitava soprattutto dopo una buona mangiata di avere quelle voglie.
Già, ma quel giorno non poteva perché attendeva che lo venissero a prendere alle tre.
Non furono puntuali: del resto come avrebbero fatto ad esserlo. Non potevano certo stare alle tre sotto ogni albergo di ogni scienziato che partecipava alle analisi!
Infatti quando entrò nella Mercedes tirata a lucido con i vetri oscurati, c’era già dentro Skymantle.
"Sono venuti prima da me, seguendo l’ordine di importanza!", disse con il sorriso sulle labbra e sfoggiando il classico umorismo anglosassone. Robert salutò con un semplice cenno della testa.
Erano seduti entrambi ai sedili posteriori. Nei posti anteriori c’era solo l’autista che rispose di non sapere nulla a tutte le domande che quel giovane signore gli pose in un italiano pieno di r pronunciato come v…del tipo: "buongiovno signovi…", eccetera.
"Bella Roma?", Skymantle parlava in inglese perfetto, ovviamente: "oh, sì! E’ splendida. E’ la prima volta che vengo a Roma."
"E’ un po’ caotica, un po’ rumorosa, un po’ troppo italiana… però è questo il bello!".
Ogni tanto Robert guardava al di fuori del finestrino e il professore inglese gli indicava, tipo guida turistica, le meraviglie che scorrevano velocemente ai finestrini… come fossero stati tanti televisori collegati ad un videoregistratore che riproduce le immagini solo in modalità veloce.
Non si rese conto di quanti chilometri percorsero: cambiarono numerose strade e ci impiegarono molto tempo, cosicché i signovi persero il senso dell’orientamento.
Si trovarono in una periferia piena di alberi con lunghi viali e case simili più a villette che a palazzi.
A dire la verità un piccolo palazzo c’era, e fu proprio quella la loro destinazione. La Mercedes si avvicinò al cancello del parco in cui si ergeva la palazzina, e automaticamente si aprì: percorsero pochi metri e l’autista pronunciò la sua terza parola, dopo aver detto all’inizio del viaggio "Buongiorno signori."
Alla fine del viaggio disse, invece :"Buongiorno signori".
Ad accoglierlo ci furono dei volti più umani. Si avvicinarono alla Mercedes due figure in camice. Avevano visi normali e sembravano abbastanza contenti di incontrare i signori.
"Salve sig. Skymantle…sig. Assit, benvenuti ai laboratori privati della F.I.P.I.M, filiale di Roma", a queste parole Robert rispose con una smorfia.
Non poteva essere…"il destino oggi si è messo di impegno per prendermi per il culo", pensò. E come se lo avesse fatto ad alta voce il tipo in camice, continuò riferendosi in particolare a Robert: "Sig. Assit, sappiamo della sua riunione del 28 maggio con il nostro collega Du Ferme. Ci dispiace."
"Certo, grazie…", in tono sommesso; Robert voleva liquidare il più velocemente l’argomento e anche a costo di sembrare un rompiballe, apri la bocca, le diede fiato e disse :"Cosa si deve fare?"
"Mi seguano". Adesso sembrava di essere ritornati alle vecchie maniere, così Skymantle volle sdrammatizzare un po’ la situazione e a bassa voce :" Hai visto che sono più importante io!…Ha detto quello con il camice ‘buongiorno sig. Skymantle…sig. Assit’…ha pronunciato per prima il mio nome!".
Robert rise soprattutto nel vedere quel tipo con i capelli rossi che tentava disperatamente di imitare un italiano improbabile, così risultò più esilarante il suo accento che quello che aveva detto.
Rifletté sulla necessità che aveva quell’inglese di sparare cazzate. Ma perché doveva farlo in ogni momento?
C’era sempre qualcosa che ti potevi aspettare da quello…sempre.
"Mi scusi, gli altri hanno già iniziato le analisi?".
"Finalmente una cosa sensata", disse nella sua mente Robert.
"Certo che no. Tutti inizieremo alle 17 puntuali. Nel frattempo vi darò il campione, vi mostrerò i laboratori, i macchinari disponibili… e voi deciderete come operare."
"Ma è una semplice analisi!", sottolineò con aria molto spazientita il francese.
E quello rispose per niente infastidito : "Sì l’analisi è semplice, ma il sangue potrebbe non esserlo! A dire la verità potrebbe non essere sangue e se lo fosse, potrebbe essere di chiunque."
"potremmo analizzare il DNA e confrontarlo con le persone presenti o con chi potrebbe averlo messo…", suggerì Skymantle.
"Eh no…questo non lo possiamo fare. Ce l’hanno proibito… i superiori…".
"Che assurdità è mai questa! Chiunque si può essere tagliato il dito e spiaccicato il suo sangue dappertutto, che miracolo è mai questo!", adesso Robert era proprio nervoso, non riusciva a capire l’ottusaggine dei superiori.
"Chi sono questi superiori", voleva sapere.
Con un cenno della testa l’italiano gli fece capire che erano superiori troppo superiori, per discuterne ogni decisione. Se loro volevano che fosse un miracolo potevano farlo…se volevano che fosse sangue di gallina, pure avrebbero potuto.
Arrivarono le cinque e tutti incominciarono a lavorare.
Chi era nei laboratori di ditte private, chi in quelli degli ospedali, alcuni anche all’università, quella dove conoscevano bene il professor Ricciardi che era stato accoppiato con il professor Von Gullaghen, quello olandese.
Non impiegarono molto a fare le analisi di quella sostanza…
"…Ma non è sangue!" esclamò Robert ad alta voce. Adesso era davvero infuriato!…Era alla F.I.P.I.M, che l’aveva lasciato a piedi già due volte e temeva che arrivasse anche la terza. Doveva aver a che fare con gente che probabilmente non capiva assolutamente zero di biologia, di sangue e via dicendo. Stava con un cazzo di inglese che ogni tre secondi la sparava grossa e per di più quelli l’avevano fatto venire da Parigi per fargli analizzare un intruglio chimico che sicuro non era sangue.
Ma che cazzo ci voleva il rappresentante dei laboratori Assit & Montaigne per fare le analisi?
"Calmati Robert", per Skymantle fu naturale dargli del tu e lo fece. Si era stupito della reazione del collega, non aveva ancora capito come funzionavano le cose. Per lui non era la prima volta che faceva questo tipo di analisi. In realtà lo faceva per dimostrare la non esistenza di miracoli e fino adesso aveva sempre potuto confutare tutti i fenomeni paranormali che gli avevano sottoposto.
"Stai calmo. Tu veramente credevi di trovare del sangue?"
"Sì. Cioè, non che creda ai miracoli…però mi chiedo se era veramente necessario chiamare tanti dottori?". Robert era infastidito da tutta la situazione, e il risultato dell’analisi non lo aveva certo reso di buono umore.
Capitolo 10
Rapporto sul sangue –campione n.1 –
Ricciardi
Crottain
16 luglio 1998
Usufruendo dei macchinari messi a nostra disposizione, si è potuto facilmente individuare lo sostanza in esame.
Colore, densità e consistenza sono quelle tipiche del sangue umano.
L’analisi chimicobiologica lo conferma è sangue umano.
Gruppo sanguigno AB.
Nella stessa sala dove si erano incontrati i vari dottori e il tizio serioso, qualcuno stava discutendo del risultato della giornata.
"I rapporti relativi ai campioni n.1,2,3 combaciano tutti: è sangue umano, gruppo AB. Al contrario quelli relativi ai n.4,5,6 hanno dato risultato negativo, come ci saremmo aspettati.".
Loro avevano fatto in modo che in alcuni campioni, tra cui quello assegnato a Robert, ci fosse una miscela che avesse caratteristiche simile a quelle del sangue, ma che non fosse sangue. Questo non per rendere il gioco più divertente, ma semplicemente perché era una classica procedura.
Loro, inoltre, comunicarono le conclusioni ai vari dottori.
Le analisi sarebbero successivamente state ripetute, ma con grande stupore di Robert, che lo avrebbe appreso qualche tempo dopo, si decise che quello non era stato un miracolo.
…In fondo Robert lo aveva sempre saputo che i miracoli non esistono: lo aveva imparato studiando: per sostenere una affermazione occorre avere dei dati certi e riproducibili. E Non credo si sarebbe potuto riprodurre molte volte il fenomeno a cui si era assistito nel sud Italia!
Capitolo 11
Era una stanza grande e spaziosa…luminosa. Alle spalle della scrivania di mogano si apriva un finestrone che occupava l’intera parete. Era molto ben arredata: tutti i mobili erano in sintonia: sulla destra una grande libreria a giorno dove erano sistemati praticamente tutti i libri di Freud e di altri psico-studiosi, a sinistra, invece, un mobile che assomigliava ad uno di quegli scrittoi antichi che hanno dei tiretti e un’apertura nella parte superiore…probabilmente era un portavivande. La parete difronte al finestrone, era ricoperta di quadretti dove si attestavano lauree, specializzazioni, e riconoscimenti vari. Al centro della stanza, sulla parte del pavimento - in parquet - ricoperto da un elegante tappeto, vi erano due poltrone e un divano, quasi come fosse un salotto.
Stava aspettando da un po’. Lo avevano portato lì senza spiegargli molto, ma adesso aveva capito. Dovevano verificare il suo stato mentale, gli avrebbero fatto fare quegli strani giochini con le macchie che al primo sguardo ti sembrano le cose più assurde, quasi come se nell'istante in cui i tuoi occhi ci si posano sopra, la mente perde ogni freno e comincia un immediato viaggio…
"Salve…la posso chiamare semplicemente Don Gregorio?", entrò una donna affascinante dalla porta alle spalle della poltrona in cui era comodamente seduto il prete.
"Se le fa piacere signora…"
"Signorina Stelvio Anna" disse un pochino indispettita, poi continuò "Non si preoccupi, faremo solo una discussione, cerchi di stare tranquillo…Gradisce qualcosa da bere, non so, un caffè, una bibita…sa, ho degli ottimi liquori…"
"Oh, grazie. Faccia lei."
Allora la signora…ops, signorina Stelvio Anna, gli passò davanti recandosi verso quello scrittoio a forma di portavivande o viceversa.
Lo aprì, e si mostrò davanti al prete un panorama di liquori e bevande varie. Don Gregorio aveva imparato ad apprezzare solo da qualche anno i piaceri dell’alcool…ovviamente sempre con moderazione!
…Anche se a volte i preti sono i maggiori consumatori di bevande forti.
Lei gli riempì un bicchiere di un liquido rosso, che sembrava essere un liquore a bassa gradazione. Poi sempre all’interno del portavivande a forma di scrittoio, prese alcuni cubetti di ghiaccio e li immerse dolcemente all’interno del bicchiere. Ora il liquido rosso era giunto esattamente all’orlo. Con molta attenzione seguì quell’operazione, perché amava il rumore prodotto dal ghiaccio che scende in un bicchiere pieno. Da anni di osservazioni, aveva imparato a distinguere e ad apprezzare i due tipi di suono che produce il ghiaccio: quando il bicchiere è vuoto il rumore assomiglia più ad un campanello, tipo tin tin… e si ripete alcune volte come se ci fosse l’eco; quando è pieno il suono-rumore è più sordo ed è accompagnato da uno (e se sei fortunato due) tin dovuti allo strusciare del ghiaccio lungo la parete di vetro…anche se questo tin è differente dal primo.
Mentre sorseggiavano quella deliziosa bevanda, incominciarono a chiacchierare.
"Le piace l’ambiente in cui si trova, voglio dire, lei nato e vissuto in una grande città, come ha fatto ad adeguarsi al paese?"
"E’ stato difficile, però nella vita si superano difficoltà ben più difficili!" aveva usato di proposito due parole come difficoltà e difficile, gli piaceva parlare così, "comunque il paese in cui ora vivo è molto bello e la gente molto genuina…ancora!".
Pensò che la dottoressa Stelvio era partita da molto lontano per chiedergli del fatto che era successo e per scoprire se era malato di mente o una normale persona con le sue normali fobie.
Infatti tra una chiacchiera sulla vocazione, una discussione sull’organizzazione della chiesa, e un "si metta comodo", giunse la fatidica domanda: "Cosa è successo il 5 luglio?".
In realtà non fu così diretta, ma molto più preparata…però come le parole del professor Ricciardi che all’orecchio suonavano in un modo, ma stranamente al cervello dei ragazzi arrivavano in un altro, così le parole della dottoressa Stelvio Anna, furono praticamente: "Cosa è successo il 5 luglio ?".
"Era domenica. E come al solito…come ogni domenica, ovviamente, celebrai la mia messa. Come sempre, feci la predica, e come sempre diedi la comunione ai fedeli."
"Come sempre? Oppure notò qualche strana sensazione?"
"Come sempre…come sempre. E dopo la messa mi svestii, e andai nella sagrestia. Ricevetti una telefonata: era Alice. Mi disse che aveva bisogno di parlarmi."
"Mi scusi", con aria molto serena, " chi è Alice?"
Don Gregorio le spiegò chi era Alice, chi era il nonno…omise le piccole sensazioni che aveva provato a proposito delle parole del nonno. Le omise, anche se sapeva che non erano trascurabili, ma conducevano piuttosto, a continui turbamenti.
"Così mi avviai a casa…che è vicino la mia chiesa. Cucinai…sa io mangio molto poco così impiego poco tempo per cucinare, sparecchiare, sì insomma… a fare queste cose. Ebbi così circa un’ora per attendere Alice…lessi un passo de "Les Pensées", di Pascal. Ricordo ancora quale:
Che cos’è in fondo l’uomo nella natura?
Un nulla rispetto all’infinito,
un tutto rispetto al nulla, un qualcosa
di mezzo tra il niente e il tutto.
Così Alice, giunse da me in orario. Le offrii un caffè…sa io faccio un buon caffè…e parlammo del nonno"
La dottoressa era molto attenta a quello che diceva Don Gregorio e notò qualcosa di strano nei suoi occhi…
Padre io lo sento. Questa è l’ultima comunione che io farò. Non riuscirò a mantenere un’altra promessa
…avevano qualcosa di strano…
No tu non capisci…tu, tu non puoi capire!
…non solo i suoi occhi, notò un irrigidimento del corpo del prete, sembravano d’un tratto nervoso…
Stai attento. Sono preoccupato per te!
"Don Gregorio, si sente bene? Vuole un bicchier d’acqua?"
"Si, grazie. E’ solo che per me sono momenti difficili, quelli. E ogni volta che ci penso…".
Decise di non dirle nulla a proposito del sogno, né a proposito di quelle allucinazioni a cui aveva assistito durante la messa…non erano così importanti. Era sotto stress e poteva capitare qualche piccola défaillance.
Don Gregorio le raccontò tutto, omettendo ogni tanto qualche piccolo particolare del assolutamente insignificante.
Capitolo 12
Caso Manfredoni
Dott.Stelvio Anna
20 luglio 1998
Il soggetto preso in esame, attraverso una seduta di colloquio clinico, basata sulla conscia esposizione dei fatti avvenuti il giorno 5 luglio c.m., non presenta alcun tipo di sintomatologia psicopatologica, che eppure parzialmente, si sarebbe dovuta evincere, attraverso le modalità di esposizione.
Da rilevare, inoltre, un accentuato irrigidimento nella postura e nell’espressione facciale, nonché un’alterazione della tonalità vocale, durante la descrizione frammentaria del decesso di un assistito del soggetto, avvenuta qualche giorno prima dei fatti presi in esame. La suddetta rimarcazione metterebbe in luce delle volontarie omissioni da parte del sig. Manfredoni, circoscritte all’avvenuto.
Dopo aver fatto visita alla dottoressa psicologa, Don Gregorio doveva superare tutti gli esami possibili e inimmaginabili: così fu visitato da medici che gli fecero ogni tipo di analisi: almeno seppe con sicurezza di essere in perfetto stato di salute mentale e fisica. In realtà aveva un po’ i trigliceridi alti e troppo alto il colesterolo, però, tutto sommato, con una giusta alimentazione, sarebbe rientrato nei valori ottimali…certo non era stato il suo grasso a fargli vedere il sangue…e lui l’aveva visto.
Non capiva però perché Alice non ebbe lo stesso trattamento, anzi non fu per niente considerata…i misteri della chiesa.
Probabilmente ritenevano più attendibile la versione di un prete esperto e colto come lui, piuttosto che quella di una paesanotta ignorante come Alice…probabilmente era così.
Capitolo 13
Era molto tardi quando tornò a casa, in posizione semicentrale nella città. La moglie e i bambini già dormivano. Si era fatto davvero molto tardi. La storia della cena con i colleghi aveva retto anche questa volta, ed Elena, sua moglie, sembrava non accorgersi di nulla. Oramai era quasi un anno che frequentava Lisette: non era come la donna che aveva sposato.
Era giovane, bella, entusiasta (sempre e comunque), francese: era una studentessa che viveva a Roma. Frequentava il corso di laurea in lingue e aveva aderito ad uno di quei progetti di scambio tra le università europee. Lisette non era come Elena: lei era…Lisette lo faceva sentire giovane.
Chiuse la porta blindata a chiave e, attento al minimo rumore, accomodò la sua giacca sull’appendiabiti dell’ingresso. Si voltò e vide il salone che vedeva ogni mattina: il legno scuro dei mobili si confondeva con l’oscurità, nonostante ciò, i suoi occhi, già abituati al buio, riuscivano a distinguere le forme. Ogni volta, anche quella, si compiaceva dell’arredamento della stanza: chi entrava notava immediatamente la libreria che abbracciava la colonna portante che tagliava in due il salone; se avesse voltato la testa a destra, avrebbe potuto godere della visione di una cristalliera dell’800 recentemente restaurata ( a tal proposito Ricciardi raccontava sempre lo stesso aneddoto, che ora non è il caso di riportare).
Nonostante fosse buio, riconosceva tutti gli elementi di quella composizione di quadri che gli era costata un occhio della testa: erano degli originali, opere di autori giovani e promettenti: nella parete di fronte, la figura di un uomo su un fiume e di fianco, un altro quadro di un mare in tempesta, entrambi realizzati ad acquerelli. Alla fine della parete, la figura di un Cristo disegnata a matita…gli vennero i brividi.
Sarà stato il buio, il silenzio, ma quel quadro gli fece venire i brividi.
Fu per un solo attimo, terrorizzato...Poi la calma si impadronì del suo corpo.
"Sta tranquillo", si disse.
Ma proprio quando il cuore stava raggiungendo il numero ideale di battiti al minuto, squillò il telefono…
Fu come il grido di terrore di una donna, in una notte piovosa, lungo una strada isolata nella periferia della peggiore città del mondo. Scattò come un gatto quando vede un cane che ringhia: ogni cellula dell’epidermide sembrò arrampicarsi su quella adiacente. Poi ancora…
"Sta tranquillo", e di corsa rispose al telefono nel salone, per evitare di svegliare il resto della famiglia.
Dall’altro capo del telefono c’era una voce cupa e camuffata, che Ricciardi sembrò riconoscere. Il rumore dell’orologio appeso sulla parete del salone priva di quadri, gli dava quasi fastidio, era fortissimo.
Non so se il lettore può capirmi, ma è un fenomeno che ricorre in ogni casa intorno alla mezzanotte. Tutti i rumori più strani e più assurdi che di giorno sono fantasia di chissà quale perversa mente, di notte prendono il sopravvento: il ticchettio dell’orologio a lancette è il suono più forte. In sottofondo si possono ascoltare una foresta di rumori bellissimi, a volte angoscianti: il ronzio della sveglia digitale, un soffio di vento, una persona che russa o magari un’altra che abita sopra di te e che sta camminando…
E ci si domanda perché: forse ha fame e va in cucina a prepararsi una qualsiasi schifezza che unite alle solite di ogni notte, gli causerà l’infarto alle soglie della sessantina; forse è preoccupata perché deve pagare una scadenza e non sa dove prendere i soldi…una mente normale non lo penserebbe, ma siamo molti, credo, ad aver pensato: "Chissà magari sta meditando il suicidio…così non romperebbe più ogni notte!".
Ma il mistero più grande è lo scricchiolio dei mobili che si sente principalmente durante la notte. E’ veramente un mistero biblico: al pari dell’anima e dell’eternità. Per quale arcano motivo un componente di legno o plastica di un televisore, o del mobile che sorregge il televisore, dopo mezzanotte incomincia a fare quei rumori, quasi come se la notte fosse un periodo adatto alla vita di questi oggetti…come se discutessero di chissà cosa.
"Oggi sono stanchissimo, sono stato acceso per due ore e sapessi che strazio quel talk-show", e il mobile: "O non parlare proprio, perché io sono due anni che ti reggo e non mi sono mai lamentato".
Gli stessi rumori che svegliano la gente nel pieno della notte o che impedisce a molti di addormentarsi, in quel momento gli davano fastidio. Più precisamente dovrei dire che lo inquietavano…e non poco.
"Che motivo c’era di chiamare a quest’ora?"
"Non le interessa! Allora ha fatto quel che doveva fare?"
"Certo che l’ho fatto. Ora però non posso spostarmi per portarle la provetta. Ho troppo lavoro, voi dovrete" e la voce tremolante del professor Ricciardi fu decisamente interrotta da quell’altro: "Ci vedremo il giorno, l’orario e il luogo stabilito…non si preoccupi, domani quando andrà a lavoro potrà chiedere tutti i permessi che vorrà, ci provi e non sarà deluso" concluse così quella voce con un evidente accento inglese.
Infatti, chi fosse andato all’università di Roma, e molti studenti lo facevano, avrebbero letto nella bacheca questo annuncio:
Gli esami per l’esame complementare Chimica organica delle sostanze naturali del 21 luglio c.m. è stato rinviato al 30 luglio c.m.
E davanti a quest’opera d’arte estemporanea, si reagiva con emozioni contrastanti.
Commozione: "Che culo, ho altri dieci giorni per fare l’esame.
Indifferenza: "Tanto io già l’ho fatto!".
Disperazione: "Quel bastardo si fa a fare la vacanza e io l’ho preso…!".
Ovviamente i dialoghi tra gli studenti erano molto più aulici, ma come al solito, le parole dette non sempre coincidono con quelle pensate!
Ricciardi dormì per circa nove ore quella notte, ma riposò malissimo. Sognò di ritornare a casa. Era la stessa scena della sera: stava sognando il ritorno a casa.
E sentiva anche gli stessi rumori che lo avevano tanto inquietato. E sognò anche la telefonata.
"Pronto?" dall’altro capo si sentiva solo il "Tu…Tu…", del telefono. Poi una voce bassa e rauca…molto profonda. Era la stessa della sera prima, ma non aveva l’accento inglese. Gli diceva qualcosa che lui non riusciva a capire. Provò una strana sensazione: sentiva con un orecchio la voce nella cornetta, e con l’altro gli era sembrato di sentire la stessa voce, con le stesse parole, provenire dal salone. Si girò di istinto e in quel momento vide la cosa più terrorizzante della sua vita onirica (ovviamente anche questo sarebbe andato a finire nella cantina dei ricordi perduti), il quadro sulla parete. Il terzo…
Allora: il primo era quello dell’uomo, il secondo del mare in tempesta…il terzo era il disegno a matita del Cristo…Muoveva le labbra e diceva quelle parole che sentiva, come uno dei migliori effetti stereo mai realizzati sulla terra, provenire contemporaneamente dalla cornetta e dalla stanza. Era terrorizzato perché non capiva quello che diceva il Cristo, però aveva il volto di uno che soffriva…che piangeva. E d’un tratto, sentì sulla pelle appoggiata alla cornetta, una sensazione di calore…fu molto piacevole.
Nello stesso tempo con gli occhi vide delle gocce colare dal quadro…vide sanguinare il quadro…
e gridò...
Gridò ancor più forte, quando si accorse che anche dalla cornetta usciva del sangue…
…gridò…
…o almeno avrebbe voluto.
La mattina successiva, si risvegliò molto stanco e con una strana sensazione. Gli fu più difficile domare quel disagio che provava dal momento in cui aveva aperto gli occhi piuttosto che raccontare alla moglie che sarebbe dovuto partire per l’Inghilterra: le spiegò che aveva avuto una proposta importante dall’università di Leeds, forse la possibilità di realizzare una conferenza, e quindi era necessario partire subito per poterne discutere.
Lei dal canto suo, recitò bene: mi mancherai, non andare, vengo con te… Ma per la famiglia Ricciardi era proprio un vizio!
Infatti mentre diceva questo, si stava già eccitando all’idea di tutti i giochini che avrebbe potuto realizzare con i suoi amichetti e le sue amichette.
Partì il giorno stesso con il volo Fiumicino-Londra. Il 21 Luglio era una brutta data per partire con l’aereo. Nonostante fosse uno di quei voli costosissimi, che quando sali in aereo ti porgono anche il tappetino rosso, ci furono varie complicazioni: 5 minuti di ritardo perché il comandante ha dovuto fare questo; altri 25 minuti perché qualcosa a che fare con il pannello di controllo aveva deciso di smettere di funzionare; a ciò, sommare i 15-20 minuti cronici dei voli italiani.
Salì sull’aereo: posto n.77/b…prima classe…solo bagaglio a mano (una valigia scura con codice segreto a 6 cifre)…fumatori incalliti.
Aveva scelto di proposito il sedile adiacente all’oblò. Era sempre uno spettacolo guardare il mondo dall’alto: l’Italia era bellissima dall’aereo. Sembrava una cartina geografica gigantesca: monti giganteschi, pianure giganteschi, fiumi giganteschi, che scivolavano lentamente sotto il suo aereo.
Al posto 55/a c’era Il capofamiglia dei McCarthy, intento a tenere a bada i due figli, ora che la moglie dormiva. Avevano assaggiato l’Italia per la prima volta, ma stava pensando che sarebbero tornati. I luoghi che avevano visitato erano affascinanti: Venezia e le autostrade d’acqua, Firenze e gli uffizi e Roma con il più bel patrimonio storico del mondo. "L’Italia è una bella nazione…certo gli italiani sono un po’ con la testa tra le nuvole…un po’ spensierati, ma sono anche un popolo di cabarettisti e di cantanti…dovremmo ritornarci" pensò. Le sue congetture erano distratte dalla strana tosse dei suoi figlioli: Cynthia e Arthur. "Cosa c’è ragazzi?". E loro tossendo indicarono quel tizio dai capelli grigi seduto qualche fila più avanti. Chiamò l’hostess.
"Signorina, potrebbe dire a quel signore di non fumare?".
"Ma questo è il reparto fumatori!".
"Sì, ma quello è un sigaro!".
"Ha ragione, un secondo solo…". Poi papà McCarthy ne approfittò: "Mi scusi, potrebbe portare qualcosa da bere ai miei figli, grazie."
L’hostess rispose solamente con un sorriso.
Il televisore posto in alto dava un film divertente, era un classico del cinema comico: Stanlio e Onlio. Ripetevano una delle loro esilaranti performances, e mentre il pianoforte che avevano portato in cima alle scale con estrema fatica, stava per precipitare portando con sé i due, l’hostess disse dolcemente al signore seduto al n.77/b: "Signore, la preghiamo di non fumare, per favore.".
"Mi scusi, non è il reparto fumatori questo?"
"Si, certo, però il suo sigaro da un po’ fastidio al resto della clientela", ancora dolcemente l’hostess.
"Non se ne parla, ho speso un occhio della testa per questo volo e non posso neanche fumare i miei…", si lasciò sfuggire un’imprecazione che si smorzò sulla pelle delicata del sigaro.
"Mi dispiace, se vuole delle sigarette le può comperare anche a bordo, ma il sigaro è proibito!", disse non tanto dolcemente l’hostess. E fu il segreto per far capire a quell’uomo distinto l’antifona.
Bucki aveva conosciuto un sacco di gente durante le sue centinaia di ore di volo. Non era più una ragazzina e ormai erano anni che svolgeva quel lavoro: si era convinta che lo amava, ma non l’aveva sempre pensata così. Se avesse potuto, un giorno o l’altro, avrebbe mollato tutto, magari per un uomo strapieno di soldi. Chissà, le sarebbe piaciuto andare a vivere in Messico.
Che pensieri assurdi!
Ora doveva pensare al signorino dai capelli grigi. Dall’alto dei suoi trent’anni, aveva definitivamente compreso che spesso il peggior cafone si nasconde dietro una giacca e una cravatta: eppure quello sembrava veramente una brava persona: i capelli grigi ordinati, la sua barba perfettamente rasata, la postura collegiale lo facevano sembrare proprio una brava persona…
"Va bene mi dia allora un pacco di Malboro. Grazie".
"Di niente, signore", era ritornata ad essere gentile. Si allontanò dal professore, che nel frattempo aveva girato la testa verso il finestrino ad ammirare le Alpi: vedeva un mare di nuvole e il cielo si estendeva sterminatamente davanti ai suoi occhi.
Bucki aveva percorso l’intero corridoio dell’aereo e, rivolgendosi alla collega: "Ne abbiamo Malboro?", per fortuna le rispose affermativamente. Così con il pacchetto in tasca, prese il carrello con le bevande: passò prima dall’allegra famigliola per dare da bere a quelle piccole pesti, e poi passò dall’uomo coi capelli grigi, per consegnarli la sua droga leggera.
Era partito con il volo 0676543, alle 16.05 ed era arrivato all'aeroporto circa tre ore dopo.
Non ebbe il tempo di ammirare la bellezza e la perfezione di quelle strutture architettoniche, perché quelli che lo aspettavano, lo fecero subito entrare in una macchina scura, che aveva la forma tipicamente inglese.
"Salve Mister Ricciardi, buono il viaggio? Ora la porteremo in un posto per discutere comodamente".
Il resto del viaggio fu silenzioso.
Il professore italiano non provò a dire niente, perché sapeva che non erano una buona compagnia per discutere; non osò nemmeno chiedere dove sarebbero stati diretti. Allora passò il tempo ad osservare i due inglesi che lo avevano accolto.
Non avevano né bombetta né ombrello al braccio: erano entrambi vestiti con abiti molto scuri e gli occhi coperti da occhiali da sole. Era una buona giornata a Londra, ma loro li usavano sempre…anche con la pioggia.
Le strade scivolavano via velocemente, così Ricciardi non capiva dove si trovasse esattamente, non che fosse un esperto della città, però c’era già stato qualche volta. In viaggio di nozze, per esempio. Quelli sì che erano tempi in cui il suo anello, quello portato all’anulare destro, aveva un senso. Elena, l’aveva amata un tempo non lontanissimo, ma l’amore gradualmente se n’era andato. Prima aveva lasciato il posto all’affetto, poi anche l’affetto sembrava essere scomparso…così ora vivevano nella stessa casa, ma avevano praticamente due vite diverse: lui con le sue donne lei con i suoi amici. Non dava la colpa a nessuno per questo, lo aveva semplicemente accettato, passivamente. Era troppo codardo per ribellarsi al divenire delle cose…lo era sempre stato. E anche adesso lo era. Aveva rubato un campione di sangue al laboratorio dove aveva lavorato con Crottain, dove avevano lavorato anche Skymantle e Robert A. Assit; ora lo doveva consegnare a quel Crib.
Nessuno si era accorto di niente, per fortuna. Sperava che quello che gli fosse stato promesso lo avrebbe ottenuto. Forse…forse avrebbe potuto partecipare all’evento scientifico più dannatamente importante dall’inizio dei tempi.
Si accese un sigaro e voltò lo sguardo verso il finestrino. La giornata pareva aver immediatamente cambiato colore: da un azzurro brillante ad un grigio spento. Si preparava a piovere e aveva l’impressione che si fossero allontanati molto dalla città: il traffico di macchine tipico della città, aveva lasciato posto a quello più scorrevole della periferia. Temeva che si sarebbero isolati troppo, forse si stava pentendo di quello che aveva fatto, ma ancor di più di quello che sarebbe stato. Oramai non poteva più tornare indietro…aveva posto le basi per un futuro pericoloso e pieno di insidie, se tutto fosse andato secondo i progetti.
Finalmente giunsero a destinazione. Dopo aver viaggiato a media andatura per circa un’ora e mezza, arrivarono ad una grande villa immersa in campagna.
Sembrava una di quelle tenute in cui vengono allevati cavalli, bovini, galline e tutti gli animali che si possono ritrovare nelle fattorie del mondo. In realtà le uniche cose che si allevavano erano colture di batteri, colonie di cellule, e cose di questo genere. Era il punto dell’Inghilterra dove il dottor Crib con il suo staff, in cui era da poco entrato a far parte il professor Ricciardi, avrebbe portato avanti il suo progetto.
La clonazione umana.
Era una grande costruzione: era collocata in piena campagna e l’abitazione più vicina era a circa tre chilometri. Dopo aver percorso una leggere salita, poche centinaia di metri, con un auto, si presentava al visitatore italiano un cancello automatico e l’intera vista di questa costruzione, che tradiva il suo contenuto. Si pensava, appunto, ad una fattoria, una tenuta di un riccastro qualsiasi dove trascorrere i fine settimana… e invece una volta entrato, il sig.Ricciardi poté constatare che lì dentro c’era un concentrato di moderne tecnologie impressionante. E la prima cosa che pensò fu che qualcuno di veramente potente doveva finanziare quel progetto.
La clonazione umana.
Tutti ancora erano convinti che questo non fosse possibile, ma John Crib era un forte sostenitore del contrario. E non lo faceva per creare la possibilità ad ogni individuo di avere la scorta personale di organi, oppure di ridare un identico figlio ad una madre che aveva perduto l’originale, o roba da fanta-horror di questo tipo.
I suoi scopi erano ben più agghiaccianti…molto più terrificanti.
"Salve" lo accolse una donna bellissima, "Mi presento subito, Sig. Ricciardi. Sono la dottoressa Martina Breheme". Aveva un camicie bianco che le copriva le gambe. Infatti la gonna era troppo corta per questo scopo, e il lembo era al di sotto del bianco del camicie…purtroppo non si poteva scorgere un granché, si scoprì a pensare Ricciardi.
"Buona sera" disse attendendo il da farsi.
"Lei ha qualcosa per me, non è vero?".
"Certo. E’ nella valigia" gliela porse e lei si avviò verso uno di quei corridoi, indicandogli di seguirla. Scesero delle scale e si ritrovarono in una stanza illuminata che doveva essere una sorta di laboratorio…almeno le piastrelle alle pareti, l’arredamento e diversi armadietti, ricordavano una stanza di laboratorio, ma non c’erano strumenti.
La donna poggiò sul tavolo la valigietta e aspettò che l’italiano le comunicasse la combinazione"
"011177".
Il suono dello scatto rimbombò in quella stanza semivuota. La valigietta aveva un apparato molto complesso per conservare in modo adeguato quella piccola provetta. C’era della sostanza che a nessuno sarebbe sembrata sangue, eppure lo era. Infatti al sig. Ricciardi avevano già comunicato come trattarlo inizialmente. E da buon chimico aveva preparato l’ambiente all’emoglobina che, in un giorno non molto lontano dal 28 maggio, il funzionario aveva raccolto con tanto zelo dal quadro del sig.Manfredoni. Il sacerdote che aveva assistito a quello pseudo-miracolo.
"Meraviglioso. Eccezionale…" disse in inglese Martina, già pregustando il futuro, "Lei ha fatto un ottimo lavoro. Le comunicheremo noi i prossimi contatti. Ora John Crib non è qui. Può ritornare in Italia. Ci vorrà molto...molto tempo prima di ottenere i primi risultati. Le sarà dato quello che le abbiamo promesso. Ci manterremo in contatto."
Capitolo 14
Aveva gli occhi chiusi. Da quando aveva iniziato, ogni volta aveva gli occhi chiusi. Era come nascondersi dietro un muro invalicabile e nel contempo ricreare un mondo felice. Un mondo suo… solo suo. Il respiro di lui era perfettamente ritmato come il tempo rock scandito da un colpo di cassa e uno di rullante di una batteria Pearl.
Tum-ta—Tum-ta—Tum-ta…
E a seconda della velocità, riusciva perfettamente a capire a che punto si trovava. E quello oramai era agli sgoccioli: era durato circa 3 minuti e mezzo. Era un record!
Generalmente quel cliente durava al massimo due minuti: entrava e usciva, praticamente. Quel giorno era entrato ed era uscito in quasi tre minuti…stava migliorando.
Ora toccava alla sua arte recitativa: allineò il respiro a quello del cliente; ora c’erano due batterie che portavano un tempo rock con una velocità di circa 130 battute al minuto.
Tum-ta—Tum-ta—Tum-ta…
Anche lei incominciava a gridare di finto piacere…ecco sentiva che lui era sul punto di compiere il record…
Adesso occorreva agitare i muscoli in fondo: una contrazione…distensione; un’altra contrazione…distensione.
Aveva impiegato un po’ di tempo ad imparare, ma ora i suo finti orgasmi erano molto più verosimili di tanti orgasmi veri: se non altro lui era contento, essendo convinto di essere il mago dei tre minuti.
"Oh Giulie, è stato bellissimo!" le disse con il fiatone.
"Oh, anche per me" ed effettivamente il tono sembrava essere di soddisfazione. Lo era, infatti. Giulie era soddisfatta di aver finito con i clienti quella sera: quello era l’ultimo. Si rivestirono velocemente, e lui prese mano al portafogli, dicendole: "Ci rivediamo la settimana prossima. Sai Venerdì non posso perché devo portare i miei figli in Scozia".
"Non preoccuparti, la prossima volta, allora, sarà ancora più bello.".
Quando l’ultimo cliente uscì, Giulie chiuse la porta a chiave e praticamente di corsa si scaraventò al bagno a lavarsi.
Attraversò il piccolo ingresso, e si diresse verso il bagno: doveva assolutamente togliersi di dosso ogni odore, ogni liquido che le ricordasse quell’uomo. Probabilmente era una vera e propria mania, una fissazione. O fobia, come avrebbe detto lo psichiatra con cui scopava al sabato mattina.
Questa fobia, era stato uno dei motivi per cui aveva dovuto smettere di lavorare sulla strada. Non poteva certo ogni volta andarsi a lavare!
Così prese la decisione di mettersi in proprio. L’aspetto più negativo era che ormai casa sua aveva perso molto della capacità di proteggerla dal mondo esterno. Cazzo, lì ci lavorava, quella topaia era diventata il posto in cui scopava e non poteva essere più la sua dolce casa. Non che fosse mai stata una reggia, però prima poteva almeno immaginarlo.
Come cenerentola dopo mezzanotte si ritrasformò in quello che era sempre stato, così quella casa, da un paio di mesi, era ritornata ad essere la topaia in Penny Lane: aveva una stanza, più gli accessori. E in quella stanza ci faceva di tutto: scopare per lavoro; scopare per passione; scopare e basta…
Ormai aveva perso tutto il piacere, almeno con gli uomini. Infatti aveva incominciato a farlo con le donne. Del resto Giulie, sin da piccola, aveva notato piccoli particolari che l’avevano turbata. Al tempo del liceo aveva un’amica che si chiamava Eleonor e le aveva voluto molto bene, fino all’università, quando non si rividero più. Solo qualche anno più tardi si rese conto della vera natura di quel sentimento.
E sì, la nostra Giulie era un po’ diversa da tutte le persone normali secondo cui i maschi normali stanno con le femmine normali. Lei era un po’ diversa.
Almeno fino a quando non avrebbe incontrato l’uomo giusto.
Si immerse totalmente nella vasca da bagno e si rilassò. Nonostante non le fosse piaciuto stare a letto con quello, era ancora un po’ eccitata così lasciò scivolare la mano tra le gambe e si abbandonò al vero piacere: sicuramente genuino e spontaneo.
Si riposò nell’acqua forse per mezz’ora o poco più, ed evitò di pensare ai problemi che l’affliggevano, anzi ogni goccia che purificava il suo corpo sembrava distrarla e condurla nel mondo dei sogni. Tuttavia aveva troppa fame per addormentarsi, d’altronde con tutta la ginnastica che faceva durante il giorno, doveva pure buttare giù qualche caloria.
Girando mezza nuda per casa, cominciò a prepararsi la cena.
Era bellissima nella camicia bianca e lunga che aveva sgraffignato al padre qualche anno fa. Sotto la camicia, che le ricopriva anche un po’ le gambe, era nuda. Non completamente perché lo slip proteggeva la sua fonte unica di guadagno.
Era bellissima con i capelli lunghi e rossicci che sembravano ognuno avere la facoltà di decidere dove posizionarsi.
Era bellissima con i suoi occhi blu che sembravano due luci nella pelle chiara del suo viso.
Era bellissima…per fortuna, perché i maschi in cerca di troie le volevano bellissime.
Con la camicia indosso, preparava un piatto di spaghetti; gli riuscivano bene: prese una birra dal frigo e cominciò la cena…da sola.
Quasi a fine piatto di spaghetti, bussarono alla porta.
"Ciao Giulie", era la sua migliore amica, con cui aveva lavorato qualche tempo fa.
"Nicole, sei arrivata un po’ tardi per mangiare con me!".
"Non preoccuparti, stasera ho un cliente con cui passerò un’intera notte, sai è uno di quei riccastri con i soldi, la famiglia, e la pancia.".
Giulie, sembrò capire il tipo: "Ah, della serie ‘Forti emozioni’!". Ed entrambe si rifugiarono in una risata sincera e rumorosa.
"Sono venuta solo per salutarti…Allora vieni con me per il fine settimana?".
"Non so" rispose Giulie con la bocca piena…
"Non sai che è cattiva educazione" e finirono la frase in coro. Allora Giulie, per dispetto accentuava maggiormente quel difetto rilevato dall’amica. Disse, sempre con il boccone :"Non so, Nicole, sono indecisa. Se vengo mi perdo tre o quattro clienti."
"E dai…non mi dire che hai bisogno di tanti soldi che non puoi permettertelo?":
E Giulie, forse già convinta in partenza, rispose: "Ma si dai, che m’importa".
Era martedì e Giulie aveva ancora tempo per racimolare un po’ di soldi per il viaggio; poi in quel periodo, ad Agosto, c’era gente che improvvisamente aveva voglia di una scopata con una puttana. Quindi probabilmente non avrebbe avuto problemi a trovare i soldi necessari. E d’altra parte avrebbero fatto una vacanza economica visto che Nicole aveva lì un’amica che le avrebbe ospitate entrambe.
Every little things she does is magic
Verything she do just turns me on
Even through my life before was tragic
Now i know my love her goes on
La radio canticchiava un vecchio pezzo dei Police, che conservava un po’ della sua bellezza e il ritmo incalzante accompagnava Giulie nei suoi movimenti.
Nicole era andata via, si sarebbero sentite qualche giorno dopo, così aveva potuto finire la cena e adesso veniva la parte più scocciante: doveva mettere un po’ in ordine. Questo era uno degli aspetti negativi di portarsi il lavoro a casa: non poteva certo far trovare tutto in subbuglio.
Il giorno dopo l’aspettava l’incontro con Jeffrey: era il classico tipo perfettino che se non trovava tutto pulito e lindo non si spogliava, e lei per guadagnare doveva farli spogliare i clienti!
Non era necessario il nudo totale, era sufficiente scoprire quella parte lì.
Delle pulizie non se ne preoccupava quando invece era giovedì. A casa andava a trovarla un giovanotto alto e grasso che amava farlo strano. Gli piaceva farlo per terra, sui mobili, in posizioni assurde. E gli piaceva trovare il disordine. Una volta si eccitò tantissimo quando si buttarono per terra dove c’era una distesa di vestiti che Giulie aveva deciso di buttare nel cassonetto dell’immondizia…forse quella volta piacque anche un po’ a lei.
La radio adesso gracchiava un altro pezzo degli anni ’70. Un pezzo che non le piaceva tanto, era un po’ troppo rumoroso per le sue orecchie fini.
Rock’n’roll, dei Led Zeppelin.
Tuttavia si lasciava piacevolmente trascinare dal ritmo…e fu per un momento felice.
Come è strana la vita: una puttana che viveva in una bettola piccolissima, che aveva appena cenato con piatto di spaghetti scotti e che aveva appena salutato l’amica (contenta perché andava a scopare con uno pieno di soldi)…una puttana che riusciva anche a trovare un momento per essere felice sulle note di Rock’n’roll.
Ascoltò ancora un paio di canzoni vecchiotte, poi spense la radio. Era posizionata in fondo alla cucina, che era una stanzetta stretta e lunga, arredata con un frigorifero, un tavolino e alcune credenze. In fondo c’era una piccola finestra chiusa: è lì che era poggiata la radiolina. Spinse l’interruttore, ripercorse a ritroso quell’ambiente, e passando per l’ingresso ritornò nella camera da letto.
Fece un sorriso compiaciuto quando entrò nella stanza: c’era un tenero profumo di limone. Infatti, per evitare di riempire quella stanza degli odori tipici dei maschi arrapati e (a volte) puzzolenti, aveva posto sul comodino, che era di fianco al letto, uno di quegli aggeggi che mangiano gli odori: funzionava perfettamente e in più regalava a quella stanza un dolce profumo che riusciva a farla sognare.
Si svestì, riponendo quel poco che aveva indosso, su una sedia posta a sinistra rispetto a chi fosse entrato dalla porta. Nuda, chiuse il balcone che era incastonato nella parete difronte alla sedia con la camicia del padre di Giulie, e si sdraiò con tutto il suo peso, sul letto.
A ricordarle che quello era stato, durante il giorno, il letto di una prostituta, il rumore delle molle: erano proprio stufe di contrarsi e rilassarsi, come avevano fatto volontariamente i muscoli inferiori di Giulie qualche ora prima…così una di essa decise che non ce la faceva più e comunicò le sue intenzioni sia alla donna che occupava il letto, sia alle altre molle, con un secco rumore. La donna sul letto imprecò parole incomprensibili, ma era troppo stanca per fare qualsiasi cosa, e piombò nel sonno più profondo.
Sembrava poter annusare l’odore del padre sulla camicia. Era nella cucina, preparava gli spaghetti. Aveva indosso la camicia del padre e sentiva (adesso lo sentiva veramente), il forte odore di campi mescolato all’odore inconfondibile di suo padre. Girò la testa di scatto, e la cucina si trasformò in un solo istante in un campo immenso. Un campo di grano ai cui lati vi era una distesa di alberi di limoni.
Vedeva una figura spuntare dalle piante alte e rigorose.
"Papà, papà", si era suo padre. Così gli corse incontro e lei si ritrovò tra le sue braccia, ma prima che potesse accorgersene era ritornata bambina…eh, già anche lei era stata bambina.
Era al sicuro tra le braccia del padre… lo baciò e con grande gioia ne sentì anche il sapore… il sapore salato di una pelle leggermente sudata. Capì che era estate…quando era piccola tutte le estati andavano fuori Londra, nella campagne circostanti, dove suo padre aveva una casetta con un piccolo terreno. E l’odore del padre, quello dell’erba, il profumo dell’estate la facevano sentire sicura, a casa sua.
Suo padre non parlava e con un gesto la fece scendere e vide che si allontanava per andare a prendere quella macchina che le aveva sempre incusso terrore: la macchina (di cui non conosceva il nome o forse lo conosceva, ma non riusciva proprio a ricordarlo ), che usavano i boscaioli per tagliare la legna. Il sogno stava cambiando.
Il sole non c’era più.
I profumi non c’erano più.
L’estate non c’era più.
La luce non c’era più.
Sentiva solamente.
E quello che sentì nel sogno era qualcosa che non era mai riuscita a dimenticare. Era il rumore che fa un pezzo di carne quando finisce tra le lame di quella macchina (di cui non conosceva il nome o forse lo conosceva, ma non riusciva proprio a ricordarlo).
Urlò nel sogno e nella realtà…
…Talmente forte fu il suono prodotto dalla vibrazione delle sue corde vocali che si svegliò.
Era sudata e angosciata. Ricordava il sogno. Non aveva fatto in tempo il suo cervello, a conservarlo nella cantina dei ricordi perduti. In realtà se anche ci fosse riuscito, non avrebbe potuto impedire alla coscienza di ricordarlo. Non era un vero e proprio sogno, ma la rivisitazione onirica di un ricordo che non poteva abbandonare la piccola Giulie.
Dall’età di 16 anni ricordava quel suono. E dall’età di 16 anni, ripeteva quel sogno, nelle sue varianti, almeno 3 o 4 volte in un mese. Oramai ne aveva quasi 27 di anni e non riusciva proprio a dimenticare quel suono…del resto era troppo crudele l’immagine che un suono di quel tipo evoca, per poterlo dimenticare.
"Accidenti", si disse.
Si alzò.
Scese dalla parte destra del letto. Si girò. Aveva di fronte la porta e quindi l’ingresso. L’attraversò. Fece quattro passi. Girò a destra. Entrò in cucina. Fece due passi e immediatamente si ritrovò di fianco al frigorifero. Si girò di nuovo, ma questa volta a sinistra. Allungò la mano e afferrò la maniglia del frigo. Tirò. Il frigo si aprì. Prese una birra in lattina. La bevve.
Mentre beveva, riportò i suoi piedi in camera, posò la birra sul comodino, affianco a quell’aggeggio che mangiava gli odori, e indossò la camicia. Respirò forte, come per sentire un odore, ma non lo sentì.
Presa dalla disperazione scoppiò a piangere, molto forte. Si conosceva bene, erano momenti difficili, ma passavano. Pensava a quanto voleva bene al padre, e quanto lui l’avesse amata. Avevano fatto parte di una famiglia felice ed insieme erano riusciti pure a superare la morte della madre.
Aveva 8 anni e non comprese immediatamente il significato profondo di quello che era successo: suo padre non le rifilò una di quelle classiche storie che si dicono in quei casi, del tipo :"Mamma è partita per un lungo viaggio".
Lui fu subito chiaro con lei, e Giulie imparò a comprendere il concetto della morte e della vita molto presto.
Tuttavia, nonostante le notevoli difficoltà, riuscirono a superare quei momenti perché si aiutavano a vicenda: il loro amore li aiutava. Ma quando quella dannata macchina (di cui Giulie non conosceva, né avrebbe voluto conoscerne il nome) spappolò cuore, stomaco e polmoni, di suo padre lei non si riprese mai più.
Certo riusciva a ridere, ad amare (anche se con notevoli difficoltà)…sopravviveva abbastanza bene. Però le notti… le notti erano proprio terribili. Non solo quelle come questa, in cui riviveva quel tremendo giorno di luglio del 1987, ma tutte le notti. Non trascorreva una notte in cui non faceva anche un piccolo pensiero su quella giornata.
Erano passati anni, ma oramai si era rassegnata all’idea di rivivere periodicamente quel dannato giorno di luglio.
La mattina si svegliò un po’ sudata nella camicia del padre. Però si era sentita protetta e durante la notte non aveva più sognato, o almeno così credeva.
Era un po’ tardi per prepararsi la colazione, così si alzò e andò al bar.
Penny Lane quella mattina era abbastanza deserta, o per meglio dire, era deserta di indigeni: infatti nonostante l’orologio appeso lungo quella strada segnasse le 11 A.m. c’era un via vai di passanti di varie nazionalità: Londra era ed è fatta così!
Se vuoi vedere come sono fatte le persone di una qualsiasi etnia, non conviene raggiungerli, ma andare a Londra e aspettare di incontrarli. Magari, nel frattempo, puoi bere una birra oppure colorarti i capelli viola in una di quelle botteghe dove ci sono tizi che fanno di tutto: dalle unghie psichedeliche ai tatuaggi.
Le metteva sempre allegria vedere gente strana e fu così anche quella mattina, soprattutto quando un tipo la fermò, chiedendole in un improbabile inglese che via fosse quella in cui si trovavano. Scoppiò a ridere e si pentì di non essere riuscita a trattenersi, ma il tipo (che presumibilmente era italiano) invece di dire strada, aveva pronunciato in un modo assolutamente penoso e le lettere insieme avevano suonato quasi come ‘mazza’! Così le sue parole era sembrate più o meno: "Che mazza è questa?".
Non c’è da meravigliarsi se Giulie rise di quell’italiano troppo italiano e così poco inglese.
Si riprese e si fece perdonare con un sorriso fantastico e così anche l’italiano aveva preso a ridere quando Giulie le spiegò. Mentre dava le indicazioni che gli erano state chieste, il tipo la interruppe sempre in un’inglese traballante: "Sei bellissima!", e lo disse senza nessun secondo fine: Giulie era veramente bellissima: due occhi blu, ma di un blu più blu di un cielo blu. Erano incantevoli. E l’italiano non aveva mai visto in Italia degli occhi così.
I suoi capelli erano impazziti quella mattina e anch’essi erano splendenti. Lei aveva una gonna lunga bordeaux molto sottile…fresca. Le copriva le dolci forme senza nasconderle, al di sopra una piccolissima maglietta bianca, a giro manica. Era magra, ma aveva le curve al posto giusto e per dare un ultimo tocco di personalità, aveva un bel paio di scarpe da ginnastica leggere e bianche ai piedi…
Arrivò al bar dove tutti la conoscevano (conoscevano quello che faceva), ma nessuno le aveva mai detto niente. Ognuno si faceva gli affari suoi, perché le volevano bene, comunque. E tutti, nel bar, conoscevano la storia di Giulie: erano anni che abitava in quella strada e da anni andava sempre nello stesso bar. Cosi Jackie, la padrona del locale, aveva potuto vedere crescere quella bambina negli anni, e il suo metro di paragone era il rapporto tra l’altezza di Giulie e quella del bancone.
Quand’era molto piccola non arrivava neanche con le mani a prendere un bicchiere: era il periodo felice, quando mamma e papà Bethitch si prendevano cura di lei. Quando invece Jackie vedeva spuntare solo le manine ad afferrare qualcosa, era già il periodo in cui c’era solo papà Bethitch a badare a Giulie.
Ritornò la felicità, almeno questo vedeva Jackie, dai modi di fare dei due, quando ormai la bimba era diventata una giovane adolescente di 16 anni.
Ora era cresciuta e Jackie credeva che la felicità non avrebbe solcato più il volto di quella donna dagli occhi grandi come quelli di una bambina.
Jackie le voleva bene e spesso aveva badato a lei, soprattutto nei momenti più difficili.
"Ciao amore, ti preparo una bella colazione? Ti vedo un po’ assonnata!…Non preoccuparti, lascia fare a me e fra 10 minuti sarai forte come una leonessa!".
"Grazie Jackie, sei sempre carina con me".
Lei le voleva bene, anche perché aveva sempre avuto un debole per Bethitch padre…erano stati compagni di college ed avevano avuto anche una storia insieme finita male. Poi lui si era sposato giovanissimo con Claire che cambiò il suo nome da White a Bethitch, appunto. Dopo la morte di Claire era stata molto vicino ai due superstiti della famiglia e in particolare al superstite maschio: erano stati insieme di nuovo e Jackie aveva incominciato a sognare un futuro con loro, anche se il problema maggiore sembrava essere proprio Giulie: non poteva ancora accettare il ruolo di Jackie, così i due avevano saputo aspettare.
I sogni della madre-barista si spappolarono quel giorno di luglio quando quella macchina per tagliare la legna sbagliò mira.
Giulie consumò velocemente il pasto e si andò a preparare per il tizio che sarebbe venuto a momenti.
Il mercoledì c’era Jeffrey, il tipo perfettino. Era sempre brutto stare con lui. Non che con gli altri le piacesse, ma almeno gli erano indifferenti…almeno riusciva a pensare a qualcos’altro. Con quello pensava solo: "Quando cazzo finisci…muoviti, muoviti".
Non l’aveva ancora sviaggiato perché la pagava bene e generalmente, in più. Forse lui si era innamorato, anche se per un animale forse non si può parlare d’amore, e le dimostrava i suoi sentimenti pagando a volte anche il doppio. Non poteva proprio allontanarlo: tanto comunque si trattava di due o al massimo tre volte alla settimana, ma spesso lui non poteva per motivi familiari.
Quel giorno Jeffrey rientrò nelle aspettativa di Giulie, che riuscì peggio del solito a sopportare il supplizio a pagamento. Per fortuna l’immaginazione di lui, permetteva loro di spaziare nel mondo dell’eros attraverso la bellezza di due posizioni: lei sopra e lui sotto; lui sotto e lei sopra. Questa era tutta l’inventiva di Jeffrey, era effettivamente una fortuna: perché aggiungere a quel supplizio un ulteriore scocciamento dovuto a strane fantasie, sarebbe strato troppo anche per tutti quei soldi.
Capitolo 15
Dopo aver percorso Penny Lane, e dopo essere passato dinanzi al bar di Jackie, entrò nel portone che conosceva da molti mesi. Aveva conosciuto quella puttana attraverso un amico che gliel’aveva consigliata.
"Lavora a casa, è bella, è pulita ed è discreta…" e con aria maliziosa, "Le piace fare cose strane!". Jeffrey a quel tempo era già stato con altre donne a pagamento, ma lui ne voleva una fissa. Come quando si frequenta la palestra: lunedì e mercoledì, e venerdì, se va bene. Tutti i giorni al solito orario, così faceva Jeffrey…il sig. Meansit Jeffrey, dottore commercialista.
Ormai la moglie non lo sopportava più: probabilmente l’ultima volta che fecero l’amore La Manica si attraversava ancora con la zattera!
E come biasimarla: con un tipo come lui, che impiega più tempo per ripiegare i vestiti dopo averli tolti, di quanto duri il suo atto sessuale!
Ma la signora era una tradizionalista e aveva sempre avuto dei tabù per quanto riguarda il sesso, ma se avesse trovato un uomo capace di schiacciare l’interruttore giusto, probabilmente avrebbe saputo farlo impazzire. Come ogni donna, anche la moglie dell’emerito commercialista, aveva l’interruttore nascosto chissà dove, che apre le vie della fantasia e della perversione.
Salì le scale (l’ascensore era occupato) e giunse al quarto piano con un po’ di fiatone.
Bussò alla porta: era stato puntualissimo. L’orologio all’ingresso era dello stesso tipo che avevano Robert e Lousie: segnava infatti l’ora (era mezzogiorno spaccato), e in alto a sinistra il giorno (19 mercoledì).
"Mi sono preparata solo per te! Ti piace come sono vestita?", Giulie aveva imparato anche a fingere con le parole oltre che con i muscoli.
"Sei stupenda…" i suoi occhi si muovevano dal basso verso l’alto e viceversa…continuamente. Passavano da quelle scarpe da ginnastica, che sembravano non andare bene con il resto, alla gonna bordeaux fino alla maglietta sottile. Probabilmente Giulie aveva messo le prime cose che aveva trovato nel suo armadio, ma la gentilezza predisponeva bene il portafogli dei clienti!
Giulie pensò: "Però potresti cambiare complimento ogni tanto, che so? Potresti dirmi che sono bella, che ho dei begli occhi, che so scopare bene!"…ma quello che sentì l’uomo fu solamente: "Grazie, sei gentile".
La ginnastica durò il tempo prestabilito: svestimento, preliminare, piegatura dei vestiti, lei sotto lui sopra, lui sotto lei sopra, rivestimento…durò in tutto 30 minuti. Lei era ancora stesa sul letto e aveva acceso una sigaretta. Aveva il pacco di philip morris sul comodino a fianco all’aggeggio che mangia gli odori e alla lattina vuota di birra della sera prima, ne prese una e se la fece accendere da Jeffrey che naturalmente non fumava. Le prime volte aveva rotto le scatole con le solite storie che fa un non fumatore a un fumatore: "fa male; sono 10 anni di vita che se ne vanno; ti viene il cancro ai polmoni…".
Lei se ne fotteva, anche perché era l’unico vizio che aveva e le piaceva. Pensava che se una sigaretta gli toglieva dei momenti della vita era poco importante. Una sigaretta in certi momenti era il massimo per lei. E dopo una scopata così poco appagante ci voleva qualcosa che la tirasse un po’ su!.
Così fumava voluttuosamente, molto voluttuosamente. Ma Jeffrey non poteva apprezzare tanta sensualità perché : " Non si fuma; fa male".
Era orami scaduto il tempo, Jeffrey era soddisfatto, prese il portafogli e le diede anche una bella mancia, oltre al compenso che aveva pattuito dal primo momento.
Jeffrey si avviò da solo alla porta, ormai conosceva bene la casa; del resto se anche non l’avesse conosciuta, la casa era così piccola che l’ingresso l’avrebbe comunque ritrovato immediatamente.
Rimase sdraiata sul letto per pochi minuti, avrebbe voluto prendere sonno, le sue palpebre glielo chiedevano, ma doveva assolutamente purificare le parti inferiori. La mia è una fobia, pensò sorridendo Giulie.
Così si concesse una doccia, ma doveva fare in fretta se avesse voluto cucinare qualcosa di buono.
Aveva un buon giro di clienti. Oltre a Jeffrey, il perfezionista, c’erano anche Il ragazzo giovane, quello a cui piaceva farlo per terra, una serie di cinquantenni assidui frequentatori che generalmente non ce la facevano a farlo drizzare, e c’erano quelli occasionali.
Solitamente venivano a conoscenza di Giulie (che si faceva chiamare così senza stupidi pseudonimi come Morticia la vedova nera, oppure Iolanda la maga delle branda), attraverso amici oppure attraverso gli annunci sul giornale. C’erano inoltre, alcuni gestori di locali con cui aveva stipulato una convenzione: "ogni scopata che mi procuri ti do una percentuale.". E se i clienti provenivano da questa fonte, erano per lo più stranieri che volevano provare l’emozione della scopata all’inglese.
Una volta gli capitò un ragazzo italiano che era a Londra in vacanza. Credeva che gli italiani parlassero tutti come dei cafoni, che fossero tutti con la pancia; del resto non aveva mai amato il fascino latino. Invece dovette ricredersi, o comunque quello che lei aveva conosciuto era veramente stupefacente!
Non se ne ricordava il nome, ma non poteva dimenticare come fosse stato bravo. Non solo nell’atto vero e proprio, ma in tutto. Era stato simpatico quando doveva, dolce e forte all’occorrenza. Gli aveva chiesto come mai lo avesse fatto con una come lei…con una puttana. E quello non seppe risponderle. In ogni caso fu una mattinata davvero speciale…Talmente, che lei non si fece pagare: le era piaciuto veramente.
Ricordava che si erano guardati negli occhi (non poteva dimenticarli quegli occhi marroni), che si erano anche baciati, e che le era piaciuto.
Dopo averlo fatto, era molto confusa perché era convinta di aver incominciato a schifare gli uomini, ma non in quel caso... Erano passati forse un paio d’anni, però lei ricordava ancora quella botta di vita…peccato che non ricordava il suo nome, o forse non glielo aveva mai chiesto…poco importava. Davvero poco.
Accese la radio che era al solito posto, sul davanzale della finestra della cucina. La teneva posizionata sempre sulle stesse frequenze: 89.8 MHz. Aveva acceso in tempo per ascoltare il jingle, che terminava con una voce maschile, molto calda e sensuale che ripeteva : "Resta con noi…su", pronunciando una lettera per volta "FRM, la radio della tua estate".
Era l’ora del radiogiornale; una voce di donna molto sottile annunciava l’orario "Ore 13.00", poi si sentiva un’altra voce (maschile) che parlava del caldo in Europa, era quella l’estate più calda da molti anni (anche se le sembrava che ogni anno fosse sempre l’estate più calda), di un incidente sull’autostrada, degli scioperi dei voli.
Notizie che sembravano essere poco rilevanti: tutti i giorni pareva c’erano sempre le stesse. Le piaceva di più la rubrica che trasmettevano dopo il telegiornale in cui venivano riportate avvenimenti strani, curiosità.
Così mentre preparava il pranzo, la piccola cucina si riempiva della voce giuliva della radio: "…non vi sembra strano?", stacco musicale, "Italia. L’ennesimo miracolo. Qualche mese fa un sacerdote aveva assistito – questo il suo racconto – ad una lacrimazione di un quadro. Ora sembra però che la Chiesa sia intenzionata a non considerarlo tale, dopo aver analizzato a fondo le relazioni dei tecnici. ", stacco musicale.
Sentì poi notizie su Parigi su un tizio che non aveva capito bene cosa aveva fatto.
Nel momento in cui il panino era cotto perfettamente, il succo d’arancia pronto, e tutte le cose a posto sulla tavola, pronte per essere mangiate, la radio continuava: "Riprendiamo ora la programmazione musicale…".
La voce calda di Elton John intonava una canzone che l’aveva fatta sempre sognare. Gliela canticchiava suo padre quando lei era un po’ più piccolina: rideva sempre di gusto quando ciò accadeva, perché lui la reinterpretava imitando lo stile di Elvis e usando la pronuncia americana. Era proprio divertente!
Blue eyes laughing in the sun
Laughing in the rain
Baby’s got blue eyes
And i am home again
La voce di Elton ebbe il suo effetto positivo. Giulie rise di gusto nella cucina. Dimenticando ancora di essere quello che era, di vivere spesso nella solitudine, di sentire la mancanza di una famiglia…
A volte le bastava poco per sorridere e tentare di essere felice e spesso tentare può essere sufficiente almeno per non essere infelici.
Squillò il telefono.
Se il lettore fosse stato appostato sul davanzale, con un orecchio avrebbe ascoltato una di quelle canzonette inglesi che fanno più o meno così…
Baby, I love you
Baby, I need you
I do anithing for you
…con l’altro avrebbe sentito la voce di Giulie: "Ciao. Dove sei? Ma è un posto per ricchi!…ah certo, me l’avevi detto. Allora ti stai proprio divertendo…ti è … a proposito, quando si va?… certo che mi terrò pronta".
…sono sicuro che chiunque fosse stato sopra quel davanzale, avrebbe capito chi c’era all’altro capo del telefono. E’ stupefacente come a volte siano sufficienti poche parole per comprenderlo.
Ogni pausa, un sorriso o una smorfia, ovviamente anche il contenuto della telefonata, ci fanno capire chi è…
magari un giorno sarà pure uno sport nazionale! Come lo si può chiamare?
…non ne ho idea.
La telefonata le aveva ricordato improvvisamente che sarebbe partita fra un paio di giorni. Doveva preparare tutto per il viaggio. Sarebbero state via tre o quattro giorni, o forse qualcosa in più, ma già le prendeva quella strana smania che si tramuta in panico che assale le persone che stanno per lasciare la propria casa.
Sarebbe partita fra un paio di giorni e già sentiva qualcosa dentro, tipo dei sorcini che ballano dentro lo stomaco e che rosicchiano tutto con i loro dentini carini.
Era tardi e si doveva pure sbrigare.
Così mentre aggiustava un po’ le cose in cucina e in casa, vagliò bene cosa portare con sé e cosa lasciare. Le poche volte che era partita si era caricata nella valigia praticamente tutti i vestiti che conservava nell’armadio e una volta a destinazione – sempre ai tempi in cui il padre era ancora vivo – non ne aveva usato nemmeno la metà.
Era la prima volta che lasciava Londra dopo la morte del padre. I primi tempi non aveva potuto per ovvie ragioni economiche, dopo non aveva voluto. Aveva paura di vivere liberamente, aveva paura di soffrire, non si sentiva protetta, fuori. Forse lì a Londra, le persone conosciute, le strade in cui aveva vissuto, Jackie, le sue cose, la proteggevano, ma fuori…
…fuori no.
Ora aveva sentito una forza nuova, sì la sentiva. Certo non era proprio il momento giusto, perché da quando aveva lasciato la strada non guadagnava bene come prima, però un piccolo viaggetto poteva permetterselo. E comunque lo voleva fortemente.
Si sarebbe allontanata un po’ (e questo era già molto!), dallo squallore della vita di oggi. Cercava di dimenticarlo, ma alla sera, quando sentiva la fonte del suo guadagno dolerle per la troppa ginnastica (a volte capitava, non sempre), aveva la consapevolezza di esserlo: una prostituta.
Prima o poi avrebbe smesso. Avrebbe cambiato casa e vita.
Non poteva non cambiare vita senza cambiare casa. Doveva allontanarsi da ogni muro che l’aveva vista spogliarsi a pagamento, da ogni via o negozio in cui era passata una sola persona che avesse detto : "Quella è una prostituta".
Ecco perché le servivano un sacco di soldi, che lei ancora non aveva. Calcolando però i guadagni e le spese, aveva ipotizzato che fra circa…
…troppi anni avrebbe potuto cambiare tutto. E fin quando non avesse cambiato tutto non avrebbe nemmeno provato a cercare qualcuno con cui condividere la sua esistenza…uomo o donna non lo sapeva, era ancora molto confusa su questo aspetto. Aveva raggiunto la consapevolezza che non è importante il sesso di una persona: non è quello che la rende speciale ai tuoi occhi. E’ la sua anima che dialogando con la tua, ti fa dire: "Ti amo". L’essere uomo o donna è solo una delle innumerevoli ed inutili classificazioni create dalle persone…come bello e brutto, buono e cattivo, bianco e nero…ma l’amore è sicuramente al di sopra dell’essere maschio o dell’essere femmina.
Era confusa, però quello che sicuramente desiderava in quanto donna, era un figlio…Oh quanto lo desiderava!
Lo avrebbe sicuramente chiamato Paul: l’unico uomo che avesse mai amato e che aveva solamente baciato.
Paul era un uomo che ora non c’era più.
Paul era stato, tanti anni prima, suo padre.
Paul Bethitch.
Capitolo 16
Quello stesso 19 agosto, proprio a mezzogiorno, nel momento in cui l’amico di Giulie stava per bussare al campanello, al di là della Manica, a Parigi, Robert A. Assit, era occupato nei suoi affari.
Dal giorno in cui era stato chiamato per partecipare a quel famoso progetto, era passato un po’ di tempo. Ed erano cambiate tantissime cose. Innanzitutto non ricordava quando, o comunque non avrebbe potuto capirlo, qualcosa si era spezzato nel rapporto con Lousie. Eppure un po’ di tempo fa avrebbe giurato sul loro amore, avrebbe dato la vita per lei, ma adesso non ne era più sicuro. Provava a convincersi che era normale avere di questi pensieri, che l’amore gioca brutti scherzi a volte, e che loro sarebbero stati insieme per sempre…già, per sempre.
A volte invece rifletteva su quelle tre parole.
Cosa vuol dire per sempre, non esiste il per sempre. Perché essere per sempre vuol dire essere perfetti e niente, dannazione, lo è in questo mondo. O almeno questo ci è stato insegnato al catechismo, dimenticando la perfezione di un arcobaleno, della pioggia che cade, della luna che sorge dalla parte opposto al luogo in cui il sole è andato giù, dell’aurora boreale, di un quadro di Van Gogh o di una sinfonia di Beethoven…
Dopo aver ottemperato ai suoi obblighi partecipando a quell’esperienza religiosa (che ormai aveva deciso di considerarla fallimentare), Robert e Lousie si erano concessi una settimana di vita all’italiana. La pizza che avevano mangiato a Parigi non ricordava nemmeno lontanamente l’esplosione di gusto che invece avevano potuto provare in una della più famose pizzerie romane, né il surrogato francese della pasta, aveva la fragranza degli spaghetti cucinati in Italia. Ma a parte le prelibatezze culinarie o le immensità dei monumenti o la solennità dei paesaggi…Robert era stato proprio felice con Lousie. Ma ora proprio mentre l’amico di Giulie si abbassava i pantaloni e li riponeva dolcemente, Robert sentiva che qualcosa non andava più.
"Merda" il delicato strumento in vetro che stava reggendo con le mani, gli scivolò ed inesorabilmente raggiunse terra. Quell’imbuto separatore sembrava desiderare con tutte le sue forze di cocciare contro il pavimento lucido e il destino lo accontentò, frantumandolo in mille pezzi piccolissimi, che nessuno sarebbe mai riuscito a recuperare. Magari poi fra qualche settimana o mese o anno, Robert o chi per lui, infilando la mano da qualche parte per raccogliere ad esempio, una penna, avrebbe emesso un piccolo gemito di dolore e di sorpresa nel ritrovarsi il dito insanguinato.
"Cosa c’è Robert", quasi preoccupato, l’amico di sempre. Poi continuando "No, ancora. Cazzo vuoi stare un po’ attento…"
"Senti, Charles, non rompere, qui i soldi li caccio anch’io, Ok?". Diede un calcio ai pochi cocci che non avevano avuto la possibilità di svignarsela, ottenendo come risultato un fitto rumore di vetri; si voltò, e si mandò a casa.
Ormai era quasi ora e anticipare ogni tanto l’orario, non era un male. Anche perché recentemente potevano permettersi più personale e quindi il lavoro di Robert era pressoché manageriale.
Così prese l’auto e si avviò a casa: amava viaggiare da solo e per lui erano veramente belli quei momenti trascorsi ascoltando musica nella sua Renault Scenic.
Era un rito: entrava in auto, prendeva una cassetta, non in modo casuale, ma la sceglieva prima; si avviava verso casa, e solo quando aveva imboccato la strada veloce, accendeva lo stereo, e spesso cantava. Impiegava trenta a quaranta minuti per giungere a casa, ma solamente perché non pigiava molto sull’acceleratore, visto che quei minuti erano il pretesto per rimanere un po’ con sé stesso, con la sua persona, con i suoi pensieri.
Vedeva scorrere il paesaggio sotto i suoi occhi e preferiva di gran lunga la prima parte del viaggio, quando cioè, incontrava poche auto sulla strada. A mano a mano che si avvicinava al centro di Parigi, ovviamente, il numero delle auto cresceva bruscamente e questo un po’ lo inibiva. Non certo nell’arte di pensare, giacché le sue congetture erano inviolabili (almeno non aveva ancora conosciuto chi potesse comprenderle), piuttosto in quel meraviglioso modo che aveva di schiacciare le preoccupazione, di affrontare le delusioni: appunto seguire la voce del cantante con la sua.
L’orologio della Renault segnava le 12.45, e mentre Robert si apprestava ad imboccare le tangenziali di Parigi, stava per cominciare una nuova canzone di quell’album Bianco. Dopo un breve intro che ricordava stilisticamente canzoni del passato, in cui una voce leggermente modificata cantava di una prostituta inglese che adesso era in America alla ricerca della grande occasione, la canzone iniziava con uno Steady tempo…
Honey pie, you’re making me crazy,
I’m in love but I’m lazy
So won’t you please come home
Honey pie, my position is tragic,
come and show me the magic
of your Holliwood song
Questa canzone gli metteva sempre molta allegria e gli piaceva un sacco cantarla, anche perché non era particolarmente impegnativa.
Dopo pochi minuti, proprio mentre Honey Pie andava a finire, con l’auto fece un giro intorno all’arco di trionfo, segno che ormai era a casa.
"Ciao Ro, sei un po’ in anticipo?", con dolcezza si avvicinò a lui, sfiorandogli le labbra con un dito. "Avevo voglia di vederti prima…" rispose lui.
Sapeva che non era vero, ma sapeva anche che le avrebbe fatto piacere sentirselo dire. No, non era stato per quello che era tornato prima, piuttosto perché si era rotto le scatole di stare ai laboratori.
Eh già, si era sentito importante in Italia, certo i modi erano stati un po’ bruschi, però lo avevano trattato comunque come una personalità importante, ed ora la vita da semplice laboratorio non lo appagava più di tanto.
Lousie si accorse che Robert era da un’altra parte, tentò di rassicurarlo in modo goffo, e capì che avrebbe fatto meglio a lasciarlo solo. Era un po’ preoccupata a dire la verità, lo sentiva un po’ distante ultimamente e si era preparata per qualcosa che doveva succedere. Non sapeva cosa, ma doveva succedere.
"La settimana prossima quando ritornerò in Italia non potrai venire con me, me lo hanno espressamente chiesto. Mi dispiace, comunque non preoccuparti, si tratterà di pochi giorni."
"Capisco. Sei sicuro che non ci sia nient’altro?"
E Ro, per niente sicuro, ribatté: "Sicuro!".
Sembrava proprio che fosse entrato nel giro degli scienziati che contano. E questo non aiutava certo la sua situazione, anzi paradossalmente, la complicava. Tutto succedeva velocemente, era stato deluso, poi felice, adesso era confuso…molto. Da una parte non capiva cosa avrebbe dovuto fare o non fare con Lousie, dall’altra non stava più nella pelle per l’incarico ricevuto. A dir la verità era preoccupato e temeva di non essere all’altezza. Quando aveva partecipato all’analisi del sangue in Italia, gli era sembrato tutto strano, qualsiasi cosa: il modo in cui era stato contattato, in cui era stato scortato, l’alloggio che gli avevano dato, e poi proprio non capiva…
L’équipe di scienziati aveva confermato che il campione in esame era sangue umano, gruppo AB, ma le autorità avevano asserito che il fenomeno non era un miracolo. Gli sembrava strano che un prete si tagliasse da qualche parte e cospargesse il suo sangue su un diavolo di quadro, e poi c’era quella testimone, che secondo le fonti di cui poteva disporre, non era neanche stata interrogata. Aveva avuto l’impressione, insomma, che si fosse cercato di insabbiare tutto…eppure qualcosa non tornava, sentiva qualcosa di strano… "Che pensieri assurdi mi vengono, sicuramente quel tizio, con uno spillo o una lametta si è tagliato, ha preso il quadro e ha spalmato l’AB…sarà stato così", il cervello archiviò il fatto e incominciò a prendere in considerazione gli aspetti positivi del viaggio in Italia: non capita tutti i giorni di entrare a far parte dell’équipe del Dottor Crib.
La settimana trascorse velocemente tra una visita al laboratorio, un giro in auto, una serata divertente con Lousie, una sana litigata con Charles…insomma come sempre…O quasi: le novità nella vita di Robert non erano nel presente. Non immaginava neanche cosa il futuro potesse riservargli: probabilmente se lo avesse saputo avrebbe preferito rimanere ai laboratori Assit & Montaigne, a vivere una vita semplice e tranquilla.
In ogni caso, comunque la si veda, Lousie la sera prima della partenza per l’Italia fece l’amore con Robert. E quella fu l’ultima volta.
Magari a saperlo prima, Robert l’avrebbe fatto un po’ meglio!
Capitolo 18
L’Europa da quell’altezza era eccezionale, aveva le sembianze di una cartina geografica. Già, lei poteva vederla da lì, ma si chiese come diavolo avevano fatto gli antichi a disegnare le cartine. Probabilmente non avevano volato, eppure sembravano molto accurate: sebbene lei non avesse molta esperienza in questo settore e quindi non poteva permettersi di giudicare una cartina.
Comunque da quell’altezza l’Europa sembrava una fotografia di quelle che fanno vedere in tv, scattate dal satellite: era bellissima.
Credeva di aver sorvolato la Francia e adesso forse stavano percorrendo quel tratto d’aria sospeso su quella zona centrale che contiene parti di Italia, Germania, e forse Polonia. "Non sono certo un asso in geografia!" pensò tra sé, lasciandosi andare in uno splendido sorriso. Ora Giulie era appisolata sul sedile di fianco, e così era costretta a trascorrere il tempo dando un’occhiata a quelle assurde riviste che un hostess gentile le aveva portato. Non leggeva attentamente, mai i suoi occhi si spostavano quasi periodicamente: uno sguardo al finestrino (anche due), un attimo sul giornale e un po’ anche al televisore, che ora trasmetteva un classico Disney, per i più piccini.
Decise di addormentarsi, seguendo l’esempio di Giulie. E in un baleno, come non si sarebbe mai aspettato, chiuse gli occhi e perse conoscenza.
Nicole era una ragazza carina, occhi chiari. Aveva molte lentiggini e nel complesso il suo viso le dava l’aria sbarazzina. I capelli…bè non saprei giudicarne esattamente il colore, giacché Nicole amava colorarli sempre di una tonalità differente. Aveva provato tutti i colori a disposizione dei migliori parrucchieri di Londra; inizialmente si era mantenuta sui biondi o rossi classici, poi si era lasciata affascinare dalle grottesche tonalità dei blu o degli arancioni. Non aveva bisogno di utilizzare strane parrucche per battere…andava bene al naturale a giudicare dal numero dei clienti che aveva.
Nicole era di origine francese, aveva avuto, un tempo che le sembrava lontanissimo, una famiglia amorevole, anche troppo. Suo padre lo ricordava sempre come una specie di orco puntuale a proibirle qualsiasi cosa. Sua madre era buona, ma troppo debole per controbattere alla determinazione di lui. Così, come per molte ragazze di tutti paesi del Mondo, gli studi in Inghilterra divennero presto l’unica via di fuga dall’inferno francese. Iniziò lentamente a perdersi nella spirale degli errori fatali: era una giovane ragazza ingenua e pulita. Ma la vita si sa com’è, ti porta verso strane destinazioni e tu ti muovi lungo sconosciuti sentieri alla ricerca della felicità, ma magari quello che hai scelto, va esattamente nella direzione opposta, e hai bisogno di tempo per accorgertene…ma quando succede, potrebbe essere troppo tardi.
Nicole piano piano, voleva uscire dal giro della prostituzione, ma era difficile.
Certo che lo era!
"I signori viaggiatori sono pregati di allacciarsi le cinture", la voce stridula dell’altoparlante la destò da quel leggero sonno in cui era scivolata. Alzando lo sguardo, incontrò quello di Giulie, le sorrise e le disse: "Ma ci pensi, siamo…" e quasi come se nominare quella città, quel nuovo posto, potesse in qualche modo offuscarne il fascino, tacque e le ripropose un sorriso.
Credevano che avrebbero avuto problemi con la lingua, in realtà la gente del posto parlava un buon inglese, certo quando ti dicevano Buongiorno avevano presumibilmente lo stesso tono che avrebbe avuto un boia nei confronti del condannato a morte, ciononostante, apparivano gentili.
Certo a sentire parlare i tedeschi, le persone dell’Austria erano meschine ed orgogliose, e pure un po’ rozze…forse. Ma Nicole e Giulie, probabilmente incontrarono tutti i viennesi più simpatici e disponibili.
"Ciao Martina, lei è Giulie.", pronunciò la ragazza di origine francese.
"Ciao" accennò timidamente Giulie, mentre già Nicole si era buttata al collo di Martina per abbracciarla.
…In quel momento.
23 luglio 1999.
18.59 esatte.
Giulie si sentì fuori dal mondo. Al momento sbagliato nel posto sbagliato, con persone sbagliate. Quei 20 secondi in cui le quattro braccia si strinsero attorno ai due corpi, sembrarono i momenti più lunghi della sua vita: anzi sembrarono durare quanto era durata la sua stessa vita.
Ma che ci faceva lì, perchè era lì…Non trovò nessuna risposta utile.
Non sapeva che gli avvenimenti non accadono mai per caso e che qualsiasi evento – conoscere una persona, perdere un autobus, vincere una lotteria, tagliarsi i capelli – rientra in un progetto ben definito e di cui fa inesorabilmente parte.
…Non sapeva che il destino stava per regalarle quello che aveva sempre desiderato e forse anche di più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Il giorno successivo partirono alla scoperta di Vienna. Una comitiva costituita da due persone: Nicole Sansmot e Giulie Bethitch.
Purtroppo Martina doveva lavorare, era una dottoressa, laureata in medicina cioè, e prestava servizio in uno degli ospedali di Vienna, quello più grande.
La comitiva, cartine in mano, si mosse all’avventura, almeno per quel primo giorno: la difficoltà principale fu arrivare alla fermata più vicina: Martina abitava lontano dal centro ed era necessario prendere un autobus.
Tutto sembrava così diverso da Londra, le case, le strade, le persone.
Possibile che erano tutte e bionde e bianche come la neve con due scocche rosse in faccia?
Si era possibile.
La casa di Martina Breheme, era spersa in un bosco gigantesco, una zona verde. Fresca e tranquilla e nei cui pressi, c’era una collinetta dove si poteva ammirare tutto il paesaggio viennese.
A sinistra si scorgeva la ruota del Prater e più giù i palazzi dell’ONU, sullo sfondo delle luci del Danubio. Addirittura vedeva il palazzo di Schonbrunn, e i suoi giardini.
Presero il numero 41, che nel giro di cinque minuti li trasportò alla fermata più vicina della metropolitana, tra un aiuto esterno, e un’occhiata sulla cartina…
Alla fermata di Stephansplatz c’era vita. Sembrava una delle fermata della metro londinese, con gente strana e di tutti i tipi.
"Ehi guarda, quella…ma va scalza?" eh si! C’era una ragazza che non dava l’idea di essere una barbona: era ben vestita, pulita ed insieme ad un ragazzo…però andava in giro scalza. Risero di gusto, potendo anche permettersi di chiacchierare ad alta voce.
Giulie pensò a quanto è bello poter ammirare qualcosa che per un'altra persona fa parte della vita di tutti i giorni, mentre tu ti ripeti nella mente: "Wow!".
Come era bello pensare che in quella stazione la gente viveva le proprie vite mentre Giulie era estasiata nel vedere una viennese che ora comprava il giornale in un’edicola; un viennese che beveva un caffè correndo per non perdere la metro; un altro ancora che stava rimproverando un bambino, il figlio probabilmente.
Era pure incuriosita da un gruppo di turisti vicini una specie di cappella che c’era dentro la metropolitana, Virgilkapelle si chiamava…Era chiaro che fossero turisti: un ragazzo tra loro era sommerso da una serie infinita di borse, zaini, marsupi da cui si potevano ammirare diversi tipi di cartine. Ora quel ragazzo stava dicendo qualcosa, in una lingua che poteva essere spagnolo oppure italiano, ad una ragazza del gruppo. Lei era vestita con una gonna lunga ed un giubbino di jeans: adesso si stava avvicinando verso Giulie. In un inglese molto poco probabile disse: "Mi scusi dovremmo andare qui", ed indicò sulla cartina un posto che ovviamente Giulie non conosceva. Quando rispose in un inglese più che perfetto, la ragazza sorrise, e disse "Mi dispiace, grazie".
La sorpresa più grande l’ebbero quando uscirono dalla metropolitana. Per descrivere la scena mi occorrerebbe una pellicola in movimento, ma se il lettore mi aiuta con la fantasia, potrebbero andar bene anche le parole.
Giulie e Nicole misero in questo ordine i piedi sulla scala mobile.
…avanza…
A destra: muro della rampa di scale. A sinistra: muro della rampa di scale e piccola visuale di un palazzo.
…avanza…
A destra: ancora muro. A sinistra: visuale del palazzo in cui si scorge un bar con l’insegna in italiano: Caffè Espresso.
…avanza…
A destra: muro, con un piccolo spiraglio di luce. A sinistra: Caffè Espresso, ufficio di cambio.
…avanza…
Lentamente, Nicole e Giulie, compresero che lo spettacolo maggiore sarebbe stato inaspettatamente a destra. Così smisero di ruotare lo sguardo a sinistra e lo fissarono dalla parte opposta.
…avanza…
Ebbero un colpo d’occhio simile a quello che può avere una persona che osserva l’orizzonte: il nulla…ma a poco a poco vede avanzare un albero, poi l’altro…e lentamente, quasi spuntasse dalle acque, l’intera nave. E mentre questo tipo di fenomeno era stato utilizzato dagli antichi per dimostrare che la terra è rotonda, lo spettacolo di quel coso che spuntava, servì alle due inglesi per scoprire il fascino di Vienna.
…avanza…
Si aprì davanti agli occhi la maestosità di Stephansdom. Una costruzione alta un’infinità. "Bè che si fa, Nicole?" disse Giulie ai piedi di quella montagna artificiale. Erano ancora un po’ stanche, però se la sentivano di fare una passeggiatina perlustrativa per quelle antiche strade. "Non so. Entriamo dentro!", le sembrò la cosa più semplice da dire e da fare.
Dentro, la Chiesa perdeva di bellezza: era scura e con poca luce, classica soluzione gotica. Ma entrambe erano troppo eccitate per rendersene conto. Dopo un breve giretto all’interno, si guardarono negli occhi e si resero conto che quello che desideravano, era vagare senza una meta tra gente sconosciuta in totale libertà. Alternativamente Giulie e Nicole si ponevano alla guida del gruppetto costituito da due persone.
Aggirarono Stephansdom, e si aprì ai loro occhi una fila di 15 0 16 carrozze con relativi cavalli, cocchieri, e prodotti di scarto!
"Buono, deve essere il profumo di Vienna, conosciuto in tutto il mondo!" esclamò Giulie, suscitando sonore risa di Nicole. Non era stata la frase a farla gioire così tanto, ma la situazione: si sentiva affrancata, indipendente dalla vita di due giorni prima, che paradossalmente sembrava di un’altra e in quel momento un velo di tristezza attraversò lo sguardo di Nicole; stare lì, le faceva venire in mente che vita impossibile si era costruita: in fine dei conti era solo una puttana, a che serviva divertirsi tanto, se neanche fra quattro o cinque giorni sarebbe ritornata a battere?
Giulie sembrò quasi leggerle nel pensiero: l’abbracciò, la prese per mano e la condusse sotto un arco di pietra che dava in una viuzza stretta. C’era ogni tipo di bottega: quella del peperoncino a sinistra, a destra un negozio di swarovski, e in fondo un emporio dove si vendeva ogni tipo di tè.
Percorsero un paio di cento metri e sbucarono su una strada molto grande e piena di vita: gli austriaci non erano granché, confessò a Nicole. I ragazzi austriaci intendeva.
"Invece le ragazze non sono niente male!", disse Nicole con la sua classica malizia. E ancora una volta scoppiarono a ridere, neanche se avessero appena sniffato un po’ di coca.
La mattinata trascorse velocemente, e le due ragazze ebbero appena il tempo di comprendere che il vero movimento era esattamente dalla parte opposta alla direzione che avevano scelto all’inizio. Poco importava, anche perché era ora di abbandonare la prima missione e di ritornare a casa tra le montagne.
Il viaggio nel pullman fu silenzioso. Giulie come al solito scelse il posto vicino al finestrino e poggiò la testa sul vetro osservando la strada. Ma come sarà capitato anche a voi, i pensieri la presero così tanto, che si alienò completamente da quell’istante, quasi le sensazioni l’avessero strappata all’andare del tempo.
Tutto sembrava fosse a posto, eppure c’era qualcosa che mancava…Qualcosa di indeterminato che proprio non riusciva ad afferrare. Una sorta di male oscuro, che è il peggiore di ogni male.
"Ragazze vi è piaciuto il primo giro per Vienna?". Entrambe erano indaffarate a mangiare. Erano affamate: in un altro momento non sarebbero riuscite a mandar giù un solo boccone perché quella roba non aveva un gran bel sapore.
Fu Giulie la prima ad inghiottire e quindi a rispondere. "Certo è fantastica. Ci dovresti consigliare…" e come se l’avesse letta nel pensiero la interruppe : "Stasera vi porterò da qualche parte, domani non ho il turno."
Martina era a posto, pensò Giulie, ma sentiva qualcosa in lei che non le piaceva. La ragazza viennese cominciò a fare quelle classiche domande che si pongono alle persone con cui è impossibile sostenere un discorso: che lavoro fai, sei sposata, ti piacciono i bambini…Giulie avrebbe capito solo dopo, che questa volta le domande avevano uno scopo preciso.
Martina sapeva che Nicole e Giulie non se la passavano molto bene dal lato economico e sapeva anche il nobile mestiere che svolgevano. "Ma dimmi tu sei sposata?", e li Martina arrossì un po’. In quel momento Giulie si rese conto che forse non era abbastanza informata sulla vita di Martina, anzi adesso che ci pensava aveva chiesto ben poco a Nicole: sapeva solo che si erano conosciute all’università a Londra, che dopo la laurea e le varie specializzazioni, Martina era ritornata a Vienna e che erano rimaste in ottimi rapporti. Ma Giulie non aveva la minima idea di quali rapporti avessero avuto!
Martina era un po’ rossa in viso, mentre Nicole le raccontò di quella prima volta per entrambe nel loro appartamento.
"Fu tutto così naturale, delicato. Credo che con nessuna è mai stato così." Martina guardò Giulie che sembrava un po’ sorpresa, e continuò: "Voglio dire, io…", sempre imbarazzata, "a differenza di lei, io non sono mai stato con un uomo!". Giulie era veramente sorpresa, chissà perché poi. Conosceva Nicole, e del resto avevano fatto l’amore molte volte. Credeva forse, che non esistesse una donna che avesse deciso di non stare mai con uomo. Questo la sorprese.
"Forse ho un’opportunità per voi. Sapete stiamo facendo una ricerca molto all’avanguardia qui a Vienna, in collaborazione con molte altre squadre di lavoro, anche in Inghilterra e in Italia. Stiamo cercando una donna che sia disponibile e compatibile, insomma che faccia al caso nostro. A questa fortunata si assicura un certo futuro, non so se mi capite…", mentre parlava Martina, quasi distrattamente, metteva nella lavastoviglie i piatti, i bicchieri, e le posate che Nicole le passava.
Giulie era seduta sulla sedia nella sala da pranzo e fumava una philip morris ed esattamente nel momento in cui stava aspirando l’ultima boccata di nicotina, vedeva Nicole annuire alle parole dell’amica. Martina guardava incuriosita quell’inglesina carina che respirando fumo, girava lo sguardo qua e là alla ricerca di qualche particolare che le piacesse.
Era una bella stanza quella: le erano sempre piaciuti gli ambienti unici: cucina e sala da pranzo unite da una porta scorrevole, per esempio.
"Certo che capiamo, stai parlando di soldi, tanti?". Prima che Martina rispondesse, però, l’inglesina carina si intromise: "Se ci sono tanti soldi di mezzo, vuol dire che c’è qualche rischio!". Non seppe cosa le prese, ma si sentiva incazzata e neanche sapeva dire perché, così con un sarcasmo fastidiosamente pungente continuò: "Magari fate uno di quegli esperimenti in cui prendete un po’ di qualcosa da qualcuno e la mettete a crescere in laboratorio. Poi ci spalmate sopra qualche veleno chimico alla dottor jekill, e lo ripiazzate dentro qualche altro…".
Nicole la rimproverò meravigliata: "Giulie, ma che cazzo ti prende". E Martina, come non fosse successo niente : " Non ci sei andata tanto lontano. Qui si tratta di una cosa seria, di qualcosa che può cambiare la vita degli uomini. Ascoltatemi attentamente. La faccenda è delicata, ma per una di voi dare la propria disponibilità potrebbe significare smettere di fare la puttana!".
"Allora dimmi un po’ Martina, perché non la fai tu questa cosa, visto che ci sono tanti soldi…", ribatté un po’ sbollita Giulie. E l’altra: "E’ semplice: io sto dall’altra parte, io sono una delle ricercatrici e poi…". Esitò un attimo, posò una tazza da tè, vecchia nell’aspetto. Oramai Giulie, che era seduto al tavolo, aveva consumato l’intera cicca di sigaretta e tutte e tre le ragazze, ora, erano voltate l’una verso l’altra. Giulie, appunto, seduto al tavolo, Nicole appoggiata con i gomiti su un muretto divisorio con lo sguardo verso l’amica e Martina di fianco che schiarì la voce con un colpo di tosse, abbassò gli occhi e continuò: "…e poi io non posso avere bambini."
Giulie sembrò illuminarsi in pochi istanti, sembrava un’altra, si calmò e ripeté ad alta voce con dolcezza: "Un bambino…".
"Spiegaci meglio", si intromise Nicole, che era curiosa almeno quanto Giulie.
"Ci serve, scusate la bruttezza della parola…". Nonostante ciò, Giulie continuava a non fidarsi di lei. Non le sembrava sincera e spontanea, e soprattutto ora, credeva che stesse mentendo. "…stiamo cercando una ragazza i cui ovuli siano adatti ai nostri scopi, e che desideri avere un figlio da crescere sapendo che non conoscerà mai il padre, e affrontando la vita da sola. Noi la seguiremo per un certo periodo, fino a quando non avremo raccolto tutti i dati necessari per la nostra ricerca. Ovviamente questa ragazza avrà un lauto pagamento". Giulie continuava a sospettare di questa Martina e neanche il lauto pagamento la convinceva troppo. Non credeva che se una persona si fosse sottoposta a qualche esperimento sarebbe stata pagata…evidentemente non ne sapeva abbastanza.
Tuttavia il perverso meccanismo dell’inconscio la stava già convincendo che erano preoccupazioni inutili e che forse stava giungendo l’occasione che attendeva da praticamente una vita: un figlio, tanti soldi…ma quanti?
Non importava, sarebbero stati sufficienti ad abbandonare la vita precedente quella in cui al sabato scopava con lo psichiatra e al mercoledì con Jeffrey. Lo sentiva, doveva provare, così annunciò :"Ok, io ci sto. Dimmi cosa devo fare. Lo farò".
Il destino è proprio strano. A volte basta una piccola decisione, una stupida scelta per rendere la tua vita un inferno, oppure farti diventare l’uomo o la donna più felici: un po’ come la teoria secondo cui il battito di ali di una farfalla in Australia può determinare attraverso una serie pressoché infinita di eventi, un tornado o una tempesta in Sud America. Così sono le scelte di tutti i giorni: il n.8 perso o preso – non a caso una parola è l’anagramma dell’altra; questo o quell’altro bar…e tante migliaia di esempi che vengono in mente a me o al lettore. Così era stato per Giulie, accettare di andare in vacanza con Nicole…avevano avute varie scelte, ma quella di Vienna era subito sembrata la più fattibile…e ora le si presentava l’opportunità di cambiare vita. Forse stava correndo troppo, o forse no, ma poco importava. Ciò che ora era fondamentale era il suo stato d’animo: credeva di sentirsi al di sopra di tutto e tutti come un minuscolo granello di polvere trasportato dal destino verso chissà quale meta, con la consapevolezza che qualunque luogo sarebbe stato migliore del punto di partenza.
Capitolo 19
Erano ormai due giorni e due notti che si sentiva veramente strana. Non ricordava di aver provato mai qualcosa del genere in vita sua. Stava male. Era sola. A dire la verità, l’inizio dell’autunno era coinciso con un sacco di pensieri nuovi e stati d’animo molto forti. Credeva di essere l’unica donna a provare quelle sensazioni. Forse donna è troppo. Frequentava l’università e, almeno anagraficamente donna ancora non lo era. Anche se è difficile dire dopo quanti anni una femmina di uomo possa definirsi donna. E’ un concetto così difficile e sfuggevole, soggettivo e sottile, subdolo ed effimero che non esiste una data universale per poter dire: adesso sei donna. Forse ogni femmina di uomo ha una data personale. Bene per lei quella data non era venuta. E lo sapeva. Si sentiva ancora bambina quando verso le due di ogni pomeriggio suo padre ritornava a casa e come un creatura di 5 anni, gli correva incontro e lo baciava forte. Era bambina per un sacco di altri motivi: ad esempio, non aveva mai fatto l’amore, e non ci era andata nemmeno vicino. I ragazzi che aveva avuto prima erano stati sempre dei passatempi da bambina, appunto. Però ora si sentiva strana e sola. Non che non avesse nessuno a cui chiamare per dire quattro sciocchezze. C’erano e come!
Ad esempio c’era Amelia, quella con gli occhiali e piena di brufoli, oppure Chiara, bruttina, ma esperta in fatto di ragazzi, almeno a sentirla parlare…C’erano un sacco di compagne di università, ma lei era sola. Non aveva mai incontrato nessuno che potesse condividere con lei quell’universo di pensieri che scatenavano tempeste nella sua testa. Ora all’inizio dell’autunno si sentiva come un ponte sul mare agitato. Sentiva ribollirsi dentro con tanta voglia di fare, che credeva di essere onnipotente, ma tutto si schiantava con la sensazione di inutilità. Strano come riuscisse a sentirsi un secondo forte e sicura e il momento esattamente dopo, l’ultimo esserino di questo mondo.
Si compiaceva di queste speculazioni che non portavano a nulla, si sentiva un po’ leggera, al di sopra degli altri e dei loro modi di fare e di dire. Credeva di essere sempre fuoriposto.
La fortuna era però che sapeva di essere viva, di fiorire come un albero robusto: certo questo lo sentiva forte e chiaro.
Viveva praticamente tutto il giorno nella sua camera, un rifugio dall’universo, costruito a sua immagine e somiglianza.
Se vuoi qualcosa di strano e non lo hai trovato in giro per il mondo, vai a via J.Kennedi n.9, non ti dirò la città, e sali al terzo piano, interno dodici. Chiedi di Sophie. Chiedile cosa cerchi, se lei non ce l’ha, ti aiuterà sicuramente a trovarla.
Entrando in camera sua, nella sua reggia, ti si aprirebbe un mondo parallelo al nostro, dove tutto è conservato senza ordine cronologico o tematico: l’ordine secondo Sophie: un mare di robe indecifrabile o inutili, accozzate l’una sull’altra con cura ed amore.
Fotografie, oggettini di legno, souvenir di città lontane, quadri, quadretti, figure, poster, libri letti e non, pupazzi, modelli di automobili, profumi, candele, calendari, cappelli, vetreria, cassetti, cassettini, contenitori di materiali diversi, scatolame di vario colore, dischi cd e cassette.
Tante.
Entrando ora, in quegli inizi di settembre, alle 15.57, avresti visto una testolina rossa con le trecce, una destra e un’altra sinistra, appoggiata su un corpo fragile e minuto, steso per terra su un tappeto amaranto. Vedi ha le cuffie alle orecchie. Sophie sta ascoltando proprio ora una delle sue canzoni preferite.
Hey, I’ve got nothing to do today but smile
The only living boy in New York
Di Simon & Garfunkel amava le ballate che conosceva a memoria fin dal liceo. Soprattutto in questo momento, sembrava sentirlo vicino, Paul Simon.
Solo ieri nell’ascoltare song for the asking, aveva cominciato a piangere come una bambina, appunto.
Sophie ora aveva posato le cuffie e si era stesa sul letto per leggere un libro. Si fermò in una posizione poco comoda, per ascoltare i rumori che provenivano fuori dalla porta. Con il sedere sul letto e una gamba sotto, piegata in modo che solo poche quantità di sangue proveniente dal sistema centrale riuscivano ad irrorare le cellule periferiche, poteva ascoltare i passi di Mamma. Erano inconfondibili perché erano evidenti suoni prodotti da ciabatte strisciate per terra. Si distinguevano da quelle di Papà, perché lui le alzava come fanno quasi tutte le persone che non abbiano i piedi piatti. Poteva anche ascoltare le parole di Mamma: "Mi accompagni tu, allora? Dai che alle quattro e mezza devo essere in città". Era mamma che chiamava papà. Loro due, erano persone di successo e possedevano anche un bel gruzzoletto in banca. Sophie non amava avere molti soldi né spenderli, così la maggior parte di quelli ricevuti dai genitori – ed erano molti – stavano lì a marcire da qualche parte della stanza. Li avrebbe usati in futuro, ne era certa.
Quando la gamba incominciò a dolerle, si ricordò di sistemarsi in una posizione più comoda. Come era piacevole il formicolio, come se mille cosine partivano dal centro della gamba e correvano verso l’esterno e in questo preciso istante sembravano esplodere in tante minuscole bolle frizzanti che pizzicano la pelle. Sophie l’aveva sempre amata quella sensazione.
Allungò la mano e accese la luce sul comodino di fianco al letto e nell’aprire le pagine del libro, sperò proprio che nessuno la disturbasse. Voleva stare sola.
Tra una pagina e un’altra, i suoi occhi divennero sempre più pesanti e piombò nel sonno.
"Sophie, ti vuoi svegliare…Caspita hai dormito tutto il pomeriggio, vuoi passare la notte in piedi?". Lei non aveva la benché minima voglia di svegliarsi, comunque lo fece. Non perché altrimenti non avrebbe dormito quella notte, semplicemente perché notò che mamma, mentre lei si era appisolata, aveva messo in ordine la stanza.
Cioè disordine secondo Sophie.
Il sangue le ribollì nelle vene e incominciò a gridare come una matta, verso la madre. Non era la prima che si avventava furiosamente contro di lei: odiava le persone che si intromettevano nella sua vita. E quegli oggetti erano tutta la sua vita.
Ora che il pisolino era terminato, decise di scendere e farsi un giretto per strada, così per distrarsi un po’.
Indossò le prime cose che trovò nella stanza e con le cuffie nelle orecchie, scese le scale due alla volta. Ovviamente nel walkman c’era collocata una cassetta di Simon & Garfunkel. Era Bridge over troubled water.
"Che album" aveva pensato la prima volta che lo aveva ascoltato. Raramente le capitava questo, era stato una specie di colpo di fulmine. Eh, già, i colpi di fulmine. Lei ne sapeva qualcosa. Non aveva impiegato molto a collegare questo particolare momento, diciamo così, difficile, all’incontro che aveva fatto la settimana scorsa. Aveva deciso di imparare lo spagnolo, perché le era piaciuta una poesia di Pablo Neruda, non aveva la presunzione di parlarlo fluentemente, ma forse, più per gioco che altro, voleva impararlo. Un paio di lezioni e poi basta. Così per comprendere meglio la cultura iberica, avere qualcosa da raccontare, niente di più. Nessuno scopo a lungo termine.
Aveva ancora da qualche parte, lì nella tasca interna del giaccone, il foglio strappato dall’elenco.
Aprendolo si sarebbe vista una lista di nomi e cognomi. Questi ultimi incominciavano tutti per R. Ma a determinare la preferenza del colpo d’occhio, era una linea rossa evidente sulla la seguente scritta:
Rio Pablo 7876453 Via Marco Polo 36
Era stato il primo che aveva provato a chiamare, e in quella voce aveva sentito uno inaspettato calore: non aveva avuto bisogno di telefonare a nessun altro. Prese immediatamente un appuntamento per la settimana precedente. Esattamente Lunedì 24 agosto.
Era una casa molto grande. Nel momento in cui attraversavi l’ingresso vedevi tre porte, due delle quali Sophie avrebbe dovuto conoscere solo chiuse. L’altra era lo studio in cui Pablo faceva le sue lezioni.
Fu quando le disse "Ciao io sono Pablo Rio…ovviamente tu mi puoi chiamare Pablo e darmi del tu" e la guardò come avrebbe fatto con qualsiasi studente, che Sophie sentì scattare qualcosa nell’anima. Pablo aveva una voce calda e profonda, con quell’accento così sensuale e la lingua sibilante come quella del più tentatore dei serpenti. Era tutto scuro dalle scarpe fin alla punta del suo ultimo capello, ma due perle brillavano sopra il naso: gli occhi. Senza saperlo Sophie, dopo 45 secondi, era già state bruciata mille volte da mille colpi di fulmini che miracolosamente si erano abbattuti nello stesso tempo su di lei.
When you’re weary, feeling small
When tears are in your eyes, iwill dry them all…
Like a bridge over troubled water
Paul Simon continuava a cantarle il suo repertorio e, mentre la città le scorreva davanti agli occhi, d’un tratto incominciò a vedere sempre peggio. Le immagini si sfocavano, si annebbiavano: era la rifrazione. Maledetta rifrazione, ogni volta che la luce attraversa i tuoi occhi umidi di lacrime, incominci a non vedere più niente. E sei costretto ad asciugarti anche se non vorresti, ma nel più fortunato dei casi ci pensano loro. Le lacrime intendo. Si uniscono in un rigolo e ti solcano il viso, così riprendi a vedere un po’ meglio.
Sophie piangeva lentamente, e nel dolore sembrava quasi essere felice. Erano due giorni che non pensava ad altro, dannato Pablo. Era sicura che l’avrebbe avuto, almeno lo era fino ad un paio di giorni fa, quando aveva scoperto che Pablo Rio non era esattamente single: anzi la sua sembrava proprio una cosa seria. E Sophie non aveva nemmeno voluto sapere il nome della fortunata.
Si sentiva come ad un bivio e nel suo delirio riusciva ad imboccare entrambe le strade: sbagliare e fare la cosa giusta insieme. Chi mai avrebbe potuto fare altrettanto?
Era confusa, ma immersa nelle lacrime sentiva comunque una forza vitale investirla in pieno. In fondo era felice…nel momento più strano dell’esistenza di Sophie, la ragazza ancora non donna che abitava in via J. Kennedi n.9.
Non tornò tardi nella sua camera-casa, il giorno dopo l’attendeva l’università. Anche se oramai non era che un luogo di appuntamento per ritrovare gli amici.
Era nella stanza dove con Pablo svolgeva le lezioni di spagnolo. Stava facendo un po’ di conversazione. Come sempre lui era seduto di fronte e li separava un tavolo. Sophie lo guardava diritto negli occhi, rimanendo quasi estasiata dalla parlata spagnola. Qualcosa stava turbando il silenzio dell’ambiente, per il momento era solo un orologio.
Ora la prima scena stava sfumando in un’altra più confusa: si vedeva passeggiare per la strada con le lacrime agli occhi, ascoltando la canzone che aveva veramente ascoltato quel pomeriggio tardo.
Prese a correre, ma non ci riusciva…
La scena ritornava questa volta più nitida di prima. Eccoli di nuovo a lezione di spagnolo: Pablo ancora di fronte a Sophie che ora stava cercando una parola su un vocabolario molto vecchio. Con le pagine svolazzanti.
Nel sogno non c’era nessun suono, ma Sophie poté vedere Sophie baciare delicatamente Pablo. Fu un bacio leggero: non il primo bacio, ma un bacio tra due persone che lo hanno già fatto molte volte.
Il sogno poi sfumava dolcemente.
Ovviamente il mattino successivo si svegliò troppo tardi per correre all’università e troppo presto per dire: "Ok la mattina è finita…".
E fece la pazzia più grossa mai fatta fino a quel momento. Probabilmente ne avrebbe fatte di peggio più avanti negli anni.
Il sogno che aveva fatto era ancora fresco, la cantina dei ricordi perduti era troppo colma di roba vecchia per poter contenere cose recenti. Le immagini oniriche erano ancora fisse nella mente della ragazza, e il cuore le palpitava come mai. Pablo le mancava, lo voleva ora e a tutti i costi.
Eh già, a volte i sogni fanno brutti scherzi, ti lasciano quel retrogusto al mattino che a volte ti condiziona un’intera giornata. E a volte un’intera giornata è sufficiente per dirigere la tua vita verso lidi inimmaginabili.
Sentiva di amarlo, ma la cosa buffa è che razionalmente non né era troppo convinta, ma che importanza ha ciò che ti dice il cervello. Anche perché Sophie sicuramente non ragionava con il tessuto encefaleo, almeno ora.
Così prese l’autobus e andò in via Marco Polo 36. Aveva una cosa in mente. L’aveva sempre visto fare nei film, le era sempre piaciuto vederlo fare ad altre donne, ma adesso voleva essere lei la protagonista.
Un po’ si meravigliava di sé stessa: era sempre stata signorina Sophie-responsabilità-senso-del-dovere. Oramai era stanca di questo. Tra l’altro da un po’ aveva preso a fumare e a bere. Voleva diventare una poeta maledetta, almeno nella forma. Aveva provato anche uno spinello, anche se non aveva avuto gli effetti attesi. Sicuramente se fosse vissuta abbastanza avrebbe pure aspirato qualcosa di forte.
Quella mattina del primo settembre, Sophie aveva deciso che se Pablo avesse voluto, lei sarebbe diventata una donna. Non sempre la data del passaggio da femmina di uomo a donna coincide con la prima volta…anzi quasi mai. Nel caso di Sophie, invece quella data segnò un profondo cambiamento che raramente si verifica: cambiamento nel corpo e nell’anima.
Il destino volle che la data di Sophie per fare il grande salto fosse proprio lunedì 1 settembre 1998. Con la sensualità e la forza di un felino, Sophie strappò Pablo alla tizia sconosciuta: si presentò da lui senza dire una sola parola.
Entrò nella stanza in cui l’avevano almeno 10 volte, in mente di Sophie. Pablo le chiese cosa volesse, ma lei non rispondeva, lo guardava semplicemente negli occhi: due occhi dove avrebbe potuto trovare il calore necessario per sopravvivere al polo nord, o il freddo glaciale dello spazio.
Era lì in silenzio e con un gesto veloce si fece nuda davanti alle perle di quella figura nera: allora conobbe le altre due stanze in cui non sarebbe mai dovuta entrare, lanciando uno sguardo qua e la mentre Pablo faceva l’amore sopra di lei.
Fu una storia breve ed intensa. Durò qualche mese. Ma Sophie quel giorno fatidico, quando per la prima volta un uomo aveva avuto il libero accesso in quei luoghi inviolati per più di vent’anni, non avrebbe nemmeno immaginato verso quale fine l’avrebbe condotta il vortice di eventi che avevano come origine quegli occhi così luminosi di un uomo scuro dai piedi fino all’ultimo capello…
La prima volta che le altre due porte le si aprirono alla vista rimase sorpresa: aveva sempre creduto che quell’appartamento fosse immenso. E poi scoprì invece che quelle due porte nascondevano solamente un bagno e una cucina. "Dove dormi", gli chiese la prima volta. E lui le mostrò lo strabiliante divano che lei conosceva già (era nella stanza dove Pablo svolgeva le lezioni), sotto una differente veste: si apriva in un letto ad una piazza e mezzo. Proprio lì fecero l’amore.
Nel culmine di quel piacere pomeridiano, la personalità forte di Sophie sfocò in un grido di estasi: fu il primo orgasmo provocato da qualcun altro.
Insieme continuarono per molto tempo in armonia. Sembrava tutto perfetto almeno fino agli inizi di dicembre, quando Sophie sentiva qualcosa dentro.
Di nuovo.
Non aveva nessun problema e tutto filava per il meglio, ma lei era ritornata a soffrire di un male sconosciuto. Il peggiore dei mali, lo stesso accusato, forse in misura minore da Giulie, la prostituta di Penny Lane.
…Il male di cui non conosci né la causa, né la cura, ma ti sono manifesti solo gli effetti: Pablo non aveva idea di come prenderla, qualsiasi cosa lui facesse provocava sempre un risentimento da parte di lei che era ritornata ad essere nervosa e scostante con tutti, compreso il professore di spagnolo. Solo su quel divano-letto le cose sembravano ritornare alla normalità dei primi giorni di settembre. Ma Pablo oramai sentiva sfuggirsi di mano la situazione, era quasi rassegnato. Inoltre tutte le caratteristiche di Sophie, quelle che lo avevano sedotto fulmineamente, sembravano rivoltarsi contro la loro passione.
La follia puerile, il delirio filosofico in cui lei a volte piombava, gli improvvisi pianti, le rumorose risate provocate da un niente, l’irosa e irrazionale gelosia, la voglia di essere imprevedibili a tutti i costi, la strenua battaglia contro gli stereotipi e i modi di fare corretti, gli sbalzi d’umore, la facilità di cambiare idea…Lentamente incominciarono a stancare Pablo.
"A me pare un’assurdità" con il suo classico accento spagnolo. "Capisco il mucchio di soldi, ma sei sicura che riusciresti a reggere la situazione, si tratta di essere responsabili.". Aveva preso a parlare in spagnolo, in realtà alternava parole nelle due lingue e quando faceva così, Sophie generalmente non riusciva a resistergli. Non quella volta.
"Che vuoi dire, che non sono responsabile? Hai perfettamente ragione se lo pensi. Ma io voglio andare via di qui. Sono stanca di vivere come una bambina. Voglio ricominciare da capo in un’altra parte del mondo e forse questa è l’occasione della mia vita". E lui, molto sorpreso: "Da quando aspetti l’occasione della tua vita, non te ne ho mai sentito parlare".
Pablo non capiva, Sophie lo sapeva. Non aveva molta voglia di spiegargli i suoi stati d’animo, non più ormai. Sono sensazioni, pensieri che si afferrano con uno sguardo, se non ci riesci non c’è nessuna spiegazione che ti possa far comprendere. Non capisci e basta. E’ così.
Sophie lo sapeva, ma tentò comunque, impantanandosi in una palude di fraintendimenti e incomprensioni. "Comunque non è detto che riesca. Voglio tentare, e a volte tentare vuol dire tanto. Ho già superato la prima fase, ora siamo solo in dieci. Devo recarmi lì"
"O Dio, ma tu sei diventata pazza. Hai solo 22 anni, sei sicura di quello che vuol dire partire ora per l’Inghilterra. I tuoi genitori, gli studi, ed io…tutti a puttane?".
Era bella con le sue trecce rosse che svolazzano in modo casuale nel momento in cui faceva di si o no col capo. Pablo pensò che era al massimo del fascino quando, quella che un tempo era stata una ragazzina, disse con spaventosa calma: "Esatto, tutto a puttane".
Pablo perse tutta la rabbia, con le lacrime che gli violentavano gli occhi: "perché mi hai fatto questo". Nonostante le lacrime gli impedissero di avere una buona visuale, si rese conto che la faccia di Sophie significava: "Che cazzo vuoi dire?". Così rispose a quella domanda silenziosa :"Hai rovinato la mia vita. Io credevo di essere felice fino a qualche tempo fa. Non avevo bisogno di più di quello che avevo, e forse mi sarei anche sposato. Ma tu hai portato la rovina nella mia vita. Ho perso la serenità, la voglia di continuare…senza di te non posso"
Pablo non poteva. Purtroppo anche con lui il Destino era stato beffardo. Non c’è niente da fare Egli si diverte a creare le situazioni più assurde e drammatiche, e Pablo ne era una vittima. Aveva gustato il sapore del caviale quando fino a ieri aveva mangiato tutti i giorni pizza fredda con le acciughe e birra sfiatata…Che schifo!
Certo a Sophie non sarebbe andata molto più avanti di lui. Lei non era stata una vittima, ma un’ignara complice del Destino. Dopo il lavoretto allo spagnolo, ora non serviva più.
Capitolo 20
Trascorsero qualche altro giorno a Vienna. Nonostante fosse stata una vacanza, Giulie era stremata. Non avrebbe potuto dire quanti chilometri avevano percorso, girando a piedi per le strade della città: comunque avevano preso l’abitudine – se così può essere definita una consuetudine che si perpetua per pochi giorni – di uscire presto la mattina e tornare tardi la sera. Sempre in giro.
Avevano scoperto che Vienna era meravigliosa: una città antica, ma con sprazzi di modernità sparsi qui e lì.
Tutto era meraviglioso.
Era stato meraviglioso il museo privato di Freud, le opere di Dalì o Klimt, il Danubio di notte, il Danubio di giorno, il museo naturalistico. Ma anche la gente, le strade, le piazze, persino la metropolitana o le mense, dove avevano pranzato qualche volta. Non poteva dimenticare la gentilezza degli autisti degli autobus o delle commesse nei negozi. La cordialità della gente che sembrava fare a gara per aiutare due turiste perse in chissà quale strada. Ricordava quella volta che erano andate ad ascoltare musica classica. Nicole aveva insistito tanto: "Che cavolo, veniamo a Vienna e non vuoi neanche andare a teatro ad ascoltare un concerto classico". Aveva impiegato poco a convincere Giulie. Fu più emozionante del previsto. Inoltre nell’intermezzo, veniva offerto agli ospiti un delizioso buffet. Giulie nel vestito da sera, tra quella gente di alta classe, almeno nell’apparenza, con un bicchiere di champagne tra le mani, immaginò di essere una cortigiana dell’ottocento. Anzi, corresse il sogno, divenendo una principessa. Quella fu probabilmente la sera più bella della sua vita. Almeno fino a quel momento.
Le giornate viennesi durarono troppo poco, ma abbastanza per purificarla, per innalzarla di nuovo tra le nuvole. Per riportarla all’innocenza che aveva perduto nel momento in cui aveva cominciato a battere. Le giornate viennesi erano durate abbastanza per rinnovare la sua fede nella vita, la speranza e l’attesa per un futuro migliore. Non avrebbe saputo dire se la riuscita della vacanza dipendesse dalla bellezza intrinseca di Vienna, o dalla rinnovata brama di libertà che risiedeva nell’anima.
L’ultima sera che avrebbero trascorso nella capitale austriaca, erano sdraiate nel giardino dinanzi casa di Martina, che non c’era perché era all’ospedale. "Ho il turno di notte", aveva detto. Così ne avevano approfittato per riposarsi su quell’erba, coccolate dalla fresca brezza della sera. Ancora non era del tutto buio, e Giulie credette di vedere nel cielo Giove. Forse era l’unico oggetto celeste che sapeva riconoscere e dovunque andasse tentava di trovarlo nell’immensa distesa di luci stellari. Era un po’ una guida, un portafortuna.
"Guarda, quello è Giove", aveva detto a Nicole. Ma erano delle parole che le erano servite come introduzione ad un discorso più serio e forse anche un po’ difficile. Quei pochi giorni di vacanza le avevano fatto assaporare l’aria come una persona appena liberata da una prigionia, e al contempo rendere conto della precarietà della vita precedente.
Come le sembrava lontano l’appartamento in Penny Lane, il bar di Jackie, i suoi clienti, la radio sul davanzale della cucina, la morte del padre.
Forse era la prima volta dall’accaduto, che credeva di aver superato quel dolore. Certo, era sempre vivo in lei, ma almeno ora non provava quella pesantezza dolorosa come un macigno sull’anima. Credeva di aver superato le difficoltà che il destino aveva posto sul suo cammino ed ora, forse, era pronta a cambiar vita.
Se solo avesse potuto partecipare alla ricerca di cui le aveva parlato Martina…Avrebbe smesso di battere, grazie ai soldi che avrebbe guadagnato; e poi, avrebbe avuto un figlio: quanto desiderava un figlio!
L’aveva capito da poco, questo: sentiva la mancanza di qualcosa, ma solo recentemente aveva associato il senso materno e il desiderio di un bimbo da crescere, con il vuoto della propria esistenza.
Emise un lungo sospiro, lasciando sfuggire delle parole dalle labbra: "Ho deciso Nicole, smetterò ".
Leggendo negli occhi dell’amica, continuò: "Chiederò a Jackie se potrà darmi un lavoro temporaneo, mi accontento di poco: mi basta sopravvivere per il momento".
La serata era perfetta e Vienna sullo sfondo colmava il silenzio che era piombato tra le amiche di sempre: Giulie soddisfatta di essere una donna rigenerata; Nicole, un po’ invidiosa: lei non avrebbe avuto la forza di rialzarsi e di riconquistare la libertà perduta.
Dopo alcuni secondi di solenne silenzio, Giulie, aprì bocca e disse: "Voglio farti leggere una pagina del mio diario. La pagina è quelle di due giorni fa…" e Nicole la interruppe: "Il giorno dell’eclisse?". Già il giorno dell’eclisse.
E’ tutto sfocato, lo scoprirò presto se è iniziata o no. Forse stai diventando pazza! Ma mi è sembrato di vedere qualcosa. Bisogna aspettare Giulie!!! (Ah, ah devi avere pazienza!!) [Ci sono due austriaci – o sono tedeschi?- che mi stanno sulla destra a circa 10m, chissà forse stanno parlando di me! C’è stato un momento in cui ho visto il sole in modo perfetto: oh quant’è bello!!… Riscalda il mio corpo e la sua luce è fortissima: incomincio a vedere una leggera ombra…sarà suggestione. Ho preso il walkman, adesso si è annuvolato tutto. Prima erano solo impressioni…non è che ho sbagliato giorno? E’ venuto un cagnolino e si è fatto accarezzare, poi è venuta anche la padrona e mi ha detto qualcosa in tedesco e ovviamente non ho capito niente!!. Tutto quello che ho scritto prima è sbagliato, adesso sono sicura: la luna sta entrando nel sole…è luminosissimo: ho bisogno di entrambe le lenti: qui c’è gente che ride e scherza, ma io sono troppo presa –Giulie non ridere- per me è un momento solenne. Oh cazzo, una nuvola, non vedo più niente: Dio ti prego libera il cielo, fammi vedere la luce. …Oddio sta facendo buio: sembra il tramonto. Non so se è più spettacolare vedere il sole o il paesaggio: sembra il tramonto e fa più fresco…è straordinario: vedo dei corvi che girano armoniosamente attorno ad un punto e fanno un gran casino.- Anche i cani stanno abbaiando…mi tremano le mani. Mi sento sola. Ho bisogno di qualcuno. Papà dove sei? Quanto vorrei che tu fossi con me a vedere l’eclisse. Credo adesso sia il massimo. C’è un silenzio surreale. Nicole avrei voluto vederla con te…Nicole ti voglio bene e spero che non leggerai mai queste righe. …questa vacanza adesso è perfetta! |
Nicole alzò lo sguardo e vide Giulie guardarla. Non sapeva cosa dire, ma le lacrime che aveva agli occhi erano più eloquenti di un’arringa del migliore degli avvocati.
Le due donne rimasero ancora in silenzio, abbracciate nel buio di quella notte d’estate.
Capitolo 21
I genitori non la presero molto bene: innanzitutto furono completamente sorpresi della follia della figlia, che non era più Sophie-responsabilità-senso-del-dovere. Ormai Sophie era Sophie-follia-e-pazzia. Almeno questo si pensa generalmente quando uno è diverso. Ma credo che chiunque di noi la vedrebbe come lei, se avesse la capacità di scorgere le cose invisibili.
Le cose invisibili sono quei fenomeni per cui uno si sente triste o felice e non sa dire perché. Sono quelle cose per cui ti innamori della ragazza più brutta che tu abbia visto. Quando non ti sai spiegare perché una canzone ti da i brividi, o un tramonto di commuove. Le cose invisibili fanno parte della natura umana, ma troppe volte siamo impegnati a rincorrere quello che ci hanno insegnato per renderci conto delle cose invisibili.
Sophie, invece, le vedeva.
Certo non sapeva spiegarle né descriverle, ma aveva capito che un uomo non è il suo successo, né i suoi soldi, o la sua auto.
E il mondo che le girava attorno le aveva suggerito di scappare fuori, lontano…
Non amava particolarmente l’Inghilterra, non andava lì per un amore sviscerato per gli anglosassoni. Voleva solamente sfuggire all’ovvietà dell’universo. C’era un’occasione di vivere all’avventura e voleva afferrarla. Se solo avesse potuto aderire a quel progetto!
Una sera aveva rovistato nella valigietta del padre. Lo faceva sempre fin da quando era piccola, le piaceva vedere le carte di un medico. Se era fortunata le capitava di vedere la radiografia di due polmoni malati di cancro, oppure di un’appendice da buttare, o un fegato ingrossato per l’alcool. Quella sera era stata particolarmente fortunata, perché era avvenuta a conoscenza di un progetto molto interessante, di cui suo padre faceva parte. In realtà le era sembrato di capire che Papà non avesse una notevole importanza, ma che fosse una specie di talent-scout che aveva il compito di reclutare le persone giuste: quando credeva di averne trovata una, le comunicava di una pratica nuova e sperimentale, rimanendo molto sul vago. Però per colpire, parlava di molti soldi come premio e dell’unica controindicazione: avere un figlio.
La preoccupazione di Sophie era proprio questa. Se fosse stata idonea, che ne avrebbe fatto di un figlio…era meglio non pensarci: così fece e si trasferì verso la sua America.
All’inizio aveva avuto dei problemi di adattamento. Ovviamente si sentiva spaesata, capiva la lingua con difficoltà, aveva dormito qualche volta in posti di fortuna, mentre adesso sembrava andasse tutto bene.
Ancora aveva difficoltà a credere a ciò che le avevano detto.
Ancora non poteva crederlo.
Era forse un mese che stava lì, e non aveva la minima intenzione di ritornare a casa. Certo, era trascorso poco tempo, ma avrebbe giurato che sarebbe rimasta lì per tutta la vita. E così fu, almeno formalmente.
Quando era arrivata in Inghilterra, a Londra per la precisione, non le avevano fornito indicazioni precise sul da farsi. Semplicemente Sophie aveva dato loro l’indirizzo della pensione che aveva prenotato qualche giorno prima della partenza, si sarebbero fatti vivi loro. Quei due giorni di attesa furono snervanti. Sembrò riaffiorare la vecchia Sophie che tentava di riconquistare il controllo di quella folle che era diventata. Ogni tanto si guardava allo specchio e cominciava a parlare: si scambiava opinioni, giudizi, si diceva quello che avrebbe dovuto o voluto fare.
Lo aveva sempre fatto questo. Parlare da sola, intendo. Si amava troppo e si trovava una persona molto interessante con cui discutere. A volte lo preferiva piuttosto che condurre stupide chiacchiere con la gente.
Quel mese trascorso lì, le aveva insegnato molto più che una vita nella bambagia della famiglia: sapeva cucinare, forse una schifezza, usciva per comprare la spesa o i propri vestiti…era libera, indipendente. L’unica persona che le ordinava di fare qualcosa era Sophie.
Comunque quei due giorni furono difficili.
La signorina Sophie-responsabilità-senso-del-dovere stava quasi per vincerla. Era l’ultimo disperato tentativo: forse avrebbe vinto o perso…ma era evidente che una delle due Sophie sarebbe definitivamente scomparsa. Aveva avuto l’irrefrenabile tentazione di correre a casa, da Mamma. In lacrime. Abbracciare papà come aveva sempre fatto fino a qualche mese prima: sarebbe stata la fine del Sophie-pensiero, ma avrebbe vissuto sicuramente molto di più. Tuttavia era certa che poi la vita sarebbe divenuta di nuovo fiacca, inutile, lenta, e spaventosamente lunga.
Combatté con tutte le sue forze, e proprio mentre la vecchia Sophie stava per cantare vittoria, il telefono della pensione suonò: una voce gentile, quelle del receptionist, le aveva detto che c’erano dei signori giù che la attendevano. Disse che sarebbe scesa subito.
Finalmente aveva avuto la certezza che tutto non era un sogno. Se c’erano i tizi che erano venuta a prenderla, era sicuramente in Inghilterra. Se era in Inghilterra, sicuramente non era a casa, da Mamma e Papà…
Il pensiero corse veloce verso Pablo, mentre i suoi passi sulle scale si avvicinavano sempre più al proprio Destino. Non sapeva neanche perché lo aveva abbandonato. Lo aveva amato…per pochi attimi, ma sapeva di averlo amato. Ma quando si raggiunge il picco, c’è sempre una discesa dopo. E allora aveva deciso così: lasciare l’Amore prima che lui lasciasse loro, senza dolore o rimpianti. In fondo avrebbe sempre custodito Pablo nel cuore con lo stesso sentimento che provava nel momento in cui l’aveva abbandonato.
La portarono fuori Londra e i tizi erano stati gentili, ma terribilmente freddi. Ciò le mise un certo disagio addosso, che passò con due o tre scrollate di spalle.
Entrarono in una villa che tutto sembrava, fuorché quel moderno laboratorio che Sophie imparò a conoscere.
Sophie aveva scelto tra la morte del corpo contro quella dell’anima.
Sophie aveva scelto la prima anche se ancora non lo sapeva.
Sophie aveva scelto la strada giusta.
Capitolo 22
10.
Erano rimaste solo dieci tra le centinaia di cavie che erano stato arruolate in tutta Europa. In Italia il sig. Ricciardi, in Francia il sig. Assit, in Austria la signora Breheme, e in Inghilterra i dottori più fidati di Crib. Non tutti questi secondini avevano ben compreso quello che sarebbe accaduto alla donna fortunata. Non che questi illustri scienziati fossero imbecilli, ma Crib aveva scelto personalmente a chi rivelare la versione ufficiale, e a chi raccontare verosimili fiabe, scaricandoli immediatamente dopo il servizio. Del resto le stesse concorrenti non conoscevano bene il futuro che avrebbero affrontato se fossero state idonee.
Su di esse furono fatti ogni tipo di analisi per verificare la compatibilità e per evitare di ricevere brutte sorprese, magari da lì ad un mese o ad un anno. Non sarebbe stato molto bello se l’idonea fosse morta di cancro o infarto o di ictus. O meglio se ciò fosse avvenuto dopo…poco importava. Era più importante che il figlio non fosse morto di cancro o di infarto o di ictus.
Era inteso, se un figlio ci fosse stato.
Ci volle molto tempo e ci fu un grande dispendio di energie sia economiche che fisiche. Ma alla fine si giunse ad una scelta.
In effetti, probabilmente, tutte le dieci femmine sarebbero andate bene, però si volevano diminuire i rischi di morte dopo la nascita o il numero di tentativi di fecondazione.
Comunicarono la scelta alla fortunata nell’ormai classico stile: riserbo assoluto, poche formali parole al diretto interessato e niente di più.
Le selezioni durarono più di quanto Sophie avrebbe mai immaginato. Lei si era presentata lì nel mese di settembre. Impiegarono una trentina di giorni solo per raccogliere i dati necessari su cui lavorare.
Aveva imparato a conoscere le altre donne con pseudonimi senza che mai le fosse stato rivelato il vero nome. Lei aveva scelto il nome di Simon come pseudonimo, Paul.
Alto riserbo, le avevano risposto ad una sua domanda. In realtà avevano risposto così, per un gran numero di domande differenti:
Perché in questo posto sperduto di Londra?
Alto riserbo
Perché non posso conoscere le altre donne?
Alto riserbo
Fra quanto tempo saprò i risultati, esattamente quale lo scopo dell’esperimento?
Alto riserbo.
Il clima a Londra era un po’ diverso dal calore e la mitezza del suo paese natale. Qui ottobre era freddo e umido, pioveva ogni giorno, praticamente. Certo qualche gocciolina, però sempre e tutti i giorni.
Ora si spiegava perché fin da bambino ti presentano gli inglesi come tizi vestiti di nero, bombetta e ombrello al braccio. Ce ne erano molti così.
La vita era continuata tra alti e bassi, ma comunque la riusciva a sentire sempre...la vita: non come a casa.
Qui a Londra la sentiva sempre.
Non era la città o gli inglesi, ma la necessità di riprendere da capo, come rinascere di nuovo, scegliendo però, dove vivere e chi essere. Una totale conquista della propria libertà.
Quella mattina del 15 ottobre, Londra stranamente era splendente. Un sole tiepido aveva sorpreso tutti i cittadini con i suoi raggi. Sophie, si era svegliata di buon umore. In quell’appartamento ora, era a casa.
Lo sentiva suo.
Aveva potuto affittarlo grazie ai soldi che aveva ricevuto da quelli, e poi aveva trovato un lavoro che le permetteva di andare avanti. Faceva la commessa in un grande centro commerciale: i famosissimi Marks & Spencer.
Si era sempre domandata perché la catena della M&S era in tutti i paesi d’Europa, tranne che nel suo. Ora non solo aveva potuto visitarli e spendere qualche sterlina, ma addirittura ci lavorava. Guadagnava abbastanza, ed inoltre lo staff aveva diritto ad una serie di servizi inimmaginabili. Innanzitutto poteva mangiare bene per quattro soldi, poi aveva parrucchiere, dentista e addirittura il medico per i piedi.
Come sono strani questi inglesi, aveva pensato la prima volta. Doveva ammettere però, che il personale era molto gentile ed amorevole con la clientela anche grazie a tutti questi servizi che i mister Marks e Spencer mettevano a disposizione.
Ora era sotto la doccia: oh quanto amava la sensazione dell’acqua bollente che ti scivola lungo la pelle…
Il rumore scrosciante delle goccioline che precipitavano sul piatto della doccia, non le impedì di avvertire lo squillo del telefono. In quel momento esatto, lei seppe che erano loro: quasi una premonizione o forse una coincidenza: ma a volte le due cose coincidono.
Le avevano detto di farsi trovare sotto casa e le chiesero se fra circa 20 minuti per lei fosse andato bene. Lei rispose di sì.
Si vestì in fretta, indossò una gonna lunga scura e di sopra una troppo vistosa, felpa viola.
Si pentì poi di aver scelto quella: la maggior parte della gente che aveva conosciuto nella vita, era superstiziosa e certo il viola non è un colore fortunato. Ma doveva sbrigarsi, non aveva tempo per pensare a quelle stupidaggini.
La portarono con i consueti modi di nuovo fuori Londra. Il tutto si svolse in pochi minuti e prima dell’ora di pranzo era già a casa, pronta per fare il turno di pomeriggio al centro commerciale.
In auto si era preoccupata di dover avvertire il suo capo che non sarebbe andata a lavoro nel pomeriggio. Aveva preparato anche la scusa: "Non mi sento davvero bene, oggi", avrebbe detto. Ma tutto ciò non fu necessario: i tizi in limousine la riportarono a casa prima dell’ora di pranzo.
Sophie…era lei, cioè sarebbe stata lei, la donna che avrebbe prestato i suoi ovuli per il primo tentativo di clonazione umana della storia.
Capitolo 23
Giulie aveva temuto il peggio. Così le cose sembravano essere andate.
Lei e Nicole avevano raccolto l’invito della dottoressa Martina Breheme a partecipare a quel progetto scientifico, entrambe avevano incominciato a fare esami di ogni tipo. Nicole, purtroppo, era stata subito scartata.
Immediatamente non idonea.
Almeno aveva una certezza.
Giulie aveva superato invece, tutte le prove, e aveva fatto parte di quelle 10 femmine che erano state chiamate in Inghilterra per le ultime analisi. Sentiva che non sarebbe stata la prima, diciamo, la più idonea. E ormai credeva di averne la sicurezza.
Oggi era un bellissimo 15 ottobre lì a Londra. Strano davvero, perché gli ottobre di Londra sono ben diversi, non è un caso che i londinesi siano conosciuti come uomini con bombetta ed ombrello al braccio.
Un po’ triste quella mattina si era svegliata per andare a lavoro.
Eh già, sebbene non avesse avuto la fortuna di entrare nel progetto, quel viaggio almeno le aveva dato la forza di chiudere con il passato, anche grazie al prezioso aiuto di Jackie. Lei era una donna fantastica e le aveva dato un lavoro nel bar. Nonostante non avesse bisogno di una nuova cameriera, lei l’aveva presa con sé. Giulie non era ancora del tutto soddisfatta, perché voleva evadere da quelle realtà, dove era ancora Giulie Bethitch la puttana. Però come inizio non era niente male.
Aveva deciso di salutare Nicole per la pausa pranzo: lei non aveva avuto il coraggio di cambiare, orami era diventata una puttana vera, non poteva…non voleva essere nient’altro. Ne era schiava: era irrecuperabile.
Quel venerdì mattina al bar di Jackie veniva un mucchio di gente. Tutte e tre erano indaffaratissime, la prima barista, la cassiera (Jackie) e la seconda barista che oggi prendeva anche le ordinazioni ai tavolini, Giulie, per l’appunto. Le piaceva lavorare e la bellezza di quella giornata le dava ancora più grinta. Era sorridente, gentile, paziente, anche con il più fastidioso dei clienti.
Aveva incominciato a conoscere bene gli abituali del bar di Jackie. Spesso aveva fatto un confronto con quelli che andavano da lei qualche tempo fa: Giulie era talmente esperta, che avrebbe indovinato il comportamento sessuale di una persona nel vederla chiedere una caffè e sedersi a mangiare un cornetto. Anzi tra le donne era nato proprio questo gioco: magari entrava un vecchietto nel bar, e vedevi Giulie avvicinarsi a Jackie e sussurrarle qualcosa nell’orecchio, fare due risatine e servire, poi, ai tavoli. Era un passatempo che le divertiva e serviva anche per sdrammatizzare la situazione ancora delicata di Giulie.
La radio locale aveva scelto una canzone vecchissima, ma sempre divertente: Diana cantata da Paul Anka.
Giulie era splendente quella mattina: aveva i capelli raccolti indietro, una maglietta di lana fine chiara e un pantalone di tuta molto largo. Ai piedi le scarpe da ginnastica che erano tanto comode per percorrere i chilometri che separavano il bancone e i tavolini dei clienti. Si muoveva con grazia ed eleganza anche se vestita che più semplice non avrebbe potuto. Forse stava assaporando un po’ di serenità e felicità, e i raggi del sole così vivi quel mattino le davano un tocco di vispezza in più.
In un attimo di pausa, si accese una philip morris, e si sedette su uno dei tavolini, mentre la prima barista e Jackie lavoravano di meno rispetto al picco di qualche minuto fa.
Aspettò che il locale fosse sgombro, e disse: "A questo piace prenderle". E la padrona, non riuscendo a mettere bene a fuoco : "Cosa?".
"Intendo dire che secondo me a questo che è appena uscito piace prenderle, gli piace essere picchiato, è uno di quelli che se non lo insulti non gli si…", proprio mentre stava per finire la poetica frase, la interruppero i suoni che si azionavano ogni volta che qualcuno apriva la porta. Jackie aveva quasi deciso di togliere quell’aggeggio perché non lo sopportava più, ma in quel preciso istante ringraziò Dio che aveva avuto la misericordia di non farglielo spostare da lì, altrimenti Giulie non si sarebbe fermata in tempo…Non è molto piacevole entrare in un bar e sentire come frase di benvenuto: "si alza il cazzo".
Bè non è piacevole.
"Buongiorno, cosa posso offrirle?", la prima barista sembrava essere più gentile del solito, forse come tributo al suo dio pagano per aver evitato il peggio. Mentre stava preparando il caffè, guardò negli occhi Giulie come per dirle: "Per fortuna che non hai continuato…sai che bello!" lasciando intendere cosa sarebbe successo se non si fosse fermata in tempo.
Ma lo sguardo di Giulie era perso nel vuoto, anzi era assente: era terrorizzato.
"Oh, ciao Giulie. Da un po’ di tempo che non ti vedo in giro. Sai mi mancano le tue coccole, tu sei sempre stata la più brava di tutte. Come mai non lavori più? Eppure ti riusciva bene!", e gli scappò una forte risata.
Giulie ingoiò un po’ del fumo della sigaretta e incominciò a tossire molto forte. Fu una fortuna perché la difficoltà a respirare e le lacrime agli occhi, le evitarono una pericolosa reazione che non si sa verso quale altro futuro l’avrebbe portata. Invece, il Destino volle che quando Giulie riprese a respirare regolarmente e gli occhi si erano completamente asciugati, l’uomo non c’era più. Aveva deciso di non infierire su quella donna che tante volte le aveva offerto un orgasmo a pagamento.
Jackie immediatamente corse a consolarla, ma Giulie oramai era una donna forte, e ci voleva ben altro per abbatterla. A calmarla fu invece la radio locale che trasmettè un famoso successo di Elton John, blue eyes, la canzone preferita di Giulie.
Era tardi. Doveva andare se voleva raggiungere casa di Nicole. Le conveniva forse prendere la metropolitana.
Così fece. La linea che le interessava, percorreva un tratto sui binari ferroviari e poi riprendeva il percorso del metro. Purtroppo quel giorno Giulie non riuscì mai a raggiungere casa di Nicole in tempo, perché sulla linea ferroviaria ci fu un disastroso incidente.
C’era una folla di curiosi, polizia, ambulanze, giornalisti. Era un inferno.
Giulie si rese immediatamente conto dell’entità della tragedia e scese subito a telefonare a Nicole e avvertirla che andava tutto bene.
Chissà come si sarebbe preoccupata: "Com’è ansiosa, le verrà un infarto", pensò.
La contattò telefonicamente e le spiegò che stava bene e che non sarebbe arrivata da lei prima di un’ora. Le toccava prendere un taxi o peggio un pullman. Comunque era tutto Ok.
Tentò di uscire dalla stazione senza avvicinarsi al luogo preciso dello scontro tra i treni, ma la curiosità fu troppo forte. Non riusciva a vedere nulla, solo una folla di gente impaurita, affannata, distratta, piangente, addolorata.
Comprese quanta fortuna il Destino le avesse concesso. Ma la fortuna e la sfortuna alla fine, quando giunge la morte, si annullano. Magari sei l’uomo più ricco del mondo, ma vedi morire tutti i tuoi figli; oppure sei un cantante di successo, ma la tua vita si consuma tra una bottiglia di alcool e una siringa pieni di veleni. O magari sei un uomo che non ha goduto mai di fortuna, né sofferto di tragedie…in ogni caso il Destino provvede a fare un preciso bilanciamento.
Quel giorno Giulie fu molto fortunata.
Nello sfuggire da quel bagno di dolore, passò vicino un ambulanza: c’erano degli infermieri che stavano caricando una barella. Su di essa una donna giovane insanguinata. Per un solo momento la visuale fu libera e poté guardarla negli occhi. Ebbe una fitta al cuore, quegli occhi erano così giovani. Troppo per meritare una punizione così grande. Ebbe la sensazione di averli già visti da qualche parte, ne era quasi convinta: era quasi convinta di conoscerla.
Quanta sofferenza riuscì a trasmetterle quella donna, in quell’infinitesimo secondo in cui i loro sguardi si incrociarono. Scorse tra le lenzuola insanguinate i capelli di lei: trecce lunghe e ben fatte, belle; una maglia, forse una felpa, di un colore impossibile, un troppo vistoso viola acceso.
Gli occhi di quella così giovane donna albergarono nella sua mente per anni e anni, dopo quel giorno, insieme al rumore di quel maledetto oggetto che serve per tagliare la legna, che qualche secolo prima, per sbaglio tagliò suo padre.
Si allontanò dalla stazione più in fretta che poteva, quasi correndo, come se un terribile incubo la stesse inseguendo per agguantarla, per afferrarla, per distruggere la sua vita. Era la sofferenza che quel giorno del 15 ottobre scorreva a fiumi nella stazione di Londra. Purtroppo quella insostenibile sensazione non l’abbandonò per molto tempo, e peggio ancora gli occhi di quella ragazza.
Anche dopo molti anni riuscì a ricordarli: anzi, credo che Giulie non li dimenticò neanche in punto di morte.
Capitolo 24
Era molto tempo che non rivedeva Lousie. Era passato veramente molto tempo e incominciava a credere di aver fatto la cosa giusta. Il viaggio in Italia lo aveva definitivamente convinto che stava molto meglio solo che con lei. Era durato più del previsto ed era ritornato a Parigi solo alla metà di agosto. Odiava lavorare in quel periodo, però la seconda esperienza in Italia era stata un vero e proprio successo. Insieme ai dottori del gruppo di Crib, aveva analizzato un campione della Sacra Sindone.
Non avrebbe mai pensato, quando all’università studiava biologia, che un giorno si sarebbe specializzato in quel tipo di pratica: analisi per il Vaticano, avrebbe potuto dire. Era al secondo turno, ma sapeva che ora che era entrato nel gruppo di Crib avrebbe fatto praticamente solo quello.
L’aveva conosciuto.
Tipo strano, ma brillante e spaventosamente credente. Se non avesse avuto la certezza dell’equilibrio mentale di Crib, avrebbe potuto credere anche che fosse un vero fanatico, di quelli che uccidono per il credo religioso: non era semplice trovare tra gli scienziati un così fermo sostenitore dei dogmi cattolici.
Avevano effettuato le dovute analisi e sorprendentemente le gocce di sangue ritrovate su quel telo, anch’esse erano di tipo AB, un incredibile coincidenza, aveva esclamato Robert. Per Crib, invece, fu solo un’inutile conferma.
Comunque trascorso questo periodo in Italia era ritornato in Francia, più confuso di prima. Era un momento fondamentale nella sua vita: l’aveva intuito.
Le scelte di quel periodo avrebbero deciso il futuro: lasciare Lousie, essere ancora il socio di Charles Montaigne, accettare la proposta di Crib…Tutto avrebbe deciso il suo destino. O meglio: il Destino avrebbe deciso il suo destino.
Ad ogni modo tornato a casa, aveva già capito quale sarebbe stata la risposta ad una delle domande: avrebbe lasciato Lousie. Le voleva bene, questo era sicuro, ma cercava qualcosa in più da un amore, dalla vita. Occorreva iniziare dalle fondamenta. Il primo passo era appunto, quello di lasciarla. Era maledettamente ambizioso, e non gli era sufficiente crearsi una famiglia ed essere il socio di Charles Montaigne. Così automaticamente, rispose anche alla seconda questione. In poco più di una settimana, Robert sconvolse la propria vita.
Tagliò con Lousie, lasciò a Charles i laboratori Assit & Montaigne. E anche questo ebbe una notevole ripercussione: abbandonato il vecchio impiego, doveva trovarne un altro: accettò di collaborare al progetto diabolicamente ambizioso di Crib.
Così il Destino preparò il futuro del biologo Robert A. Assit, pupillo del Dottor Crib, il primo scienziato nella storia a tentare la clonazione umana.
Robert aveva dubitato della riuscita del progetto. In linea teorica era possibile. Ma non era così semplice passare dagli animali all’uomo, e poi chissà quanti problemi avrebbero dovuto affrontare, e non solo di carattere biologico. Cosa sarebbe successo se la donna-cavia avesse avuto delle complicazioni, e se il bimbo fosse nato storpio o fosse morto?
Tuttavia si fidava di Crib, e si era reso conto di una cosa: Crib era molto potente: aveva le conoscenze e le forze economiche giuste.
Robert aveva compreso di essere stato proprio ingenuo quando aveva contattato la F.I.P.I.M per proporre le sue idee: anche lì occorreva avere i dollari nel portafoglio. Cominciava a capire che anche il mondo scientifico era affetto da quella strana malattia che affligge tutti i campi delle relazioni umane: la ricchezza e il successo.
Si va avanti solo così, e Crib lo sapeva benissimo.
Nei mesi a seguire, diciamo verso la fine di agosto/inizio settembre, Robert, abbandonata Lousie, si era trasferito a Londra. Non proprio al centro della città, ma a qualche chilometro. Oramai faceva parte del gruppo di Crib. Anche lui aveva reclutato alcune decine di donne per il progetto, e aveva attivamente partecipato alla raccolta dei dati per effettuare la scelta. Era stato un lavoro estenuante ma molto stimolante: non aveva dovuto fare chissà quali ricerche all’avanguardia, quei primi mesi erano stati solo di preparazione, ma l’intero ambiente, l’atmosfera di solennità e la speranza per il buon esito dell’esperimento, lo avevano entusiasmato. Aveva conosciuto, poi, moltissimi scienziati di cui già aveva sentito parlare: chimici, medici, biologi. Per la prima volta era convinto di aver preso la giusta decisione.
Si sentiva bene: forse quello era il successo.
Tuttavia non era tutto così perfetto, aveva delle riserve, dei dubbi, ne aveva parlato anche con Crib. Quell’aria di segretezza e di ambiguità non gli piacevano. Era proprio necessario, per esempio, che le donne avessero uno pseudonimo e che non fosse rivelata la loro identità?
Aveva totale fiducia in Crib e furono sufficienti poche parole per rassicurarlo: "Non possiamo diffondere nome e cognome della donna che sarà idonea al progetto. E la segretezza con cui operiamo è il minimo per una ricerca così delicata e al limite dei confini della moralità".
Un’altra cosa non riusciva a togliersi dalla testa: Crib, che Robert sapesse, non aveva rivelato a nessuno di chi fosse il DNA con cui operare la clonazione. Eppure Robert aveva avanzato molte domande, era veramente curioso di sapere chi sarebbe stato l’uomo ad avere il primo doppio ufficiale. Anche a queste richieste, Crib aveva saputo rispondere con la classica sofistica eloquenza, e Robert aveva desistito.
Tutto sommato Robert era felice, ora. Anche la vita londinese, gli piaceva. Era proprio il suo momento.
Il giorno in cui le dieci donne erano state chiamate lì a Londra era emozionato, come un bambino la mattina di Natale. Crib aveva parlato direttamente con loro, solo lui ne conosceva le identità, agli altri erano noti solo pseudonimi. Erano di tutte le nazionalità, almeno questo si evinceva dai loro accenti e le loro carnagioni. Un paio di italiane o forse spagnole, altre tedesche o al limite austriache, una francese, il resto britanniche. C’era anche un olandese: Falpalà, era il suo pseudonimo. Robert le aveva viste, alcune erano molto belle. Le era piaciuta molto quella ragazza con le trecce, Paul lo pseudonimo. Parlava l’inglese con un accento strano, e aveva una borsetta in cui Robert aveva scorto un walkman. Aveva parlato un po’ con lei durante i brevi momenti in cui ne aveva avuto l’occasione. In verità aveva parlato un po’ con tutte, per tranquillizzarle, metterle a proprio agio, ma solo Paul l’aveva colpito.
In effetti ricordava anche un’altra. Ma non per la bellezza o la simpatia. La ricordava per il suo sguardo. Due occhi blu bellissimi, ma neanche questo l’aveva veramente colpito, era la filosofia del suo sguardo: ogni sguardo ce l’ha. E’ il messaggio che vuole trasmettere: ci sono gli occhi vispi, quelli intelligenti, intellettuali, intriganti, effervescenti, spiritosi, maliziosi, inebetiti, indifferenti. La filosofia dello sguardo di Jackie, questo era lo pseudonimo (o qualcosa del genere), era un sottile velo di tristezza. Era lo sguardo di una donna che aveva sofferto, era evidente.
Ricordava un episodio abbastanza strano che lo aiutava a non dimenticare queste due aspiranti cavie: entrambe avevano scelto come pseudonimo Paul. Si sciolse lo stallo con un sorteggio: in quell’occasione Robert rise della estrema formalità e pignoleria di Crib. Era stato capace di creare un problema dal nulla: era un artista in questo. Si poteva magari dire Paul1 e Paul2, oppure Paul occhi blu e Paul treccine…Crib sembrava veramente preoccupato per questo dilemma: era un vero illusionista-creatore di problemi. Aveva un’innata creatività, come quella volta che dovette ragionare a fondo sul sistema da adottare per assegnare l’ordine cronologico con cui effettuare le analisi. Era indeciso se procedere per lettera alfabetica o per età. Ma una volta risolto questo, a favore della prima possibilità, Crib si era trovato davanti al dilemma morale: proseguire per ordine alfabetico degli pseudonimi o dei nomi veri? Problematiche che possono interessare solo le menti dei geni!
Per molto tempo lavorarono sull’analisi dei dati e furono proprio Paul e Jackie ad aggiudicarsi tutte le prove. Per Robert avrebbero avuto gli stessi diritti di essere la cavia, però fu Crib a decidere. Nessuno sapeva perché, comunque fu preferita Paul. E il 15 ottobre le fu comunicato la buona notizia. Non le fu spiegato molto di quello che avrebbe dovuto fare inseguito, ma semplicemente la data del prossimo incontro.
Capitolo 25
Apprese la notizia della morte di Sophie un paio di giorni in ritardo. Immediatamente Crib gli incaricò di ricavare tutte le informazioni necessarie: sebbene non interessasse più, visto che era morta, era comunque opportuno sapere come erano andate le cose.
Sophie era morta il 18 ottobre, durante la notte. Il 15 ottobre, quando aveva incontrato Giulie, era ancora viva. Quasi miracolosamente, Sophie aveva riconosciuto quella donna che aveva visto per molti giorni. Non conosceva il suo nome ovviamente, ma sapeva che era Jackie. Almeno così era il suo pseudonimo. Lì, sulla barella, insanguinata, aveva altro a cui pensare, eppure le venne da sorridere ricordando quel buffo episodio quando avevano scelto lo stesso pseudonimo: Paul. Sophie ovviamente l’aveva scelto in omaggio a Simon, e si chiese chissà perché quella donna avesse optato per lo stesso nome.
Chissà chi era stato Paul nella sua vita: un amante passato, un fratello, il padre.
Con il sangue che le colava dalla bocca e la milza spappolata, che cosa si era ritrovata a pensare? Al Paul di una donna sconosciuta.
Ebbe ancora il tempo di rendersi conto che, nonostante l’incidente, era felice. E la morte che sopraggiungeva le faceva capire anche che aveva vissuto.
Non importava che la felicità era durata così poco tempo. Anzi era meglio così: morire al culmine della felicità è la migliore morte. Se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto esattamente di morire così: era felice. Le piaceva abbandonare la scena al massimo del successo, in un certo senso l’aveva fatto anche con Pablo – che strano la vita le aveva dato l’occasione di fare l’amore con un uomo che aveva lo stesso nome dell’autore di poesie che più amava: Paul Simon. L’aveva abbandonato nel momento in cui aveva sentito di amarlo di più. Per la precisione un attimo dopo: quando aveva capito che ieri l’aveva amato di più.
Sophie pensò a un miliardo di altre cose prima che i suoi occhi si spegnessero guardando la luce riflessa da una nuvola assolutamente bianca: Mamma e Papà, la laurea mai conseguita, song for the asking, Simon, la sua voce e la sua chitarra, Dio, alla donna-Jackie, ancora Dio…pensò ad un altro miliardo di cose mentre gli occhi si chiudevano felici per l’ultima volta.
Non si riaprirono mai più.
Il petto si abbassò per l’ultima volta, per non rialzarsi più: fu l’ultimo respiro.
Già, l’ultimo respiro.
E’ un concetto inconcepibile eppure è qualcosa di reale: siamo troppo abituati a dare per scontato che, dopo aver cacciato l’anidride carbonica dai polmoni, siamo in grado di recuperare altre molecole d’aria per metterle in circolo nel sangue.
Eppure l’ultimo respiro esiste, anche se è inconcepibile.
L’ultimo respiro.
Quello di Sophie.
I medici spiegarono a Robert che la ragazza era subito caduta in coma senza più risvegliarsi. Avevano sperato per qualche giorno, ma era servito solo a dare il tempo ai suoi genitori di venire in Inghilterra e credere nell’apparenza di avere una figlia ancora viva.
Era notte.
Era notte quando Sophie abbandonò il nostro mondo.
Era notte quando emanò l’ultimo respiro.
Robert rimase a pensare a quella donna. Ora sapeva come si chiamava, ma non aveva più importanza.
Chissà perché il pensiero corse verso Lousie. Non l’aveva mai dimenticata, cioè le voleva ancora bene, ancora provava nei suoi confronti un senso di protezione.
Robert aveva appena conosciuto Sophie, ma il fatto lo colpì profondamente.
Si chiedeva come mai Crib aveva affidato proprio a lui quel compito, doveva avere molta stima di Robert: adesso doveva avvertire la seconda sulla lista: Giulie Bethitch.
Giulie Bethitch era Jackie, era la seconda della lista.
La prostituta di Penny Lane, aveva scelto come pseudonimo Jackie, ed era la seconda della lista.
Inspiegabilmente a Robert fu ordinato di avvertire personalmente Giulie. "Va da lei, e spiegale tutto tu, di persona". Non comprendeva bene i motivi dei suoi nuovi compiti quasi diplomatici, ma ne era contento: gli piaceva essere il pupillo di Crib.
Allora andò da lei.
E fu così che i destini di Robert A. Assit e Giulie Bethitch si incrociarono. A causa di una serie infinita di eventi.
…se Giulie non fosse partita per Vienna; se Robert non avesse abbandonato Parigi e la sua vita; se Sophie non si fosse schiantata contro il treno proveniente nella direzione opposta…le loro strade non si sarebbero mai incontrate.
Capitolo 26
"Non può essere vero. Era lei, allora".
Giulie comprese tutto. In un solo momento tutto le sembrò chiaro: aveva capito di chi erano quegli occhi e quelle treccine sulla barella insanguinata. Ora quella donna, che lei aveva conosciuto come Paul, aveva un vero nome: Sophie, le aveva detto Robert. Era andato lui stesso da Giulie per comunicarle l’accaduto e che oramai era lei la prescelta per l’esperimento. Alle parole del francese, la donna non era sembrata particolarmente entusiasta, del resto poteva essere anche logico, visto le fortuite circostanze che l’avevano portato fin lì. Giulie era sinceramente addolorata: "Sarei potuta essere io", sussurrò a Robert che la guardava attentamente, mentre gli occhi di lei erano persi in qualche zona misteriosa del caffè adagiato nella tazzina sul tavolo. La morte l’aveva sfiorata, il vento algido le aveva scompigliato i capelli. Però era ancora di fronte a quella tazza di caffè.
"Mi scusi, è tutto Ok?" chiese timidamente Robert, "mi sembra un po’ sconvolta. Se preferisce, posso passare da lei anche domani per illustrarle il programma di lavoro". Robert si stupì di quanto fosse stato amorevole, e Giulie comprese questo, rispondendo con uno splendido sorriso.
Caldo.
"Non si preoccupi sig. Assit. Sono pronta ". Non lo era mai stata come ora: era pronta ad abbandonare con un salto deciso il passato: sarebbe potuta diventare una donna nuova.
Ora poteva.
Robert prese dalla sua valigietta un foglio con degli appunti battuti al computer: era una promemoria per non dimenticare nessun particolare. Si impegnò molto per essere il più esauriente possibile.
Nel frattempo il caffè di Giulie si era ridotto ad una piccola pozza di liquido in fondo alla tazzina. Con la mano sinistra faceva volteggiare dolcemente una sigaretta, con l’altra, attenta a non rovesciarla, giocava con la tazzina. Era completamente persa nelle parole di quel biologo, così si era presentato: biologo Robert A. Assit.
Le piaceva da morire il suo modo di parlare. Non l’aveva colpito fisicamente, nonostante fosse un giovane di bell’aspetto, ma quando aveva prodotto i primi suoni, Giulie era stata affascinata da quella voce francese.
E’ strano come a volte una persona non ti colpisca per nulla: magari la vedi passare davanti a te tutti i giorni e ti risulta indifferente; poi una parola detta o non detta, uno sguardo particolare, una mossa opportuna dell’angolo delle labbra…ed il gioco è fatto. Tutto cambia in un istante e quella persona che avevi visto distrattamente, ora è un’altra persona. E non puoi fare a meno di parlarle e le racconteresti della tua vita come non hai mai fatto con nessun altro.
"Per cui non dovrà preoccuparsi se ci saranno diversi tentativi: anzi sarà sicuramente così. Il tempo necessario alla fecondazione e al reinserimento dell’uovo all’interno…" qui Robert esitò un attimo e si pentì di aver accettato quell’incarico; quando qualche giorno prima aveva risposto affermativamente alla richiesta di Crib, aveva creduto che fosse positivo quel nuovo ruolo tipo pubbliche relazione, ma caspita se non era imbarazzante: Giulie corse immediatamente in suo aiuto: sorrise, e questo sembrò ridare fiducia al biologo. Ma proprio mentre questi aveva ripreso a parlare, Giulie si strozzò nel fumo nel vano tentativo di reprimere una risata…e scoppiò a ridere. Robert arrossì leggermente: "Ma cosa hai", poi correggendosi: "Cosa ha da ridere? Non è un compito facile" Come se le parole appena pronunciate suonassero come un’irresistibile freddura inglese, Giulie incrementò l’intensità delle sue risa. Robert non poté far a meno di notare quanto la signorina Bethitch fosse fascinosa: spiccava sul lato sinistro della bocca una meravigliosa fossetta, la si poteva notare solo quando rideva forte, perché le labbra raggiungevano l’apertura necessaria a creare quell’attraente piega della pelle.
"Mi scusi ma quando inizio a ridere…proprio non riesco a fermarmi". Non fu semplice portare a termine quella frase: Giulie emise un’altra sonora risata all’altezza di ridere, poi si ricompose e lasciò continuare Robert che non sembrava affatto infastidito, piuttosto era divertito e aveva stampato sul muso un sorriso da ebete.
Circa un’ora durò quel primo incontro sufficiente a fornire alla donna un buon quadro introduttivo di quella che sarebbe stata la sua vita per i prossimi 16-18 mesi. Quando Robert pronunciò queste parole "16-18 mesi sono necessari…", sul volto di Giulie si dipinse un espressione eloquente: "Davvero occorrerà tutto questo tempo?". Così il biologo le spiegò che ovviamente era la prima volta che l’uomo provava un esperimento del genere e non si sarebbe potuto prevedere il tempo necessario ad ottenere il concepimento. Nella migliore delle ipotesi si pensava ad un 5 o 6 mesi.
Ci sarebbero stati numerosi tentativi.
Le previsioni, come sempre accade, furono sbagliate. Ci volle poco meno di un anno, affinché nel ventre di Giulie incominciasse a respirare una nuova creatura. I tentativi di clonazione si susseguirono nei mesi.
Il sessantasettesimo ebbe successo quando ormai tutti avevano perso la speranza, tranne Crib che era stato sempre convinto della giustezza delle sue teorie. Robert, invece incominciò a dubitare dell’idoneità di Giulie, magari ha qualcosa, aveva pensato, che ci è sfuggito, che non abbiamo considerato, perché non provare con qualcun'altra?
Il sessantasettesimo tentativo aveva avuto successo. Robert ricordava come tutta l’équipe dei medici aveva festeggiato quella notte. Tra loro ovviamente c’era anche Giulie, che oramai conosceva ogni membro di quella grande famiglia: dal custode della villa fino al signor Crib, che l’aveva sempre messa in uno stato di soggezione. Aveva conosciuto anche il sig.Ricciardi, ma quello proprio non lo sopportava. Aveva rivisto Martina, che spesso era lì. Aveva imparato a conoscere Robert, che era la persona che più gli piaceva in quella grande famiglia.
Crib aveva deciso che il biologo francese sarebbe dovuto divenire l’accompagnatore di Giulie: dove lei andava, lui doveva andare; quando lei pranzava, lui doveva pranzare. Se lei usciva, lui doveva uscire.
Così Robert era costretto a lavorare doppiamente. Come biologo e come accompagnatore di Giulie. "E’ la nostra materia prima, ricordati che il nostro successo vive nel suo ventre. Non dimenticartelo mai, quella donna vale una fortuna e sai che non parlo di soldi."
Giulie scoprì quanto immensa fosse, quella che dall’esterno appariva come una villa. Infatti trascorse un gran periodo tra i piani rialzati, piano terra e le innumerevoli sale nel sottosuolo. In particolare la sua stanza era al piano superiore, come le stanze degli scienziati che alloggiavano lì. Non tutti potevano usufruire di questo privilegio: oltre al personale necessario come custodi, segretarie, qualche tecnico, per il resto erano pochi, quelli fissi. Al piano superiore, per esempio c’era anche la stanza di Robert, divenuto un suo fedele sostenitore psicologico. Qualsiasi curiosità o problema avesse, si rivolgeva sempre a Robert: era gentile, paziente, capace di spiegarle anche i concetti più difficili, simpatico e riservato. Una volta, una sera a cena, Giulie aveva chiesto a Robert di mostrarle per filo e per segno cosa le avevano fatto, quali erano i vari passi dell’esperimento scientifico. Robert, a cena, le aveva fatto cenno di attendere.
Dopo cena, non molto tardi, perché Giulie aveva degli orari ben precisi in cui svegliarsi e andare a letto, Robert l’aveva portata con sé ai piani inferiori, in una piccola sala convegni. Pochi posti a sedere, pochi ma comodi. Buona luminosità, ottima acustica, lavagna luminosa e quella nera, la classica.
Robert incominciò la conferenza privata.
Titolo: La clonazione.
Sotto titolo: le delucidazioni del piccolo biologo.
Lentamente, con uno tono di voce sereno e amichevole, le raccontò i vari momenti dell’esperimento a cui lei aveva attivamente partecipato, omettendo i passi più difficili e soffermandosi sui più importanti. Le sue parole avevano anche lo scopo di rassicurarla, e credeva che funzionasse. Giulie era sempre più tranquilla quando le veniva spiegato un esame a cui doveva sottoporsi, che cosa fosse l’intruglio che le veniva iniettato nelle vene, oppure che cosa significassero quei valori del suo sangue.
Durante le prime settimane il loro rapporto era stato del tipo medico-paziente, ma lentamente era scivolato sui binari della reciproca conoscenza. Sempre più spesso Robert si tratteneva in camera di lei per parlare un po’, due chiacchiere prima di dormire. Dopodiché Robert verso le 11.00 della sera, si faceva un sorsetto di Vodka alla fragola, la sua preferita, e si ritirava in camera , oramai la sua casa.
Il tempo trascorreva velocemente, forse mai in vita sua le lancette dell’orologio erano scappate così in fretta. Probabilmente perché Robert era davvero impegnato: la giornata tipo iniziava presto e finiva tardi. Per fortuna aveva abbastanza libertà di movimenti e tra l’altro i suoi compiti si andavano lentamente trasformando: non armeggiava più con pozioni magiche e ali di pipistrello – o raramente - ma si limitava a vigilare e a prestare consiglio. Finalmente gli si dava l’importanza che meritava: spesso aveva deciso lui come proseguire, quando si presentava una difficoltà; Crib lo teneva molto in considerazione e questo era molto di più che una soddisfazione.
Inoltre, grazie al suo inconfondibile charme e alla sua capacità di infondere sicurezza, era divenuto l’accompagnatore psicologico di Giulie: in realtà i due si aiutavano a vicenda e pian piano, i gesti che una volta erano da attribuire alla normale gentilezza, si trasformavano in qualcosa di più: gli sguardi, le mani che si sfiorano, le serate trascorse insieme, stavano dirigendo i due verso qualcosa di più forte.
Di autentico.
I giorni sembravano tutti uguali ai laboratori, ma Robert ne ricordava uno in particolare. Era abbastanza caldo, e Robert aveva l’opportunità di trascorrere l’intero pomeriggio con Giulie: era sembrata abbastanza giù di tono a tutti e Crib, che sapeva curare i propri affari, aveva consigliato ai due una semigiornata di riposo e di totale distrazione. Robert prese in prestito una jeep - sempre parcheggiata nei garage immensi della villa e utilizzata per le più disparate occasioni- per portare Giulie su una delle colline che circondavano la zona. Poche volte le era stato permesso di allontanarsi e di uscire, anche se quando lo desiderava veramente, veniva sempre accontentata.
Robert cercò di organizzare quel picnic nei minimi particolari: bendò Giulie e la portò in alto, verso colline dove nemmeno lui era mai stato. Come ogni picnic che si rispetti, mangiarono, bevvero e dormirono, ma l’aspetto più importante fu il dopo.
Il paesaggio e l’atmosfera era quella giusta, ma Robert non aveva ancora la voglia di giocare le sue carte, e non sapeva nemmeno se l’avrebbe mai fatto, e poi Giulie era pur sempre una specie di collega.
E la prima regola che ti insegnano ovunque è di separare l’amore dal lavoro.
Sembrò tremendamente difficile a Robert separare l’amore dal lavoro, quando si ritrovò Giulie addormentata tra le sue braccia con lo sfondo un tramonto estivo. Tutto appariva troppo perfetto: la donna era perfetta, il paesaggio era perfetto, il suo stato d’animo era perfetto…ma non si poteva.
Non ancora almeno.
Si limitò ad osservarla.
Sospirò un attimo.
Sospirò ancora.
Capelli mossi.
Occhi blu che si intravedevano leggermente sotto la sicura protezione delle palpebre.
Pelle dolce e luminosa.
Le labbra sensuali chiuse in un armonico disegno.
Un profumo irresistibile.
Tutto era perfetto.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo era rimasto lì ad osservarla mentre lei era persa nei suoi sogni.
Una sottile brezza estiva - un venticello tipico dell’ultimo periodo dell’estate, un periodo magico - soffiando su quelle colline svegliò Giulie.
Aprì gli occhi.
Lo sguardo di Robert fu la prima immagine che il suo cervello seppe mettere a fuoco.
Si chiese quanto tempo lui era stato lì ad osservarlo: non avrebbe saputo dirlo.
Nemmeno lei
"E’ da molto che mi sono appisolata?".
"No, non è tanto".
"A cosa stai pensando, Robbie?".
‘Che strano’, pensò ‘Nessuno mi aveva mai chiamato Robbie prima’.
Come se lei avesse letto i suoi pensieri, disse: "Non ti piace Robbie? Forse nessuno in Francia ti aveva chiamato così?…Bè noi in Inghilterra lo usiamo spesso!".
Robert rise leggermente, di un sorriso un po’ amaro e Giulie lo capì.
"Cosa c’è Robert?".
"Nulla, è solo…mi piace stare con te".
Lei lo strinse forte, poi si liberò dall’abbraccio e un po’ indolenzita, si sedette di fianco a lui. Mentre prima era di spalle al paesaggio, ora entrambi erano rivolti verso uno strapiombo dove si poteva vedere una grande pianura verde.
"Non ti ho mai raccontato del mio vero lavoro".
"Cosa vuoi dire…non lavoravi nel bar di Jackie?".
Lei sorrise per la dolce pronuncia usata dal francese.
"Sì, però prima…ero…". Non sapeva perché aveva voluto dirglielo. Credeva che nella sua nuova vita nessuno avrebbe dovuto saperlo. Sentiva, però, che sarebbe stato giusto raccontargli della puttana di Penny Lane.
E lo fece.
Meravigliosamente lui non si scompose.
Rimase in silenzio.
Non parlò e preferì voltare lo sguardo al sole che ora, proprio in quel momento, dava il cambio alla luna.
"Non so perché l’ho detto, però adesso mi sento meglio". Giulie continuò a violentare il silenzio di Robert raccontandogli di molte altre cose della vecchia Giulie.
E anche di suo padre Paul, di cui non aveva saputo parlare con nessuno.
Non fu difficile.
Infine gli disse: "Ho paura".
"Non preoccuparti" rispose semplicemente.
Capitolo 27
C’era vento quella sera, e stava fuori a guardare Venere. Incominciava a fare molto fresco e la maglia di lana sottile, non proteggeva la pelle infreddolita da quelle folate di vento. Non era molto tardi: il sole stava proprio adesso calando pigramente. Era davvero un bel tramonto, pensò. Un bel tramonto ventoso, con le foglie ottobrine e ingiallite che correvano come impazzite ad ogni cenno del dio Eolo. Guardava le foglie strapazzate dall’aria e ricordava il passato.
Era trascorso poco più di un anno e a Robert sembrava aver dimenticato la vita precedente. Aveva vissuto un autunno, un inverno, una primavera ed un’estate, e poi ancora un autunno, lì a Londra.
Le sue giornate apparivano un po’ come quelle foglie: mentre queste erano in balia del vento, la sua vita era stata in balia del tempo: un anno gli sembrava una vita intera.
Ora non era più il 1998, ma occorreva sostituire l’ultima cifra con quella che nella scala numerica stabilita dagli egiziani era la successiva.
Era l’ottobre del 1999.
Ricordava, come un vecchio ricorda, la propria gioventù: i laboratori, Charles, Lousie, i cornetti al bar ogni mattina…ma la sua cara Parigi la portava sempre nel cuore. Quando aveva potuto, aveva preso l’aereo ed era corso a casa.
Ma quale casa!
Ora la sua casa doveva costruirsela da qualche parte, e per il momento non aveva la minima idea di dove sarebbe stata casa Assit. Forse questo non aveva neanche molta importanza, probabilmente aveva trascorso l’anno più eccitante della sua vita, comunque fosse andata la faccenda dell’esperimento. Certo all’inizio, come tutti, aveva avuto dubbi, ma ora che il concepimento era andato a buon punto, era ottimista.
Continuava a nutrire sempre maggiori riserve su Crib, aveva smesso da un bel po’ di considerarlo il suo Pigmalione scientifico e diversi atteggiamenti del profeta della clonazione, lo insospettivano. Tuttavia mai aveva avuto intenzioni di indagare….fino a quando qualche giorno prima, un ulteriore episodio non lo aveva indotto a maggiori sospetti.
Fin dal primo momento Robert aveva chiesto al dottor Crib quale fosse la provenienza del DNA padre, ma Crib aveva avuto sempre il massimo riserbo. Ma appunto, qualche giorno prima, era successo che Robert doveva parlare di una faccenda importante a Crib: Il classico rapporto di fine mese sulle condizioni psicologiche di Giulie. La prima volta che gli fu assegnato questo compito Robert si era notevolmente meravigliato perché ovviamente lui non era uno psicologo; "Si, ma tu le sei molto vicino, e con te lei parla spesso, chi meglio di te sa se Giulie è quieta o ha qualche problema?". E come al solito, Robert aveva accettato di buon grado quell’ulteriore incarico. Avevano appuntamento alle 15 nello studio di Crib, ai piani inferiori. Arrivò in anticipo, e così dovette attendere lì, l’arrivo del profeta.
La sua attenzione fu attratta da una nuova cornicetta posta sulla scrivania di quell’ufficio sempre ordinato e pulito. Era una fotografia della famiglia Crib. Sullo sfondo di un’immensa pianura, in cui si intravedevano i monoliti di Stonehenge, in primo piano la fotografia riportava il dottor Crib sorridente con la figlioletta sulle spalle. Un cappellino rosso le copriva i capelli. A sinistra, che accennava una leggera risata, sua moglie Flora. Robert sollevò dolcemente la cornicetta e non poté fare a meno di sorridere nel vedere quel gustoso quadro familiare: era la prima volta che il suo superiore, diciamo così, gli appariva in vesti umane, sorridente e probabilmente felice.
Nel posare l’oggettino, gli scappò un altro sorriso, questa volta causato dall’estremo ordine della scrivania: era più squadrata dei confini disegnati a tavolino di una federazione di stati.
Infine la sua attenzione fu calamitata da un documento al centro della federazione di stati. Lo aprì, e i suoi occhi scorsero lungo i fogli A4: comprese immediatamente che lì venivano riportate numerose informazione sul padre del bimbo concepito da Giulie. Era un tizio inglese, di cui venivano riportati una serie di dati anagrafici, nonché medici. Il primo rigo iniziava così:
Richard Beavior nato il 3 maggio 1948, Liverpool
Un documento abbastanza ampio. Non ebbe il tempo di leggerlo tutto. Ma aveva finalmente scoperto chi era il padre. Con grande delusione: quante volte aveva immaginato che il donatore dello stampo magari fosse un premio nobel, un famoso calciatore, o un conclamato genio…e invece sembrava proprio essere una persona normale!
Ma perché allora tanto silenzio?
Proprio non lo comprendeva.
Il vento stava aumentando la sua forza ed era fatto buio. Si poteva intravedere la luna grande come il sole, ad est. Era l’alba, dal punto di vista della luna.
Si voltò nel momento in cui udì il rumore della porta scorrevole alla spalle: era Giulie.
"Ciao", la sua voce era dolce e imponente allo stesso tempo.
"Ciao", avevano smesso da un bel po’ di darsi del lei.
Robert aveva cercato di evitarla. Sapeva che non avrebbe potuto trattenersi. Proprio non avrebbe potuto. Da tempo aveva si era reso conto di amarla. Ma non lo aveva detto a nessuno, eppure lei lo sapeva: l’aveva capito. Così non disse null’altro oltre al ciao. Si posizionò di fianco a lui a guardare la luna: fu un silenzio lungo molti minuti, eppure a loro sembrarono solo pochi attimi. Era un silenzio anomalo, come sono i silenzi tra gli amanti. Non è imbarazzo, indifferenza, odio, antipatia. E’ un silenzio speciale, che nasce solo tra gli amanti.
"Io ti amo", Giulie ruppe il silenzio, e lo fece con la potenza di quelle tre semplici e, allo stesso tempo ,miracolose parole.
"Non possiamo, Giulie lo sai".
"Smetti di essere quello che devi essere o di fare quello che devi fare. Io ho smesso da un pezzo e ti dico che ti amo."
La luna ascoltava imbarazzata quel silenzio che era piombato tra Giulie e Robert. Quanti amanti ha conosciuto la Luna: amanti sulla riva dorata di una spiaggia invernale; amanti all’agghiaccio su un freddo telo al solo calore delle stelle; amanti alla finestra, illuminati dai raggi che filtrano tra una tendina e l’altra.
Quanti amanti ha conosciuto la luna.
Ora in quel silenzio stava imparando a conoscere anche l’amore difficile di Robert e Giulie.
"Bè, non posso crederci: Robert che rimane senza parole! E’ quasi un miracolo".
"Dai non scherzare.". Quasi come se lei lo avesse preso in parola, il suo tono cambiò improvvisamente quando riprese a pronunciare parole: "Allora dillo, dillo che mi ami."
Lo prese inaspettatamente al braccio, e con forza lo fece voltare. Così la luna poté apprezzare l’iniziativa di quella donna che aveva strappato un bacio a quell’uomo che non avrebbe mai potuto fare a meno di regalarle.
"Sei impazzita? E Se ci vedessero?"
"Non voglio sentire queste parole, ma solo quelle…tu sai quali". Cercò di fermarsi, di trattenersi, ma come un fiume in piena distrugge i suoi argine, così quelle tre parole – semplici e, allo stesso tempo, miracolose – annientarono la volontà di Robert.
"Ti amo. Anch’io ti amo", e lo ripeté per due, tre, e chissà quante altre volte.
E si fermò solo quando sentì aprirsi la porta scorrevole dietro di sé. Era Ricciardi che salutò la coppia, e riprese il cammino interrotto alla vista dei due. Doveva parlare con Crib, probabilmente.
Giulie, soddisfatta di aver conquistato quel dolce bacio e le parole che voleva sentire, si appoggiò alla ringhiera della balconata. Tra loro, ripiombò il silenzio. Ma sapevano comunicare e, quasi per paura o forse per rispetto della luna, lo facevano in silenzio…come solo due amanti sanno fare.
Capitolo 28
Da quando aveva incominciato a collaborare con loro non aveva avuto che delusioni. Era pur sempre un buon professore all’università di Roma, ma lì lo facevano sentire un imbecille. Aveva capito oramai che lavorava per loro solo grazie al contributo iniziale che aveva procurato al signor Crib.
Ne era passato di tempo da quel giorno. In cambio del sangue AB, quello recuperato furtivamente ai tempi delle analisi, aveva ricevuto una bella somma di danaro. Ma non era ciò che il professor Ricciardi, noto professore di chimica dell’università di Roma, desiderava. No, aveva voglia di lavorare ad un progetto grandioso, unico nella storia dell’uomo, e per fare ciò sarebbe stato disposto a tutto.
Con la presa in prestito, per così dire, del sangue sottratto alle analisi per il Vaticano, aveva rischiato non solo la carriera, ma anche di finire in galera. Anche se era sicuro che l’organizzazione di Crib era molto più pericolosa di quanto avrebbe pensato all’inizio: mettersi contro di loro, cioè contro di lui, non era una faccenda molto felice da vivere. Da quel dannato giorno in cui aveva incominciato a lavorare con loro, si era mangiato tutta la manica della giacca per la rabbia: si aspettava un incarico di primo ordine, e invece fino ad ora non aveva fatto che analisi, separazioni, consulti scarsamente importanti: insomma lo tenevano lì buono, anche perché lui sapeva.
Lui sapeva dove Crib aveva recuperato il sangue. Col passare del tempo si era reso conto che era praticamente spacciato: se avesse dato i minimi segni di ribellione lo avrebbero fatto fuori, questo Crib glielo aveva gentilmente comunicato una sera, a cena.
Il professor Ricciardi era stufo della situazione venutasi a creare, e malediva ogni momento il giorno in cui aveva preso i contatti con profeta. In definitiva i soldi non gli erano serviti a granché, visto che comunque aveva una carriera importante, e il famoso ingresso nel giro degli scienziati che contano, si era rivelato un vero e proprio flop.
Era agli sgoccioli, ma non aveva la minima idea di cosa fare.
Per il momento attendeva, cosa non lo sapeva, però.
Era stato spesso presente lì in Inghilterra, in realtà si trasferiva per lunghi periodi ai laboratori. Dopodiché ritornava in Italia ad una vita tranquilla.
"Buonasera", riferendosi al custode con il suo inglese sicuro.
"Buonasera sig. Ricciardi. Era da un po’ che non la si vedeva da queste parti!"
"Eh sì", tagliò il discorso. Era bravo nel fare questo, si era allenato milioni di volte con il povero sig.Emilio, il bidello dell’università di Roma; quello un po’ toccato qui e lì. Forse troppo .
Ricciardi era ritornato per trattenersi una quindicina di giorni, fino alla seconda metà di questo ottobre di fine di millennio. In realtà per il professore italiano sarebbe stato anche l’ultimo ottobre.
Era deciso a parlare chiaro con Crib, voleva un ruolo più importante, dannazione, senza di lui tutto quel progetto non avrebbe mai avuto inizio. Certo non era stato per il genio scientifico, ma per l’abilità nel rubare una provetta di sangue, ma poco importava.
Questo era ciò che gli frullava in testa. Ma c’era di più. Se non avesse avuto un miglior incarico era deciso a boicottare l’esperimento e a fermare tutto, così avrebbero capito chi era veramente il professor Ricciardi: forse non avrebbe voluto arrivare a far del male a qualcuno; ad esempio sarebbe stato sufficiente fare una telefonata ad una sede di un giornale e spifferare tutto, oppure…non voleva immaginare altri scenari, ma ci scommetteva…le idee sarebbero giunte al momento opportuno.
Era la sera in cui la luna aveva scoperto che Robert e Giulie si amavano, e Ricciardi nel raggiungere lo studio di Crib, aveva scorto i due attraverso la porta scorrevole della balconata. "Salve; buonasera Miss Bethitch, buonasera anche a lei, Assit". Poi continuando: "Devo parlare urgentemente con Crib. E’ nel suo studio?".
"Credo di si. Sicuro che è tutto Ok? E’ pallido…eh già, l’influenza di questi tempi è micidiale.". Poi con un cenno della mano si salutarono.
Ricciardi era deciso: doveva parlare con Crib, lo avrebbe sentito, e questa volta lo doveva rispettare. Finalmente avrebbe avuto un posto importante in quel progetto.
Lo studio era sempre stato uguale a sé stesso da mesi oramai: familiare, ma oltremodo professionale. Si entrava attraverso una porta che era la terza a destra nel lungo corridoio. Bussò, una voce rispose.
Lo ricordava a memoria: c’erano due scrivanie, una ricca di documenti, ma miracolosamente in ordine: era la scrivania di lavoro. L’altra, quella di consultazione, dove Crib accoglieva i suoi ospiti. Lì qualche tempo prima si era seduto Robert notando quel quadretto familiare, che ancora ora era poggiato sul lembo destro del tavolo.
Ricciardi avanzò lentamente, quasi barcollando: i piedi erano ricchi di rabbia: stranamente la quantità di ira era trasbordata dal cervello per scendere lungo l’aorta fino ai piedi che, a stento, reggevano il peso del corpo. Dovette appoggiarsi alla sedia per evitare di crollare come un sacco di farina 00.
I due si salutarono: Crib era come al solito gioviale e simpatico, anche troppo. Il professore italiano era visibilmente nervoso. Comunque, un po’ balbettando, espose le sue ragioni, mentre l’altro lo stava ad ascoltare in silenzio.
"Non si preoccupi, non c’è bisogno che lei sia così agitato. Credevo che non facesse questa distinzione: in un grande progetto come questo tutti i ruoli sono importanti. Io, fidandomi di lei, le ho affidato delle missioni semplici, ma importanti. Comunque se la farà sentire meglio, domani le affiderò un altro compito, più importante…come lei stesso ha affermato". Era l’ennesima volta che Crib gli prometteva un compito migliore del precedente, ma a Ricciardi sembrava di essere una pedina già mangiata.
Dal canto suo, Crib attendeva quel momento da un giorno all’altro, e si era tenuto pronto nel caso in cui Ricciardi fosse diventato troppo pericoloso: era l’unico a sapere la verità, e voleva che tutto rimanesse così.
Le cose si stavano mettendo meglio di ogni più rosea previsione e non poteva permettere che quell’italiano troppo meschinamente ambizioso, potesse interferire negativamente nel progetto. Sapeva che Ricciardi prima o poi avrebbe compreso che non contava nulla all’interno della sua corporazione: ma ora, non solo non era più utile, ma rischiava di mandare all’aria l’intera faccenda. Pergiunta Crib era riuscito a sciogliere ogni dubbio di Robert con il sottile scherzetto del sig. Richard Beavior, che ovviamente non esisteva: era il nome di un tizio che non aveva mai avuto a che fare con il progetto di Crib che aveva lasciato di proposito quella falsa documentazione in modo che il francese avesse potuto leggerla: non avrebbe mai controllato, lo aveva in pugno: lo aveva corrotto subdolamente affidandogli una serie di compiti, diciamo formali, riducendolo a suo pupillo: e generalmente i pupilli non si ribellano. In cambio aveva ottenuto il suo prezioso aiuto in ambiti più strettamente scientifici.
Ora l’unica preoccupazione restava proprio Ricciardi, che dopo quel colloquio, non si sentiva molto più tranquillo di prima: conosceva bene i modi di fare di Crib e le parole da lui pronunciate non erano altro che chiacchiere.
Dopo l’incontro, doveva andare in città, a trovare un alloggio: già, lui non era tra i fortunati ad avere un posto fisso ai laboratori.
Lui non era tra i fortunati.
Come al solito trovò la pensioncina nella periferia di Londra dove era sempre andato da quando aveva visitato le prime volte la città nei suoi viaggi-studio.
Come quella volta che insieme ad altri colleghi romani, aveva tenuto una conferenza lì a Londra: erano passati molti anni, e di quei giorni non restava quasi niente. Dove era la sua sana ambizione?
…l’amore per la ricerca?
…la volontà di diventare qualcuno?
Ormai si erano trasformati in qualcosa di orribilmente corrotto: sembrava che la sua vita stesse andando in cancrena. E, come si fa in campo medico, occorreva un amputazione netta e decisa.
La famiglia era allo sbando: sua moglie chissà con chi si stava divertendo, e poi da quanto mancava da casa? Non sapeva nemmeno dirlo: ovviamente non mi riferisco alla presenza fisica, ma a quella partecipazione attiva nei problemi familiari: il suo ruolo era solo quello di dispensare monete: ma avrebbe potuto svolgerlo altrettanto efficacemente una macchina automatica del bancomat: si era rotto di ingoiare carte di credito e di sputare contanti dopo che la moglie digitava il codice segreto.
Dell’ambizione da studente, non rimaneva che il desiderio marcio di essere migliori degli altri: doveva essere migliori di tutti, ad ogni costo.
La dignità di un uomo sta nell’essere migliori degli altri.
Sì, era proprio così per l’emerito professore.
Il primo scopo era fermare Crib: il successo era soprattutto merito del professor Ricciardi, e questi cosa aveva guadagnato?…Solo una manciata di sporchi quattrini che non gli servivano ad un bel niente.
Comunque giunse all’affezionata pensione. Notò con piacere che il portiere era sempre lo stesso. A modo suo lo considerava un amico. Tuttavia non aveva molta voglia di parlare, sarebbe salito in camera, la numero 237, al secondo piano in fondo al corridoio.
Come al solito.
Era una pensione dignitosa ed attrezzata con un bel bar con tanto di piano e pianista.
Salì le poche scale a piedi (l’ascensore era ancora rotto e probabilmente lo era sempre stato), superò lo spiazzo di fronte la rampa da cui proveniva, dove c’erano dei distributori automatici (suoi colleghi, pensò. A questo pensiero gli scappò una risatina isterica), e un telefono a schede. Questo gli fece pensare che avrebbe dovuto chiamare a casa, ma non lo fece. Odiava il mondo e a maggior ragione sua moglie…"Che troia", disse ad alta voce, proprio nel momento in cui incontrava una coppia di turisti che camminava mano nella mano: niente paura, pensò, sono stranieri.
Ma che importanza poteva avere, se due persone sconosciute avrebbero potuto udire da uno sconosciuto pronunciare una parola priva di significato come troia.
Per Ricciardi era importante prima di tutto apparire, poi essere.
E così aveva trascorso la vita: gli anni degli studi, l’amore con Elena, la carriera universitaria tra una leccata qui e lì…
I piedi non più tanto traballanti lo portarono alla fine del corridoio: c’era una finestra proprio affianco alla porta n.237. Si fermò per qualche minuto ad osservare il panorama: una stradina scura e poco frequentata. Si potevano scorgere un paio di auto parcheggiate scure, qualche gatto randagio. Scocciato dall’amena vista della pensione ‘Baby Driver’, infilò la chiave nella toppa: si udì un sordo scatto della serratura, poi entrò. Gli sembrava quasi di essere a casa. E un po’ lo era: probabilmente nell’ultimo periodo aveva vissuto più lì che a Roma.
Aveva voglia di una doccia, poi sarebbe sceso a fare due chiacchiere con il portiere-factotum.
L’acqua era piacevolmente calda: impiegò più del solito per purificare il corpo dalle delusioni della giornata: almeno quello!
Aveva rinunciato da un po’ a scacciar via le frustrazioni dell’anima: quelle erano oramai divenute insolubili. Gli scappò un’altra risatina: anche i pensieri hanno un linguaggio scientifico.
In fondo era una brava persona pensò Bob, il portiere-factotum. Forse sfortunata nella vita e incapace di reggere agli scossoni e alle sventure. Forse in genere i ladri, gli assassini, le persone un po’ birichine, dovevano essere un po’ come Ricciardi. Certo lui non aveva ancora ucciso nessuno, o almeno credeva. Bob non conosceva bene la vita dell’italiano, d’altronde aveva visto passare talmente tanta gente nel suo alberghetto, che non poteva mettersi a vagliare i trascorsi di ognuno. Però l’italiano lo considerava più che un cliente: spesso con lui si confidava e un po’ gli faceva pure pena: un uomo che si confida con uno sconosciuto, deve aver tanto desiderio di comunicare con qualcuno…probabilmente Ricciardi non ha nessuno.
Del resto non gli costava nulla sostituire il sottofondo musicale della FRM radio, con i racconti o i deliri di un uomo italiano. Così mentre gli preparava un altro drink, lo ascoltava parlare di rivincite, di fermare a tutti i costi, di dover esser il migliore, di essere importante.
E cose del genere.
Gli pareva che nel discorso potesse funzionare una frase che aveva letto la mattina. Aveva aperto il giornale, di cui aveva l’abbonamento, a pagina 32. Dove c’era il servizio mensile che gli piaceva tanto. C’era la foto di una donna tutta nuda, in una di quelle pose eccitanti, e in fondo alla pagina una frase importante. Il mese scorso c’era una frase di Brigitte Bardot: ’la bellezza è un bellissimo regalo che va restituito a poco a poco’.
E la figura mostrava una donna ricoperta poco, di un vestito di pelle rossa con un fiocco sulla testa. A pagina 32 del mese di ottobre, invece c’erano due donne in atteggiamenti molto amichevoli e la frase di un tizio indostano era: la vera nobiltà non consiste nell’essere migliori di un altro uomo, ma nel migliorare sé stessi.
Bob ovviamente non ricordava esattamente le parole, e fu molto più bravo nel spiegare dove fosse la mano di quale ragazza e perché…tanto Ricciardi non avrebbe compreso molto bene: l’alcool aveva decisamente superato la soglia di sopportazione.
Capitolo 29
Le immagini erano confuse. Non si rendeva conto di dove fosse. C’era un buio molto fitto.
Riusciva a vedere solo alcune parti del proprio corpo: un braccio, un piede, il bacino.
Ma non avevano una forma logica.
Il sogno si trasformava rapidamente e si trovava nella metropolitana di Londra: doveva prendere un treno, ma rivedeva sempre la stessa scena.
Correva sulle scale mobili, arrivava al binario troppo tardi.
Il treno era già andato.
Allora si rivedeva sulle scale mobili, correva ancora...
Ma il treno era già andato.
Spezzata l’infinita catena di queste immagini, nella mente ripiombava il buio. Questa volta però, capiva dove era.
Vedeva lo studio di Crib esattamente com’è nella realtà.
Doveva parlargli, ma non ci riusciva. Voleva dire qualche parola, ma la bocca non si apriva. Allora tentava di aiutarsi con le mani. Dopo un notevole sforzo, spalancò la bocca che incominciò a spruzzare tanto sangue come non sarebbe mai stato possibile nella realtà.
Tutto ritornava buio.
Rivedeva lo studio di Crib.
La bocca non si apriva.
La spalancava e…
…ancora il sangue.
Tutto ritornava buio.
Era ancora nello studio di Crib.
Le parole non si muovevano dalla sua bocca.
Grondava di sangue mischiato al sudore.
Tutto ritornava buio…
Si risvegliò in mezzo al letto matrimoniale sudato e stanco, come se non avesse dormito per niente ed inoltre la testa gli sbatteva come un martello pneumatico.
Il sogno era già scivolato nella cantina dei ricordi perduti, ma la sensazione di angoscia e rabbia lo frustravano ancora.
Si rimise a nuovo in poco tempo, e per quanto fosse sveglio da pochi minuti, al massimo una mezz’ora, prese una decisione fondamentale: avrebbe contattato una redazione di un giornale: avrebbe rivelato tutto, dall’inizio fino alla fine.
Inverosimilmente, si sentiva molto calmo. Come la surreale calma delle acque prima di un terribile maremoto, così Ricciardi lentamente bevve il cappuccino. "Mi scusi potrei avere un elenco telefonico?", rivolgendosi al portiere della pensione.
Questa mattina non c’era Bob, ma dietro al bancone c’era un giovane che non aveva mai visto.
"Certo, signore". Nell’abbassarsi, il ragazzo lasciò intravedere una sveglia: erano le 10:43…
Erano le 10:44 del 25 ottobre 1999.
Un giorno importante nella vita di Ricciardi.
L’ultimo.
Come è strano: l’ultimo giorno della tua vita ovviamente non lo conosci, generalmente almeno. Così ti comporti normalmente: fai colazione, pranzi, poi guardi un po’ la tv oppure lavori, oppure fai qualsiasi altra cosa…Ma cosa faresti se sapessi che è il tuo ultimo giorno?
Faresti le stesse cose o correresti a rapinare una banca, o ti mostreresti tutto nudo per la strada principale, o mangeresti fino a scoppiare, o faresti l’amore fino a dire basta?…
Se il professor Ricciardi l’avesse saputo, avrebbe comunque fatto ciò che stava per fare.
Allora aprì l’elenco e appuntò su un foglio le informazioni necessarie. Salì a prendere la giacca che aveva dimenticato in camera, e notò dalla solita finestra che una delle macchine scure non c’era più.
Per il resto la vista amena del ‘Baby Driver’ hotel era intatta.
Lentamente si incamminò per la strada.
Capitolo 30
Robert aveva ottenuto la possibilità di uscire con Giulie quella mattina. Oramai, ogni volta che lo decidevano, potevano andare in giro. Ovviamente Crib lo convocava sempre per fargli le dovute raccomandazioni: gli ricordava che Giulie era la loro materia prima. Anche se ora proprio non sopportava quel modo di definire la donna che amava. Ovviamente l’avevano tenuto nascosto bene, e probabilmente nessuno sospettava nulla. Però, come era difficile trattenere il desiderio di intimità che avevano.
Il desiderio del contatto fisico.
Il desiderio di voler gridare al mondo il loro amore.
Dopo quella prima volta, in cui si erano baciati al chiaro di luna, avevano sempre dovuto dosare i loro movimenti. E tra l’altro gli rimbombavano in mente le parole di Crib: "E’ la nostra materia prima, ricordati che il nostro successo vive nel suo ventre. Non dimenticartelo mai, quella donna vale una fortuna e sai che non parlo di soldi."
Decisamente non sopportava quel modo di definire la donna che amava.
In ogni caso si compiaceva di quell’ulteriore fiducia di cui poteva godere: in realtà ignorava le persone che generalmente li seguivano quando si allontanavano dalla villa. All’inizio sempre, poi Crib si rese conto che Robert e Giulie non avrebbero mai avuto la necessità di fuggire.
Così quel giorno d’autunno erano liberi: decisero di girare per una di quelle strade in periferia dove è piacevole fare shopping, fermandosi in un bar a sorseggiare uno di quei caffè che Robert amava tanto. Ridevano di gusto, camminando lungo la strada semiconosciuta.
Quel 25 ottobre era una buona giornata, anche se faceva freddo.
"Così stai cercando di dirmi che il cornetto che ti ho fatto assaggiare non ti piace? Ma se è il migliore della città!".
"Un giorno ti farò assaggiare il cornetto più buono del mondo, lo mangiavo tutti i giorni a Parigi. Pierre sì, che faceva dei cornetti meravigliosi." Robert aveva pronunciato la parola magica: Parigi.
Non smetteva un attimo di pensare alla sua città, come poteva dimenticarla.
"Un giorno ti porterò via, e tornerò con te a casa mia!". La frattura con il passato sembrava risolta: Robert aveva capito che era ora di tornare, ovviamente avrebbe dovuto attendere la fine del progetto e non immaginava neanche quanto fosse vicina questa risoluzione.
Entrarono in una strada molto affollata: doveva esserci uno di quei mercatini di stracci usati. Era piccolo e ben raccolto, per cui si radunava in quella stradina molta gente. Tra la folla, Robert riconobbe un viso conosciuto: apparteneva ad un uomo che camminava velocemente e a testa bassa, evitando senza successo le persone.
Sembrava assente.
Da un po’ di tempo a questa parte il professor Ricciardi era strano.
Gli andò incontro.
"Robert, ho fretta. Ascolta".
"Ma cosa hai, sei impazzito"
"Lasciami parlare e non interrompere. Vai all’hotel ‘Baby driver’, eccoti la chiave. Qualunque cosa mi succeda tu corri lì. Ci sono dei documenti nella valigia nell’armadio a muro. Quello di destra. Adesso mischiati nella folla e non farti vedere."
Non gli lasciò pronunciare nessuna parola, anzi fu spinto dalle sue braccia che in qualche modo gli volevano ricordare le parole pronunciate un attimo fa. Robert, mentre si allontanava, vedeva Ricciardi, svoltare nella strada a sinistra: era molto larga e trafficata. Ai due lati torreggiavano due antichi palazzi marroni. Il marciapiedi era decorato di verde con alberi alti, ma insignificanti rispetto all’onnipotenza di quelle costruzioni artificiali. Il semaforo dei pedoni era verde: Robert vide l’uomo che gli aveva appena dato la chiave della sua stanza all’hotel ‘Baby Driver’, attraversare.
Tutto si svolse nella frazione di un secondo.
Ricciardi alzò lo sguardo per verificare che l’omino nel semaforo fosse quello verde.
Ricciardi riabbassò lo sguardo per vedere dove metteva i piedi.
Ricciardi incominciò a muovere le gambe una dopo l’altra, come gli era stato insegnato da piccoli.
Ricciardi si voltò verso un lato, attratto da un rumore di gomma che stride sull’asfalto.
Ricciardi fu tranciato di netto da una macchina scura.
La folla era impietrita, per lunghi attimi nessuno si mosse.
La folla fu gelata nel vedere che l’auto scura riprese a camminare senza dare la minima intenzione di fermarsi.
La folla non si mosse.
La folla attendeva che qualcuno facesse qualcosa.
La folla, come sempre, attese che qualcuno facesse qualcosa.
Nessuno fece niente.
Robert era frastornato, confuso. Pensò solo ad allontanarsi e ad afferrare Giulie. Scapparono velocemente.
"Ma cosa diavolo…", la voce affannata di Giulie fu prontamente bloccata da Robert che si rivolse a lei in modo brusco.
"Sta’ zitta e corri. Dobbiamo scappare".
Giulie non sapeva cosa pensare: è stato un incidente o…Ma non voleva pensare a quell’alternativa…non poteva credere che…
No, non poteva.
Le strade le correvano ai lati velocemente e, nonostante avesse vissuto in quella città per tutta una vita, non riconosceva nessun particolare. Vedeva semplicemente delle immagini sfocate che le scorrevano ai lati degli occhi, mentre davanti vedeva l’uomo che amava.
Erano mano nella mano.
Stavano scappando.
Ma da cosa?
"Giulie fai più in fretta".
Si rifugiarono nel primo portone che Robert considerò sicuro. Non avrebbe saputo dire quanta strada avessero percorso, ma gli sembrava abbastanza.
Nel palazzo in cui erano entrati, casualmente, c’era uno di quelle pensioni che sono ricavate da vecchi appartamenti.
La pensione era al secondo piano.
I due presero l’ascensore.
"Giulie, tu mi aspetterai qui."
"Dove vai tu?".
Robert si rese conto che Giulie non aveva compreso ciò che Ricciardi gli aveva sussurrato, così le spiegò la conversazione.
La pensione era essenziale, ma carina nell’insieme. Entrando dalla porta che dava sul pianerottolo del palazzo, si scorgeva un muretto di mattoni semitrasparenti verdi che erano intonati con il colore soffuso delle pareti. Sul bancone una vecchia donna che doveva indossare uno di quei reggiseni misura sesta. Il contenuto di tanto tessuto era cosparso sul muretto alla rinfusa.
La donna nel vedere entrare i due, si mosse di scatto, quasi come se qualcuno le avesse pizzicato il sedere o applicato una leggera scossa elettrica alle gambe.
"Salve, posso fare qualcosa per voi?"
"Vorremmo una camera".
"Abbiamo la 112, una matrimoniale con tv e frigobar. Se preferiscono abbiamo la 212, all’altro piano…". La voce piacevole della donna fu interrotta da quell’uomo troppo maleducato: "Va bene la prima. La prendiamo. Dov’è?". L’uomo, pensò la donna, doveva avere molta voglia di fare quelle cose con la ragazza.
La camera era semplice: piccola, con una tv molto piccola, un bagno stretto – non si potevano fare quelle cose, pensò la donna – un tappeto rosso a terra e una discreta vista sulla città.
Giulie si sdraiò sul letto, tenendo la mano di Robert. Era quasi in lacrime quando lasciò suonare le sue corde vocali: "sei sicuro di voler andare, cosa speri di trovare?".
Robert non sapeva cosa avrebbe trovato nella stanza di quell’hotel. Inoltre, nonostante avesse notevoli dubbi sulla possibilità di andarci davvero, rispose: "Certo che voglio andare". Lo persuasero la curiosità e insieme una strana sensazione.
Innanzitutto non era sicuro se sarebbe riuscito ad entrare. Ma aveva la chiave e generalmente i portieri degli alberghetti di periferia non facevano molte domande. L’esperienza aveva insegnato loro che era meglio non farle. D’altronde la politica di dare le chiavi al cliente era proprio quelle di evitare problemi.
Giunse nel pomeriggio all’hotel: era lontano da dove si trovava Giulie – continuamente il suo pensiero andava a lei: era molto preoccupato – e doveva anche evitare di percorrere strade troppo appariscenti.
Così giunse nel pomeriggio a destinazione e riuscì a oltrepassare la debole sorveglianza di Bob molto più facilmente del previsto: era stato sufficiente dire: "Sono un amico del professore Ricciardi. Devo prendere alcuni documenti nella sua stanza". Bob non aveva fatto la benché minima resistenza.
Arrivò alla porta 237.
Tutto in ordine.
La porta del bagno chiusa.
Il letto era disfatto.
La finestra chiusa.
Non perse tempo, aveva delle strane sensazioni ed era preoccupato per Giulie, poi le parole di Crib gli rivennero in mente: "E’ la nostra materia prima, ricordati che il nostro successo vive nel suo ventre. Non dimenticartelo mai, quella donna vale una fortuna e sai che non parlo di soldi."
Non era necessario che fosse preoccupato per lei, il bimbo che portava in grembo era la migliore protezione: invece doveva essere in agitazione per sé stesso, ma probabilmente nessuno aveva visto che si era avvicinato a Ricciardi prima che fosse stato ucciso dall’auto scura.
Aprì l’armadio: vestiti perfettamente piegati, camicie in ordine nelle gruccette con le rispettive cravatte, profumo dolce di bucato.
Ma non trovò null’altro.
Poi ricordò: "Che stupido", disse ad alta voce.
Ritentò nell’armadio di destra. La valigia c’era. Prese i documenti. Si sedette sul letto. Incominciò a leggere.
Il documento era una stampa del file che Ricciardi avrebbe portato alla sede del giornale: Robert comprese tutto.
Rimase qualche minuto intontito, stordito lì dove era a rileggere per l’ennesima volta quel rigo di quel foglio in cui c’era scritto:
…e il DNA è stato ricavato da un donatore particolare: io stesso ho procurato al dott. Crib il sangue quando ho fatto parte di una commissione di analisi per Il Vaticano…
Il foglio continuava a raccontare tutto nei minimi particolari. L’attenzione di Robert rimase impantanata ancora su un altro rigo in cui, tra le altre lettere, spiccavano quelle del suo nome:
…del biologo Robert A. Assit…
Pensò al giorno in cui aveva conosciuto Ricciardi. Erano in Italia: entrambi facevano parte dello stesso gruppo di lavoro per analizzare lo pseudo-sangue di quello pseudo-miracolo.
Se prima ne aveva un dubbio, ora era certo: Ricciardi non aveva avuto un incidente, era stato ucciso. Ma la cosa più terribilmente scioccante era che Crib doveva essere il mandante dell’omicidio…E c’era da crederci: come non aveva avuto problemi a fare fuori Ricciardi, avrebbe preso provvedimenti contro chiunque avesse interferito nel suo progetto. E Robert, ora, diveniva una potenziale vittima.
"Non può essere". Le parole precipitarono sul pavimento tappezzato della stanza 237 del ‘Baby driver Hotel’.
Aveva trascorso un anno all’interno di un gruppo di scienziati che credeva avrebbe potuto cambiare il mondo, credeva di essere divenuto una persona importante, credeva che Crib fosse un genio, magari con qualche riserva, ma aveva fiducia in lui.
Non poteva essere…Ma perché fare una cosa così disumana: Robert non era credente, eppure non avrebbe mai concepito un’idea così contorta, perversa…irriverente.
Poi pensò a Giulie: dentro di lei c’era un figlio…non osava nemmeno pensarlo, eppure era così.
Non esisteva nessun Richard Beavior nato il 3 maggio 1948 a Liverpool, era stato solo un abile modo per appagare la sua curiosità.
"Oh mio Dio, non è possibile" disse a sé stesso nella stanza 237 del ‘Baby driver’ hotel.
Probabilmente, invece, lo era.
Capitolo 31
Per i giorni che seguirono, cercarono di comportarsi normalmente. Ma avevano già deciso di fuggire.
Crib era pazzo, questo lo avevano appurato: un uomo che decide quello che lui aveva deciso di fare – avviare la clonazione umana era già al limite, ma usare un DNA di provenienza singolare, per usare un eufemismo, era davvero troppo - e che era disposto a tutto – anche ad uccidere – non poteva non esserlo. Robert era stato sempre convinto che la pazzia non esista, ma che ognuno ha le sue stranezze…decisamente quelle di Crib erano stranezze troppo strane.
Non potevano continuare a stare lì a Londra. Robert temeva che Crib avrebbe scoperto ciò che ora sapevano e con la fitta organizzazione che lavorava per lui, prima o poi lo avrebbe capito. Crib probabilmente ancora non sospettava nulla e i giorni erano trascorsi come al solito: qualche aiuto scientifico, qualche incarico extrascientifico…insomma la vita di sempre.
Sarebbero ritornati a Parigi. Al primo momento opportuno sarebbero fuggiti.
Il futuro si presentava scuro, assolutamente nero. I dubbi si insinuavano nelle loro menti: e se fosse stato davvero un miracolo quello in Italia?
Oppure il prete che aveva assistito al fenomeno era un maniaco fanatico religioso e aveva decorato il quadretto di quel Cristo con il proprio sangue?
In questo caso, nella peggiore delle ipotesi avrebbe avuto un figlio che per metà era inglese e per l’altra metà italiano…ma se fosse stato un vero fenomeno miracoloso, quale futuro avrebbero avuto lui e Giulie; e il bambino, se fosse nato e non avesse avuto strane malattie, quale futuro avrebbe dovuto affrontare: se uno crede nel miracolo, può credere a cose ben più assurde.
E la loro era una situazione comunque assurda.
I giorni passarono velocemente, sembrava proprio che nessuno sospettasse nulla. Crib era convinto di aver fatto un lavoro pulito.
Erano gli inizi di novembre. Decisero di fuggire allora. Imprevedibilmente, non fu difficile aggirare le attenzioni di Crib che non si sarebbe mai aspettato un gesto tale da parte loro.
Fu semplice: prenotarono a nome di Robert due biglietti alla compagnia P&O, quella dei ferry-boat, per traversare la manica da Dover fino in Francia.
A Crib dissero che avrebbero trascorso la giornata fuori.
Una volta in Francia sarebbe stato difficile ritrovarli.
In quel caos di emozioni e di avvenimenti in cui si ritrovarono, ebbero il tempo di apprezzare le meraviglie delle Bianche Scogliere di Dover. Robert non le aveva mai viste, mentre Giulie c’era state diverse volte e rivederle non le fece bene.
Osservandole dal ferry, le scogliere mostravano tutta la loro immensità: bianche come niente poteva sembrare bianco, alte come niente poteva sembrare così alto. L’acqua del mare si schiantava in mille schiume candide e il vento le accarezzava i capelli. Sembrò di rivivere quella situazione e la cantina dei ricordi perduti incominciò a regalarle le prime immagini: vide il volto di suo padre e sua madre, vide le loro mani unite, vide suo padre chiamarla, vide suo madre in silenzio assoluto guardare le scogliere. Come nascevano nella sua mente, così le raccontava a Robert che ebbe un irrefrenabile istinto protettivo nei suoi confronti e la abbracciò forte, baciandola sulla fronte. Sentiva la paura di lei, la si poteva leggere in viso: aveva paura per una serie pressoché interminabili di ragioni, ma ciò che più la preoccupava era Crib: non erano ritornati alla villa nel tempo stabilito e questo avrebbe indotto il profeta a collegare i vari episodi l’uno all’altro:
morte di Ricciardi – Uscita di Robert e Giulie – scomparsa di Robert e Giulie
Questo lo avrebbe indotto alle ricerche. Avevano un giorno di vantaggio e la possibilità di girovagare per l’Europa: con un po’ di fortuna e di attenzione ce l’avrebbero potuta fare.
Nell’amata Francia approdarono il 3 novembre, e a Parigi giunsero la settimana successiva. Non avevano fretta di giungere in città, ed era utile evitare di percorrere un tragitto rettilineo, ma girovagare per il nord della Francia, prima di arrivare a destinazione: sarebbe servito a disorientare qualcuno che gli avesse seguiti, semmai ci fosse stato.
Ovviamente Parigi non poteva essere la loro meta finale, certo non sarebbe stato molto saggio trasferirsi nella città da cui Robert proveniva: sarebbe stato il primo posto dove li avrebbero cercati o forse Crib, non avrebbe mai pensato che Robert fosse così pazzo da nascondersi lì.
A Parigi pernottarono in un albergo non proprio centrale: all’hotel Flaubert, situato non molto lontano dalle stazioni Gare d’Austerlitz e Gare de Lyon, nei pressi del Parc des expositions.
Il giorno dopo recuperarono la Renault Scenic di Robert che l’aveva lasciata ai vecchi laboratori Assit & Montaigne.
Dovette scontrarsi con il passato, o almeno una parte del suo passato. Dopo molto tempo rivide l’amico di una volta e paradossalmente non ebbero tanto da dirsi, piuttosto Charles era molto incuriosito dall’inglesina che Robert aveva portato con sé: la pancia si intravedeva a malapena, dato che Giulie era snella, ma questo era sufficiente per stimolare la femminile curiosità di Charles. Si intrattennero pochissimo tempo in quella rimpatriata tra due vecchi amici, e intrapresero un viaggio verso il sud della Francia.
Robert sarebbe ritornato dalla sua famiglia a *****. Se un anno prima gli avessero detto che nel novembre del 1999 Robert si sarebbe rifugiato da papà e mamma Assit, lui avrebbe riso di gusto. Ormai erano quasi dieci anni che non tornava lì. Certo ogni tanto si sentivano per telefono, loro gli mandavano una lettera di auguri per il compleanno, ma Robert non era più ritornato a *****.
Giunsero a destinazione un paio di giorni dopo. Giulie non poté fare a meno di notare quanto fosse bello quel panorama montano che avevano attraversato durante il viaggio: ‘Meraviglioso’ aveva esclamato.
Giulie era felice.
Anche se le veniva da chiedersi come fosse possibile: sarebbe dovuta essere preoccupata, spaventata, forse anche disperata. E invece era felice. Aspettava un figlio che sarebbe nato fra qualche mese, aveva un uomo che l’amava, aveva dato un taglio netto alla vita precedente. In fondo, vista così, la situazione poteva anche essere fiabesca. Del resto gli elementi c’erano tutti: il principe azzurro, la fuga, il fiero romanticismo del viaggio, i cattivi. Stava vivendo in una favola ed il panorama alpino fungeva da ottimo sfondo per quella storia.
…C’era una volta una donna che aspettava un figlio che aveva concepito in chissà quale modo, e il principe azzurro che l’aveva salvata con un cavallo a quattro ruote e la stava portando in un meraviglioso luogo sperduto tra le Alpi.
Giulie era infelice.
E questo le sembrava del tutto normale: aspettava un figlio che sarebbe nato fra qualche mese, ma che futuro avrebbe potuto dargli? Aveva un uomo che l’amava, ma anche questo la spaventava: e se l’avesse abbandonata? E poi c’erano degli uomini con non troppi scrupoli ad inseguirli: lei era probabilmente al sicuro – almeno finché avesse portato con sé il bimbo - ma Robert no di certo. Così suonava come la trama di un thriller e anche qui gli elementi c’erano tutti.
Giulie era troppo confusa.
Non le era mai capitato di vivere degli stati d’animo così contrastanti: un attimo ottimista e sicura del futuro, l’altro immediatamente successivo, disperata perché non avrebbe avuto futuro.
Giulie amava viaggiare, le faceva venire in mente il tempo in cui il padre la portava in giro per l’Inghilterra. Nel momento in cui passarono accanto ad un lago, pregò Robert di fermare l’auto: le ricordava maledettamente Lochness, dove era stata qualche secolo prima con papà Paul. Questa volta, però, le immagini riesumate dalla cantina dei ricordi perduti, non erano dolorose, ma piacevoli.
"E’ freddissima", e con la mano aveva raccolto un po’ d’acqua per gettarla su Robert che sorrise, nonostante fosse tremendamente preoccupato. Giulie, pensò Robert, forse non aveva ben compreso il pericolo che correvano, ma decisamente era meglio così. In fondo era pur sempre un donna in attesa, ed era conveniente non avere tribolazioni. Anzi avrebbe dovuto portarla dal primo medico che avessero incontrato, occorreva una visita globale.
"Certo, che ti aspettavi? Non siamo mica ai Caraibi!".
Passava di lì un montanaro vestito con una camicia con colori su diversi tonalità di rosso, ai gomiti delle toppe di pelle, un jeans scolorito e un cappotto pellicciato a ricoprire il tutto. Aveva un bel paio di stivali ai piedi. Il montanaro li guardò e, come fa generalmente la gente di paese, salutò sorridendo a quella coppia di stranieri.
"Lo conosci?", stupita dal saluto di quello sconosciuto.
"Certo che no, ma qui funziona così"
Abbandonarono quell’inatteso paradiso naturale e ripresero il viaggio, erano quasi giunti a destinazione ormai. Dovevano attraversare l’ultimo paese prima di arrivare a *****.
"Te l’ho detto che avrebbero risposto al saluto"
Robert mostrò a Giulie un passatempo molto divertente e forse un po’ cattivo. Salutavano con il clacson ogni tizio che incontravano, e questi rispondeva…per Giulie era davvero stupefacente, ma chi conosce la gente di paese sa anche della loro umana umanità e della loro gioviale giovialità nell’incontrare una persona di cui avrebbero dovuto ricordarsi, ma che proprio in quel momento non riuscivano a capire chi fosse. Comunque sembrava loro giusto rispondere al saluto.
Era bello lasciar passare sotto gli occhi i boschi, le colline, qualche torrente, ascoltando la musica: adesso la cassetta di Robert riproduceva una canzone che lei non conosceva, ma che aveva un bel ritmo, mantenendosi sempre un po’ malinconica. Doveva essere Phil Collins.
Ora Robert cominciava a rivedere nella mente quei paesaggi che i suoi occhi osservavano realmente. La cantina stava rilasciando a poco a poco una serie di immagini correlate ognuna di suoni, odori, piaceri, malinconie…
Stava tornando a casa.
Giulie aveva provato più volte a farsi raccontare il motivo per cui aveva abbandonato quel paradiso. "Lo capirai tu stessa quando arriveremo". Ma lei non aveva capito, ancora.
Stava guidando verso sud est, lungo una strada tortuosa, incontrando i luoghi del passato: la pianura che un tempo lontano era stato una palude e che ora chiamavano tutti, le lac; la montagna altissima, su cui c’era sempre neve anche d’estate; il colore del cielo, la leggerezza dell’aria; la gente sempre con le scocche rosse; la casa dei genitori. Gli venne una stretta al cuore: ma aveva avuto veramente ragione nell’abbandonare quel luogo?
Allora, dieci anni prima gli era sembrato giusto.
Mentre la radio dispensava le note di una famosa canzone…
Yesterday all my troubles seemed so far away
Now it looks as trough they’re here to stay
I’m not half the man I used to be
There’s shadow hanging over me
- Come se quando Robert aveva comprato la cassetta, il Destino ne avesse conosciuto
già il futuro e avesse previsto che in un freddo novembre, una mattina soleggiata, in un paesaggio alpino, nel pensare al passato avrebbe ascoltato proprio quella canzone che ora ascoltava…come se Paul McCartney la mattina in cui si era risvegliato, in preda ad un delirio artistico, nel tradurre in musica quello che era stato solo un sogno, avesse fatto una capatina nei pensieri di Robert, che trent’anni dopo si ritrovava a pensare le stesse cose…Un miracolo del Destino -
…mentre la radio dispensava quelle note era giunto a casa.
"Sarà utile avvertirli ora che siamo qui. Spero che a mio padre non prenda un colpo!" e lei glissando ciò che aveva detto: "Noi siamo arrivati ma io ancora non capisco perché te ne sai andato da questo splendido posto. Se non vuoi, non te lo chiederò più."
Robert emise un leggero sospiro. Poi parlò.
"E’ difficile spiegarlo, ma credo che capirai. Questo posto mi sta stretto. Tutti fanno cose che non mi interessano, che non comprendo. Io mi sentivo superiore a tutti, come se esistesse un’altra dimensione sospesa tra la terra e il cielo il cui unico abitante ero io. Una situazione insostenibile. Ad un certo momento le sere mi sembravano impossibili, mi trovavo da solo nel mio letto a piangere o a incazzarmi con il mondo. Non voglio pensare che in questo dannato paese la gente sia stupida, ma solo che non chieda molto alla vita: un vestito nuovo per la domenica è sufficiente a renderli felici. Non ho mai trovato nessuno che mi abbia dato l’impressione di capirmi, troppo impegnati a girare con la macchina nuova per farsi notare, o ad esibire il nuovo amore come fosse un animale da circo…Non ti parlo poi dei giorni di festa." .
Sospirò ancora, ma questa volta raccogliendo tutti e tre i litri d’aria che aveva nei polmoni: fu un sospiro lungo quasi dieci anni, lo stesso numero di anni che aveva trascorso senza rivedere *****.
Giulie in silenzio, sapendo che ogni parola sarebbe stata sbagliata, gli posò una mano sulla sua e lo lasciò continuare, attendendo il momento in cui sarebbe stato pronto.
Il momento giunse.
"I giorni di festa erano terribili: tutti uguali. Sempre uguali: non ti saprei fare la differenza tra i mille natali che ho trascorso qui. E puntualmente quelle lunghe cene o pranzi si trasformavano in ulteriori occasioni per vivere la mia solitudine. Le parole dei presenti mi solleticavano solamente gli orecchi che sembravano non funzionare: il mio cervello era assorto a discutere con la mia anima. O soul come dite voi inglesi." Poi il dettagliato racconto trovò una pausa, perché Robert sembrava molto attratto da quella parola: soul.
"Secondo me è una parola straordinaria…non credi? Non so perché mi piaccia tanto. E’ affascinante. Forse perché assomiglia molto alla parola che nella mia lingua significa solo. Già, per me anima è un sinonimo di solo, di solitudine."
Giulie era immersa nelle carismatiche parole di Robert, se lo avesse incontrato altre mille volte, si sarebbe innamorata di lui altre mille volte al solo suono delle sue parole. Lui le aveva spiegato che non tutti lo inducevano a parlare in quel modo: con la maggior parte delle persone riteneva non fosse giusto farlo. A volte la linea d’ombra che separa le parole di un’anima e il desiderio di mettersi in mostra è davvero sottile: molti usano la capacità di inventare parole per ostentare un’anima che invece non possiedono: Robert sceglieva le persone a cui raccontare la sua anima, o soul, come dicono gli inglesi. Un po’ invidiava gli scrittori, i poeti o i pittori perché loro potevano raccontarsi senza paura di mettersi in mostra: chi avrebbe dovuto, avrebbe inteso la loro arte.
"Soul", ripeté a bassa voce, poi si voltò verso di lei. Sorrise e le prese la mano. Poi si avvicinò e le accarezzò le labbra con le sue. La baciò dolcemente.
"Cosi, avrai capito che per me questo paesino ha sempre significato essere una prigione. Come il corpo per un’anima o la gabbia per un giallo canarino. Per me era una prigione. Fuggii la prima volta andando all’università. Ma dovetti ritornare. Poi trovai quel posto in quella piccola azienda di analisi cliniche a Parigi. Il resto della storia la conosci!"
A Giulie sembrò essere un po’ esagerato. Forse non aveva ben compreso le ragioni di Robert.
Forse.
Ne sapeva qualcosa di posti che ti stanno stretti, di fuga, di vita e di anime.
Qualcosa anche lei l’aveva vissuta.
E chi meglio della vita può insegnarti di un’anima o di un posto che ti sta stretto?
Comunque per quel giorno non ebbero più il tempo di parlarne perché a casa Assit, in quel paesino chiamato *****, ci fu una vera e propria festa per il ritorno a sorpresa di Robert che constatò che ogni cosa era rimasta uguale a sé stessa.
Nonostante fossero trascorsi dieci anni, Robert ebbe la sensazione di essere mancato da lì per qualche giorno.
Tutto era rimasto intatto: l’aria del paese, la gente del paese, i suoi genitori…era cambiato solo Robert.
Di nuovo la cantina dei ricordi perduti, come una flebo, prese a distillare emozioni forti, ma questa volta decisamente negative. Sentiva il cuore stretto in una mortale mora tra lo sterno e le costole. Come quando si strizza uno straccio bagnato per asciugarlo di ogni goccia d’acqua, così la sua cantina sembrava intenzionata ad asciugare il cuore da ogni goccia di sangue. E questa pratica settaria era continuata per tutto il tempo.
Quando i genitori lo riabbracciarono, quando rimise piede nella vecchia casa, quando tutti si riunirono in una grande abbuffata per festeggiare il ritorno di Robert A. Assit, ex biologo della Assit & Montaigne, ex biologo del gruppo Crib.
Come era sempre accaduto, Robert visse quella specie di festa in un’altra dimensione sospesa tra il cielo e la terra dove sperava di poter incontrare Giulie.
Tutto sembrò davvero troppo difficile: dopo la sorpresa iniziale, i genitori Assit, lasciarono spazio alla loro rabbia: era ancora inconcepibile la fuga di Robert di qualche anno prima. Lo era per tutti lì a ****. Non comprendevano che a volte la routine può portare a decisioni drastiche, anche all’assassinio.
Magari di sé stessi.
Robert aveva saggiamente optato per una scelta meno distruttiva: non sarebbe mai potuto ritornare a casa, se non in un momento di follia.
E infatti ciò si era verificato, probabilmente non a causa della propria, ma della follia di un altro uomo.
Ma ciò poco importava.
La gente di quel paese, buona e nobile d’animo, impiegò poco tempo a rimpiazzare la rabbia ad un sentimento positivo: la felicità di avere tra loro di nuovo Robert, con due anime in più - Giulie e il bimbo che avrebbero chiamato Paul – fu sufficiente a cancellare ogni risentimento. Gli abitanti di ****, immediatamente amarono l’inglesina e tutti sembravano voler essere un insegnante di francese, con ardue dispute sulle parole più disparate: Giulie a gennaio parlava con un francese a dir poco buffo: ogni suono emesso dalla bocca era il contributo di un inglese duro a morire, di un francese sempre troppo difficile, e di un dialetto che poteva ascoltare tutti i giorni. Praticamente era una nuova lingua…
Era gennaio quando Robert e Giulie giunsero alla conclusione che il bimbo sarebbe stato Paul: in realtà decise Giulie e lui non fece altro che acconsentire. Così Paul M. Assit sarebbe nato di lì a qualche mese e sembrava essere atteso da tutti: dal barista della piazza principale, fino al parroco della chiesa Madre.
In paese tutti attendevano la nascita di un nuovo figlio: quello di Robert e Giulie.
Quel giorno di sole del 4 Aprile 2000 il Paese, che aveva accolto Giulie come un della famiglia, si immobilizzò alla notizia della nascita del bimbo.
Paul M. Assit.
Capitolo 32
Una mattina ti svegli e noti allo specchio che la tua gioventù è svanita. Non è questione di età anagrafica, o di numero di rughe, o di voglia di fare baldoria. Non so dire perché, ma ti svegli una mattina, vai allo specchio dove ti sei ritrovato migliaia di volte, nello stesso bagno, con le stesse piastrelle, e lo stesso odore di pino marittimo, e dici:" Oggi sei vecchio".
Del resto come il tempo passa per gli esseri viventi così per le entità inanimate.
Il tempo passò per le canzoni di Frank Sinatra, Beethoven non lo conosceva quasi più nessuno. E che dire della saga di Guerre Stellari: roba preistorica, avrebbero detto i giovani di oggi. Lo stile di vita un po’ trash degli anni ottanta, invece, aveva subito un inaspettato ritorno: I Duran Duran erano più in voga ora che nel tempo in cui erano vissuti!
Vico, qualche secolo prima, aveva visto giusto, ma adesso lo ricordavano solo i professori di filosofia. Nei licei si erano dimenticati dei nomi di Shakespeare, di Manzoni o Voltaire. Una serie di nuovi poeti e scrittori erano giunti alla ribalta.
Ma generalmente, sebbene molte volte il sole si era ritrovato nella posizione del solstizio d’estate, i punti di forza e le debolezze della società umana erano rimasti pressoché gli stessi.
Del resto tutte le assurde previsioni o premonizioni che erano circolate attraverso il 1900 erano praticamente tutte errate: 2001 odissea nello spazio, Metropolis, Blade Runner, avevano descritto un futuro che non era stato mai.
In qualche punto del tempo ci doveva essere stato un bivio e qualcuno aveva deciso per la strada buona, almeno questo è quello che sembrava. In effetti esistevano una serie di innovazioni tecnologiche che negli anni novanta sarebbero state da fantascienza – la casa sorvegliata tramite Internet; molte malattie erano state sconfitte, sebbene se ne fossero sviluppate altre; il petrolio era agli sgoccioli e quasi per miracolo, da un giorno all’altro, erano proliferate una serie impressionante di energie alternative che mandavano avanti il mondo; se si aveva un buono stipendio si poteva fare un giretto sul lato della luna colonizzata; Marte non era più un pianeta sconosciuto.
Strabilianti le innovazioni umane, come lo sono sempre state nella storia.
Ma anche gli esseri viventi avevano subito il trascorrere del tempo e, come in ogni epoca, le nascite si succedevano alle morti, in un ritmo frenetico.
Quello di sempre.
Jackie, la barista per cui aveva lavorato Giulie, aveva incontrato un uomo ed insieme si erano amati veramente, fino a quando un infarto non l’aveva stroncata all’improvviso. Prima di chiudere gli occhi ebbe il tempo di pensare che aveva vissuto felicemente.
Nicole, l’amica di Giulie, a 45 anni era finalmente riuscita ad abbandonare la strada, visto che oramai di clienti ce ne erano ben pochi disposti a pagare per una vecchia bacucca, e trascorse il resto della vita elemosinando amore nei vari letti in cui il Destino l’aveva sbattuta. Ancora oggi, in veneranda età, non aveva trovato un amore, segno che su questa terra, almeno nel periodo in cui era vissuta, la sua anima gemella non esisteva. Chissà se fosse esistita all’epoca di Pilato, forse l’avrebbe trovata.
Per non parlare della passione, letteralmente esplosa tra Charles e Lousie, rispettivamente amico ed ex amante di Robert. Una passione ancora accesa, che sarebbe durata fino alla fine dei loro giorni. Robert ne sarebbe stato entusiasta.
Il tempo era trascorso per ogni uomo sulla Terra: a chi si erano imbiancati i capelli, a chi caduti; a chi era cresciuta una strana ciccia intorno alla pancia, a chi sotto il mento; c’era chi, invece, aveva sperimentato l’esperienza della morte o della sofferenza.
Il tempo aveva trascinato le vite di ognuno, anche quella del sig.Emilio, bidello all’università del professor Ricciardi, che non si era più ripreso dalla morte della moglie: povero sig.Emilio, aveva affrontato la propria vita sempre al massimo delle possibilità concessagli da madre natura, ma aveva mollato tutto quando la donna che aveva amato, non riscaldava più il cuscino di fianco al suo. Forse per lui sarebbe stato adeguato il detto indostano a pag.32 del giornale di Bob, proprietario del ‘Baby driver’ hotel: la vera nobiltà non consiste nell’essere migliori di un altro uomo, ma nel migliorare sé stessi.
Eh già, tempo ne era trascorso da quando Ricciardi aveva procurato il flaconcino di sangue a Crib. Purtroppo il suo progetto sembrava proprio essere fallito: aveva sperperato tutte le risorse fisico-economiche alla ricerca di quel bambino nato il 4 Aprile 2000. Non era riuscito più a rintracciare nessuno dei tre: né Robert né Giulie, né il bambino, ovviamente. Una vita buttata al vento e stroncata definitivamente, quando tutti i telegiornali del mondo annunciarono la riuscita del primo esperimento di clonazione umana della storia. Portato a termine esattamente il febbraio del 2003 in Messico, grazie ad un équipe guidata da un tal scienziato - Crib era troppo scioccato per comprendere il nome, che suonava come Skymantle.
Quando il primo esperimento di clonazione umana era stato portato a termine Paul M. Assit aveva esattamente tre anni, mese più, mese meno. Robert e Giulie risero un po’ apprendendo la notizia dai mass media.
Il tempo, borioso e superbo, aveva trascinato con sé vite riuscite bene o male, e le aveva condotte tutte nella stessa direzione. Come sempre aveva fatto e probabilmente come sempre farà.
Non si può nemmeno immaginare, quale fine divertente, il Destino abbia riservato a Elena, moglie…cioè vedova di Ricciardi. A testimonianza della sua indole scherzosa, il Destino aveva tirato la spina della vita di Elena mentre, sotto un uomo, stava per provare il suo milionesimo orgasmo. Come nei film vedi il protagonista che entra nel supermercato e gli dicono: complimenti lei è il milionesimo cliente dalla data di apertura, e gli regalano un buono spesa da un milione per comprare ciò che avrebbe voluto, così sarebbe accaduto a lei…se il Destino scherzoso, non avesse calato il buio proprio un secondo, anzi un attimo prima che lei godesse. Vi lascio immaginare l’espressione di lui.
Esattamente quel giorno, in milioni di altri parti del mondo era stato un giorno felice: chi aveva finalmente provato l’emozione di un amore, chi aveva realizzato il sogno della propria vita, chi come il francesino Paul M. Assit, compiva la prima e unica decade dell’esistenza su questa Terra.
E Pablo…il divenire delle cose ha investito anche lui. Tuttavia non sempre il detto secondo cui il tempo è il miglior guaritore è veritiero.
Come dimenticarla.
Come dimenticare Sophie!
Forse il lettore l’avrà custodita nel proprio cuore come abbiamo fatto io e Pablo, o forse sarà buttata da in qualche angolo della cantina dei ricordi perduti. Ma Pablo ancora la sognava in alcune notti, svegliandosi al mattino con la voglia di amarla, di parlarle e di vederla…ancora le dedicava un pensiero ogni volta che incontrava delle treccine rosse, ogni volta che ascoltava una canzone di Paul Simon – di cui possedeva tutte le opere – ogni volta che incontrava nella propria vita una ragazza che potesse lontanamente ricordarle quell’amore svanito, sfumato da un giorno all’altro.
Ma Pablo la vedeva ancora nei sogni mattutini, specchi di una realtà quasi mai tangibile, e a modo suo le aveva ancora parlato, l’aveva ancora ascoltata, la sentiva ancora vicina. Tanto che tutti lo credevano un po’ folle, un po’ toccato…fu poi la stessa Sophie a riconsegnarlo alla vita, la stessa che lei le aveva strappato, apparendogli in sogno e convincendolo a riaprire il cuore ad altre donne.
Seguì il consiglio: Pablo era felicemente convolato a nozze nell’anno in cui Paul M. Assit aveva compiuti i suoi buoni 18 anni..
…ma ancora ora, una po’ parte del suo cuore spagnolo, era con Sophie in qualche dimensione creata per le anime gemelle.
Capitolo 33
Era vecchio. Sentiva il povero fisico affaticato dalle innumerevoli fatiche di una vita trascorsa a servire il prossimo. Era molto vecchio, ma ringraziava ogni giorno il signore di dargli la forza per andare avanti dignitosamente. Avrebbero detto di lui: lucido fino alla fine dei suoi giorni.
Chissà, forse avrebbe potuto addirittura festeggiare il secolo.
Poco importava questo: era felice di aver vissuto seguendo gli ideali che miracolosamente si erano conservati intatti nel tempo, mai scalfiti dalla insinuarsi continuo e subdolo dei dubbi. Ogni giorno rinnovava la propria fede chiedendosi se avesse deciso la cosa migliore, ed ogni giorno la risposta risultava essere affermativa. Aveva i rimpianti che ogni uomo ha, indipendentemente se sia coraggioso da ammetterli o codardo da tenerli per sé. Don Gregorio, aveva i propri rimpianti, ma facevano parte della vita, e come ogni uomo di fede ama pure il dolore, così aveva saputo amare anche quelli come dono del Signore.
Alla sua età si sono tirati i bilanci almeno un centinaio di volte: a 87 anni suonati, centinaia di volte ti passa la vita davanti e fai il conto del bene e del male. Nel suo caso occorreva dividere la vita in due parti. Il Prima e il Dopo.
Il Prima e il Dopo quello che aveva assistito.
Nonostante tutti lo credessero un visionario – anzi lo chiamavano Il Visionario - lui sapeva…sapeva che era stato un fenomeno incredibile, impossibile da spiegare.
Nonostante il Vaticano non lo avesse creduto.
Nonostante fosse stato giudicato un soggetto influenzabile.
Nonostante avesse perso quasi tutto ciò che aveva.
Nonostante tutto, lui si sentiva in grazia di Dio.
Quando accadde l’impossibile, in quel lontanissimo giorno, credeva che i primi momenti sarebbero stati i più difficili, ed invece si sbagliava. Ogni giorno era colmo di una sofferenza maggiore di quello precedente, come un vaso che si riempie d’acqua senza mai traboccare. Quella però, non era acqua, simbolo della vita, ma sangue. Simbolo della sofferenza. Tuttavia, presto aveva ringraziato il Signore anche per quella. Perché aveva potuto purificare l’anima dalle nefandezze dell’umanità e divenire pronto a salire nei cieli.
Non so se davvero don Gregorio fosse convinto di ciò: poteva essere un bel modo per affrontare la vita. Non so se facesse parte della categoria dei preti che ringraziano il Signore della sofferenza anche quando la vivono veramente, oppure imprecano come ogni essere umano davanti alla morte di una persona cara, o alla perdita dell’uso delle gambe o davanti ad una vita insanguinata di dolore. In ogni caso è difficile credere che un uomo di fede, pur sempre un uomo, ringrazi un essere Superiore per avergli concesso la possibilità di soffrire.
Don Gregorio lo faceva e basta, e poca importanza aveva se credeva di credere o sapeva di credere.
Dopo quel giorno la vita assunse veramente i connotati della sofferenza: agli occhi della società era stato sempre Il Visionario, aveva perso la Parrocchia nel sud Italia, aveva perso i suoi fedeli, per poco non aveva perso anche il lume della ragione. O forse l’aveva perso e non ne era consapevole.
Comunque per il mondo ora era Il Visionario.
Non ebbe più in gestione una parrocchia, anche se restava pur sempre un prete.
Per lungo tempo non aveva potuto celebrare la Messa, anche se restava pur sempre un prete.
Non aveva concesso più nessun sacramento…Ma aveva vissuto comunque sempre come un prete.
…fino a quando Dio sembrò ricordarsi di quella povera anima in pena e gli fu concesso di riconquistarsi una platea, in un piccolo paesino del nord ovest italiano. Aveva pregato tanto e gli fu concesso quello che avrebbe voluto: una comunità di persone da seguire, aiutare a cui insegnare imparando e da cui imparare insegnando. Lì ancora non era noto come Il Visionario.
In fondo, era felice.
Lo era anche quel mattino che era in chiesa per le confessioni. Non si vedeva nessuno all’orizzonte, ne approfittò per ammirare la bellezza della sua Chiesa.
L’amava.
Era piccolina, quasi una cappella, alta e scura con influenze gotiche. Una finestra circolare dietro l’altare, simulava la luce di Dio.
Quanto gli piaceva vedere la luce del sole del mattino irradiare l’altare, piccolo trancio di marmo su analoghi piedi.
Piccola, ma calorosa, la Chiesa aveva anche uno spazio per il coro e l’organista. In tutto cinque persone che davano l’anima per la musica.
Quella mattina era più calda del solito. Indossava un maglione di lana molto pesante, anche perché si sa che i Natali valdostani sono rigidi. E il Natale era proprio vicino.
Nell’osservare la disposizione delle panche gli venne in mente la Chiesa del prima. Quante volte l’aveva ripescata nella cantina dei ricordi perduti. Poi gli salirono alla coscienza le parole di un vecchio che aveva sognato in quei giorni. Era da un po’ che la mente gli raccontava lo stesso sogno e solo quella mattina, nel vedere la disposizione delle panche che gli ricordava la Chiesa del prima in cui tante volte aveva distribuito la comunione, comprese che quello non era un nuovo sogno. Così prese a ricordare l’immagine che per tanti anni era stato stipata in una credenza posta in un angolo della cantina.
Ricordò con notevole difficoltà. L’immagine era di quell’uomo che andava ad accudire: era il nonno del paese che gli aveva ripetuto parole quasi incomprensibili con la sua flebile voce…
Padre io lo sento. Questa è l’ultima comunione che io farò. Non riuscirò a mantenere un’altra promessa
…così limpida che aveva potuto ascoltare la domenica di molti anni a dietro
No tu non capisci…tu, tu non puoi capire!
Era una voce giovane, profonda e melodiosa. Pura, chiara, che un attimo prima fu di un vecchio malato, e un attimo dopo quella di un giovane moribondo.
Stai attento. Sono preoccupato per te!
Probabilmente il germe della pazzia era già in lui tanti e tanti fa, pensò sorridendo.
Credeva di aver compreso il significato di questi ricordi il giorno in cui vide il quadro del cristo ricoprirsi di liquido rosso, ma solo quel mattino avrebbe capito di non aver capito a fondo, avrebbe constato che la sofferenza di una vita sarebbe potuta essere ripagata in un solo istante.
Finalmente qualcuno si avvicinava. La sua vista non era più buona con tutte quelle malattie agli occhi che aveva avuto e le lentine che avrebbe dovuto indossare e che non indossava perché desiderava completamente abbandonarsi alla volontà di Dio: così non riconobbe nella figura sfocata né un uomo né una donna, forse era un bambino.
Si avvicinò lentamente, e solo quando l’ombra era esattamente davanti a lui, vide un ragazzo che avrebbe dovuto avere forse vent’anni a giudicare dalla voce, ma quando lo guardò negli occhi vi lesse solo sofferenza, una sofferenza che si specchiava nelle rughe che solcavano decise il viso, nei capelli radi, nella malata magrezza di quel fisico provato dai dolori di una breve esistenza.
"Dimmi figlio mio, cosa ti è successo"
L’altro non rispose, rimase in silenzio e così fece Don Gregorio. Sapeva che se avesse atteso, avrebbe ottenuto di più. In silenzio, attese che il ragazzo lo stupisse ad ogni suono di ogni lettera di ogni parola che avrebbe pronunciato.
"Padre, la mia famiglia non esiste più. Sono solo. Ma ho pregato affinché mi fosse data la forza di giungere fino a lei. Non è stato facile trovarla. Ma ce l’ho fatta.
Sono malato della stessa malattia che uccise mia madre. Mio padre è stato buono con me, ma sono dovuto correre qui…Lo sentivo e mi ho padre mi ha capito, nonostante il dolore della morte di mia madre lo stia divorando giorno dopo giorno. Ha smesso di vivere comunque: è un vecchio senza speranza, senza gioie né dolori…E’ Una malattia pressoché sconosciuta, hanno cercato di salvarla, ma io già sapevo che mia madre sarebbe morta.
Lo sentivo.
Sono due anni che sono in viaggio. Ho pregato perché mi fosse dato abbastanza tempo per parlare con lei.
Sono malato della stessa malattia di mia madre. Ma la sofferenza mi sta purificando e la morte non mi spaventa.
Padre, ora il mio compito è di darti un definitivo scopo di vita. Un premio alla tua sofferenza: conosco ciò che hai vissuto, conosco la tua storia. Il resto non mi serve apprenderlo dagli altri, lo leggo nei tuoi occhi. Riconosco in te il mio sguardo: lo sguardo della sofferenza. Sono qui per dirti che sarai salvato, che hai vissuto anche per me. Nonostante tu non l’abbia mai saputo.
Conosco le difficoltà che hai dovuto affrontare dopo quel giorno. Le leggo dalla pelle della mano che ora tieni sulla mia: io sono un ragazzo di 18 anni: ho la stessa mano di un vecchio di 90 anni. La mia sofferenza è la stessa di quella che hai provato tu nella tua lunga vita.
Credi di conoscermi?
…No, non potresti, ma io conosco te. Ti ho cercato per tutta la mia vita, quando mio padre mi ha raccontato la mia verità…il giorno in cui morì mia madre.
Da allora io ti sto cercando per raccontarti la verità.
Io so che hai sofferto, che ti sentivi abbandonato e che ti hanno lasciato solo. Hai dubitato persino di Dio, della tua vita…anche della fede. Ma ogni giorno hai riconquistato fiducia e speranza e ti sei rifugiato nella preghiera, come ho fatto io.
Nessuno può capirti più di quanto ti posso capire io: nella mia vita, da quando ho conosciuto la mia verità, sono rimasto solo con il mio Dio.
Che è il tuo stesso Dio.
Con la mia fede che è la tua stessa fede.
Con la mia preghiera che è la tua stessa preghiera.
Nessuno su questa terra può conoscerti meglio di quanto ti possa conoscere io. Questo lo devi sapere. Puoi dirmi tutto ed io posso ascoltare tutto quello che tu mi dirai. Ma non ce ne sarà bisogno, perché la tua sofferenza la leggo nei tuoi occhi e sulle tue mani, che sono i miei stessi occhi e le mie stesse mani: occhi e mani scolpiti dalla sofferenza.
Tu credi che io sia pazzo?
…Non scacciarmi come hanno fatto tutti: ho chiesto ospitalità mentre ho viaggiato per raggiungerti ed ho sempre dormito sotto i ponti e mangiato quello che la natura mi offriva. Ho digiunato per diversi giorni, a volte, ma oggi ho raggiunto il mio scopo.
Non abbandonarmi anche tu, sei l’unico che non deve abbandonarmi.
Tu crederai che sono pazzo, ma non lo sono. Chi può capirmi meglio di te su questa terra: tutti ti hanno creduto un pazzo, un tempo, ma io so che tu non lo sei mai stato.
Io sono quel sangue che non era tuo, ma del nostro Signore, nostro Padre."
Don Gregorio rimase in silenzio. Non aveva capito – o meglio, non voleva capire - chi fosse quel giovane, ma era chiaro che doveva aver sofferto molto: aveva un animo nobile e sensibile.
Alla fine del colloquio, tutti e due piangevano. E Don Gregorio ringraziò di aver incontrato uno sconosciuto che lo aveva ripagato delle sofferenze di una vita. Sapeva che le sofferenze e le gioie, come le fortune e le disgrazie, alla fine si livellano. Quello che dai è uguale a quello che ottieni.
Giulie lo aveva compreso: quanto era stata fortunata nella vita: aveva conosciuto l’amore e la gioia nel veder nascere un figlio. D’altra parte aveva conosciuto il dolore della morte di Paul e quello ancor più forte di vedere suo figlio affrontare la vita senza una madre che aveva incontrato la morte nelle peggiori sofferenze del corpo e dello spirito.
Don Gregorio era rimasto in silenzio insieme al ragazzo che ora non parlava più. Le lacrime erano terminate, ma il ragazzo piangeva ancora. Il suo fisico era disidratato, debole, mal nutrito, ma aveva avuto la forza di giungere fin lì ed inaspettatamente il ragazzo riprese a parlare.
Gli raccontò la sua verità: quella che il ragazzo aveva appreso da Robert che a sua volta l’aveva conosciuta dal professor Ricciardi.
Dopo la fatica del corpo fu insostenibile: il ragazzo svenne.
Fu portato all’ospedale, ma le sue condizioni erano molto gravi.
Quasi come se il corpo fosse stato mantenuto in vita dall’anima che, raggiunto lo scopo, non aveva né intenzione né la necessità di combattere ancora con i dolori della vita umana.
Allora il ragazzo aveva chiuso gli occhi per lasciar sfuggire l’anima.
Epilogo
Era trascorso poco più di un mese dalla morte del giovane, e quel giorno di gennaio, Don Gregorio, come faceva quotidianamente, si recò sulla tomba del ragazzo: povera si sarebbe potuta definire.
Gli vennero in mente le sue parole : chi può capirmi meglio di te su questa terra: tutti ti hanno creduto un pazzo, un tempo, ma io so che tu non lo sei mai stato. Io sono quel sangue che non era tuo, ma del nostro Signore, nostro Padre.
Aveva deciso per lui: la tomba più povera possibile senza fotografia, senza frasi, senza inutili ridondanze: una croce; e dei numeri, quelli di nascita e quelli di morte.
Don Gregorio osservava la croce e risentiva la voce del ragazzo: stava divenendo davvero pazzo?
Forse sì.
Ma era un pazzo con una certezza che ripeté ad alta voce: "E’ successo di nuovo, mio Dio. Lui è passato su questa Terra un’altra volta, tra l’indifferenza e la crudeltà dell’uomo".
Le parole, che nascondevano un velo di tristezza e rassegnazione, furono portate dal vento agli orecchi di due vecchiette vestite di nero. Si guardarono, e una disse bisbigliando: "Dicono fosse un uomo eccezionale prima che perdesse la ragione" E l’altra annuendo: "Molti lo hanno sentito parlare, gesticolare piangere, sorridere davanti a quella tomba". Poi, dopo un leggero sorriso che lasciava intravedere la pena per quell’uomo, ritornarono a piangere su una tomba decorata con una grande statua della Madonna e una croce arricchita con una pietra preziosa.
Ora faceva freddo davvero: le due vecchiette si stavano allontanando. I cipressi danzavano soavemente al ritmo dettato dal vento, che le nuvole sembravano seguire in modo accorto.
"Fa freddo", pensò ad alta voce Don Gregorio, mentre riponeva un fiore sulla tomba del ragazzo. I suoi occhi erano fissi, come incantati dall’immagine che stavano inquadrando: sulla tomba c’era scritto:
Paul M. Assit
4 Aprile 2000
20 Dicembre 2018.