Economia

Un solidus di Costante II (641-668).

Indice

Le entrate

Le uscite

Il sistema monetario

Prezzi e stipendi

Alcune monete


LE ENTRATE

Purtroppo non siamo a disposizione di molti dati per valutare quantitativamente le entrate dell'Impero d'Oriente. Una delle poche informazioni che abbiamo è che nel dodicesimo secolo l'erario prelevava, dalla sola Costantinopoli, 7.300.000 "nomismata" (72 "nomismata" = 1 libbra d'oro). Qualitativamente, conosciamo piuttosto bene le fonti d'introito, costituite dall'annessione al pubblico erario delle proprietà di coloro che morivano senza discendenti (a partire dall'epoca di Costantino Porfirogenito un terzo di queste venne devoluto alla Chiesa), da donazioni effettuate da sudditi, pagamenti effettuati da chi acquistava un titolo, entrate dei terreni demaniali (posti soprattutto in Asia Minore), tributi di Stati sottomessi e, naturalmente, tasse. Le varie tasse costituirono un corpus che rimase pressochè invariato dal settimo secolo fino all'età comnena, eccezion fatta per il regno di Irene (780-802), che attuò molte riforme demagogiche, immediatamente soppresse dal suo successore Niceforo I. Ricordiamo la tassa fondiaria (a Costantinopoli esisteva un catasto generale periodicamente aggiornato), la tassa sui terreni fabbricati, la tassa del 5% sulle eredità, il "kommerkion" (tassa del 10% che gravava sulla circolazione delle merci), il "kapnikòn" o focatico (imposta calcolata per famiglia), l'"aerikòn" (tassa su porte e finestre), la tassa corrispondente all'8,3% del patrimonio che doveva essere obbligatoriamente pagata per poter essere iscritti nel registro dei contribuenti, la tassa sugli schiavi (dal 10 al 20% del loro costo). Ricordiamo che i contribuenti erano collettivamente responsabili di fronte al fisco, secondo il sistema chiamato "allelengyon" (abolito in età comnena): ad ogni distretto rurale veniva imposta una tassa collettiva, di cui tutti erano responsabili: ogni ammanco doveva essere coperto dalla collettività. Inoltre a partire dall'epoca di Niceforo I lo Stato divenne l'unico soggetto che poteva riscuotere interessi, ovvero l'usura divenne un monopolio del governo, che la esercitava ad interessi altissimi. In precedenza i prestiti ad interesse erano permessi ai nobili al tasso del 4%, allo Stato ed ai commercianti al tasso del 6, ed agli altri al tasso dell'8%. Altro monopolio statale era la lavorazione della seta. Tra le fonti di entrata non dobbiamo infine scordarci di multe e confische, e dell'"aureum oblaticium" tributo pagato esclusivamente da senatori nell'anniversario dell'ascesa al trono di un Imperatore o dell'anniversario di una sua vittoria. Tra le imposte può essere annoverata anche l'"ektage", un contributo che doveva essere pagato al giudice da coloro che entravano in giudizio. Il suo importo non era fissato con precisione, e questo dava luogo a molti arbitrii. Sotto i Comneni venne creata una nuova serie di tasse, il cui importo complessivo corrispondeva al 23% di tutte le altre (che dovevano continuare ad essere pagate in aggiunta alle nuove).

LE USCITE

La principale uscita dello Stato era costituita dalla difesa, ovvero dagli stipendi dei mercenari, e dai costi di manutenzione di flotta e fortificazioni varie. Per il restauro delle mura della capitale era stata istituita una speciale tassa. Al secondo posto erano situate le spese di corte, che non potevano essere ridotte se non a prezzo di una grave perdita di prestigio e dignità dell'Impero. Notevoli erano anche gli esborsi necessari per pagare gli stipendi dovuti ai possessori di "dignità", e per la manutenzione di strade, ponti ed acquedotti. Non si devono neppure trascurare le varie donazioni alla Chiesa, ed i tributi che occasionalmente venivano versati a nemici vittoriosi.

SISTEMA MONETARIO

La base della monetazione bizantina era il "nomisma" o "solidus", moneta aurea del peso di circa 4,20 grammi. Settantadue solidi corrispondevano ad una libbra d'oro (che dunque equivaleva a circa tre ettogrammi). Esistevano anche altre due monete auree: il semisse, ovvero mezzo solidus, ed il tremisse, ovvero un terzo di solidus. Le emissioni in argento, che ricominciarono dal VII secolo, erano costituite dal "miliarensis" (12 miliaresia= 1 solidus) e dal "keration", corrispondente a mezzo miliarensis. Dalla parola "keration" deriva il termine moderno "carato", che serve ad indicare la purezza dell'oro in ventiquattresimi (24 keratia = 1 solidus). Le monetine in bronzo avevano valori da 5, 10, 20 e 40 nummi. Quest'ultimo valore era chiamato "follis" (180 folles = 1 solidus). Verso il 1050 il nomisma, che per la sua purezza era la moneta più diffusa ed accettata del tempo, cominciò a svalutarsi, con un ritmo così veloce che quarant'anni più tardi Alessio I Comneno dovette fissare un nuovo tasso di cambio: ad un solidus corrispondevano 4 miliaresia, ovvero il contenuto aureo della moneta era sceso del 66%. La svalutazione continuò ad aumentare più o meno lentamente negli anni seguenti, ed il posto del "solidus" (chiamato anche "bisante") fu occupato dalle emissioni auree di tre città italiane: Venezia, Genova e Firenze.

NOTA

Lo stipendio medio annuo di un copista poteva arrivare a 32 nomismata; un amministratore statale guadagnava almeno 1 libbra d'oro all'anno.

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Alcune monete

Un solidus di Eraclio (610-641), rappresentato insieme ai figli Costantino ed Eracleona.

Un solidus di Irene (797-802).

Follis "anonimo" (ossia che non reca il nome dell'Imperatore) battuto probabilmente sotto Costantino VIII (1025-1028).

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Ultimo aggiornamento: 5/4/1997

Per commenti, critiche, informazioni scrivete a Tommaso Braccini.


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