Deng: il piccolo grande timoniere?
Deng nacque nel 1904, quando in Cina c'era ancora l'imperatore, il paese era preda dell'imperialismo occidentale e giapponese, e mancavano diciassette anni alla nascita del Partito Comunista Cinese. Ne fu uno dei "padri fondatori", da subito accanto a Mao, dalla Lunga Marcia alla nascita della Repubblica.
Fu il Grande Balzo in avanti, il primo grande fallimento di Mao, a segnare la storia di Deng e a relegarlo tra gli oppositori del Grande Timoniere, i cosiddetti "tecnocrati", capeggiati da Liu Shaoqi, assertori di un aggiustamento ell'economia che si fondasse
sull'efficienza produttiva e sul profitto. La Rivoluzione culturale e le Guardie Rosse lo investirono in pieno: dal'66 al '73 Deng visse la prima "eclissi" politica; solo la situazione di estrema instabilità dei primi anni Settanta, che videro Mao costretto a barcamenarsi tra la sinistra radicale e i moderati, permise a Deng di tornare a galla a fianco di Chou Enlai (il suo nuovo protettore), il promotore delle Quattro Modernizzazioni. "Erano i primi segni del mutamento che doveva portare alla Cina di oggi. - ci dice Napoleone Colajanni - Mao li guardava sempre con diffidenza, e senza spazzare via Chou tendeva sempre a bilanciarne l'autorità. Questo equilibrio durò fino alla morte di Chou, che precedette di poco quella di Mao: l'attacco serrato della sinistra provocò la seconda "eclissi" di Deng. Secondo il Colajanni "non è chiaro quanto di questa eclissi fosse dovuto a minacce reali o alla prudenza dello stesso Deng, che negli anni successivi si sarebbe rivelato un manovratore di prim'ordine.
Dopo appena due anni dalla morte di Mao il suo successore, Hua Guofeng, incapace di affermare la sua autorità, venne sconfitto dal ritorno del sempreverde Deng al Comitato Centrale del dicembre '78. Il Nostro si assicurò un reintegro nelle funzioni dirigenti e soprattutto la presidenza dell'onnipotente Commissione degli affari militari del partito, vera "chiave di volta" del potere all'interno del PCC, che lasciò solo nel '92. La vittoria di Deng fu ottenuta con estrema gradualità, con mosse tattiche, autocritiche rassicuranti, appoggi militari. Stava nascendo un leader meno legato all'ideologia, flessibile, più "moderno" e "occidentale".
La conquista del potere permise a Deng di iniziare la demaoizzazione: ciò non fu un ripudio del pensiero di Mao, ma una sapiente elencazione degli "errori" del Grande Timoniere, frutto di un'applicazione frettolosa dei suoi principi che, però, complessivamente, venivano conservati intatti ad ispirare il Partito.
Deng e i suoi collaboratori rinunciarono - usando le parole della studiosa francese Marie-Claire Bergère - ad un "totalitarismo che isterilisce le forze produttive" ma si preoccuparono di mantenere un regime abbastanza autoritario da gestire i cambiamenti." Il Partito doveva rimanere il "nucleo dirigente" del sistema ma non doveva estendere più i suoi gangli ovunque, soprattutto non doveva più porre freni al progresso economico. La revisione colpì soprattutto quella parte del pensiero di Mao responsabile dei disastri economici dal Grande Balzo in poi e permise l'avvio della campagna di modernizzazione della Cina, peril superamento della secolare arretratezza economica, con l'introduzione della rivalutazione degli incentivi materiali all'attività economica. Il dato predominante delboom economico tra il '79 e l'85 fu l'aumento produttivo delle campagne, mentre dall'85 in poi l'altro grande agente di sviluppo fu l'apertura verso i capitali stranieri attraverso lo strumento delle zone
speciali, "zone franche" di capitalismo selvaggio.
Ma di fronte all'allentamento amministrativo sull' economia, i vecchi metodi di direzione erano destinati a scontrarsi con le richieste di allentamento della pressione politica sulla libertà di
espressione; il tumultuoso sviluppo e le sue ricorrenti crisi economiche si accompagnarono sempre alle tensioni politiche: lo sviluppo accelerato causava inflazione, il governo operava dure politiche deflattive, provocava proteste popolari, il dibattito interno al partito precipitava ... la soluzione ovvia era la repressione.
E venne Tienanmen. Citando la Bergère: "in un discorso televisivo, che pronuncia circondato dalla sua vecchia
guardia, Deng Xiaoping si assume la responsabilità della repressione e condanna il movimento studentesco come un tentativo controrivoluzionario di "rovesciamento del Partito comunista, del sistema socialista, della Repubblica popolare della Cina". Questo "capolavoro" di pragmatismo e socialismo, che dette una stretta alle minime libertà di espressione della società cinese, ha consolidato la politica basata sull'economia mista e sullo stato autoritario.
Prima di uscire gloriosamente dall' agone politico per essere assunto nell'Olimpo dei padri del socialismo made in China ed assicurare il potere in mano ad uomini di sua fiducia, Jiang Zemin in testa, Deng ribadì la bontá del socialismo di mercato lanciando l'idea che "è il popolo che decide se gli affari della Cina sono gestiti correttamente."
La sua morte è stata compianta dai cinesi e dal mondo diplomatico intero: nell'immaginario collettivo - e nelle tasche dei grandi capitalisti del mondo - il suo "arricchitevi, è glorioso" (insieme all'altro famoso slogan: "un paese, due sistemi") ha probabilmente lasciato più tracce che i cadaveri di Tienanmen.
Vallo a spiegare agli studenti dell'89 e alle masse dei poveri che la rivoluzione capitalista e la repressione sono state compiute in nome del popolo.
In attesa del prossimo Timoniere.