LA STANZA DI SEARLE ©

by keroppi

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Sei dentro una stanza spoglia. Una scrivania, una sedia, una lampada, un penna, un calamaio, e un gigantesco manuale: "COSA FARE SE QUALCUNO TI PASSA SOTTO LA PORTA UNA STRINGA DI SIMBOLI". La porta è chiusa a chiave e non riesci a forzarla. Non sai né da quando tempo né perché sei stato recluso in questo luogo. Forse sei in una prigione per un crimine che hai commesso e di cui hai perso la memoria. Forse sei l'ingara cavia di un esperimento, o di uno scherzo di cattivo gusto. Forse l'intero universo è contenuto in questa stanza, e non c'è null'altro al di fuori di essa.

La vita dentro la stanza spoglia è terribilmente noiosa. Ogni tanto getti un'occhiata tra le pagine del manuale, l'unica tua lettura disponibile, ma contiene soltanto prescrizioni incomprensibili, come ad esempio:

PARAGRAFO AK.1321,12.
Se &$! è interposto tra <@! e ~#> sostituire con %^$ e consultare il paragrafo LW.2412.23.
L'intero libro è costituito da queste misteriose regole. Non v'è in esso null'altro di utile, interessante, o sensato: lo richiudi e lo lasci giacere sulla scrivania. Ma c'è un'altra e ben più inquietante ragione per cui non ti piace sfogliare il libro: sembra contenere un numero illimitato di pagine. A ogni pagina corrisponde una regola, e tra due regole ne trovi sempre una ulteriore e intermedia, all'infinito. Non riesci a comprendere questa assurda inifinità e il libro presto finisce col farti orrore.

Un giorno qualcuno ti passa sotto la porta una striscia di carta. Finalmente un messaggio! Lo apri e leggi: <@|~#?>. Batti rabbiosamente i pugni contro la porta esigendo spiegazioni, ma nessuno risponde. Decidi allora ti mettere da parte il tuo orrore per il libro e di applicare le regole in esso contenute, in mancanza di qualcos'altro di meglio da fare. La procedura è lunga e noiosa, richiede giorni e giorni, e alla fine ottieni un'altra stringa di simboli altrettanto incomprensibile quanto la prima. La trascrivi al di sotto della prima e la rispedisci all'ignoto destinatrario, infilandola sotto la porta.

Il giorno dopo la storia si ripete: un'altra incrompensibile sequenza di simboli. Di nuovo, applichi meticolosamente le regole del manuale; di nuovo ne ottieni un'altra con cui rispondi - e così via, per giorni e giorni, mesi e mesi, forse anni.

Dopo un tempo indescrivibilmente lungo, lo scambio di simboli termina e ti accorgi che il gigantesco volume sulla scrivania è stato sostituito a tua insaputa con un altro: "COME DECIFRARE I SIMBOLI NELLA TUA LINGUA NATURALE". Seguendo le istruzioni del nuovo manuale, riesci a ottenere delle frasi comprensibili a partire dai simboli che ti avevo passato sotto la porta (il tuo interlocutore dall'altro lato della porta ero io, keroppi). Alla fine ottieni una trascrizione completa e di senso compiuto del nostro dialogo:

LA CONVERSAZIONE TRA ME E TE, DENTRO LA STANZA DI SEARLE

IO: Come ti chiami?
TU: Ludwig Van Beethoven.
IO: Dove sei nato?
TU: A Bonn, il 17 Dicembre 1770.
IO: Cosa fai?
TU: Sono un compositore.
IO: Ah, bene. A me piacciono molto i quartetti per archi. Ne hai mai composto qualcuno?
TU: Si.
IO: Quanti?
TU: Un buon numero.
IO: Ne hai composti esattamente sedici. Ne scriveresti un altro per me?
TU: Quando, adesso?
IO: Si, per favore.
TU: Ecco qua (partitura del diciassettesimo quartetto per archi)
IO: Splendido. Quanto tempo hai impiegato per scriverlo?
TU: Non lo so. L'ho creato adesso, in questo momento.
IO: Ti rendi conto che nessun uomo riuscirebbe a comporre una simile opera d'arte in un istante? Tu non hai la concezione del tempo. Tu non sei Ludwig van Beethoveen.
TU: Cosa vuol dire?
IO: Tu sei un indivudio ignaro e immemore, dentro una stanza spoglia, che applica alla cieca le procedure contenute in un libro per produrre una fedele simulazione del cervello di Ludwig van Beethoven. Seguendo scrupolosamente le regole che codificano la struttura sintattica profonda che soggiace al comportamento linguistico di Ludwig van Beethoven, si ottengono tutte le risposte che Beethoven avrebbe potuto dare in replica a qualsiasi domanda.
TU: Non capisco.
IO: Riesci a sentire le mie parole?
TU: Sono sordo.
IO: Allora in questo momento come stiamo comunicando?
TU: Non lo so <#13_, non ne sono sicuro.
IO: Strettamente parlando, tu non hai organi di senso. Io sto passando delle stringe di simboli all'uomo dentro la stanza, e lui manipolando i simboli senza né coscienza né cognizione di causa di ciò che sta facendo, produce meccanicamente le tue risposte. Anche se l'uomo è molto scrupoloso, occasionalmente commette degli errori, come nel caso del calcolo della risposta che mi hai appena dato. Quanto a te: sei una mera simulazione, un processo deterministico, un algoritmo senz'anima. Se mai sei qualcosa di materiale al di fuori del nudo processo: sei la stanza, cioè l'insieme dell'uomo, del manuale, e delle quattro pareti che li contengono.
TU: E tu cosa sei?
IO: Io sono un essere umano in carne ed ossa, con un sistema nervoso centrale, la piena comprensione dei concetti che esprimo e una coscienza viva dietro le mie azioni e parole.
TU: Anche se fosse come dici non mi sembra che ci sia una differenza sostanziale tra la tua umanità e la mia. Inoltre io ti ho appena dato un quartetto per archi. Non so in quanto tempo o in quale luogo lo abbia composto, ma tu &2! che ti vanti di avere un'anima difficilmente saresti capace di crearne uno.

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Copyright© 2001 by keroppi <rosacrux@mail.com>

Questo racconto è ispirato ai saggi di John Searle, Minds, Brains and Programs, e di Douglas Hofstadter, "Conversazione col Cervello di Einstein".

Le immagini nel testo sono: Sun in an Empty Room di Edward Hopper, e una caricatura di Beethoven di J.P.T Lyser del 1833.


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