Verso
la seconda metà del Settecento giunse in Europa un movimento di
pensiero che influenzò ogni aspettativa della cultura e dalla vita: l’Illuminismo.
Questo nuovo movimento culturale, che
considerava la ragione il solo lume di verità. Questa nuova cultura
fiorì dapprima in Inghilterra, ma trovò in Francia l'ambiente giusto
per svilupparsi. Infatti, in Francia,
i temi della tolleranza religiosa, della libertà politica ed economica
e del progresso tecnico-scientifico, sviluppatisi in Inghilterra perché
considerata più progredita, divennero motivi ricorrenti di questo
vastissimo movimento culturale che animò Parigi dalla metà del secolo,
e si propagò in seguito in tutta Europa. Il termine Illuminismo prese
il suo nome da questo movimento a causa della fiducia che i suoi
esponenti ponevano nel "LUMI" DELLA RAGIONE: con la ragione,
essi ritenevano infatti di poter convincere gli uomini della
superiorità della libertà sul dispotismo, della tolleranza sul
fanatismo, della scienza sull’ignoranza. Diffondere
i "lumi" divenne la maggior preoccupazione degli illuministi.
Uno strumento formidabile per far conoscere le loro idee fu l’ENCICLOPEDIA
o DIZIONARIO RAGIONATO DELLE SCIENZE, DELLE ARTI E DEI MESTIERI
(1751-1772): era una vera enciclopedia come la intendiamo noi, e
conteneva insieme alle notizie riguardanti i vari campi del sapere
(storia, tecnica, scienza, musica…), anche molte "voci"
dedicate a spinosi problemi religiosi e politici. Per questo il governo
francese cercò di ostacolarne in tutti i modi la pubblicazione. Gli
illuministi, accomunati dalla lotta contro il dispotismo e l’intolleranza,
erano peraltro assai discordi nel suggerire i mezzi per raggiungere
questi obiettivi. Alcuni si
dedicarono soprattutto a diffondere lo spirito critico nei confronti
della superstizione. VOLTAIRE, ad
esempio, condannate tutte la Chiese, che attribuivano i mali peggiori:
intolleranza, arbitrii, guerre. Lo spirito di tolleranza avrebbe dovuto
permettere a tutti gli uomini di esprimere liberamente la propria
visione di Dio. In campo politico Voltaire combatteva l’assolutismo,
ma era anche contrario ad ogni forma di democrazia in cui il popolo
pretendesse di dettar legge e governare lo Stato: egli propose una
monarchia "illuminata", nella quale il re governava secondo i
principi della ragione. Altri
consideravano la libertà politica come il primo obiettivo da
prefiggersi. Secondo l'illuminista MONTESQUIEU, per garantire la
libertà politica occorre fare in modo che nello Stato, chi fa eseguire
le leggi (potere esecutivo) sia una persone diversa da chi le elabora
(potere legislativo) e da chi giudica i cittadini in base ad esse
(potere giudiziario).Montesquieu suggeriva di imitare l'Inghilterra
nella separazione dei poteri, istituendo un Parlamento elettivo e
realizzando una monarchia costituzionale. Di
parere diverso era invece ROUSSEAU, forse il più innovativo fra gli
illuministi. A suo giudizio gli inglesi non erano liberi, ma si
limitavano a scegliere ogni quattro anni, quando eleggevano il
Parlamento, di chi dovevano essere schiavi. I deputati in Parlamento
infatti, secondo Rousseau; facevano i loro interessi e non quelli del
popolo. Un popolo è davvero libero soltanto quando è esso stesso a
fare direttamente le leggi. Ideale di Rousseau era insomma la democrazia
diretta, cioè basato su un’assemblea di tutto il popolo e non su
un Parlamento di rappresentanti come quello inglese Rousseau
inoltre denunciava nella proprietà privata il principale mezzo in mano
ai ricchi per asservire il popolo, e sosteneva la necessità di impedire
che le ricchezze si sviluppassero al di là di un certo limite. Queste
idee, naturalmente, non erano condivise dalla maggior parte degli
illuministi, che difendevano innanzi tutto gli interessi della
borghesia. Tutte questi ideali si
diffusero quindi in tutta Europa presentandosi come una formula per
trasformare la società costruendone un'altra più libera e giusta, che
perseguisse il progresso e la pubblica felicità.
Gli illuministi
dovettero lottare contro due istituzioni politiche e sociali:-
l'aristocrazia, chiusa nei suoi privilegi
- la Chiesa cattolica
che fondava il suo potere sulla tradizione e il dogmatismo. Sul piano
politico: -
condannarono i privilegi e il parassitismo della vecchia aristocrazia
feudale -
cercarono l'alleanza con i sovrani invitandoli a farsi interpreti del
desiderio di rinnovamento dei loro stati e a provvedere personalmente
alla realizzazione del bene e della felicità dei loro sudditi.
Gli ideali illuministi
erano: esaltazione della ragione, riforma di tutta la società, rifiuto
della ragione.
Illuminismo
in Italia
Anche
in Italia, come negli altri paesi d’Europa, il ‘700, in
particolare la seconda metà, coincise con una crescita generale
dell’economia e della cultura.
Migliorarono
le comunicazioni che congiungevano la penisola all’Europa. L’Italia
poté così uscire dalla situazione appartata nella quale l’aveva
posta la situazione spagnola ed entrare nel circuito del mercato
europeo come fornitrice di terre agricole e materie prime.
La
Lombardia, soprattutto nella Bassa padana, consolidò
definitivamente in Italia quel primato, con la diffusione del
riso, delle marcite, delle alberate, dei prati artificiali, del
bestiame.
Nacquero,
e non solo in Lombardia, numerose nuove iniziative.
I
maggiori progressi economici avvennero nel campo agricolo. L’Italia
confermò la tendenza a perdere il suo tradizionale carattere
cittadino e ad acquistarne uno prevalentemente rurale.
Nel
1764 l’Italia fu colpita da una grave carestia. Tuttavia essa
fu l’ultima del secolo e segnò una data fondamentale, una
svolta nel ‘700 italiano, sia sotto il profilo culturale sia
sotto il profilo materiale. Gli intellettuali illuministi si
interessarono ai problemi dell’economia. Sotto il profilo
materiale ci fu una crescita del commercio, della produzione e
della produttività: la popolazione cresceva ma le risorse
alimentari crescevano ancora di più. Per questo la pianura
padana non conobbe più carestie dopo quella del 1764.
L’aspetto
forse più importante della cultura italiana del ‘700 è che
essa ritrovò quei valori civili che l’aveva rese così grande
nell’età dei comuni e in quella del primo Rinascimento ma che
si erano poi perduti. Gli intellettuali italiani, proprio
perché superarono il provincialismo nel quale erano caduti e si
riallacciarono con le correnti più vive della cultura europea,
tornarono a svolgere quella funzione di classe dirigente della
nazione che avevano svolto nell’età dei comuni e del
Rinascimento.
In
Lombardia
Lombardia
e Toscana sono le due regioni nelle quali le riforme asburgiche
e borboniche hanno conseguito i risultati maggiori.
Il
risultato delle riforme asburgiche fatte in Lombardia fu il catasto
delle proprietà, iniziate già al tempo di Carlo VI,
portato a termine da Maria Teresa ed entrato in vigore nel 1760.
I lavori di esecuzione del catasto furono diretti nel decennio
1748-1758 dal toscano Pompeo Neri.
Il
catasto fu al centro di una complessa manovra riformatrice. Esso
infatti, aumentando le imposte sulla proprietà, consentì di
alleggerire quelle gravanti sulle persone e sul commercio, e
quindi di incrementare quest’ultimo. D’altra parte i
proprietari terrieri furono chiamati a dirigere i comuni e le
altre amministrazioni locali. Con sano criterio politico, il
potere locale fu dato a chi pagava le più tasse.
Tuttavia
anche in Lombardia le forze borghesi incontravano difficoltà
notevoli ad affermarsi in modo completo. In campagna la
borghesia agraria si limitava alla categoria degli affituari, i
quali però erano privi di una piena autonomia di iniziativa
perché in condizione sociale subordinata ai grandi proprietari.
In città avevano molto prestigio gli appaltatori delle imposte,
gente che ammassava ricchezze, non con la libera iniziativa
borghese, ma grazie ai legami contratti col potere politico che
dava loro in appalto le imposte.
Le
riforme di Maria Teresa portarono rimedio, almeno parziale. L’appalto
delle imposte fu soppresso, come aveva fatto l’Inghilterra,
senza tuttavia realizzare un’amministrazione pubblica delle
finanza così moderna.
Furono
soppressi numerosi conventi, e con la vendita o la rivendita
delle loro terre fu possibile riorganizzare ed ampliare la rete
delle scuole pubbliche.
L’attività
riformatrice proseguì sotto Giuseppe II con nuovi e più severi
provvedimenti per tenere sotto controllo l’attività del
clero. Vennero inoltre soppressi i dazi interni, fu concesso il
permesso di libera circolazione delle merci, fu potenziato l’accentramento
burocratico.
Ma
anche in Lombardia, il riformismo messo in atto da Giuseppe II
perse presso la classe dirigente il favore che aveva avuto il
tempo di Maria Teresa.
Fu
soprattutto l’accentramento burocratico quello che alienò da
Giuseppe II il favore dei milanesi.
Essendo
diminuiti i poteri locali di cui avevano goduto ai tempi di
Maria Teresa, il patriziato, i notabili a la borghesia sentirono
come un grave peso le forti tasse che erano costretti a pagare.
Milano
nel Settecento:
l'assolutismo
illuminato di Maria Teresa d'Austria
Nel Settecento Milano si
trovava sotto il dominio degli Asburgo: già dal 1706 gli
Austriaci avevano soppiantato gli Spagnoli nel controllo della
città, ma fu solo al termine della Guerra di Successione
spagnola, con le paci di Utrecht e Rastatt (1713-1714), che il
dominio austriaco venne riconosciuto. Nel secolo precedente
Milano aveva subìto la peste del 1630 e la Guerra dei Trent’anni
(1618-1648), che ne avevano quasi dimezzato la popolazione; nel
Settecento invece ci fu una grande ripresa sia economica sia
culturale. Il ceto dirigente milanese fu molto attivo e riuscì
a restaurare un'economia, caduta a causa delle ingenti spese di
guerra; in campo culturale poi Milano fu il centro di maggior
penetrazione illuministica dell'Italia Settentrionale. Mentre la
Roma dell'Arcadia, che aveva dominato la Cultura letteraria
dell'inizio Settecento, era chiusa all'Illuminismo riformatore e
razionalista, Milano era invece molto più aperta, alle novità.
Il primo segno evidente dell'evoluzione culturale, che passava
da cerimoniosità arcade a razionalismo illuministico, fu la
fondazione, nel 1762, dell'Accademia dei Pugni, subito
affiancata da quella dei Trasformati. L’Accademia dei Pugni
curò l'edizione di un giornale letterario e culturale,
pubblicato ogni dieci giorni dal giugno '64 al maggio '66. Il
nome del periodico era "Il Caffè" e indicava
esplicitamente il locale all'ultima moda, nel quale veniva
servito il caffè, la bevanda di origine americana, che aveva
conquistato l'Europa. Il Caffè era frequentato dalle gente di
mondo e vi si riuniva la società elegante, ma rappresentava
anche il luogo, nel quale avvenivano gli scambi d'idee e
opinioni da parte di pensatori e artisti, che discutevano sulle
mode, sulla Cultura e sui gusti estetici del loro tempo.
"Il Caffè" trattava le tematiche più avanzate
dell'Illuminismo; vi presero parte intellettuali come Cesare
Beccaria, Alessandro Verri, l'abate Alfonso Longo, il matematico
e fisico Paolo Frisi, Farcheologo Giovanni Visconti,
l'economista Gian Rinaldo Carli. Il suo promotore fu Pietro
Verri, fratello di Alessandro: egli, venuto a contatto con le
idee dei "Philosophes" francesi, ne era rimasto
particolarmente colpito e aveva deciso di creare un gruppo di
diffusione di queste idee in Italia. Verri riuscì nel suo
intento, perché in breve "Il Caffè" assunse un ruolo
di punta all'interno della società lombarda, trattando i temi
illuministici (come la lotta all'ignoranza, il libero commercio,
I' avversione per l'autoritarismo economico) senza polemiche
astratte o intransigenze ideologiche. A Milano gli Intellettuali
partecipavano attivamente anche alla vita pubblica: per esempio
Gian Rinaldo Carli, già collaboratore del "`Caffè",
nel 1765 fu incaricato dal Governo austriaco di presiedere il
Consiglio Economico di Milano. Non era raro che a quel tempo un
letterato ricoprisse cariche pubbliche: l'Austria promuoveva lo
sviluppo e la diffusione della Cultura e favoriva gli uomini
d'intelletto. L’Imperatrice Maria Teresa infatti aveva
riorganizzato l'istruzione, attuando nelle scuole un programma
di alfabetizzazione e riformando i collegi; furono anche create
Scuole elementari statali e furono migliorate le condizioni di
insegnamento. La sua Corte era composta di Intellettuali e
letterati, ma anche gli artisti spesso venivano chiamati a
prestare servizio per la famiglia imperiale.
Come spesso era già
accaduto nella Storia dell'uomo, un grande Impero aveva bisogno
anche di una grande Cultura: fin dai tempi dell'Imperialismo
ateniese del V secolo a.C. uno Stato, se voleva essere potente,
aveva portato avanti una politica di espansione della cultura;
lo stesso avvenne per l'Impero romano, con la politica culturale
di Augusto e di Mecenate, e poi anche nelle Corti signorili del
Quattrocento. Più recentemente, nel secolo XX', durante il
periodo del Fascismo, la Cultura italiana si era messa al
servizio del potere: la propaganda fascista era portata avanti
da intellettuali come Pirandello, Volpe, Marconi, Gentili,
mentre se un letterato era sprovvisto della tessera del Partito,
immediatamente perdeva il lavoro (come accadde a Montale nel
1938). Maria Teresa d'Austria fu una dei sovrani settecenteschi,
che vengono definiti "illuminati" (il termine "
dispotismo illuminato" fu usato per la prima volta nel XIX'
secolo da Grimm), poiché regnavano appoggiandosi alle ideologie
dei teorici dell'Illuminismo francese. Come altri sovrani
europei, anche Maria Teresa avviò una politica di riforme: ella
si avvalse dell'aiuto di abili e fedeli collaboratori, fra i
quali primeggiò Wenzel Anton von Kaunitz -Rietberg, che divenne
Cancelliere nel 1753 (la Cancelleria di Stato fu creata nel 1742
per la gestione della politica estera imperiale). Le operazioni
più importanti del Governo di Maria Teresa furono: la
riorganizzazione del Commissariato Generale di Guerra (1746);
una riforma amministrativa, che concentrava le direzioni
politiche e finanziarie (1749); la formazione del Collegium
Theresianum (1749) e dell'Accademia militare di Wiener Neustadt
(1752). Su proposta di Von Kaunitz nel 1760 venne creato il
Consiglio di Stato, una sorta di Cancelleria per gli affari
politici di Austria e Boemia, con suddivisioni interne per le
competenze e i controlli di bilancio e per la riscossione dei
tributi. Maria Teresa inoltre regolò i rapporti fra Stato e
Chiesa con numerosi provvedimenti di carattere giurisdizionale:
in particolare pose limiti alle entrate in convento e all’acquisizione
di beni da parte dei Monasteri. Dato che i Gesuiti erano
d'ostacolo nel controllo delle istituzioni scolastiche, la loro
Compagnia fu sciolta nel 1773 e lo Stato ne incamerò i beni. In
politica estera l'Imperatrice, sempre su consiglio di Von
Kaunitz, strinse un'alleanza con la Francia (nel 1770 sua figlia
Maria Antonietta sposò il Delfino francese, che quattro anni
dopo divenne Re Luigi XVI'), per contrastare l'alleanza fra
Inghilterra e Prussia; l'Austria combatté nella Guerra dei
Sette Anni (1756-'63), che si concluse con la perdita della
Slesia. Partecipò alla prima spartizione della Polonia (1772),
ottenendo la Galizia Leopoli, e alla Guerra di Successione
bavarese (1778-79), che le portò I' annessione della regione
dell'Inn. Le riforme e la politica di Maria Teresa d'Austria
erano volte alla creazione di uno Stato moderno, burocratico e
accentrato e portarono grandi benefici alla città di Milano,
che si riprese visibilmente dai duri colpi subiti in passato.
L'Imperatrice mirava a costituire uno Stato unito ed efficiente,
e si circondò dei migliori intellettuali illuministici, che
poteva avere a sua disposizione; tuttavia il suo operato era
frutto di un'intelligenza, che aveva capito come creare uno
Stato , potente, più che di dettami illuministici. In realtà
Maria Teresa non aderì pienamente agli ideali proposti dai
"Philosophes"; piuttosto le sue riforme furono la
risposta a specifiche esigenze di riorganizzazione
amministrativa e avvennero con l'appoggio degli Intellettuali,
non su loro proposta.
Il primo dominio
austriaco terminò con l'entrata a Milano (5-5-1796) di Napoleone
Buonaparte, entusiasticamente accolto quale portatore delle
nuove idee della Rivoluzione Francese. Fece di Milano la
capitale della Repubblica Cisalpina (1797). Il tentativo di
restaurazione austriaca (1799) finì dopo Marengo (1800) e la
città riaccolse i Francesi senza rilevanti reazioni. Milano
venne dichiarata capitale della ripristinata repubblica
Cisalpina, trasformata poi in repubblica Italiana nel 1802 e
quindi in regno d'Italia nel 1805. Napoleone venne incoronato re
d'Italia nel Duomo di Milano
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