Le nostre parole leggere

di Writer

Giovanna parla, Igor ascolta distrattamente, assorto e perso nei suoi pensieri.
Igor è altrove, ama Giovanna per quello che ha rappresentato. Vive con sofferenza rattrappita il suo presente.
Igor non sopporta che Giovanna le faccia notare la sua distrazione.
Giovanna si sente stanca d’inseguire parole non ricambiate.

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La vicenda inizia con una disattenzione, uno sgarbo. Mentre Giovanna gli racconta d’aver comprato un mobiletto per la cucina, Igor sta pensando a tutt’altro, forse ad un problema sul lavoro. Giovanna protesta, lamenta la sua assenza ed Igor risponde "Ti dispiace se assumo un conversatore ufficiale che risponda alle tue domande?".
Giovanna vorrebbe mettersi a piangere , si limita a dargli dello stronzo.
Quella sera, Igor cammina nervoso su e giù per la casa. Si sente inquieto, non sa bene perché. Desidera spaccare qualcosa, sfogare una rabbia che lo percorre da qualche tempo.
Poi si ferma, sorpreso da un ricordo.

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Non è stato sempre così. Ti amavo per davvero. Ogni volta che visitavamo un posto nuovo, lo battezzavamo con il "rito del cannone". Ci rollavano uno spino e vedevano le chiese e le piazze con quella prospettiva circolare, espansiva e tremolante, che solo la marijuana sa dare. Ridevamo di sciocchezze, mi dicevi sempre che cercavamo gli spazi bianchi tra le parole.
Il sesso. Facevamo l’amore con la stessa naturalezza di chi si veste. Sembrava l’invenzione di questo secolo ed era solo un momento di gioia fortuita.
Quando ti ho conosciuto aveva una paura tremenda. Mi ero separato da poco da un’altra Giovanna e non avevo nessuna intenzione di buttarmi in una nuova storia, rinnovare il dolore. Hai pronunciato il tuo nome con un sorriso e mi è venuta voglia di fuggire.
Poi ho preso la rincorsa e ti sono precipitato addosso, sperando di spaventarti. Ma tu mi guardavi curiosa, per nulla intimorita. Mi baciavi con foga, ridendo. E mi cavalcavi a gambe larghe, obbligandomi a parlare, a dire quello che sentivo. Fallo con leggerezza, mi dicevi, parla.
Ci scambiavamo tante parole, leggere.

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Cosa rimane, oltre alle macerie? Igor pensa con la testa reclinata sulle braccia. Pensa e non trova risposte. Ma ha paura, dei suoi stessi timori. Vorrebbe andare via lontano, partire. Giovanna invece dorme, con un sonno inquieto, pieno di immagini che dimenticherà al risveglio.

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Passati i quarant’anni, Igor e Giovanna si trovano davanti ad un crocevia. Non possono andare avanti in questo modo, facendo finta di niente, ma temono una separazione che li consegnerà ad un futuro incerto, di probabile solitudine. Si conoscono troppo bene per mentire e per ingannarsi fino a quel punto.
Il passato si dispiega davanti a loro come un mare vitale, reso attraente dalle sue stesse omissioni, un turbine di eventi che la fantasia condensa in cinque o sei linee principali. Igor soffre la diminuzione della vitalità, del suo slancio, della capacità di amare la vita. Giovanna soffre i cambiamenti di Igor, vorrebbe sentirsi ancora desiderata, guardata come se fosse nuova.
Entrambi odiano gli adulteri. In passato hanno tradito, poche volte, concedendosi brevi avventure, episodi insieme inebrianti e dolorosi, cose di cui andare fieri e vergognarsi. Ma, in questo momento, forse per pigrizia o per realismo, non vogliono, scacciano l’idea con un moto di fastidio, come se fosse un pensiero inopportuno ed incongruo.
Hanno dovuto affrontare insieme diverse difficoltà. La mancanza di un figlio proietta su di loro un rimpianto nascosto, di cui parlano poco. Giovanna desiderava un bambino, ma si è dovuta arrendere davanti alle evidenze degli esami clinici. L’adozione di un minore dal sud del mondo, non rientra tra le sue scelte. No, Giovanna, vuole sentire un essere crescere nella propria carne, gonfiarla, riempirla di messaggi, segnali, contatti. Vuole un figlio come lo vogliono le donne, alberi che fruttificano in modo naturale.
Igor odia il suo lavoro. Ha provato a cambiarne uno ogni cinque anni, poi si è arenato come un capodoglio sulle secche di una compagnia di assicurazioni. Forma i venditori di polizze e, quando parla, sente l’eco delle sue parole come un borbottio estraneo, una voce che ripete frasi vecchie.
Hanno dovuto affrontare tante difficoltà. Gelosie, stanchezza, disincanti, desideri che si trasformano in abitudini, delusioni che vanno diventando consuetudini, ma non è quello che li ha spinti sull’orlo di una separazione temuta, anche se in modi differenti, da entrambi.
No, il problema è un altro. Igor e Giovanna non trovano più le parole, le loro parole.

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Igor vuole licenziarsi e partire per l’Australia con Giovanna.
Giovanna si oppone, dice che è infantile.
Giovanna s’arrabbia, non comprende.
Igor insiste, parte da solo.

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Igor parte da solo. Chiede ed ottiene tre mesi di aspettativa. Giovanna resta, con un fastidio crescente che si sforza di non trasformare in rancore.
Igor trova un po’ di pace nel nordest dell’Australia, davanti alla grande barriera corallina. Sente un larvato dispiacere che si mescola con la maestà del paesaggio. Rimane per ore a fissare il mare, la spiaggia bianca, le concrezioni rocciose. Trova negli spazi ampi conforto alla sua incertezza. Vorrebbe abolire i pensieri. Diventare un paio di occhi che scrutano, registrano, esaminano, si meravigliano, si chiudono.
Potrebbe, per la prima volta da dieci anni, concedersi un’avventura con un’altra donna, ma è così goffo ed impacciato da perdere l’occasione. Così ha già due ragioni per il suo rammarico. Pensa che è giusto così, che il piacere degli occhi va pagato con il disordine del cuore. Decide di cambiare scena.
Giovanna lavora con raddoppiata intensità, si sente abbandonata, si sente rabbiosa, sfoga la sua rabbia lavorando ed il ciclo si compie. Desidera innamorarsi di qualcuno, ma non trova oggetti che si prestino al suo impulso. Parla al telefono con Igor, simulando interesse per quello che le dice. In realtà è lontana, più lontana dell’Australia. Si sente chiusa ed abbottonata come un vecchio cappotto, almeno con Igor.
Gira come una trottola, pulisce l’appartamento, cura le piante, poi ogni tanto si ferma.
E pensa.

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"Non sei cambiato tanto, in fondo. Vent’anni fa correvi come un disperato lungo strade che ti riportavano al punto di partenza. Eri quasi patetico e sgraziato nella tua goffaggine, ma mi sei piaciuto, con le mani affondate nelle tasche del giaccone, il lungo ciuffo che ti cadeva di sbieco sugli occhiali, i jeans stinti e sformati che portavi e la tua voglia di fare a pezzi il mondo.
Non sei cambiato poi tanto. Ancora adesso insegui le tue idee, te ne freghi della realtà, del suo nucleo roccioso ed immobile, e corri dietro alle tue fantasie. Mi vengono in mente i mulini a vento, ma no, non è così. Tu non cerchi i mulini, sei tu stesso un mulino a vento, che gira veloce intorno ad un perno invisibile.
Sei sempre fragile, anche in questo sei cambiato poco. Non sei mai riuscito a lottare per qualcosa di concreto. Quando c’era da soffrire, da impegnarsi con cocciutaggine, ti tiravi indietro, pensavi di rinunciare, trovavi un via di fuga. Solo con me sei riuscito a durare, ma con fatica crescente, facendomi pagare prezzi sempre più alti.
Mi sento tradita, e non certo perché tu te ne sei andato lontano. Sono stata sbattuta fuori dai tuoi pensieri, dalle tue parole. Le mie parole non t’arrivano, non le senti, opponi un filtro di indifferenza.
Mi sento abbandonata, Igor".

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Un taxi ed arrivo. Torno a casa. In Australia ho vissuto le ultime due settimane con una tensione crescente che non sapevo spiegarmi. Girovagavo per le strade di Alice Springs con fastidio. Mi sembrava di trovarmi su un grande set cinematografico. Tutto ordinato, pulito, tutto irrimediabilmente falso. Un esercito di comparse che interpretavano se stessi. Ho anticipato la data del ritorno e sono partito da Sydney dieci giorni prima del previsto.
Ho in testa sensazioni, flash che rimbalzano come biglie. Il volto di Jennifer, il suo sorriso luminoso, lo sguardo di Giovanna, la mia speranza delusa, questa solitudine lacerata e divisa.
Non so che pensare, ho una grande confusione in testa, una stanchezza che esaurisce le mie parole.
Voglio rivederti, Giovanna. Vorrei recuperare con te la nostra leggerezza, l’allegria. Ma è difficile, non siamo più ragazzi, ai miracoli non ho mai creduto.
Il tempo è una macina che tritura e demolisce, se potessi arrestarne il corso, tornare indietro, riuscirei a ritrovare l’energia, la voglia di giocare, di respirare insieme. Ma forse è meglio così. Ripercorrere il passato mi terrorizza, andare avanti m’impaurisce, meglio restare in questo precario presente, negli istanti incerti che precedono il nostro incontro.
Sto per arrivare, amore mio, e non so cosa dirti.

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Le ultime parole di questa vicenda sono affidate ad un biglietto, lasciato sul centro del tavolo del tinello.
La casa è deserta, ordinata, ma già un sottile strato di polvere riveste i mobili, la libreria, i tavolini e la cassettiera della stanza da letto. Una patina quasi invisibile, che diventa più nitida passandoci un dito sopra.
Le parole sono pesanti, nette, definitive.
"Vado via, Igor, non cercarmi".
Solo la firma, uno svolazzo tondo e tenero, appare graziosa e lieve.


Writer

Torino, 21/10/98


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